Chi “cerca” trova? Quando l’incontro ti cambia la vita!

Salvatore Ricci

Perché non ricordare proprio coloro che per primi fecero quest’esperienza?
«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui» (Mc 1,16-20).
Nel suo stile essenziale l’Evangelista Marco certamente non vuole fare una cronaca dei fatti, ma sottolineare la prontezza con cui quei pescatori seguirono il Maestro.
Qualche giorno fa durante un incontro, proprio quest’icona evangelica, che spesso viene proposta ai giovani come modello della vocazione, suscitò in Alberto una domanda che in tanti si stavano ponendo: “ma perché ad una ‘semplice’ chiamata segue una risposta immediata?”.
Una domanda per nulla scontata! Cosa infatti li ha spinti a lasciare le proprie certezze e a seguire uno Sconosciuto? La sua iniziale, ma crescente popolarità? Non credo, perché ben poco si sapeva di Lui. La promessa allettante di un futuro florido e il riscatto di una nuova posizione sociale? Neanche, in fondo, restando “pescatori”, si trattava semplicemente di cambiare “datore di lavoro”.
Sono pronti a seguirlo perché hanno trovato Colui che non hanno cercato. Non sono schiavi di un’idea. La memoria dei loro padri, le parole dei profeti hanno motivato la speranza di una salvezza ormai vicina, la certezza che YHWH verrà incontro al suo popolo, ma non hanno creato in loro l’identikit dell’atteso Messia. Non hanno perso tempo a cercare ciò che la loro mente aveva costruito e aspettava, ma hanno trovato ciò che il loro cuore desiderava. Trovare e non “cercare”… così come si legge nel testo di Herman Hesse, Siddharta.

“Sono vecchio, sì” disse Govinda “ma di cercare non ho mai tralasciato. E mai cesserò, questo mi sembra il mio destino. Ma tu pure hai cercato così mi pare. Vuoi dirmi una parola, o degnissimo?”.
Rispose Siddharta: “Che dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo, che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare?”.
“Come dunque?” chiese Govinda.
“Quando qualcuno cerca…” rispose Siddharta “allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla, in sé, perché pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Ma trovare significa: esser libero, restare aperto, non avere scopo. Tu, venerabile, sei forse uno che cerca, poiché, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi”.
“Non capisco ancora completamente” pregò Govinda. “Cosa intendi dire con ciò”.
Parlò Siddharta: “Un tempo, o venerabile, tanti anni fa, tu passasti già un’altra volta presso questo fiume, e vi trovasti un uomo addormentato, e ti sedesti accanto a lui per proteggerne il sonno. Ma quell’uomo che dormiva, o Govinda, tu non l’hai riconosciuto”.
“Tu sei Siddharta?” chiese timidamente. “Anche questa volta non t’avrei riconosciuto!” .

Tanti sono i giovani, che come Alberto, pur cercando non riconoscono Colui che incrocia la loro strada. Seppur abbracciati dal Mistero, non riescono a colmare la loro sete di Infinito perché prigionieri delle proprie idee su Dio, delle proprie aspettative. Cercano sì, ma senza trovare.
Accompagnare i giovani in cammino alla sorgente dell’Acqua Viva è aiutarli a vedere oltre i propri schemi umani, per ascoltare il cuore. Insegnare loro ad avere fiducia nel Dio imprevedibile per aiutarli a saperlo riconoscere e trovarlo ovunque perché il Dio Onnipotente, che dà forma a tutte le cose, non posso cercarlo nelle mie logiche deduzioni, ma posso trovarlo al di là di ogni prevedibile forma umana.
Ecco perché in un tempo in cui noi adulti ci sentiamo più sicuri solo se riusciamo a tenere tutto sotto controllo, dobbiamo sentire la responsabilità di educare le nuove generazioni a non aver paura dell’imprevedibile agire divino.
Non posso riconoscere Dio solo a partire da quello che penso di sapere sul suo conto. Non posso amare una persona solo perché ho idea di cosa sia l’amore, ma troverò l’amore quando smetterò di cercarlo.
Cercare ciò che si crede di sapere rende miopi e incapaci di guardare al di là del proprio naso, del proprio mondo. Il desiderio di viaggiare non nasce dal “già noto”, ma dal voler conoscere il nuovo, il diverso oltre il proprio uscio e dallo spirito di avventura, per trovare e scoprire nuove terre.
Da quel giorno Alberto forse ha smesso di cercare… Da quel giorno Alberto ha iniziato il suo cammino, il suo vero viaggio.