Incontrare Dio dentro la vita

 Paola Bignardi
È difficile parlare di preghiera: o lo si fa in modo superficiale e alla fin fine insignificante, o lo si fa senza mettere in gioco la propria esperienza di vita. Il risultato è sempre una riflessione astratta e di scarsa attrazione.

Idee di preghiera

Ognuno si è fatto la propria idea di preghiera. La maggior parte delle persone la identifica con la messa della domenica e con le preghiere del mattino e della sera, che una certa generazione ha imparato a considerare abitudini del buon cristiano; altri la identificano con esperienze di solitudine e di silenzio che, essendo impossibili nella vita ordinaria dei cristiani comuni, finiscono con identificare la preghiera con esperienze un po’ straordinarie e alla portata di pochi.
Oggi sono presenti sostanzialmente due modelli di preghiera: quella liturgica delle parrocchie e quella monastica.
Se si pensa alla Messa della domenica in qualsiasi parrocchia, viene in mente un rito ben strutturato, un’assemblea fatta da un piccolo gruppo – quando c’è – di persone che collaborano e tutti gli altri che assistono, come spettatori a teatro; vengono in mente canti più o meno moderni; omelie di vario livello spirituale e culturale. Quasi sempre questa esperienza liturgica registra un’assemblea costituita da due componenti: una passiva e l’altra impegnata a costruire un senso di comunità, un essere insieme partecipe e vivace. La Parola di Dio è spesso ascoltata distrattamente perché se qualcuno non introduce ad essa non è di immediata comprensione; la preghiera dei fedeli vede qualche volta il tentativo di assumere situazioni di attualità e problemi locali. Nell’insieme, una preghiera che rispecchia la maturità della comunità che la esprime, ma nella quale si coglie lo sforzo di immettervi la vita delle persone; operazione non facile, stante la rigidità rappresentata del rito, ma non impossibile a chi ci si voglia provare.
L’altro modello è quello che definirei monastico, che vive la liturgia uno stile completamente diverso, nel quale hanno ampio spazio il silenzio e motivi che orientano verso un certo allontanarsi dalla esistenza. La vita monastica è caratterizzata da silenzio e solitudine entro cui avviene la ricerca di Dio e la comunione con Lui. L’orientamento prevalente non è verso la vita, ma verso l’assoluto di Dio.
Attualmente il “modello monastico” riscuote un certo interesse verso un mondo laicale esigente, che apprezza le liturgie ben curate, i canti ben eseguiti, i riti ordinati di un eremo o di un monastero. Segno di un laicato che sta acquisendo una maggiore maturità spirituale e che diventa insofferente di liturgie sciatte e formali. Un laicato che non sempre comprende che vi è un disordine che riflette la complessità di una vita che si cerca di far entrare nella preghiera e di un’esperienza di comunità che ha il respiro non sempre regolare della vita, considerando che nella comunità entrano giovani, adulti, bambini, anziani; persone interessate e altre annoiate; persone che desiderano quel momento e altre che lo sopportano… La preghiera di una comunità si sviluppa dentro un’esperienza dinamica: l’essere comunità non è un punto di partenza per la liturgia, ma è dalla preghiera che la comunità stessa viene a poco a poco costruita. Si tratta di una prospettiva impegnativa, che molti laici non accettano, soprattutto quelli che cercano una preghiera che funga un po’ da rifugio, da riparo dalla complessità della vita di ogni giorno.

