UNIONE SUPERIORI MAGGIORI

91ma Assemblea semestrale e generale

Ariccia, Casa del Divin Maestro – 21-23 novembre 2018

GIOVANI FEDE DISCERNIMENTO

Ripartendo insieme dal Sinodo

Elementi per una sintesi finale

Papa Francesco, durante l’Angelus del 28 ottobre, giorno della conclusione del Sinodo, ha ricordato che «più del documento è importante che si diffonda un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà». Ha aggiunto anche che «con questo atteggiamento fondamentale di ascolto, abbiamo cercato di leggere la realtà, di cogliere i segni di questi nostri tempi. Un discernimento comunitario, fatto alla luce della Parola di Dio e dello Spirito Santo. Questo è uno dei doni più belli che il Signore fa alla Chiesa Cattolica, cioè quello di raccogliere voci e volti dalle realtà più varie e così poter tentare un’interpretazione che tenga conto della ricchezza e della complessità dei fenomeni, sempre alla luce del Vangelo». E ha invitato a «portare avanti quanto sperimentato, senza paura, nella vita ordinaria delle comunità».

In continuità con questo spirito l’obiettivo di queste poche pagine è quello di avere un breve resoconto rispetto a ciò che si è vissuto in questi giorni di condivisione a partire dalle parole dei Superiori Generali che hanno partecipato al Sinodo in rappresentanza dell’Unione Superiori Maggiori. La loro testimonianza ha aiutato tutti ad entrare nell’evento centrale del Sinodo dei giovani, ovvero l’Assemblea sinodale che si è svolta dal 3 al 28 ottobre scorso.

Non vi altra pretesa che di offrire a tutti i partecipanti qualcosa da utilizzare personalmente e comunitariamente per aprire al cammino di ricezione del Documento finale, che risulta essere il primo e principale strumento di lavoro nelle mani di tutta la Chiesa. Non è minimamente pensabile che questi due giorni sostituiscano la lettura e lo studio personale e comunitario di tale Documento finale.

Il Documento finale del Sinodo raccoglie il vissuto di un cammino di discernimento fatto insieme. Esso va letto e approfondito lasciandosi coinvolgere in una dinamica di discernimento il cui protagonista è lo Spirito, che lavora in tutte le persone. Questo permette di valorizzare e armonizzare le differenze culturali e regionali che sono da rispettare in quanto doni dello Spirito. Come USG e come singole Congregazioni e Istituti siamo chiamati a continuare questo cammino e a proseguire la dinamica sinodale.

La Costituzione Apostolica Episcopalis communio infatti insiste sul fatto che la sinodalità sia da pensare sempre più come forma ordinaria dell’essere Chiesa e pensa al Sinodo come a un processo permanente della vita della Chiesa piuttosto che un evento isolato che viaggia in parallelo rispetto ad essa. La stessa USG – nata a partire dall’impegno di padre Arrupe, padre fondatore di cui è aperto il processo di canonizzazione – è nata nel 1968 su questa scia della sinodalità, ovvero del pensare insieme, del camminare insieme, del discernere insieme.

Vi sono stati quattro momenti di condivisione su quattro temi generativi dell’esperienza sinodale: abbiamo semplicemente gustato insieme qualche “assaggio” su come poter approfondire i tantissimi argomenti trattati dall’Assemblea sinodale che meriterebbero la nostra attenzione.

È compito di ognuno continuare il cammino. Dal punto di vista metodologico, per un autentico lavoro di approfondimento sistematico è importante tenere presente il rapporto tra l’Instrumentum laboris e il Documento finale. Esso è così chiarito nel n. 3 di quest’ultimo:

È importante chiarire la relazione tra l’Instrumentum laboris e il Documento finale. Il primo è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi.

