DOMENICA DELLE PALME – A di Francesco Bellia

PRIMA LETTURA                                              Is 50,4-7

Dal libro del profeta Isaia

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,

perché io sappia indirizzare

una parola allo sfiduciato.

Il Signore il termine è quello indicante la signoria. Davanti a Dio chi parla è il suo Servo.

Una lingua da discepolo è la lingua di chi non dice nulla di proprio ma solo quello che gli è stato comandato. Il discepolo del profeta annuncia agli esiliati le parole di consolazione del maestro. Il Cristo dice tutto ciò che ha udito dal Padre suo.

Questa lingua ha il potere di conoscere come sostenere chi è stanco e oppresso con la parola della profezia (cfr. Mt 11,28: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò).

Ogni mattina fa attento il mio orecchio

perché io ascolti come i discepoli.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non ho opposto resistenza,

non mi sono tirato indietro.

 

Il Signore Dio ancora il termine indicante la signoria. L’azione di aprire l’orecchio scaturisce dalla volontà di Dio. Il Servo si sottomette pienamente al disegno che il Signore che gli manifesta. Egli non oppone resistenza quindi si dona spontaneamente e non si volta indietro quindi persevera.

L’espressione «aprire l’orecchio» ricorre in Sal 39,7: Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto.

Ho presentato il dorso ai flagellatori,

le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;

non ho sottratto la faccia

agli insulti e agli sputi.

Ho presentato il dorso ai flagellatori, il Servo non solo viene colpito ma viene trattato come uno stolto. Questi infatti venivano colpiti nel dorso (cfr. Pr 10,13: per la schiena di chi è privo di senno il bastone). La sua parola non è ritenuta di Dio ma di uno stolto e quindi viene colpito. La flagellazione di Gesù rivela «la stoltezza di Dio» (cfr: 1 Cor 1,25: Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini).

La guancia a coloro che mi strappavano la barba è un gesto forte di disapprovazione, come è detto in Ne 13,25: Io li rimproverai, li maledissi, ne picchiai alcuni, strappai loro i capelli e li feci giurare nel nome di Dio. La parola che il profeta dice è ritenuta come un insulto alla Legge.

Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, mentre il Servo parla gli sputano addosso insultandolo, ma egli non cessa di annunciare la volontà di Dio.

In Gesù si è realizzata questa parola; nella sua Passione Egli ha accettato tutto questo ma non è tornato indietro da quanto ha detto e ha insegnato.

Dopo la sua riposta ad Anna viene schiaffeggiato (cfr. Gv 18,22).

Dopo la sua proclamazione come Figlio di Dio e Figlio dell’uomo Egli ha ricevuto insulti e sputi (cfr. Lc 18,22: Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi).

(Ma) Il Signore Dio mi assiste,

per questo non resto svergognato,

per questo rendo la mia faccia dura come pietra,

sapendo di non restare confuso.

Ma contrapposto al precedente. Il Servo sa che non è abbandonato da Dio e che nella sua umiliazione si esprime la signoria di Dio e la sua vittoria sui nemici. È questo il mistero della Croce; nella debolezza del Cristo si esprime la potenza di Dio. Per questo il Cristo non resta confuso durante la sua umiliazione. Benché colpito e umiliato, il suo sentire interiore è immerso nella ferma volontà di attuare il disegno del Padre e in questo trova la sua forza per rendere la sua faccia dura come pietra nel sopportare la sua passione.

Note

«Abbiamo ascoltato la Parola di Isaia che comincia proprio così: “Il Signore mi ha dato un orecchio da iniziato“, da discepolo, da uno introdotto nei Misteri.

Una partecipazione alla Liturgia, ma più ancora, una possibilità stessa di Chiesa, cioè di comunità spirituale, è tutta condizionata a questo: che cioè ci si faccia «iniziare» dalla Parola del Signore; che noi accogliamo l’azione di Dio che risveglia il nostro orecchio e che apre il nostro cuore, e che ci abbandoniamo docilmente a questo insegnamento, e che lo lasciamo diventare la forza vitale e dinamica di tutto il nostro essere individuale e comunitario.

