La Parola e la vita

Paola Bignardi

La familiarità e l’interesse dei cristiani per la Parola di Dio è molto cresciuta dopo che il Concilio ha dedicato ad essa la sua prima e decisiva Costituzione, nella quale esorta “con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» con la frequente lettura delle divine Scritture.” (DV 25).
Sono molto numerose le iniziative sorte sull’onda di questo nuovo interesse spirituale, la più famosa ed efficace delle quali è stata la Scuola della Parola che, a partire dall’esperienza milanese avviata dal Card. Martini, ha coinvolto nell’ascolto e nella preghiera sulla Parola migliaia di giovani, affascinati da una prospettiva nuova di vita cristiana esigente eppure essenziale, basata sulle domande cruciali della vita.

Parola: parole e storia

Nel corso degli anni, si è capito che uno dei problemi che poteva togliere efficacia a questa pratica era la tendenza ad una lettura intellettualistica della Scrittura. Perché la lettura della Bibbia divenga ascolto della Parola occorre che si crei una saldatura tra la Parola che si rivela nella Scrittura e quella che si rivela nella storia. Saldatura difficile, perché i luoghi in cui si pratica in maniera qualificata l’ascolto della Parola sono soprattutto quelli dove si vive una vita cristiana all’insegna dell’Oltre, della tensione escatologica; la ricerca di Dio dentro la vita avrebbe bisogno anche di competenza sulla storia umana, in quell’esercizio di continuo discernimento di ciò che accade che è tipico della vocazione laicale. Per una lettura sapiente della Scrittura sarebbe necessario dunque un inedito dialogo tra le vocazioni, ciascuna nell’originalità del proprio carisma. E questo chiede soprattutto ai laici di rendere più qualificato e più efficace il loro modo di riferirsi alla Parola.
La Dei Verbum nelle sue riflessioni introduttive dice che Dio ha voluto rivelarsi agli uomini con parole ed eventi: “Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto”. (DV n 2).
Le parole sono quelle contenute nella Scrittura e sono di relativa facilità; gli eventi sono più difficili da decifrare: anche i miracoli di Gesù, nella loro straordinarietà, lo sono stati. Eppure la rivelazione è fatta di parole ed eventi strettamente connessi: si possono capire le parole solo comprendendo gli eventi; e al tempo stesso, gli eventi rivelano il loro senso se sono scrutati alla luce della Parola.
Una bella sfida per i cristiani e le loro comunità; un grande sfida soprattutto per i laici che, immersi nel mondo, sono per dono e per abitudine allenati a leggere la storia e a cercare di comprenderne il senso alla luce della fede.
Se c’è un compito specifico che i laici hanno nei confronti della Parola, è quello di divenire esperti nel coglierne la presenza dentro la vita. Esercizio quanto mai difficile, in un tempo in cui i linguaggi sono complessi, confusi, contraddittori: ma anche la vita è così, e non è facile comprendere che essa racchiude un mistero!