  1. IL DISCERNIMENTO COME STILE DI CHIESA
    • Farsi trasformare dall’ascolto

Intuizioni di fondo

L’ascolto reciproco, cordiale, empatico è il vero modo per iniziare a “camminare insieme”.  Un ascolto che non solo una tecnica o l’elemento di una metodologia , ma una vera e propria esperienza spirituale da vivere nella disponibilità a lasciare agli interlocutori la possibilità di esprimersi per bene, a valorizzare quanto detto, prestando attenzione in particolare a chi vive ai margini o è scartato (anche all’interno delle nostre comunità); lasciarsi mettere in discussione e convertirsi tanto nei modi di fare quanto nelle categorie di pensiero, rinunciando alla volontà di controllo; impegnarsi in un dialogo, in una conversazione; riconoscere ciò che lo Spirito sta dicendo e a lasciarsi condurre da Lui.

È la relazione con il Signore che forma all’ascolto: è necessario lasciare sempre più spazio all’ascolto della Parola di Dio sia personalmente sia come comunità. L’ascolto empatico e non paternalistico trasforma sia la vita comunitaria sia l’impegno apostolico, in modo particolare quando sono coinvolti dei giovani.

Criticità e domande

L’impegno di ascoltare tocca in primo luogo i/noi responsabili/Superiori maggiori. Nei gruppi sono emersi alcuni interrogativi. In che modo e con quali aiuti/strumenti/percorsi, riusciamo concretamente a

  • Dedicare all’ascolto il tempo necessario (e prioritario) senza farci prendere dalle (immancabili) urgenze amministrative e gestionali?
  • Ascoltare in maniera rispettosa tutti e in particolare coloro che si trovano o si mettono ai margini?
  • Dedicare tempo all’ascolto dei giovani?
  • Formarci e formare persone capaci di ascoltare?
  • Riconoscere i segni dei tempi? portare uno sguardo di fede e di speranza teologale sui dati della realtà a volte molto “crudi” (giovani lontani dalla Chiesa, decrescita delle vocazioni, abusi)?
  • Far crescere in uno stile d’ascolto i membri, anche giovani, delle nostre Congregazioni e Istituti? I soggetti delle nostre attività giovanili? I laici nostri collaboratori?
  • Sinodalità e discernimento in comune

Intuizioni di fondo

La sinodalità è percepita come fonte di rinnovamento della missione e della vita della Chiesa: si tratta di lasciare spazio e discernere l’opera dello Spirito Santo che aiuta a passare dalla cacofonia alla sinfonia, dalla frammentazione all’unità rispettosa delle differenze e capace di valorizzare l’apporto di ciascuno. Nei gruppi si è espressa la percezione che vivere uno stile di discernimento in comune e sinodale sia un passo in avanti a livello ecclesiale e che ci sia molto da fare perché esso entri concretamente nella nostra vita, nei nostri dinamismi apostolici e ancora di più nelle nostre strutture, per affrontare “insieme” tante questioni di fronte alle quali ci troviamo e che sono inevitabili. In che direzione?

La prospettiva sinodale suscita però anche timori e resistenze: bisogna essere consapevoli dei rischi di un suo uso “mondano”: la caduta in una sorta di “democraticismo”, che non prevede un serio discernimento spirituale, ma procede in base a maggioranze numeriche. O che rischia di servire da scusa per non assumere responsabilità, e non prendere decisioni a livello locale, a livello provinciale e a livello generale (si pensi a decisioni “impopolari” come la riduzione delle presenze o delle opere, la fusione delle circoscrizioni, ecc.).

Innanzitutto così è importante capire di che cosa si tratta, cosa che richiede approfondimenti ulteriori. Alcune intuizioni emerse nei gruppi sono da tenere in conto:

  • Vissuta in una prospettiva ecclesiale e di vita religiosa la sinodalità aiuta a combattere clericalismo e abusi di potere come pure a respingere tentazioni di appiattimento democratico o di snaturamento dell’obbedienza
  • La sinodalità è missionaria: non va vissuta come una pratica “autoreferenziale” che concerne solo il “camminare insieme” della Chiesa, ma anche quello della Chiesa nel mondo. Questo, rispetto ai giovani, significa camminare con i giovani là dove sono
  • È un’occasione di testimonianza evangelica da parte dei più anziani
  • La questione base del discernimento ecclesiale non è solo o principalmente “che cosa dobbiamo fare” ma “che cosa dobbiamo essere”. La Chiesa è il discernimento che Dio offre a noi per affrontare le sfide dei giovani
  • La collaborazione con i laici è sempre più centrale in questo momento della vita della Chiesa e della Vita consacrata