Da queste piccolissime cose che stiamo constatando si può dire con certezza che da questo dipende l’esistenza stessa di una chiesa, e dipende l’esistenza stessa di un cristiano. La Chiesa è questo e non altro; le sue leggi intime e profonde, tutto l’impulso del suo intimo dinamismo, del suo intimo ordinarsi, del suo profondo camminare verso Dio, del suo partecipare di Dio, del suo vivere di Cristo, tutto dipende da questo!

E il Signore nella sua bontà permette che noi, pur cosi ancora fragili e oscuri, arrestati, ottenebrati da tante resistenze e da tante impurità, possiamo però intravedere questo segno e comprendere alla luce di questo piccolo segno che cosa dovrebbe essere la Chiesa, che cosa potrebbe essere.

In queste cose minime c’è già tutta l’ecclesiologia, come c’è tutta, la cristologia e c’è già tutta la teologia. C’è già la nostra vita presente e c’è già la nostra vita eterna, in Dio. Perché la vita eterna in Dio non sarà altro che questo un comunicare limpidamente, nello Spirito, ciascuno con il Padre, in Cristo, e tutti l’uno con l’altro, percorsi, illuminati, fissati nell’eternità dal pensiero e dalla volontà stessa di Dio a noi partecipata ormai in maniera definitiva e irreversibile secondo la Sua misericordia e da noi accolta senza più ombra di ostacolo e di impurità.

Questa la Chiesa del cielo, come questa è la Chiesa della terra! non e un sogno, non e un’utopia, non è un rincorrere una Chiesa ideale, inesistente, una Chiesa disincarnata, una Chiesa di angeli e non di uomini: questa è la Chiesa! La Chiesa degli Angeli e la Chiesa degli uomini, la Chiesa di Dio! La Chiesa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, la Chiesa della Trinità nel cui seno noi siamo chiamati a vivere quaggiù e a immergerci per sempre in Cristo Morto e Risorto!» (d. G. Dossetti, omelia registrata, 26.3.1972).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 21

R/.       Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,

storcono le labbra, scuotono il capo:

«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,

lo porti in salvo, se davvero lo ama!».   R/.

Un branco di cani mi circonda,

mi accerchia una banda di malfattori;

hanno scavato le mie mani e i miei piedi.

Posso contare tutte le mie ossa.           R/.

Si dividono le mie vesti,

sulla mia tunica gettano la sorte.

Ma tu, Signore, non stare lontano,

mia forza, vieni presto in mio aiuto.                  R/.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,

ti loderò in mezzo all’assemblea.

Lodate il Signore, voi suoi fedeli,

gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,

lo tema tutta la discendenza d’Israele. R/.

SECONDA LETTURA                                        Fil 2,6-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo i Filippesi

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,

non ritenne un privilegio

l’essere come Dio,

Nella condizione (lett.: forma) di Dio. I Padri, che combattono l’eresia ariana, fanno coincidere il concetto di «forma» con quello di natura. «Essere nella forma di Dio» è per l’Apostolo l’esistenza divina. Questa esistenza è caratterizzata da tutto quello che è Dio. Tutto quello che Dio compie e come Egli si manifesta è lo stesso che compie il Cristo e quindi in Lui Dio manifesta se stesso in pienezza.

7 ma svuotò se stesso

assumendo una condizione di servo,

diventando simile agli uomini.

Dall’aspetto riconosciuto come uomo,

Colui che era pieno di maestà, gloria e forza, in una parola della pienezza di tutto l’essere divino, si svuotò della sua pienezza divina, e dal tutto si ridusse come al nulla; da Signore divenne servo, da Dio uomo, da Creatore, che plasma, a uomo che è plasmato.

Il termine servo (lett.: schiavo) sta in parallelo con Dio; esso indica l’uomo sia nella sua essenza ed esistenza che nella sua realtà storica. Il Cristo assunse infatti quella forma di schiavo che trovò nel suo impatto con la nostra storia. Nel prendere la «forma» dello schiavo, il Cristo assunse sia l’essere dell’uomo come la sua situazione storica.

8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e a una morte di croce.

In questo aspetto, in questo abito Egli umiliò se stesso. Non poteva infatti umiliarsi se non si fosse fatto uomo, divenuto in tutto simile a noi fuorché nel peccato.

