Credere con il cuore e con la mente

Domenico Cravero

Che rapporto hanno le nuove generazioni con la dimensione religiosa? Come si stanno modificando i due indicatori dell’appartenenza e della pratica di fede?
Continuando la riflessione sui dati raccolti dal Rapporto Giovani 2013, nel volume La condizione giovanile in Italia e presentato nel numero precedente della rivista, osserviamo che la percentuale di chi frequenta i riti religiosi almeno una volta alla settimana si aggira sul 15%, senza sostanziali variazione tra il Sud e il Nord dell’Italia. Se consideriamo però i praticanti tra i giovani che si dicono cattolici, troviamo che sono più assidui quelli del Nord-Est (dove essi sono meno numerosi: il 45,5% vs la media italiana del 55,9%) più che al Sud (rispettivamente il 29,1% vs il 21,9%).
Dove l’appartenenza è più rarefatta, aumenta la consapevolezza e la frequenza al culto di chi afferma di credere. Tra i praticanti settimanali, inoltre, prevale chi ha un titolo di studio medio alto (17%) in confronto a chi possiede una scolarità medio-bassa (13%). Chi ha la possibilità di compiere un percorso formativo più lungo è incoraggiato e favorito nel suo percorso di fede. La perdita dello status sociale di studente, invece, porta un distacco più rapido dall’ambiente religioso.
La partecipazione liturgica presuppone quindi, in modo evidente, sia la consapevolezza della fede, sia l’approfondimento dei suoi significati: l’adesione del cuore e della mente.
La categoria dei “non credenti” sembra rimandare, nell’insieme dei dati, non tanto a una dichiarazione ideologica di ateismo, quanto piuttosto a un’insufficiente consapevolezza o adesione alle verità di fede. La rimozione della domanda di senso, prodotta dalla società materialista e dagli stili di vita all’insegna della gratificazione istantanea, banalizza la vita riducendola a un’esistenza senza scopo e senza passione. La dimensione del mistero conferisce, invece, pienezza alla persona; la libera dalla tirannia del capriccio e del soggettivismo, la rende più recettiva e meno individualista. Per questo continua a interrogare anche i giovani di oggi. La sovrabbondanza delle possibilità che la società del benessere offre, se per alcuni versi appiattisce la vita degli individui e li adegua a standard di vita materiale, per altri li stimola e li obbliga alla riflessione, necessaria per compiere le scelte tra opportunità sempre più numerose e variegate. La domanda religiosa perdura ma richiede percorsi molto più attenti, pazienti e aperti.

Quali attenzioni per la pastorale?

La pastorale parrocchiale deve però dimostrare un’attenzione particolare alle nuove sensibilità degli adolescenti, se vuole facilitare la loro appropriazione delle ritualità e l’incontro con una comunità che celebra i misteri della fede.
La ritualità astratta, senza intima partecipazione e spontaneità, che nega il vissuto delle emozioni, non può che avere esiti negativi sia sul versante dell’accoglienza degli adolescenti che nella crescita della loro personalità individuale. Più ancora: se la religiosità e la sua dimensione di mistero non diventano esperienze dirette, ma sono proposte in forme dottrinali incomprensibili e in ritualità spente e coercitive della corporeità, si favorisce lo sviluppo di personalità incapaci di entrare in rapporto con il proprio mondo emotivo, di comunicare con se stessi e con gli altri.
Bambini e giovani, adulti e anziani hanno una propria specifica sensibilità, spesso differente e, a tratti, contrapposta, verso riti, simboli, gesti e celebrazioni; tuttavia quando i simboli non dicono, ben difficilmente la fede può essere espressa in termini vitali.
Una ricerca condotta dallo scrivente sul territorio della regione piemontese [1], ha fatto emergere come “l’emozione, il visibile trasporto, l’intima gratificazione per la partecipazione ai riti cattolici” sono quasi una rarità (25%) per chi frequenta le celebrazioni liturgiche. In particolare sembra quasi escluderlo il mondo dei giovani (11,9%). In numerose risposte al questionario, somministrato ai partecipanti alla messa domenicale, i giovani credenti e praticanti pongono una chiara richiesta di aiuto per entrare più facilmente nel tempo celebrativo. Senza percorsi formativi flessibili e graduali i giovani non riescono a cogliere l’importanza e soprattutto il senso di quei riti e di quei gesti che la tradizione consegna loro. Questi rischiano così di apparire vuoti e di essere rifiutati perché vissuti come ritualistici e ostentati. La fede è un percorso che ha bisogno continuamente di sostegno e di conferme: si crede o si perde la fede anche a causa di chi si frequenta e si conosce, anche a causa delle emozioni che si vivono quando si partecipa alle celebrazioni liturgiche. Il tipo di chiesa cui si partecipa, l’incontro di testimoni autentici e convincenti, l’influsso di “controtestimoni” non sono esperienze secondarie.
Credere vuol dire pronunciarsi e i giovani fanno fatica a scegliere oggi, nel ventaglio senza fine di proposte e di emozioni in cui è difficile orientarsi.
L’adolescente, d’altronde, non accetta più determinate formule di preghiera o altre pratiche religiose se le sente imposte, perché si avvia ad una religiosità più soggettiva e personale. Constata, spesso, che senza pratica “si vive lo stesso”. Altre volte, invece, il rifiuto dell’educazione religiosa ricevuta è solo una forma di contestazione e di differenziazione dai genitori, magari per far posto a interessi più immediati: la moda, lo sport, lo spettacolo e l’evasione in genere. La ricerca di una nuova spiritualità, di valori forti, di surrogati paterni, in altre situazioni ancora, lo espone alla forza carismatica di ideologie o gruppi chiusi.
La domanda religiosa permane nei giovani ma si caratterizza sempre più come materia di scelta personale.
L’osservanza religiosa non è più considerata un vincolo ma diventa oggetto di preferenza. L’individualismo della società complessa e pluralistica, d’altra parte, non solo favorisce percorsi religiosi più autonomi, ma tratta l’adesione di fede come un fatto privato, attribuendo scarsa importanza alle manifestazioni comunitarie e pubbliche e alla ricaduta della professione di fede sulle scelte di vita.
Non mancano però, nelle nostre parrocchie e oratori, nuove forme di vita comunitaria in cui la Chiesa è percepita come luogo di relazioni umane autentiche e come esperienze in cui si percepisce il mistero di Dio. Autentiche testimonianze di fede continuano a orientare all’incontro con Cristo nella concretezza della vita.
Significativamente D. Hervieu-Léger nel suo volume Il pellegrino e il convertito, affrontando i cambiamenti profondi della pratica religiosa nella nebulosa di credenze di oggi, esamina due situazioni, il movimento di Taizé e le Giornate Mondiali della Gioventù, dove sono gli adolescenti e i giovani a interpretare e incarnare i nuovi modelli di religiosità.
NOTA

[1] D. Cravero (a cura di), La riforma liturgica in Piemonte, Effatà 2007