Criticità e domande

Come Superiori maggiori siamo chiamati a capire che cosa significa il discernimento come stile di vita, di Congregazione, di Chiesa, e come esercitare il servizio dell’autorità secondo una dinamica sinodale. Questo ci invita a

  • Non dimenticare che il discernimento è un’esperienza spirituale ed è radicato nella preghiera: è in quest’ultima che ci viene donata la chiarezza e la libertà per le nostre decisioni di Superiori maggiori
  • contemplare il modo con cui Gesù stesso esercita l’autorità (cfr. Documento finale, n. 71): Gesù fa crescere colui che accompagna
  • Riscoprire l’importanza del tempo: stiamo capendo progressivamente l’importanza della disponibilità, pazienza, misericordia nel far avanzare e accompagnare processi sinodali, senza imporre soluzioni prefabbricate
  • Scoprire percorsi di presa di decisione autorevoli e non “autoritaristi” all’interno dello stile di vita religiosa e di obbedienza proposto dal proprio carisma
  • La comunicazione da parte dei responsabili e i processi condivisi presentano particolari difficoltà quando sono presenti da una o da più parti idee preconcette. Cercare cammini per superare i blocchi
  • Trovare i modi per massimizzare la partecipazione e promuovere una cultura di corresponsabilità all’interno delle nostre Congregazioni e nella Chiesa
  • Trovare modalità concrete per affrontare l’interculturalità e il dialogo intergenerazionale nelle nostre comunità e nelle nostre attività apostoliche. Come testimoniare la possibilità di costruire insieme in un mondo di divisioni?
  • Promuovere concretamente esperienze di discernimento in comune nelle nostre Congregazioni, ad ogni livello
  • Rispondere alle prospettive “tradizionaliste” di giovani nei confronti dei ruoli di autorità. Accogliere il desiderio di avere dei punti di riferimento senza abusare della loro fiducia e disponibilità
  • Riflettere anche sulle conseguenze della sinodalità nelle relazioni con le autorità ecclesiastiche
  • Capire come i mutamenti antropologici del mondo digitale influiscono sul nostro modo di vivere la sinodalità. Esso non è più un “mezzo”, “strumento”, ma un “ambiente” di vita che modifica le modalità con cui si interagisce, si entra in relazione, si comprende; offre possibilità di relazioni, di incontri a distanza anche tra culture diverse, di inclusione; richiude però anche in dinamiche autoreferenziali e di chiusura. In questo i giovani possono aiutare ed essere protagonisti

In modo particolare sembra che la sinodalità metta in questione le modalità con cui vengono prese le decisioni, in particolar modo i capitoli o momenti analoghi, alla luce della cultura organizzativa che deriva da ogni carisma. Ciò richiede di

  • Articolare responsabilità, partecipazione e obbedienza all’interno di ogni nostra Congregazione o Istituto, ricordando però anche che le strutture o le abitudini che sono nate da questi carismi a volte vanno convertite.
  • Approfondire la relazione con i laici. Le nostre decisioni li mettono spesso in gioco e altrettanto spesso non li associamo nei processi decisionali, facendoglieli subire. D’altra parte non è facile trovare le modalità appropriate per fare ciò.
  • Sviluppare cammini di formazione di superiori e formatori alla sinodalità

Alcune proposte

  • Prima di entrare in discussioni o proposte, appare necessario approfondire la questione della sinodalità nel Documento finale, nel confrontarsi con alcuni testi importanti sulla questione, quali ad esempio quelli della Commissione Teologica Internazionale (La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa del 2 marzo 2018) e del magistero di papa Francesco…
  • Non lasciare spazio solo alla buona volontà e farsi aiutare da chi ha esperienza formative nel campo del discernimento comunitario
  • Rendere disponibili più studi sui diversi modelli di leadership/responsabilità e condividerli attraverso l’USG
  • Rileggere e riproporre il documento finale a partire dal proprio carisma
  • Fare partecipare giovani ai processi decisionali e nei luoghi dove si prendono decisioni come i capitoli o altre strutture/commissioni di governo
  1. accompagnamento educativo e annuncio DEL VANGELO
    • L’accompagnamento come forma del Vangelo

