Società, casa comune

Paola Bignardi

Il tema dell’educazione alla socialità come dimensione della formazione cristiana è urgente e difficile al tempo stesso. I laici – giovani e adulti – oggi faticano a comprendere il valore di questa responsabilità e a integrarla nel loro percorso di vita spirituale. Anche i credenti sono vittime dell’individualismo oggi imperante e stentano ad accettare come essenziali quei legami che li rendono parte di una comunità umana alla quale sentirsi appartenenti e di cui sentirsi partecipi e responsabili. La diffidenza verso le istituzioni fa sì che la maggior parte delle persone senta quasi come una controparte tutto ciò che è pubblico e che riguarda tutti. Inoltre la mobilità che caratterizza in forme diverse il mondo giovanile e anche quello adulto fa sì che la percezione dei legami che fanno sentire comunità sia più debole e poco significativa. Debole appartenenza genera scarsa partecipazione e fragile responsabilità. Eppure i cristiani sanno che Dio ci salva come popolo, dove l’essere popolo non riguarda solo la comunità dei credenti in Lui ma coinvolge ogni donna e ogni uomo. I legami che tengono insieme una comunità sono universali e passano da Dio, come ci ricorda il Concilio dove si legge che Dio “ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli” . In questa prospettiva, la società appare veramente come una casa comune, nella quale tutte le donne e gli uomini devono poter vivere secondo la dignità del loro essere figli di Dio riconoscendosi tra loro come fratelli.
Alla luce di queste considerazioni si tratta di capire con quali convinzioni e con quali atteggiamenti i cristiani di oggi sono chiamati a porsi di fronte alla società di cui sono parte.

La parola del Concilio

Nel magistero della Chiesa tra fine ‘800 e ‘900 è andata aumentando l’attenzione per i temi sociali, a indicare una sensibilità crescente verso la percezione della dimensione di popolo della Chiesa stessa e della responsabilità dei cristiani verso il lavoro, i rapporti sociali, la pace, lo sviluppo… Si può dire che nel Concilio questo percorso ho trovato il suo culmine e al tempo stesso un ordine, su cui nel tempo si sono innestati approfondimenti e nuovi aspetti, legati all’evoluzione della società e ai cambiamenti in corso. Nella Gaudium et Spes si può dire che si possono trovare i riferimenti essenziali – e ancora attuali – per impostare una riflessione e un percorso formativo riguardante il rapporto tra il cristiano e la società. Il Concilio ci ricorda che “la persona umana di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale” . Essa è costruita dalle persone che ne fanno parte e che contribuiscono a darle forma, a strutturarla, a orientarla secondo principi, valori e fini che sono frutto di scelta.
Due sono i cardini di una visione cristiana della società: la dignità di ogni persona e il senso del bene comune. Come afferma il Concilio, la persona umana “è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali” (GS 25). Ciò significa che tutte le organizzazioni e le istituzioni devono essere a servizio della persona e che, secondo la coscienza cristiana, niente può essere compiuto contro o ai danni della persona; nulla e nessuno deve asservirla ai propri scopi. Proprio per questo, il vivere insieme acquista valore e ordine in ragione del proprio essere in funzione di ciascuna persona e di tutte le persone nel loro insieme. Vi è un bene comune a tutti che è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente. (…) L’ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso” (GS 26).
Si tratta di principi che i successivi documenti della Chiesa hanno approfondito e sviluppato in maniera ampia e ricchissima.

