Discepoli di Gesù

Paola Bignardi

Educare i giovani alla laicità significa far loro intravvedere l’essenziale, il cuore della vita cristiana e mostrare loro come esso possa diventare la forza che dà senso e tiene insieme tutto il cammino spirituale attorno alla persona del Signore Gesù e alla relazione con Lui.
Hanno questa impostazione i percorsi formativi che vengono proposti da parrocchie, gruppi giovanili, luoghi di formazione dei giovani? Si propone Gesù Cristo come la chiave di senso dell’esistenza? o si propone qualche altra cosa?
Nell’impostazione della formazione di ragazzi e giovani resistono ancora molti dei pregiudizi secolari sulla condizione dei laici: il primo è quello che la propone come una vocazione (o condizione?) di minor impegno rispetto ad altre e che dunque può accontentarsi di dare un codice di comportamento, più che un senso complessivo della vita. E poi vi è il pregiudizio che potrebbe essere definito pragmatico, quello che incentra la proposta di vita cristiana su ciò che si deve fare, e più spesso su ciò che non si deve fare. La ricerca sulla religiosità dei giovani, realizzata dall’Istituto Toniolo, racconta come i giovani che hanno ricevuto questa formazione, non solo non approdano alla maturità della vocazione laicale, ma rifiutano anche la vita cristiana, identificata come un’esperienza che da ragazzi e adolescenti li ha fatti sentire costretti.
Ciò che rimane sullo sfondo quasi come elemento accessorio, in questa impostazione educativa che appartiene ad un tempo che non c’è più, è il rapporto con il Signore Gesù, vero cuore di ogni vita cristiana.

Alla sequela del Signore Gesù

Proporre ad un giovane di vivere come laico cristiano non significa insegnare una fede da sei meno, ma prepararlo a portare nel mondo una vita cristiana che ha il carattere adulto della sequela di Cristo.
Parlando dell’apostolato dei laici, nel decreto Apostolicam Actuositatem il Concilio traccia un profilo spirituale di questi cristiani: “mentre compiono con rettitudine i doveri del mondo nelle condizioni ordinarie di vita, non separino dalla propria vita l’unione con Cristo, ma crescano sempre più in essa”.[1]
Traducendo questo profilo in obiettivi formativi, si potrebbe dire che la formazione dei ragazzi e dei giovani a vivere da cristiani laici significa
– insegnare loro a vivere alla sequela del Signore e portare nella vita quotidiana quell’umanità matura che nasce dalla frequentazione di Gesù;
– imparare ogni giorno dal Signore e dalla sua Parola il valore della vita e mostrarlo con uno stile che sappia ricostruire l’originario disegno di Dio sul mondo;
– stare in comunione con il mistero e trovare nel rapporto con il Signore e con la sua Pasqua l’energia per vivere di quell’amore quotidiano che sa esprimersi nelle piccole cose;
– riconoscere la presenza del Signore nella vita ordinaria e soprattutto nei poveri, nelle persone fragili, nelle situazioni compromesse, acquisendo un vero stile di condivisione e di solidarietà.