L’accompagnamento è un elemento chiave della spiritualità e chiaro segno della spiritualità che viviamo e proclamiamo come religiosi ed è in stretta relazione con la nostra missione di annunciare il Vangelo. Tutti i carismi hanno una dimensione di accompagnamento che vanno approfonditi. Alcuni elementi che si vogliono sottolineare sono la credibilità della testimonianza dei religiosi; la condivisione di tempo e vita con le persone e in particolare i giovani; la semplicità nell’annuncio della fede; rendersi presenti, andare verso la gente visitare la gente; valorizzare le persone.

L’accompagnamento non è una tecnica, ma un atteggiamento di vita spirituale porta ad uscire, ad andare alle periferie, a volte anche nella direzione sbagliata. La storia dei discepoli di Emmaus è particolarmente ispirante per quanto riguarda il rapporto tra accompagnamento e annuncio: il Signore fa concretamente della strada insieme a loro nella direzione opposta a Gerusalemme, li ascolta, chiama e si lascia chiamare, apre alla libertà di scegliere di tornare a Gerusalemme come testimoni di un incontro. Anche il modo di esercitare leadership di papa Francesco ci dona una testimonianza di questo con il suo stile di vicinanza alle persone e al tempo stesso di profezia.

La dinamica dell’accompagnare intesa come “spezzare insieme il pane” (cfr. Documento finale n. 92) è sommamente importante per comprendere che l’accompagnamento non è solo premessa all’annuncio, ma è lo stile dell’annuncio in quanto tale: in questo senso metodo (accompagnamento) e verità (del Vangelo) divengono una cosa sola e appaiono non distinti e non confusi.

L’articolazione di accompagnamento e annuncio oggi

  • Richiede un nostro modo di essere chiesa e di camminare come comunità; non si tratta di un impegno individuale. Anche la nostra vita religiosa invece è affetta dal virus dell’individualismo e dell’autosufficienza, che indebolisce la testimonianza
  • Sarebbe bene realizzarla in una prospettiva di reciprocità, come Chiesa che accompagna e, allo stesso tempo che si lascia accompagnare; come Chiesa che annuncia e, allo stesso tempo, che riceve una parola nuova e scopre nuove dimensioni del Vangelo. L’accompagnamento e l’annuncio sono modi di essere Chiesa in dialogo e in conversazione. Questo porta a chiederci quali sono “i cinque pani di pane e due pesci” (Gv 6,1-15) che possono essere ricevuti dai giovani e da far fruttificare ponendoli nelle mani di Gesù?
  • Difficoltà e domande

Sull’accompagnamento

  • Molti sono disponibili ad accompagnare ma poco disponibili ad essere accompagnati: farsi accompagnare è molto più impegnativo e richiede maggiore disponibilità a mettersi in gioco che accompagnare
  • La comunità è il primo soggetto dell’accompagnamento, come si legge nel Documento finale al n. 92. Tuttavia, applicando tale definizione alle nostre comunità religiose, ci rendiamo conto della loro povertà e, spesso, incapacità di accompagnare
  • Se è vero che la preghiera, la fraternità e il servizio ai poveri sono le esperienze che facilitano il discernimento vocazionale, ci chiediamo fino a che punto le nostre comunità siano in grado di offrire a un giovane questo tipo di esperienze
  • Stiamo attenti a non ridurre l’accompagnamento a qualcosa riservata a pochi, di élite
  • È importante uscire dalla prospettiva dell’accompagnamento in vista di “reclutare”: Gesù chiama alla libertà e alla responsabilità. Per questo è importante contemplare il suo modo di incontrare i giovani e di chiamarli
  • In che modo accompagniamo e formiamo veramente i giovani ad assumere responsabilità sociali e politiche, perché esercitino la loro vocazione profetica nella società? In che modo li accompagniamo nel loro ingresso nel mondo del lavoro?
  • È importante che l’accompagnatore sia a sua volta accompagnato