Laici, esperti della storia

Le caratteristiche del nostro tempo rendono problematico il rapporto delle persone con la dimensione religiosa, soprattutto quando essa si presenta con caratteristiche definite, strutturate, difficili da conciliare con una sensibilità che tende a rifiutare ogni autorità, ad essere autoreferenziale, a riportare tutto al proprio io. Improbabile dunque che un approccio vitale alla Parola, soprattutto da parte dei giovani, possa avvenire se la Parola viene proposta in maniera dogmatica, statica. In fondo, soprattutto il mondo giovanile ha caratteristiche che possono apparire un inciampo ma che possono invece orientare verso un accostamento autentico alla Parola stessa, che è pulsante e dinamica come la vita. A patto che essa venga accostata tenendo conto di questa tendenza attuale.
In questa prospettiva, la Parola ha bisogno di essere scoperta come proposta di amore, come risposta alle domande inquietanti dell’esistenza, come criterio di interpretazione della vita stessa.
Così essa si rivela come luce.
Ascoltare la Parola è stare in contatto con il mistero, senza pretendere di capirlo o di possederlo; è cercare la chiave del cuore di Dio per penetrare il mistero della vita… L’ascolto della Parola nel libro va di pari passo con quello della vita, perché il Risorto vive anche oggi dentro la storia umana: non solo nei fatti straordinari, ma in quelli umili, ordinari, semplici dell’esistenza quotidiana: quella che più di altre rischia di apparirci muta.
Eppure la vita racchiude gli infiniti racconti della Parola, che narrano la bellezza grande e drammatica dell’umanità, quasi “sacramento” in cui Dio si è racchiuso, facendosi presente e nascondendosi al tempo stesso.
Dio ci ha dato una luce per orientare il nostro cammino e per illuminare le nostre domande sulla vita: la sua Parola spiega, dà senso, svela aspetti impensati della realtà, offre un altro punto di vista sull’esistenza e sulla storia umana.
Dice il Salmo 118: “Lampada per i miei passi è la tua Parola…”. Dio non lascia nell’oscurità il nostro cammino, non ci abbandona alle nostre domande, al disorientamento che potrebbe prenderci. La parola che egli ci offre è come una lampada, che dà una luce discreta, non certo sfolgorante come quella del sole, che riempie l’orizzonte. La lampada rischiara solo per qualche passo, il resto rimane nell’oscurità. E tuttavia come potremmo vivere senza questa lampada, che ci permette di individuare i contorni delle cose, forse di non inciampare in esse; di intuire la bellezza di ciò che ci circonda, la grandezza nascosta?
Luce discreta, quella della lampada, che non ci toglie la libertà di decidere se per noi la vita è solo il piccolo orizzonte consentito al nostro sguardo o se è anche al di là, se è anche oltre, nello spazio oscuro e luminoso del mistero.
Dio affida la rivelazione della grandezza infinita del suo mistero alla forza debole della parola. Ma noi sappiamo che se ci affidiamo a questo ascolto, la vita ci apre orizzonti nuovi, e dietro l’apparente banalità dello scorrere delle nostre giornate si svela un’impensata intensità.