Una pedagogia cristocentrica

A fronte dell’attuale difficoltà di educare i giovani alla vita cristiana, penso sia necessaria una pedagogia cristocentrica.
E siccome non si possono avere molti centri, tale pedagogia ha un unico punto di gravitazione: Gesù Cristo. Qui si aprono molte domande che riguardano la nostra vita di cristiani e quella della nostre comunità. Abbiamo veramente un unico centro? E questo centro è Gesù Cristo? O piuttosto le nostre attività, le nostre tradizioni, le nostre iniziative, i nostri linguaggi, …
È una pedagogia dell’essenziale, del cuore della fede, concentrata sul suo nucleo incandescente. Il Concilio ci ha aiutato a riscoprire ciò che appartiene profondamente alla tradizione cristiana e che forse nel tempo ha visto accumulare su di sé elementi ridondanti, inessenziali, che hanno rischiato di far perdere di vista proprio il centro.
L’urgenza di ricreare le condizioni perché’ le nuove generazioni si incontrino con Gesù Cristo fa emergere la questione del rapporto tra il mistero e le forme culturali di cui esso si riveste nel tempo; è la relazione tra il tempo e l’eterno, tra il contingente e l’assoluto, tra ciò che permane e ciò che, essendo legato al tempo, muta con esso; tra Dio e le parole che usiamo per svelarne in qualche modo il mistero. Quando le forme storiche prevalgono sull’essenziale, questo ha riflessi molto gravi sul piano educativo, finendo con il pregiudicare il valore e l’efficacia della proposta. Questo è particolarmente evidente quando accade di incontrare giovani cui la formazione cristiana sembra aver fatto perdere i connotati di giovani di oggi. E allora l’interrogativo: sappiamo vigilare sul rischio che l’educazione prenda in carico dei giovani di oggi per trasformarli di fatto in giovani di 30 o 20 anni fa?
Non si possono allora non riconoscere una serie di errori che ancora oggi vengono compiuti con troppa disinvoltura. È poco efficace e poco costruttivo
– far partire la formazione cristiana dalle verità da credere invece che da un’esperienza da vivere;
– dare una serie di regole, senza far capire il guadagno che vi è nel vivere secondo esse;
– far prevalere il dovere, l’impegno, il sacrificio sul bello, sul piacevole, sull’interessante che vi è nel vivere da cristiani;
– fa prevalere la conoscenza sull’esperienza;
– far precedere l’imparare sull’appartenere ad un contesto relazionale, sociale, comunitario interessante e coinvolgente…
La proposta di fede non può consegnare una dottrina senza aver fatto incontrare la persona del Signore; non può partire dalla catechesi senza aver evangelizzato; non può aprire una prospettiva di impegno senza aver prima affascinato; non può presentare la fede come una serie di no, senza aver saputo mostrare quanti e quali sì la scelta del Vangelo dice alla vita[2]: è la logica del tesoro per il quale si vende tutto, consapevoli e lieti per averlo trovato. È una fede che apre alle dimensioni più belle della vita, che genera gioia, pienezza, senso della realizzazione di sé.
Una pedagogia cristocentrica mostra che solo Gesù Cristo è il segreto per dare realizzazione piena alla vita umana e per offrirle quella felicità che è lo scopo della ricerca di ogni persona. Quando le parole della fede distraggono da Lui, finiscono con il rendere Dio estraneo alle persone.
Una pedagogia cristocentrica ha in Cristo la sua meta e il suo “metodo”. Essa si propone di far incontrare le persone con il Signore Gesù, fino a fare di lui il cuore della propria esistenza, e al tempo stesso è una pedagogia che assume lo stesso stile del Signore: dialogico, autorevole, capace di attenzione alle persone considerate come uniche…
L’educazione alla fede ha il compito di accompagnare le persone a incontrarsi con il Signore, cioè con una persona viva, non con un’idea, con una dottrina, con una formula, come scrisse Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte[3]. Ed è superfluo evidenziare la distanza che vi è tra l’incontro con un’idea e quello con una persona, il fascino dell’incontro, sguardi che si compenetrano, l’entusiasmo per l’essere coinvolti nella stessa missione, sapendo che l’anima di questo incontro sono l’amore, la tenerezza, la sollecitudine.
E si tratta dell’incontro con il Gesù del Vangelo, con la sua umanità intensa, sensibile, calda e aperta ad ogni domanda, ad ogni povertà, ad ogni colloquio; il Gesù del Vangelo, e non quello di una “certa predicazione che lo rende asettico, confinato in regioni eteree che lui non ha mai frequentato, il Gesù dolciastro di tante immaginette…”[4].
L’umanità di Gesù ci parla di Dio, della sua attenzione alle donne e uomini concreti, del suo amore per l’umanità nei suoi aspetti più semplici, quotidiani; ci parla della sua misericordia attraverso i gesti con cui ha rigenerato la vita di tante persone, cui ha ridato un futuro. L’umanità di Gesù ci parla della sua libertà e di un Dio che difende la nostra libertà: la difende dalle tradizioni, dalle abitudini religiose, da ciò che mortifica la vita; e tocca i lebbrosi, parla con le donne, mangia con gente di dubbia reputazione, si lascia profumare da una peccatrice…