Il Signore ha guardato l’umiltà della sua schiava (Lc 1,48) e incarnandosi in lei si fece schiavo e rivestendo l’abito umano umiliò se stesso, come dice altrove: nato da donna, nato sotto la legge (Gal 4,4). Entrando, attraverso l’umiltà della sua schiava, nel mondo, Egli, in tutto e per tutto si è limitato entro gli stretti orizzonti dell’esistenza umana cioè entro l’orizzonte della morte come nemico che domina e distrugge gli uomini Egli si è infatti umiliato facendosi obbediente fino alla morte. La via della sua umiliazione è stata l’obbedienza che mette in luce il suo rapporto col Padre. In Eb 5,7-10 l’Apostolo penetra nel cuore di Gesù nei giorni della sua carne: Egli ha affrontato la morte con forti grida e lacrime e dalle cose che patì imparò l’obbedienza. Questa obbedienza lo porta a penetrare nel limite dell’esistenza umana, che è la morte, accettando su di sé la morte di croce.

9 Per questo Dio lo esaltò

e gli donò il nome

che è al di sopra di ogni nome,

Il Cristo non solo come Dio, ma in quanto uomo è stato sovra/esaltato da Dio, nella sua totalità comprendente quella natura umana, assumendo la quale si era svuotato e nell’economia della quale si era umiliato facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce. Egli è stato sovra/esaltato e Dio gli ha donato il Nome che è al di sopra di ogni nome.

Gli donò lett.: E gli fece grazia; questa grazia è l’espandersi della gloria della figliolanza nella sua umanità, come altrove commenta l’Apostolo: stabilito Figlio di Dio in potenza, secondo lo Spirito di santità, dalla risurrezione dei morti (Rm 1,4) ed è da questo momento che il Padre gli dice: «Tu sei mio Figlio io oggi ti ho generato» (cfr. At 13,33); quindi il Nome, che è sopra ogni nome, è quello di Figlio. Questo nome, che è al di sopra di ogni nome, è quello stesso di Dio. L’Apostolo sottolinea questa dignità divina conferita alla sua realtà umana senza possibilità di scindere Dio dall’uomo nel fatto che Egli non cambia nome dopo la sua risurrezione, ma è il suo nome di Gesù che viene glorificato e posto al di sopra di ogni nome.

10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra,

Questa triplice categoria ci parla quindi di potenze spirituali e delle zone soggette al loro dominio. Vi sono di quelle che hanno potere nei cieli, altre sulla terra e altre sotto la terra. Queste potenze, che dominano nelle tre sfere dello spazio, si sono dovute sottomettere al Cristo e quindi consegnargli tutto ciò che è in loro potere. Se hanno solo osservato il Signore mentre veniva crocifisso, ora lo devono confessare tale nel completo assoggettamento alla sua signoria.

11 e ogni lingua proclami:

«Gesù Cristo è Signore!»,

a gloria di Dio Padre.

Ogni lingua, di queste potenze e anche di tutte le creature sulle quali esercitano il loro dominio, proclamerà che Gesù Cristo è il Signore. Questa signoria di Gesù Cristo sulle potenze spirituali è esplicitata altrove dall’Apostolo come graduale sottomissione di tutti i nemici, ultimo dei quali sarà la morte (cfr. 1Cor 15,26-28).

È chiaro che la percezione della signoria di Cristo da parte nostra avviene mediante la fede che, facendosi confessare che Gesù Cristo è il Signore, ci fa percepire l’avvenuta liberazione da tutte quelle potenze spirituali contro le quali deve esservi battaglia (cfr. Ef 6,12) e non più timore perché sono soggette al Cristo. Se il Cristo include anche gli spiriti beati è chiaro che in Cristo non sono più estranei a noi a causa dell’inimicizia, ma addirittura al nostro servizio (cfr. Eb 1,14).

A gloria di Dio Padre, tutto l’evento di Cristo ha come fine la gloria di Dio Padre: nel Figlio svuotato, umiliato ed esaltato in tutto si manifesta la gloria di Dio Padre.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Gloria e lode a te, o Cristo!

Per noi Cristo si è fatto obbediente

fino alla morte, e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome che è sopra ogni altro nome.

Gloria e lode a te, o Cristo!

VANGELO                                                     Mt 26,14-27,66

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

            (26,14-27,66)

C         In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse:

P          «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?».