Pensare a Dio amandolo

Vi è una definizione della preghiera che trovo essere una sintesi illuminante (e flessibile): quella di Charles De Foucauld: “pregare è pensare a Dio amandolo”. Trovo che vi siano in essa due elementi fondamentali della preghiera: la razionalità e il cuore, in una sintesi che esprime il rapporto quasi di identità tra preghiera e fede: la preghiera come voce della fede, in cui mente e cuore; obbedienza e stupore; parola e silenzio; ascolto e presenza danno forma all’affidamento a Dio. Amore e pensiero sono gli elementi costitutivi di una relazione che crea tra due persone un legame, un dialogo, un interesse, un desiderio. La preghiera dà espressione ad una fede che è fiducia e reciproca appartenenza. Ma come dare forma a questo rapporto, nel giorno per giorno? Sembra una questione secondaria, eppure è decisiva soprattutto per i laici che non hanno regole rigide o ritmi di vita regolari. Per loro, la forma –parole, riti, orari, impostazione…- è fondamentale perché deve interpretare la loro esistenza che è complessa, spesso senza nessuna regolarità, con un ordine che spesso non è stato scelto ma imposto dalla vita e che della vita assume la mutevolezza, i dinamismi e anche la confusione.
Se la preghiera è espressione di una relazione con Dio, fatta di affidamento e di protezione, di fiducia e di cura provvidente, allora anche la vita dei laici può trovare in essa la propria forma: non sarà quella stabilita da norme impersonali e rigide, ma avrà la forza e la fragilità di un amore, di un dialogo che si snoda dentro la vita con le sue irregolarità. La sfida, casomai, è quella di tenere viva la relazione, di alimentare l’amore, di tenere aperto il dialogo perché la preghiera vera, nel caso dei laici, non potrà sostenersi per la forza rigida delle norme ma per la forza interiore della relazione con il Signore.
Come ogni relazione, anche quella con il Signore deve porre attenzione ad alcuni criteri, ma i criteri indicano un’esigenza e un percorso, non prescrivono un obbligo. Ad esempio, per alimentare una relazione occorre parlarsi e ascoltarsi, spesso, ma non è importante il quando e il come; occorre frequentarsi e dedicarsi del tempo buono; occorre tener vivo il desiderio dei momenti della comunione, della parola e dell’incontro; occorre fidarsi e fare memoria dei motivi di fiducia; e quando si è troppo presi da mille cose e non c’è il tempo per lunghe condivisioni, basta un pensiero fugace, purché sia vero e carico di amore… Questo modo di pregare è alla portata di ogni laico perché ha il suo centro nel cuore e sta dentro la vita. Certo, come in ogni relazione occorrono anche i tempi di uno stare insieme pacato, tranquillo, in cui si possa sperimentare la gioia dello stare insieme. Gesù con i suoi usava proprio questo metodo: alternava giornate in cui non avevano nemmeno il tempo di mangiare a momenti in cui Gesù portava i suoi in un luogo appartato, per uno stare insieme calmo e disteso. Salvo poi rendersi disponibili, se la folla scopriva dove si erano ritirati e li raggiungeva.
I giovani sono predisposti a vivere questa esperienza di preghiera. La testimonianza di questa ragazza va in questa direzione: “«La preghiera è qualcosa di intimo. È come quando tu parli privatamente con una tua amica, con una persona cara, hai delle cose da dire che magari preferisci tenere per te e per quella persona. Preferisco sempre la preghiera in camera mia o comunque in posti privati e preferisco le preghiere non prestabilite… l’ave Maria, il padre nostro sono preghiere bellissime, e ovviamente non si toccano, però mi piace anche un discorso diretto con Dio.”[1] La testimonianza di questa diciottenne è più radicale: “Io mi sento di vivere la mia fede come piace a me, nel senso che sono assolutamente certa che non sia necessario andare in Chiesa tutte le domeniche per credere, è necessario il pensiero di un minuto e mezzo nella giornata, mi basta il pensiero”: mentre esprime l’esigenza di una preghiera personale, non riesce a capire che bisogno ci sia di andare a Messa la domenica per vivere il suo rapporto con il Signore. Accade che soprattutto i più giovani, quando non sono accompagnati da un’azione educativa adeguata, pongano in alternativa la dimensione personale e quella comunitaria della preghiera e rifiutino quelle forme di preghiera, che possono avere un significato profondissimo ma che i giovani non sono stati aiutati a comprendere. Basti pensare alla liturgia, che si esprime con un linguaggio simbolico e raffinato, e che tuttavia risulta la preghiera più difficile da capire per i giovani.
Giovani e adulti, pur in forme diverse, hanno bisogno di capire che per alimentare la relazione con il Signore vi è bisogno di una comunità. Solo quando è vissuta insieme la preghiera prende forza e diventa alimento di una vita in cui sia possibile leggere in filigrana il rapporto di amore che la sostiene. È così dell’Eucaristia della domenica, che un numero sempre maggiore di cristiani sta abituandosi a disertare, perché ritiene inutile la “pratica”. Se l’Eucaristia è una “pratica” non è un problema disertarla, ma se è l’alimento indispensabile di una vita evangelica, allora “senza domenica non possiamo vivere”, come dicevano i primi cristiani.