Sulle istituzioni educative

  • Molte delle nostre congregazioni sono impegnate nel campo dell’educazione: qual è la fecondità dei nostri itinerari formativi? Lo stesso vale per i percorsi catechistici di preparazione dei sacramenti: come strutturano e promuovono una vita cristiana adulta? La fecondità non può essere misurata solo in base alla pratica (numero di persone nelle nostre chiese, nelle nostre scuole) perché credere che la vita può avere altre espressioni
  • Le nostre istituzioni educative sono veramente scuole di discepolato? Sono veramente comunità formative?
  • Perché dalle istituzioni educative vengono poche vocazioni alle nostre Congregazioni
  • I nostri programmi di pastorale (almeno negli Stati Uniti) si concentrano su giovani disponibili ma che a volte allontanano i loro coetanei. Quale formazione offriamo loro ad ascoltare e accompagnare altri giovani che possono trovarsi ai margini della Chiesa istituzionale?
  • Come formare in maniera creativa strutture di accompagnamento e spazi di pastorale aperti? Come coinvolgere in questo il protagonismo dei giovani?
  • Impegnarsi nelle scuole implica anche accompagnare le famiglie. Come lo stiamo realizzando?

Formazione e accompagnamento

  • La formazione per un vero accompagnamento deve essere parte integrante del nostro processo formativo nelle nostre case di formazione
  • La presenza di giovani laici e laiche nelle nostre équipe formative è molto importante per cambiare gli atteggiamenti.
  • È necessaria una seria formazione sul tema dell’accompagnamento. Di che tipo di formazione permanente abbiamo bisogno, i nostri responsabili e anche noi come Superiori maggiori? E i formatori e i direttori spirituali?
  • Come assicurare nelle comunità un’adeguata formazione permanente e un accompagnamento. Non solo nei giovani religiosi adulti, ma in tutti loro
  • In che modo sviluppare cammini di formazione delle coscienze, l’interiorità più profonda di ciascuno, in cui la persona fa esperienza della propria libertà, della responsabilità che ne consegue e anche della Trascendenza che la abita?
  • In che modo mettere in pratica le osservazioni del Documento Finale del Sinodo e proporre una formazione congiunta tra religiosi e laici in particolar modo riguardo alla leadership e all’accompagnamento?
  • Quali dovrebbero essere le priorità fondamentali di un’équipe generale nella sua missione di accompagnamento? Come dovrebbe essere accompagnata l’équipe generale?
  • In che modo l’incontro con i giovani “converte” le nostre modalità di accompagnamento?
  • In cosa le nostre comunità sono chiamate a convertirsi perché siano disponibili e preparate ad accogliere e accompagnare i nostri giovani (comunità formative)?
  1. La vita come vocazione e le diverse vocazioni

Il tema vocazionale ha bisogno di studio e approfondimento. Il cammino sinodale lo ha incrociato fin dall’inizio e lo ha approfondito da vari punti di vista. È stato ritenuto centrale, generativo, decisivo, trasversale. Ha diversi soggetti e destinatari, eventi e processi, accompagnamento e discernimento. Necessita di conversioni di cuore, mente e mani.

È un tema, quello vocazionale, intricato ma non complicato, integrale ma da integrare, decisivo ma non ancora incisivo. Che in genere nell’immaginario ecclesiale è pensato e vissuto in ottica molto “reclutativa” e poco “generativa”. È un poliedro con tante sfaccettature, di cui segnaliamo le più importanti:

  • Dimensione creativa: la vita come vocazione, che riguarda tutti e tutto
  • Dimensione battesimale: la piattaforma di base, che chiama tutti alla santità
  • Dimensione cristologica: il fascino di Gesù e la dinamica dell’amicizia con Cristo, che ama e chiama
  • Dimensione ecclesiale: il discernimento sulla vocazione e missione della Chiesa oggi
  • Dimensione sinfonica: le diverse vocazioni, che solo insieme mostrano quel poliedro sinfonico a cui dobbiamo riferirci, nella logica di un corpo con molte membra interdipendenti
  • Dimensione pastorale: la cultura vocazionale, l’animazione vocazionale di tutta la pastorale
  • Dimensione pedagogica: l’accompagnamento vocazionale di ambiente, di gruppo, e personale
  • Dimensione spirituale: il discernimento vocazionale come cammino nello Spirito del Signore