C         E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Àzzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero:

P          «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?».

C         Ed egli rispose:

          «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”».

C         I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse:

          «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».

C         Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli:

P          «Sono forse io, Signore?».

C         Ed egli rispose:

          «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

C         Giuda, il traditore, disse:

P          «Rabbì, sono forse io?».

C         Gli rispose:

          «Tu l’hai detto».

C         Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse:

          «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo».

C         Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo:

          «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio».

C         Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro:

          «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».

C         Pietro gli disse:

P          «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai».

C         Gli disse Gesù:

          «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte».

C         Pietro gli rispose:

P          «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò».

C         Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli:

          «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare».

C         E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro:

          «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».

C         Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo:

          «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

C         Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro:

          «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».

C         Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo:

          «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà».

C         Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro:

          «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

C         Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo:

P          «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!».

C         Subito si avvicinò a Gesù e disse:

P          «Salve, Rabbì!».

C         E lo baciò. E Gesù gli disse:

          «Amico, per questo sei qui!».

C         Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse:

          «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?».

C         In quello stesso momento Gesù disse alla folla:

          «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti».

C         Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono:

P          «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”».

C         Il sommo sacerdote si alzò e gli disse:

P          «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».

C         Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse:

P          «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio».

          «Tu l’hai detto

C         – gli rispose Gesù -;

          anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».

C         Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo:

P          «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?».

C         E quelli risposero:

P          «È reo di morte!».

C         Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo:

P          «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

C         Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse:

P          «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!».

C         Ma egli negò davanti a tutti dicendo:

P          «Non capisco che cosa dici».

C         Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti:

P          «Costui era con Gesù, il Nazareno».

C         Ma egli negò di nuovo, giurando:

P          «Non conosco quell’uomo!».

C         Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro:

P          «E vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!».

C         Allora egli cominciò a imprecare e a giurare:

P          «Non conosco quell’uomo!».

C         E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo:

P          «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente».

C         Ma quelli dissero:

P          «A noi che importa? Pensaci tu!».

C         Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero:

P          «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue».

C         Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore». Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo:

P          «Sei tu il re dei Giudei?».

C         Gesù rispose:

          «Tu lo dici».

C         E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse:

P          «Non senti quante testimonianze portano contro di te?».

C         Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse:

P          «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cri­sto?».

C         Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire:

P          «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua».

C         Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro:

P          «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?».

C         Quelli risposero:

P          «Barabba!».

C         Chiese loro Pilato:

P          «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?».

C         Tutti risposero:

P          «Sia crocifisso!».

C         Ed egli disse:

P          «Ma che male ha fatto?».

C         Essi allora gridavano più forte:

P          «Sia crocifisso!».

C         Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo:

P          «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!».

C         E tutto il popolo rispose:

P          «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli».

C         Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano:

P          «Salve, re dei Giudei!».

C         Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo:

P          «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».

C         Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano:

P          «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!».

C         Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce:

          «Elì, Elì, lemà sabactàni?»

C         che significa:

†          «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

C         Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano:

P          «Costui chiama Elia».

C         E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano:

P          «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!».

C         Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

(Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa)

            Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano:

P          «Davvero costui era Figlio di Dio!».

C         Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo:

P          «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilala fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!».

C         Pilato disse loro:

P          «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete».

C         «Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Parola del Signore.

L’annuncio della Passione del Signore, visto nella sua globalità, richiede che lo si accosti con linee scelte d’interpretazione.

Una di queste è il puntuale adempiersi delle Scritture. Tutto il testo è infatti costruito sulla trama dei testi scritturistici, soprattutto di quei testi che costituiscono il riferimento messianico più esplicito e la cui lettura nella Chiesa non ha bisogno di commento perché si sono attuati con evidenza in Gesù, quali il Salmo 21.

Un’altra linea di lettura è quella che suggerisce la «drammatizzazione» liturgica del racconto della Passione. Attorno alla persona di Gesù si snodano i vari personaggi che vengono rivelati nella loro interiorità: i discepoli, tra cui spicca Pietro; Giuda; le donne (le donne al seguito di Gesù, le serve, la moglie di Pilato); i capi del popolo; Pilato; i soldati, il centurione, Giuseppe d’Arimatea. In ciascuno di loro vi è qualcosa di nostro, che si rivela soprattutto nell’annuncio della Passione del Signore.