La preghiera dentro la vita

Il laico sperimenta una vita che non gli appartiene, divisa com’è tra lavoro, famiglia, responsabilità, relazioni…. La preghiera deve imparare a stare insieme a tutto questo; a stare insieme ad una vita che acquista ritmi sempre più oggettivi, sempre meno affidati alle nostre scelte e alle nostre preferenze, ma agli altri: le giornate hanno orari che non ci scegliamo; hanno una scansione veloce; occorre imparare a tenere insieme tante cose diverse, in una ricchezza che dà spesso una percezione di complessità e di confusione, ma anche di pienezza e di realizzazione di sé.
La preghiera diventa la scelta di ogni giorno. In una vita senza campanelli e senza routine, o si è capaci di scegliere la preghiera ogni giorno o si finisce con il non pregare più, o con il pregare quando si ha tempo o quando “ci si sente”.
Si è laici perché si sa accettare la realtà e costruire in rapporto con essa il proprio progetto di vita; anche la preghiera sta dentro questo progetto, che è personale e che può cambiare nel tempo. Questo non significa che ogni giorno si improvvisi la propria preghiera, ma ciascuno sa e sceglie quali sono i punti fermi di essa e quali sono gli elementi che devono adattarsi al ritmo e alla complessità della sua esistenza quotidiana.
Penso che si è superata la prova della maturità laicale il giorno in cui si comincia a incontrare Dio dentro questa ricchezza di vita, nel mistero della vita, mistero dentro il Mistero. Dio abita dentro la vita, nello scorrere delle cose di ogni giorno; parla attraverso l’esistenza, dentro le vicende quotidiane. Le più umili non sono la monotona ripetizione di eventi già accaduti, ma possono svelare dimensioni sempre nuove dell’esistenza, del Signore Gesù, del senso dell’essere cristiani… La vita quotidiana diventa pesante quando è routine grigia e senza senso; ma quando in essa si conosce la dimensione della profondità, dell’ascolto, dell’interrogare continuo, della disponibilità a lasciarsi provocare da essa, allora acquista i tratti di una continua novità, che è interiore, che è nostra, che non dipende dalle cose, dai fatti, dalle vicende esterne.
Con le parole della fede, penso si possa dire che lo Spirito guida la coscienza in un “viaggio interiore” alla scoperta della profondità di noi stessi e del mistero della nostra stessa vita, ci porta a scoprire che il Dio che cerchiamo abita nel cuore della nostra esistenza e del mondo.
Trovo che questo sia uno dei tratti qualificanti del percorso spirituale e di preghiera di chi è laico, vive nel mondo, dentro le ordinarie condizioni dell’esistenza di tutti. E che stia qui la chiave per vivere di fede nel mondo, senza intenderlo come l’impedimento permanente ad un cammino di fede che deve compiersi nonostante la nostra vita di tutti i giorni.
La vita – così come la storia umana – è uno dei luoghi in cui Dio si rende presente, incontrabile per quanti lo cercano. Ci sono i momenti in cui la nostra vita ha la luminosa chiarezza del giorno e Dio sembra a portata di mano, una presenza vivissima; e quelli in cui il suo silenzio sembra così denso da farci percepire la sua assenza: sono i tempi in cui la vita sembra diventare muta, buia, senza senso. Anche il dialogo con il Signore, come i dialoghi della vita, è fatto di parole e di silenzi; anche la vita con Lui è fatta di luce e di notte, di incontro e di attesa…
Un incontro mai scontato, mai troppo facile, ma quando è realizzato dentro la vita, le dà orizzonti impensati e impensata intensità.

NOTE

1 Le testimonianze presentate qui sono tratte dall’indagine dell’Istituto Toniolo sui giovani italiani e la fede e pubblicata nel volume di Bichi R. –Bignardi P., Dio a modo mio, VeP, 2015.