Dalla teoria alla pratica

Se è relativamente facile sviluppare in astratto i fondamenti del rapporto tra il cristiano e la società, non lo è altrettanto la loro declinazione pratica: la vita di tutti i giorni non ha la linearità logica e morale dei principi ma ha una complessità che sfida la responsabilità e la capacità di discernimento della coscienza cristiana. L’ambito della politica e del lavoro in particolare sono quelli che mettono più alla prova i cristiani e spesso fanno sperimentare un profondo e pericoloso senso di impotenza. Per questo, più che riflettere in astratto, è meglio guardare all’esperienza di grandi testimoni, non per riprodurre il loro modo di fare – è troppo diverso il contesto nel quale si sono mossi rispetto al nostro – ma per trovare ispirazione dalla loro esperienza e soprattutto dal loro stile di vita cristiana declinato nell’ambito delle responsabilità pubbliche. La storia del nostro Paese è ricca di figure di laici cristiani che hanno fatto del servizio al bene comune la naturale espressione del loro cammino di santità. Basti pensare a G. La Pira, a G. Lazzati, a V. Bachelet, ad A. De Gasperi, ad A. Moro, a G. Dossetti… figure emergenti di un vasto movimento che ha avuto tanti testimoni anonimi, impegnati con lo stesso stile di impegno e di servizio al bene comune. Tra questi vorrei citare un giovane: Alberto Marvelli, testimone della possibilità di essere da giovani a servizio qualificato ed esemplare della propria città. Ingegnere riminese morto il 5 ottobre 1946 in un incidente stradale all’età di 28 anni, si ricorda il suo servizio di sostegno agli sfollati sul finire della seconda guerra mondiale e poi la partecipazione in prima persona alle vicende politiche del dopoguerra attraverso la politica che egli definì: il “campo di una carità più vasta”. Alberto Marvelli non si sottrasse al coinvolgimento diretto e all’impegno personale nelle questioni sociali del proprio tempo, segnato dal rischio e da tensioni sociali laceranti.
Ha alimentato di Eucaristia la sua carità. E quando riceveva l’Eucaristia, Alberto sembrava estraniarsi da tutto, completamente preso dal suo colloquio con il Signore. Quello che riceveva e donava attraverso l’Eucaristia era un amore capace di trasformare la città e di generare amore, come dimostra lo stile del suo impegno civile e politico, in cui c’era posto per i poveri prima di tutto e c’era uno stile di dialogo fraterno che lo ha fatto apprezzare e stimare da tutti, anche dagli avversari politici. Sulla porta del suo ufficio di assessore aveva collocato un cartello con la scritta: “I poveri hanno la precedenza”. Il 5 settembre 2004 Papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato beato.
Che cosa ha caratterizzato l’impegno sociale e politico di Marvelli e di quei laici cristiani che hanno vissuto con lo stesso spirito?
Il primo tratto della loro testimonianza sta nella parola servizio. Essi hanno messo la loro vita, il loro tempo, le loro energie fisiche e intellettuali a servizio della città di tutti, consapevoli che la causa dell’uomo è quella del Signore Gesù che per ogni uomo, senza distinzione, ha dato la vita. Servizio: parola grande che dice l’umile disponibilità del servo, a disposizione dell’altro, fino a sacrificare i propri interessi: quelli personali, quelli del proprio gruppo, quelli della propria parte. C’è un bene più grande che supera tutti e tutto: il bene comune, bene che tutti hanno in comune e che tutti sono chiamati a servire. La città è di tutti e quando in essa i poveri potranno sentirsi a casa loro, allora sarà veramente di tutti. Questa gratuità e questo rigore hanno caratterizzato il servizio dei grandi cristiani che hanno servito la città, come di tanti che anche oggi spesso nel nascondimento, senza salire agli onori né delle cronache né dei dibattiti politici, continuano a servire.
Ciò che rende autentico lo spirito di servizio è la capacità di pagare di persona: questo è il segno della gratuità pura; questo è il caso in cui ci si rende conto che il servizio è il sigillo della libertà: sa stare nella responsabilità in maniera gratuita solo chi è veramente libero da sé, dai propri interessi, dalla propria immagine…. I testimoni citati prima hanno un elemento comune: al centro della loro azione hanno posto i poveri, nei quali hanno servito Cristo e nei quali essi hanno compreso che si gioca la partita della storia. Perché fino a quando ci sarà una persona umiliata, sfruttata, lasciata soffrire nell’indifferenza, sia essa un disoccupato, un rifugiato, un clochard, un bambino solo… sarà impossibile la realizzazione di quel sogno che pensa un mondo in pace, in cui a tutti sia garantito di essere se stesso come persona umana.
Il servizio al bene comune richiede persone capaci di tenere insieme profezia e competenza; slancio ideale e concretezza; sogno e piedi per terra… cristiani audaci nel pensare e credere che le promesse più alte non sono illusioni; soprattutto cristiani che sono fortemente impegnati in ambito sociale non con buoni sentimenti, ma con il rigore della riflessione, dello studio, dell’applicazione delle conoscenze che le scienze mettono a disposizione; al tempo stesso, cristiani veri, allenati ad un modo così originale di pensare il vivere insieme che non possono uniformarsi al comune e diffuso sentire: penso al modo di vivere la democrazia e alla sfida di affrontare i conflitti che essa comporta con spirito fraterno; penso ai dibattiti pubblici e al rigore di entrare in essi senza personalismi, nella libertà del confronto delle idee; penso soprattutto al dovere di avere delle risposte per i poveri: quelli che vivono nella propria città e quelli che vivono nelle città di tutto il mondo.
Senza questa profezia, questo modo alternativo di comportarsi, i cristiani faranno mancare alla città il sale del Vangelo, che può dare un sapore nuovo al vivere insieme di tutti.

Bene comune, responsabilità di tutti

Qualcuno potrebbe pensare che queste testimonianze e queste riflessioni valgono per coloro che scelgono di dedicarsi in forma diretta e militante nella politica. Ma, fatte le debite proporzioni, questo spirito riguarda tutti, anche se poi ciascuno è chiamato a declinarlo in modo coerente con la propria concreta condizione di vita. A tutti è chiesto di guardare con interesse alla vita della propria città, di essere cittadino onesto pagando le tasse o il biglietto del treno, di sentirsi responsabile della vita dei poveri, di avere a cuore il futuro del pianeta non sprecandone le risorse… Come si vede, la responsabilità verso il bene comune chiama in causa tanti piccoli gesti quotidiani.
Essi chiedono coscienza civica, formazione vasta e sensibile, attitudine al dialogo sulle situazioni concrete della vita, dove i valori sono in gioco ma dove non è possibile applicarli in maniera meccanica: occorre allenarsi ad un discernimento che richiede cultura, capacità di solitudine e di rischio, alcuni cioè dei tratti che caratterizzano una vita cristiana laicale.
La formazione dei giovani ad una sana coscienza civica ha bisogno anche di un rapporto tra le generazioni rinnovato e fecondo. Il livello più naturale, ovvio e alla portata di ogni adulto è quello della testimonianza di un modo di vivere le responsabilità sociali maturo e responsabile. I più giovani devono poter vedere nello stile degli adulti il modo in cui i cristiani assumono la responsabilità verso il mondo: conversazioni, giudizi, scelte, atteggiamenti comunicano al di là delle parole. Ma gli adulti hanno anche la responsabilità di permettere ai più giovani di sperimentarsi nell’assunzione di quelle responsabilità sociali che sono un tirocinio fondamentale. Adulti capaci di fare un passo indietro non per sottrarsi all’impegno, ma per favorire l’ingresso dei giovani, continuando a stare loro accanto con la saggezza che hanno maturato nel tempo e che può diventare sapienza di vita che aiuta altri a crescere