Nella ricchezza del testo quindi ciascuno può essere colpito da questo o quel personaggio o dall’atteggiamento che assume nei confronti di Gesù.

Gesù, come segno di contraddizione, non lascia nessuno in una posizione neutrale.

Dalle posizioni più coinvolte in una spirale omicida quale quella dei capi del popolo, di Giuda e infine di Pilato stesso, noi vediamo nei discepoli la fuga e la sequela di Pietro, che si conclude nel rinnegamento.

La purezza della vittima sacrificale e la sua santità divengono rivelazione delle dinamiche che portano ciascuno di noi entro la spirale del peccato e quindi del rinnegamento di Gesù.

Ma è tempo che lasci la parola a don Giuseppe Dossetti nella sua omelia nella domenica delle Palme del 26.3.1972 (essa è tratta da registrazione).

«E mi ha colpito stamani, mentre ascoltavo la lettura e il racconto del cronista, una frase del capitolo 26 al v. 58 e 59 che poi adesso ho riscontrato e vedo che è proprio di Matteo; mi sembrava così a orecchio ma non ne ero sicuro, adesso la vedo che è propria di Matteo.

Dice dunque al versetto 58, in comune con Marco e con Luca, che Pietro seguiva il Signore da lontano fino dentro all’atrio del sommo sacerdote ed entrando dentro – fin qui è comune – si sedette con i ministri per vedere la fine. Questo è solo di Matteo.

Gli altri dicono che si scaldava perché aveva freddo ecc… Questo atteggiamento di Pietro è bellissimo anche perché poi dopo si capisce tutto il resto. Stava a guardare la fine come andavano le cose!

E mi ha colpito più di tutti gli altri atteggiamenti e tutti gli altri modi di partecipazione di tutti i partecipanti di questo momento.

In fondo non è Giuda; è li presente, anche con una certa convinzione si direbbe, – gli preme in fondo; non è i capi della sinagoga, non è Pilato, non fa niente di tutto quello che questa gente fa, ma sta lì a guardare la fine.

Poteva anche avere, in fondo, tutto considerato, una certa onesta intenzione nello stare lì a guardare la fine. Però è stato quello che lo ha rovinato, perché dopo, tutto quello che segue e che abbiamo ascoltato di Pietro, non è altro che una progressione inevitabile! Ed è terribile perché il testo anche qui, in modo molto preciso, nel racconto di Matteo, segna in una maniera veramente terribile drammatica, la successione degli atti, dei comportamenti di Pietro fino all’ultimo: questi scongiuri e questi giuramenti: «che lui non aveva niente a che fare con quell’Uomo e manco Lo conosceva».

[…]

Ma se proprio non ci sentiamo permanentemente addosso queste parti o porzioni di esse, certo che l’atteggiamento di Pietro all’inizio – stava lì a guardare la fine – è quello che in fondo nessuno di noi può declinare, quello che in fondo in tantissime cose, proprio nel tessuto continuo della nostra esistenza portiamo addosso – adesso io proprio penso a me; tra ieri sera e stamattina per esempio ci sono state alcune ore di sonno, e in quelle spero che non sia stato lì a vedere la fine, ma al di fuori di quelle lì, non so che cosa ho combinato, anche mentre dicevo Mattutino …

Stare lì a vedere la fine, cioè rifiutarci in fondo di sentire come questo Mistero che tutto ci avvolge che tutto ci assorbe, noi non lo possiamo tenere fuori di noi, non lo possiamo respingere, non lo possiamo neutralizzare; non c’è possibilità di neutralità nei confronti del Mistero di Cristo!

Stare a vedere vuol dire finire con gli scongiuri e i giuramenti falsi di Pietro il meno che possa capitare, vuol dire finire così!

Non si può! È talmente una cosa immensa e onnipresente, nell’esistenza di ogni singolo, nell’esistenza di ogni comunità, nell’esistenza di ogni famiglia, di ogni nazione, è talmente tutto, che nessuno può neutralizzarsi di fronte ad Esso.

E non è possibile stare a vedere la fine perché si sta a vedere la fine di qualche cosa che è fuori di noi, mentre questo è dentro di noi o meglio noi siamo ormai invincibilmente dentro di esso!