Una pedagogia dell’incontro e della relazione

Se l’educazione alla fede deve aiutare ogni giovane a trovare la sua strada per entrare in relazione con il Signore Gesù, non può che avere in una pedagogia dell’incontro il suo stile.
È ciò che i Vangeli ci raccontano. La vicenda che coinvolge i discepoli, facendo di essi delle persone nuove, nasce da un incontro vivo con Lui. Da Lui si sono lasciati guardare, interpellare, chiamare. A lui hanno risposto ricambiando il suo sguardo, prendendo sul serio le sue parole, lasciandosi provocare dalla sua proposta che apriva loro prospettive nuove …. Una vicenda che si svolge dentro una corrente di simpatia, di attenzione, di considerazione di grande intensità, eppure all’insegna della libertà, che si esprime nell’invito di Gesù: “se vuoi…”. Gesù è un Maestro che non propone una verità astratta né si limita a insegnare una dottrina, ma apre prospettive di vita, in cui mette in gioco se stesso. Così, l’incontro di un momento si trasforma in relazione stabile, in cui le persone divengono reciprocamente importanti e in cui le loro vite a poco a poco imparano a implicarsi reciprocamente. Come Gesù, chi è maestro, chi è autorevole, diviene punto di riferimento: e non già perché si impone, ma perché le sue parole sono credibili, il suo esempio lascia intravedere una prospettiva di vita bella, interessante, che vale la pena fare propria. I discepoli chiamano Gesù Maestro perché insegna loro come uno che ha autorità – dicono i Vangeli – e non come gli scribi. Anche coloro che oggi, in forme diverse, sono “maestri” dei più piccoli hanno nell’esempio di Gesù il punto di riferimento per la loro azione educativa, essendo disponibili a non sfuggire l’aspetto fondamentale dell’educazione: quello della relazione che rende capaci di stare vicino, di far sentire che la vita dell’altro ci interessa, che siamo disposti a farci carico delle sue domande, del suo desiderio di pienezza, della sua fatica di crescere. C’è un modo di educare che al di là delle parole dice ai ragazzi: “tu mi stai a cuore”; quando un educatore riesce a trasmetterlo, allora tutte le parole, le proposte e persino i rimproveri assumono un altro valore e aiutano a crescere. Dove invece non vi è questa dimensione, allora l’educatore può insegnare con le parole più belle, ma resteranno all’esterno della vita di chi le ascolta. Può sembrare una prospettiva sentimentale, eppure qui sta il segreto di un’azione educativa efficace, come sanno tutti coloro che hanno speso con passione e con gratuità la loro vita a servizio dei più piccoli. Al contrario, proprio la resistenza a vivere l’educazione come una relazione può spiegare l’inefficacia di tanta pratica. Forse, alla luce di questa considerazione, vale la pena chiedersi come mai vi sia una sproporzione così evidente tra le energie educative profuse e i risultati raggiunti: forse a tanto impegno manca la disponibilità degli educatori a coinvolgersi nel rapporto con i ragazzi? la capacità di guardarli in faccia per le persone che sono, come ha fatto il Signore Gesù? il tempo per ascoltarli? la calma e l’interesse per capirli?

Conclusione

Educare ragazzi e giovani alla sequela (e vivere da adulti una vita cristiana in questa prospettiva) costituisce il fondamento di ogni percorso vocazionale; questo permette di vivere anche la vocazione laicale come tale, cioè come vocazione: non come la condizione di coloro che non hanno fatto altre scelte, ma come una vera esperienza di fede, risposta ad una chiamata del Signore a stare alla sua sequela.
Senza questo fondamento ogni vocazione, anche quella ministeriale e religiosa, rischieranno di fondarsi sulle cose da fare, scelte certo con passione ed entusiasmo, ma fragili e instabili, come la sabbia su cui è fondata la casa di cui parla il Vangelo.

NOTE

[1] Apostolicam Actuositatem, n. 4
[2] Cfr Discorso di Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona.
[3] “Non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!” (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, n. 29)
[4] Casati A., Incontrare Gesù, in http://www.domenicanipistoia.it/commenti.htm