 

  • Intuizioni

È emersa la convinzione che è nella vocazione della Chiesa che prendono forma tutte le vocazioni specifiche. I giovani durante l’Assemblea sinodale hanno aiutato la Chiesa a prendere coscienza della sua vocazione materna. C’è un accompagnamento reciproco tra giovani e Chiesa: il bambino insegna ai genitori a diventare genitori, è lui che insegna questo con la sua presenza, la sua parola e le sue fragilità!

Questa Chiesa è chiamata ad essere sinodale e solidale con il mondo: la sinodalità come mistica e profezia di comunione è il modo/segno di essere della Chiesa nel mondo. Ora, è impossibile essere con il mondo senza essere feriti da ciò che ferisce il mondo e rallegrarsi di ciò che rallegra il mondo: la fragilità è un elemento comune tra la condizione della Chiesa nel suo insieme e quello dei giovani. Si può partire da questa base comune e condivisa per conversare.

La vita consacrata fa leva in maniera del tutto speciale sul fascino di Gesù (cfr. il Documento finale nn. 50 e 81). Essa è definita nel n 88 del Documento finale come “testimonianza gioiosa della gratuità dell’amore” e trova nella vita contemplativa (e femminile) un punto di riferimento importante da non mettere in secondo piano. Certamente la dimensione contemplativa della vita consacrata – che fa leva sul valore del silenzio, sulla bellezza della liturgia e sulla potenza della preghiera – affascina i giovani immersi nel mondo rumoroso e mediatico.

  • Criticità

Certamente la parola vocazione gode di cattiva fama tra i giovani: bisogna però riscattarla più che abbandonarla.

Sentirsi amati da Dio, questo è essenziale. Se non c’è stata questa esperienza tutto poi diventa problema:

  • Vocazione: esponiamo noi stessi all’amore alla radicalità, progressiva penetrazione dello Spirito Santo in noi (Rm 5,5). Cammino per vincere le resistenze che ci vengono da tante direzioni
  • L’amore si realizza in modo pasquale: la persona consuma se stesso, chi ama brucia: Gesù dalla croce dice: tu sei più importante di me, io sono pronto a dare la vita per te

Ci sono diversità ecclesiali molto grandi: Chiese aperte oppure ripiegate, più missionarie oppure più conservative, manageriali o burocratiche, segnate dagli scandali, con poca speranza o con grande entusiasmo, con molti giovani o con pochissimi giovani. Al Sinodo sono molto risuonate le diversità culturali e contestuali, un po’ meno le diverse sensibilità ecclesiali.

Sono anche emersi dei rischi sulla comprensione della sinodalità: non tener conto i diversi modi di sinodalità già esistenti (pensiamo alle diverse tradizioni dei nostri Istituti), dimenticare questioni importanti sulla reciprocità delle vocazioni nella Chiesa, pensare alla sinodalità come ad una deriva democratica…

La sfida della trasmissione della fede oggi, soprattutto nelle società secolarizzate, è forte. I giovani del nord del mondo vivono l’indifferenza e la lontananza da Dio, per loro è insignificante. A volte noi proponiamo un deismo etico e terapeutico: una proposta inodore, incolore, insapore che insegue una proposta di benessere psicofisico e di felicità mondana. Ci vuole una pedagogia profetica e interpellante, una proposta graffiante e provocatoria che faccia la differenza: solo in questo modo la secolarizzazione può essere un’opportunità per risvegliare la fede e la libertà, offrendo una vita e una proposta convincente ai giovani. Effettivamente la dinamica vocazionale risponde alla domanda sul come nutrire la libertà.

