Le virtù della laicità: responsabilità, competenza, autonomia

Paola Bignardi

Spesso si pensa alla virtù come a qualche cosa di rarefatto, di superato dai tempi, e che riguarda soprattutto i preti e suore. Eppure di virtù hanno parlato antichi pensatori “laici”; Socrate, Platone e Aristotele hanno dedicato a questo tema ampie riflessioni, e questo mostra che il tema della virtù ha una portata universale e non è legato ad un tempo ma alla natura dell’uomo stesso, quando sceglie di vivere secondo la sua identità più profonda.
Virtù può essere definita come la tensione al bene, per far emergere dai nostri comportamenti quotidiani il progetto originario di Dio, quell’immagine armoniosa e limpida di umanità che appartiene al primo giorno, quando Dio l’ha pensata secondo il suo cuore. Nel catechismo si legge che “la virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. Essa consente alla persona, non soltanto di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé. Con tutte le proprie energie sensibili e spirituali la persona virtuosa tende verso il bene; lo ricerca e lo sceglie in azioni concrete” (Catechismo Chiesa Cattolica, n. 1803).
In questa prospettiva allora la virtù riguarda tutti e assume sfumature concrete in base alle condizioni di vita, alla vocazione, alla situazione esistenziale di ciascuno. Dunque non si potrà identificare la persona e tanto meno il giovane virtuoso con quello che se ne sta con il collo storto e gli occhi bassi: virtuoso è quello che sa essere giovane di oggi, assumendo al tempo stesso comportamenti e stili evangelici con gli amici, a scuola, nel lavoro.
La struttura della vita laicale ha alcune caratteristiche spirituali tipiche, legate al rapporto del laico con le realtà secolari e al compito che gli è affidato da Dio: trasformare il mondo perché recuperi la bellezza delle origini, rinnovare la solidarietà delle donne e degli uomini, oltre che tra di loro, con il creato, con la società, con le istituzioni. Il Concilio richiama l’esigenza di rispettare e dare valore al carattere secolare dei laici cristiani, sia parlando della loro formazione (cfr Apostolicam Actuositatem, nn. 28-29.31) sia parlando della loro spiritualità, in un testo molto ricco e articolato, in cui si citano tra l’altro gli atteggiamenti interiori che devono caratterizzare la vita dei laici: “Tutti i laici facciano pure gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo: virtù senza le quali non ci può essere neanche una vera vita cristiana” (Apostolicam Actuositatem, n. 4). Colpisce in questo testo la concretezza delle indicazioni, fino a identificare quei tratti di comportamento che fanno stile, che sono aspetti raffinati e non scontati della relazione con gli altri e con il mondo.
Nella vita dei laici ritengo vi siano soprattutto tre virtù tipiche di cui si parla poco, perché non appartengono ai classici elenchi di virtù, e tuttavia costituiscono caratteristiche qualificanti di una vita laicale matura: autonomia, competenza, responsabilità. Perché ho scelto queste tre virtù? Perché riguardano il rapporto con le cose di questo mondo, con quella realtà secolare che spesso viene considerata estranea al cammino spirituale e che costituisce invece elemento qualificante della vita cristiana di un laico.

Autonomia

Se si supera quella mentalità un po’ rivendicativa che porta a desiderare o a pretendere di non dover sempre chiedere permesso, scusa, orientamenti e si leggono con attenzione le parole che il Concilio dedica al modo di agire dei laici in ambito secolare, ci si rende conto che l’autonomia offerta o chiesta è una prospettiva esigente e di grande valore.
C’è un grappolo di parole impegnative che si raccolgono attorno all’unica idea di autonomia: libertà, responsabilità, competenza.
Autonomia è rifiuto di ogni dipendenza ossequiosa e pigra, è assunzione di responsabilità; è capacità di stare dentro le proprie scelte in maniera motivata, coraggiosa, disposta anche al rischio.
Il Concilio ha affermato nella Lumen Gentium che “ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. E che “spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena” (Gaudium et Spes 43). Questo invito a mettere a frutto la propria competenza, a vivere una primaria responsabilità nei confronti delle realtà terrene e ad assumere iniziativa nell’attività umana percorre qua e là diversi documenti conciliari. Nella Lumen Gentium poi si legge: “assumano essi la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero” (Gaudium et Spes 43).
Ai pastori è rivolto l’invito all’ascolto, alla considerazione della competenza che i laici hanno in vari ambiti del sapere e dell’attività umana: “lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. (…) Rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre (Lumen Gentium 37).
Le indicazioni del magistero conciliare sull’autonomia dei laici sono state nel tempo diversamente interpretate e vissute.
Il laicato che si è dedicato soprattutto all’impegno pastorale ha avvertito la questione dell’autonomia come l’esigenza di vedere riconosciuto il valore dei propri punti di vista sui temi ecclesiali. La questione dell’autonomia ha preso la forma di un’esigenza di corresponsabilità pastorale.
Diversa e più difficile evoluzione ha avuto la storia di quei laici che hanno privilegiato la responsabilità negli ambiti secolari. Il loro rapporto con la Chiesa è più difficile e inquieto. Essi in genere vivono la loro testimonianza nel mondo cercando di essere attenti al magistero ed esercitando la responsabilità delle loro scelte nella libertà che talvolta è resa drammatica dalla solitudine della coscienza e dalla difficoltà di interpretare l’originalità del Vangelo entro la complessità delle responsabilità e delle scelte storiche.
Se l’autonomia è una virtù, ha bisogno di apprendimento, di esercizio, di disciplina per resistere alla tentazione di fare semplicemente di testa propria o, al contrario, a quella di chiedere sempre ad altri che cosa fare, delegando nella dipendenza orientamenti e decisioni.
Si educa un giovane ad essere autonomo sapendo dosare con saggezza proposta e libertà, indicazioni e responsabilità, con quella misura che è il carattere di ogni vero educatore.
Ma anche per gli adulti l’autonomia non può essere quella solitudine che assomiglia all’abbandono. Praticare in maniera virtuosa l’autonomia delle scelte richiede una continua azione formativa, l’ascesi che affina la libertà della coscienza, luoghi di discernimento in cui siano possibili dialogo e confronto, nella ricerca condivisa di ciò che è meglio.