E non è possibile, e guardate bene, io me ne vado sempre più persuadendo, più la nostra esperienza, la mia personale esperienza di vita che vorrebbe essere cristiana – ma poi non lo riesce ad essere – e l’esperienza di chi mi sta intorno, si sviluppa e cresce nel tempo e nella difficoltà da un lato, nelle meraviglie della Misericordia di Dio dall’altra, più mi vado persuadendo che ciò che ci gioca è sempre una piccolissima cosa.

Iddio non ci prende per così dire in trappola o con le mani in fragrante per il fatto che noi commettiamo delle cose grosse o non sappiamo compiere le cose più grosse che Egli sembra esigere da noi. Iddio ci coglie, invece, in piccolissime cose che sono i nostri rifiuti, in apparenza, insignificanti, modesti, semplici, ma che sono poi veramente le cose in cui noi decidiamo la nostra sorte, perché sono le cose che potremmo non fare o che potremmo fare – a seconda che sono azioni od omissioni – piccolissime e alla portata di ogni uomo, cioè quel tanto di forza vitale, di consistenza spirituale e di grazia che il Signore dà ad ogni uomo

Pietro avrebbe potuto fare un piccolo segno, anche minimo; non l’ha voluto fare. È stato lì a vedere la fine, e lì si è lasciato giocare! Altri che avevano una parte più grossa della sua, invece, dalla grazia del Signore sono stati presi dentro e in qualche modo salvati da quella sconfitta, da quella caduta cosi grossa che invece ha caratterizzato il capo degli Apostoli. Il rinnegamento, il giuramento contro una piccolissima cosa!

E questo perché il Signore è Giusto, è Santo, e non può condannarci per quello che non possiamo fare, che è al di sopra delle nostre forze; quello ce lo regala!

Mentre invece da noi vuole i piccoli segni, il filo d’erba, la cosa da niente nella quale non possiamo essere neutrali e nella quale dobbiamo cedere al Mistero che è sopra di noi, che è dentro di noi, che ci domina tutti».

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Ecco il nostro Re. Egli viene incontro a noi mite e umile di cuore. Acclamiamo il Signore e invochiamo la misericordia del Padre suo.

Padre santo, Luce e origine della luce, ascoltaci.

  • Per la Chiesa, vigna eletta del Signore, perché tutti i tralci accolgono con gioia di essere mondati dalla mano del Padre preghiamo il Signore

  • Perché le nostre Chiese nella carità vicendevole si edificano nell’unità preghiamo il Signore

  • Per le nostre comunità perché il cuore dei nostri fratelli e sorelle sia immerso nei misteri della redenzione, che stiamo per celebrare, preghiamo il Signore

  • Perché i catecumeni, che nella notte pasquale rinasceranno dal fonte battesimale, vivano sempre in Cristo, preghiamo il Signore

  • Per quanti, nel popolo santo, il Signore chiama ad essere particolarmente suoi soprattutto nel ministero sacerdotale perché con gioia, abbandonata ogni cosa, lo seguano e lo amino sopra ogni cosa, supplichiamo il Signore

  • Perché i poveri e gli afflitti e quanti sono costretti ad abbandonare la loro terra, non siano impediti dalla nostra durezza di cuore, ad accostarsi al Cristo, preghiamo il Signore

  • Perché i figli di Israele possano benedire il Nome di Gesù, ed essere partecipi al mistero della risurrezione preghiamo il Signore

  • Perché tutti i nostri morti, riposino in pace e le loro ossa esultino di gioia nella comune attesa della beata risurrezione preghiamo il Signore

  • Celebrando la memoria della Beata Vergine Maria, Madre di Dio e madre nostra, degli angeli e dei santi particolarmente dei nostri patroni, preghiamo gli uni per gli altri perché il Signore ci conceda di essere sempre più accoglienti nell’amore fraterno preghiamo il Signore.

  1. Esulta di gioia la tua Chiesa o Padre, rivestita della porpora della Passione del tuo Figlio, e riconoscente per i tuoi benefici, ti eleva la sua lode e la sua supplica, sicura di esser esaudita perché suo Sposo e suo Signore è il Figlio tuo, che vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.