La Parola e la vita

C’è una tradizione spirituale che ha contribuito a svalutare la vita quotidiana e le sue responsabilità; il fatto di essere orientati dalla fede ad un mondo ultraterreno, di essere sollecitati a spingere lo sguardo “oltre” il tempo, il contingente, il precario ha contribuito a ridimensionare l’esperienza mondana e storica. La consuetudine ad avere come paradigma di vita cristiana quella monastica o religiosa, con il suo carattere di fuga mundi, fa sì che le domande, le intuizioni, le inquietudini, le modalità tipiche della vita dei laici restino sullo sfondo della riflessione. Ne è nato un pensiero sulla fede senza “vita”, se non per le implicazioni morali; un riferimento al trascendente così assolutizzante da rendere totalmente relativa l’esperienza storica.
L’esistenza di ogni giorno, scrutata con attenzione, svela invece una straordinaria intensità; non è il susseguirsi quasi banale di una serie di gesti e di fatti spesso uguali a se stessi, ma appare come uno scrigno che racchiude il mistero.
Le persone pensose sperimentano momento dopo momento che la vita è mistero: è mistero una vita che si accende in una donna; è mistero l’amore tra un uomo e una donna; è mistero il dolore che ci piega sotto il peso delle domande; il lavoro con cui umilmente contribuiamo a mandare avanti il mondo; la morte come il sigillo della nostra povertà ma anche come la porta che si apre per l’abbraccio definitivo con il Padre. La vita di ogni giorno si fa così esperienza di mistero; davanti alla storia, davanti all’altro, al fratello. Non solo il Dio che sta oltre, ma anche il Dio che sta dentro – con la forza del suo Spirito- si dà a conoscere e si nasconde; si comunica e si sottrae.
La storia è luogo – ambiguo e spesso indecifrabile – della presenza di Dio.
La storia è il “libro” che meno di altri sappiamo leggere: forse perché non siamo abituati a pensare che anche quello è un luogo entro cui Dio parla; segno di quanto nella coscienza della comunità cristiana e nostra personale le due città / le due appartenenze – quella mondana e quella spirituale – si sono talmente allontanate da non riuscire più a trovare tra esse il punto di comunicazione.
Il Deuteronomio narra di come i padri, testimoni di quanto Dio aveva fatto per liberare il suo popolo, narrassero ai loro figli le “grandi opere di Dio”, che erano esattamente i fatti e le vicende che essi avevano vissuto, interpretati come azioni di Dio, come luogo della sua manifestazione. La Parola dunque non è un prontuario di regole morali, né una dottrina, ma la narrazione della presenza di Dio nella storia, nella vita personale e in quella della comunità e dell’umanità di cui partecipiamo.
La vita quotidiana e comune a tutti è l’ordinaria via a Dio, è il luogo della fedeltà a Lui: una fedeltà a volte crocifissa, spesso gioiosa e intensa, sempre chiamata ad una pienezza promessa e già annunciata nella Pasqua. Sappiamo che l’esistenza quotidiana non ci si presenta con questa chiarezza di significati. Essa è anche carica di ambiguità, della pretesa di bastare a se stessa, di ergersi ad esperienza senza confini e senza limite. Si potrebbe rischiare di vedere soprattutto questi, e di perdere il fascino della grandezza già presente, pur nella parzialità, per il solo fatto che essa non si mostra con la forza luminosa della pienezza. Ma i valori non si incarnano in maniera completa e piena dentro le esperienze e le realizzazioni storiche di cui i cristiani sono capaci: esse portano il segno della precarietà e del limite e al tempo stesso spingono sempre al di là, in un superamento senza fine.
Così il vivere quotidiano è segnato della tensione: un mondo che ci affascina, perché è uscito dalle mani del Creatore e ne porta il sigillo e che non ci appaga, perché non è ancora la pienezza; un mondo in cui sappiamo di dover prendere delle responsabilità, perché ci appartiene ed è anche nostro; un mondo che ci sconcerta perché molte scelte in esso sono contro il Bene; un mondo nel quale viviamo il legame con tutti e al tempo stesso in cui sentiamo di dover conservare e custodire un’originalità, che è la nostra identità di cristiani. Tensione che si tinge talvolta di dramma; che comporta scelte paradossali e l’esercizio di una libertà mai scontata.
Il percorso dei laici cristiani così riconosce e testimonia il valore della vita quotidiana, nella sua grandezza e nelle sue ambiguità; nella sua assolutezza e nella sua storicità; nella sua universalità e nel frammento; nella tensione che tiene il cristiano sul crinale di una vita sospesa fra tempo ed eternità, tra assoluto e concretezza.
La Parola torna alla vita attraverso gli effetti che ha prodotto nell’esistenza del credente; torna come contributo di umanizzazione, come un modo pieno, alternativo, di interpretare la propria umanità, per far risplendere in essa il disegno originario del Creatore.
E a parlare, nelle forme spesso incerte e imprecise della vita umana, sarà l’esistenza concreta di coloro che si sono dissetati alla fonte dell’acqua vita.

Un romanzo sulla Parola

Mi piace a questo punto citare un romanzo, La Messa dell’uomo disarmato di L. Bianchi, che potrebbe essere definito il “romanzo della Parola”: quella che nel libro è con l’iniziale minuscola, ma che è pur sempre l’originaria e creatrice Parola che esce dal grembo silenzioso di Dio e silenziosamente si fa carne e storia; la Parola che respira nei palpiti del tempo e geme nel patire delle creature, che risuona nei sussurri notturni dei campi, che avvolge ogni vita e accoglie ogni morte. “La parola che copre tutto, che è in tutto”, si legge proprio ad apertura del libro,“viene a noi spezzata come tanti bocconi di pane. Nessuno può sottrarsi alla parola; puoi essere roccia, puoi respingerla infinite volte, ma il vento riuscirà sempre ad accumulare nelle fessure il terriccio sufficiente a farla germogliare. Come nessuno, prima o poi, sa sottrarsi al profumo del pane. Ogni uomo […] è la parola che si è fatta carne; il vero significato della vita è prendere coscienza di questo mistero che ciascuno porta di dentro”.