Competenza

La competenza dal Concilio viene citata in rapporto alla professione, ma può riguardare ogni ambito di azione e di impegno del laico: quello dell’educazione, dell’impegno civile, della partecipazione ecclesiale: ogni dovere va assunto con competenza e va portato avanti con serietà.
Oggi il termine competenza ha assunto molti significati. Basti pensare all’uso che se ne fa nella scuola, soprattutto per la programmazione didattica. Il rischio è che essa venga presa in una prospettiva arrivistica e di autoaffermazione. A me piace pensare che per i cristiani la competenza sia la responsabilità di fare bene ciò che si deve fare, con passione e dedizione, come risposta ad una chiamata a continuare nel tempo l’azione creatrice di Dio.
E come Dio ha fatto bene ogni cosa, così coloro che hanno la missione e il privilegio di essere con-creatori con Dio sono chiamati a fare bene ogni cosa.
La competenza non può essere allora né atteggiamento che soddisfa l’ambizione personale né il perfezionismo, entrambi orientati al proprio io. Essa porta ad agire nel mondo nel modo migliore possibile, con uno stile che dichiara implicitamente la bontà e il valore di esso. Non comprendono il senso etico e spirituale della competenza quei cristiani che non concepiscono la grandezza creaturale del mondo e la sua natura di dono per ciascuno e per tutti.
Competenza dunque è il risultato di un impegno multiforme, nel quale convergono conoscenze, esperienze, dedizione. Si diventa competenti dove vi è la motivazione ad impegnarsi per essere all’altezza della missione di rendere migliore il mondo. Dunque essa non è frutto di una naturale bravura, ma esito di applicazione, disciplina, dedizione.
I giovani soprattutto devono essere educati ad entrare nella vita preparati e motivati a prendere sul serio le attività della loro esistenza quotidiana. La serietà con cui ciascuno affronta gli ambiti della propria responsabilità sono la porta d’ingresso ad una vita adulta matura, spiritualmente abilitata a quella testimonianza attraverso cui si fa vedere che cristiani si è.
Chiedere ai giovani ad esempio di studiare con impegno semplicemente per fare bene la propria parte nel mondo significa insegnare loro la responsabilità verso il mondo e dare loro una motivazione più esigente di quella dell’autoaffermazione, della riuscita scolastica, del successo nella carriera.

Responsabilità

È l’apprendistato verso la maturità, attraverso la capacità di rispondere di sé, dei compiti affidati, della possibilità di prendere parte da protagonisti in maniera affidabile della comunità familiare, scolastica, civile, ecclesiale di cui si è parte. Si apprende la responsabilità potendo essere protagonisti, in forme proporzionate alle proprie capacità; riconoscendo ai più giovani la possibilità di sbagliare e di ricominciare. Anche così si impara che non siamo chiamati a vivere per noi stessi ma per raggiungere scopi che vanno al di là di noi.
Il rapporto tra educazione e responsabilità è di grande attualità: c’è bisogno di aiutare le persone a divenire capaci di rispondere a se stessi e agli altri, a misurare le conseguenze delle proprie azioni, ad assumersele, a riflettere su di esse. Oggi si ha l’impressione che tanti giovani –ma anche non pochi adulti- si rendano conto della portata dei loro comportamenti solo dopo che li hanno realizzati, e si trovano di fronte alle conseguenze di azioni su cui non hanno riflettuto prima, che non hanno saputo accompagnare con la ragione e con la consapevolezza.
Un’esperienza fondamentale in questo senso è quella che passa attraverso la responsabilità stessa: si impara a rispondere di sé e delle proprie azioni quando ci si sente protagonisti di esse, incaricati di portare a termine qualche impegno: l’assunzione di responsabilità passa attraverso la fiducia ricevuta dagli adulti o comunque dalle persone che stanno vicino. L’essere ritenuti all’altezza di un compito aiuta a tirar fuori le energie migliori e la responsabilità ricevuta diviene atteggiamento che plasma il proprio rapporto con la realtà. Ma se per la paura che i più giovani sbaglino o si scontrino con le difficoltà si impedisce loro l’esperienza della fatica e del mettersi alla prova, essi non matureranno mai e non approderanno a questa caratteristica tipica della vita adulta. Gli atteggiamenti fortemente protettivi di oggi, sperimentati soprattutto in famiglia, tengono al riparo dal rischio di sbagliare e di fallire, ma non fanno crescere.
Qualcuno potrà obiettare che queste sono virtù richieste a tutti. Ai laici è chiesto di esercitarle nel rapporto che essi hanno con le cose, con gli impegni nel mondo. Nei rapporti con le realtà secolari queste virtù non sono opzionali: sono il banco di prova della serietà con cui si affronta la propria vocazione e dunque la propria vita cristiana.