Per la vita consacrata il rapporto tra carisma e funzione è decisivo: è importante saper distinguere e integrare le due dinamiche, sapendo che la vita consacrata è il segno della gratuità dell’amore. Nasce quindi la domanda: come liberarsi da un “funzionalismo” che impedisce di tornare alla fonte della generosità e della gratuità? È necessario presentare il carisma per il suo valore essenziale, che non è mai funzionale, ma segno di un primato dell’amore. A volte ci si chiede se abbiamo ancora fiducia nella potenza trasformante del Vangelo.

È emerso nella discussione il fenomeno dei religiosi che abbandonano la vita religiosa per la vita diocesana. Che cosa è successo nel loro percorso e che formazione abbiamo fatto? La domanda diviene forte: si può essere religiosi senza avere una “funzione”, cioè in forma gratuita e disinteressata? Sono domande molto importanti, soprattutto dove la polarizzazione clericale è forte. In alcune parti è in atto una certa “diocesanizzazione” della vita consacrata maschile, dove la carriera, il potere, la ricerca di prestigio a volte giocano un ruolo decisivo.

  • Spunti operativi

Su che cosa fare forza per rafforzare la pastorale vocazionale?

  • Presentazione entusiasmante della nostra vocazione, come pienezza di vita nell’amore
  • Il legame forte tra accompagnamento comunitario e personale è centrale in questo percorso
  • La testimonianza di essenzialità è forte per il richiamo vocazionale
  • Il tema della comunità di fede come famiglia a cui i giovani siano parte
  • Accompagnamento come condizione del discernimento

Come impostare una cultura vocazionale: da dove partire?

  • Pastorale vocazionale significa andare in quel luogo dell’essere umano dove egli cerca la verità
  • Prendere sul serio la ricerca della verità dei giovani
  • Raggiungere ogni persona nella sua capacità metafisica nel credere alla verità
  • La pastorale vocazionale deve partire e arrivare alla verità della vita
  • Anche attraverso un primo annuncio chiaro e forte
  • Attraverso esperienze di tipo catecumenale

Abbiamo il coraggio di tentare qualcosa di nuovo?

  • A volte c’è un muro di fronte al desiderio di fare qualcosa di diverso
  • Ma, per dirlo chiaramente, che cosa abbiamo da perdere?
  • A volte siamo contraddittori: sappiamo che così non va bene, ma lo facciamo andare bene
  • Siamo chiamati, come i nostri fondatori, a tentare l’impossibile

Due proposte “istituzionali”:

  • Più vicinanza tra USG e Congregazione per i religiosi: in questi anni non si è sentita molta vicinanza
  • Più collaborazione e condivisione con la vita consacrata femminile, che rappresenta anche numericamente la maggioranza dei consacrati
  1. UNA CHIESA PER E CON I GIOVANI

Il Documento finale del Sinodo ha molte indicazioni su questo tema.

Tutto il quarto capitolo della prima parte fa leva (nn. 45-57) su alcuni caratteri dei giovani oggi, dove è evidente la volontà di protagonismo e di sentirsi parte della vita della Chiesa

L’immagine di Giovanni e Pietro al n. 66 è molto forte e dice che i giovani anticipano i pastori e aprono vie nuove.

L’immagine della Maddalena al n. 115 è entusiasmante in merito al fatto che i giovani sono chiamati a portare il primo annuncio ai pastori!

Alcuni paragrafi centrali del primo capitolo della terza parte sono decisivi al riguardo dell’impostazione dell’intero documento circa il protagonismo, la presenza dei giovani all’interno di una Chiesa che prende sul serio la sinodalità (cfr. nn. 116,118,119-124), insieme ad altri numeri interessanti di indubbio interesse (137,160-161).

  • Novità

Il passare dal “fare per i giovani” al “fare con i giovani” ha toccato molti. È il tema della sinodalità missionaria. Questo punto è stato sollevato molte volte al Sinodo.

Dobbiamo essere convinti che i giovani sono qui e adesso: sono il presente del mondo e della Chiesa: “I giovani sono nel cuore della Chiesa e nel cuore di Dio” (n. 117). Il racconto di Emmaus mostra come Gesù entra nella loro notte della nostra vita senza paura di perdersi.

