“UN PERCORSO QUARESIMALE”    Il primato della coscienza

di Carlo Maria Martini

Il primato della coscienza

Tra i tanti racconti biblici che la liturgia della Chiesa ci propone nei giorni precedenti il triduo del giovedì, venerdì, sabato santo e domenica di risurrezione, ne scelgo anzitutto uno dell’Antico Testamento, tratto dal Libro di Tobia.

Tobia è un ebreo che, nel tempo della distruzione della città di Gerusalemme, viene deportato insieme con altri suoi connazionali in oriente, a Ninive, nelle pianure del Tigri e dell’Eufrate, e là vive come esule una vita modesta e però ricca di speranza. 

Il testo continua poi con la lunga storia delle sofferenze di Tobia, uomo fedele, caritatevole, pieno di attenzione agli altri, che entra in una grande prova dalla quale uscirà soltanto attraverso una serie di eventi tutti raccontati nel Libro. Il messaggio che giunge a noi attraverso il brano della Scrittura è quello del primato della coscienza. C’è un uomo povero, esiliato, che potrebbe giustamente aver paura di essere nuovamente ricercato e imprigionato; tuttavia, posto di fronte a un fatto che tocca il suo prossimo, un fratello ucciso che nessuno vuole più toccare, egli, obbedendo alla coscienza, lo seppellisce affrontando tutte le possibili conseguenze del suo gesto. È dunque un gesto che sottolinea il primato della coscienza, il primato di ciò che l’uomo sente dentro inderogabilmente come valore.

Sarebbe bello poter seguire questo cammino fino alla descrizione della storia della passione, nel momento in cui Gesù di Nazaret, trovandosi di fronte al sinedrio e interrogato sulla sua identità, obbedisce alla testimonianza della propria verità e si dichiara apertamente Figlio di Dio, affrontando così la morte. Sono sempre elementi dell’identico primato della coscienza. E un aspetto assai importante sul quale mi pare opportuno intrattenerci brevemente perché ritorna vivo nella condizione contemporanea. Talora abbiamo della coscienza una concezione riduttiva e se ne parla in termini scettici, un po’ deprezzativi, confondendola con il puro soggettivismo: agisco secondo quello che a me sembra giusto, che a me piace o che mi torna utile. In realtà la coscienza ci fa conoscere quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Una legge fondamentale, messa da Dio nei nostri cuori. La coscienza non è ciò che mi viene in mente; è il principio supremo allargato a misura divina (potremmo chiamarlo il principio della solidarietà, il principio del rispetto dell’altro, il principio dell’onore, del dovere, il principio della coerenza). E Dio stesso come amore, come fedeltà, come garante ultimo di ogni verità, che entra nell’intimo dell’uomo e diviene sorgente di azione e di discernimento.

Per questo la coscienza è qualcosa di inviolabile, e tuttavia non è qualcosa di fantasioso, di strano, di imprevedibile. E il riconoscimento del grande comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, il riconoscimento dei grandi valori – verità, onestà, giustizia, carità – in quanto sono intuiti, compresi e diventano fonte di vita, di giudizio e di azione, in dialogo con Dio e di fronte a Dio. Scrive il Concilio Vaticano II: «Nella fedeltà alla coscienza, i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale» (Gaudium et spes, 16). La coscienza non soltanto non è fenomeno di dispersione, ma opera l’unità; in nome della stessa coscienza, credenti e non credenti si mettono insieme per cercare come oggi si possono realizzare valori quali il servizio, l’onore, la lealtà, il rispetto del prossimo. Spesso si interpreta la coscienza semplicemente come la voce che ci ricorda una legge già fatta, che basta applicare. Ci viene invece detto che la vita dell’uomo presenta situazioni inedite, problemi nuovi, per i quali non è sufficiente appellarsi a una legge astratta, bensì occorre cercare, sulla base del principio fondamentale dell’amore di Dio e del prossimo e di tutti i valori che ne derivano, quel modo di agire che meglio promuove la vita, serve l’unità tra i popoli, crea relazioni pacifiche; in una costante armonia e in un costante dialogo e scambio tra tutte le persone di buona volontà.

Possiamo allora comprendere perché, per esempio, Giovanni XXIII cominciò a indirizzare alcune sue encicliche, oltre che ai vescovi e ai cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Perché tutti gli uomini hanno in comune questa coscienza, questa percezione di valori. Di qui la necessità di educare le nuove generazioni a compiere certe scelte e a evitarne altre, a guardarsi da certi comportamenti e ad acquisirne altri. Soprattutto è importante formare la coscienza dei giovani attraverso tutte le istanze di valore autentico della persona (silenzio, preghiera, raccoglimento, riflessione…). Le istanze di massificazione, di frastuono, di considerazione anonima della persona, invece, ottundono la coscienza, impediscono di prendere coscienza di sé, escludono la possibilità di sentirsi e di ascoltarsi.

Noi siamo a una svolta della civiltà occidentale e della civiltà mondiale in cui l’avvenire sarà nella chiarezza delle coscienze. Ho sovente ripetuto che il futuro del mondo è nella interiorità. Infatti, poiché il futuro sarà sempre più affidato alle informazioni, alla buona gestione delle informazioni, e poiché tutte le decisioni umane saranno prese a partire da scelte sempre più coscienti e capaci di programmare il futuro, la sorte di questo futuro sarà nella coscienza, nell’interiorità, nella capacità di riconoscere il valore. Se un tempo si poteva pensare di guidare masse con slogan generici, di poterle tenere sottomesse semplicemente con delle imposizioni, oggi abbiamo visto il crollo di sistemi che duravano da decenni; la gente ha ritrovato il senso della libertà, della propria entità e si è ribellata a delle imposizioni puramente esteriori.

Dunque, tutto ciò che migliora l’uomo in forma permanente deve passare per la convinzione interiore, per la coscienza, che si educa, ripeto, attraverso momenti di silenzio, di raccoglimento, di riflessione, e con tutti quei rapporti umani in cui prevalgono la ragionevolezza, l’atteggiamento di vera stima della persona, la promozione dei valori e, da parte di chi esige tali comportamenti, la coerenza, la fedeltà, la lealtà. La coscienza si propaga per contagio. Attraverso personalità di forte coscienza vengono formate persone di coscienza. Nei giorni che ci avvicinano alla Pasqua, la Chiesa compie certamente un grande lavoro di formazione della coscienza, in quanto invita ciascuno a guardare la coscienza di Cristo, che è la più alta realizzazione dell’interiorità, della coerenza di una morte, della chiarezza dei fini, dell’ampiezza di visione umana e divina dei destini dell’uomo. La coscienza di Gesù è la più limpida, la più leale, fino al sacrificio della vita; è quella nella quale il mistero di Dio, dell’amore di Dio si traduce in linguaggio umano in maniera inequivocabile.