Il Sinodo è stato un grande appello a guardare, contemplare e trovarsi tra i giovani in modo diverso. È stato forte l’appello a considerarli un “luogo teologico”, cioè una realtà da cui partono autentici appelli di Dio per la sua Chiesa. L’esperienza del Sinodo è stata comunione e simpatia, che ci ha invitato ad avere uno sguardo e un approccio diverso con le giovani generazioni: non indottrinare, insegnare, essere maestri; ma camminare con i giovani, condividere le nostre fatiche, condividere le nostre gioie. Non è uno slogan: un cambio di atteggiamento reale!

È necessario soffermarsi sul positivo nella Chiesa: il Sinodo ha voluto fare questo, non nascondendo le criticità: nella realtà dei fatti il paragone tra il bene che si fa e il male che si fa è enorme. Il bene che facciamo è tanto e passa sotto silenzio.

  • Criticità

All’interno delle nostre Congregazioni non sempre le “alleanze intergenerazionali” funzionano. Come accompagnarci nella nostra vita? Quali modalità relazionali sono più adeguate? È comunque evidente che l’accompagnamento è della comunità e nella comunità.

Qualcuno intravede il rischio di perderci con tanti temi uno dopo l’altro: la famiglia, i giovani, ecc… Dipende da noi come affrontiamo le cose: bisogna entrare in una prospettiva sistemica, dove famiglia e giovani sono due soggetti fragili che vanno accompagnati insieme. Dal punto di vista concreto, il pontificato di Francesco ha al centro Evangelii gaudium come “sole” intorno a cui ci sono vari pianeti (Laudato sì’, Amoris laetitia, il Sinodo dei giovani, ecc…).

Una criticità da affrontare è il legame tra formazione e missione. La formazione del consacrato per i giovani di oggi e di domani è decisiva. Siamo preoccupati del profilo del consacrato, perché a volte nelle giovani generazioni che si affacciano alla vita consacrata ci sono delle criticità che vanno affrontate: clericalismo pericoloso; ricerca del potere; incapacità di condividere la missione; incapacità di prossimità reale; vagabondaggio spirituale; carrierismo. Bisogna ripensare con coraggio il profilo del consacrato oggi.

  • Spunti operativi

La vita consacrata è chiamata ad avere un ruolo profetico per il mondo verso ogni tipo di abuso e di ogni tipo di vulnerabilità:

  • Coloro che hanno ricevuto di meno dalla vita e coloro che sono segnati dalla sofferenza dovrebbero trovare casa nel servizio della vita consacrata
  • Pensiamo solo ai giovani migranti, di cui si è parlato tanto al Sinodo
  • Il Sinodo ci chiede di scegliere i più poveri e gli ultimi
  • Questa è la profezia principale in un mondo tendenzialmente dominato da una “cultura dello scarto” nella gestione delle cose e del pianeta, e che quando va alle persone in questo modo diventa facilmente una “cultura dell’abuso”.

Il n. 161 del Documento finale ci interpella come consacrati nell’offrire un’esperienza di qualità di fraternità, servizio e spiritualità:

  • Bisogna che la vita consacrata faccia delle proposte pilota in questa direzione, per formare adulti nella fede
  • Se noi non faremo nulla, la Chiesa nel suo insieme faticherà a mettersi in movimento
  • Possiamo essere una forza creativa e profetica in questa direzione
  • Il “gap year” è in molti contesti già importante: che cosa proponiamo?

Il legame tra servizio e discernimento è stato ben chiarito sia nel cammino di preparazione che durante l’assemblea sinodale:

  • Il volontariato in tante forme è divenuto parte della cultura giovanile: come ci inseriamo in questo?
  • Ci sono esperienze di volontariato internazionale: noi abbiamo Istituti mondiali, cosa facciamo? Anche qui si tratta di essere creativi e innovativi: i giovani sono disponibili
  • L’idea che i giovani siano i più efficaci evangelizzatori di altri giovani è emersa varie volte al Sinodo

Padre Giacomo Costa sj

costa.g@aggiornamentisociali.it

Don Rossano Sala sdb

sala@unisal.it