Continuare  a creare il mondo

Paola Bignardi

Dietro la genericità della parola lavoro si affacciano tante storie personali che mostrano come in questa comune attività umana confluiscano le dinamiche della società, insieme alla storia e al sistema di valori di ciascuno. C’è il giovane laureato che fa il magazziniere, in attesa di opportunità migliori; quello che si dichiara indisponibile a dare un minuto in più del suo tempo per il lavoro, perché “io ho la mia vita!”. C’è il pendolare, che arriva a casa la sera sfinito per una giornata in cui ha più viaggiato che lavorato, e vorrebbe riuscire a parlare con moglie e figli, ma si sente vuoto e basta…
Si potrebbe compilare un lungo elenco di storie simili a queste: chi lavora troppo per avere sempre più soldi; chi è disoccupato; chi è costretto a lasciare la propria terra per avere un’occupazione; chi, pur di avere un lavoro, accetta protezioni poco pulite; chi perde il lavoro e non è più in grado di rientrare nel mercato, perché le sue competenze sono ormai superate. Fino alla storia estrema che la cronaca di tanto in tanto riporta: quella di chi abbandona la famiglia o si toglie la vita per aver perso il lavoro. Perdere il lavoro non è solo rimanere senza la possibilità di guadagnarsi onestamente da vivere, ma anche perdere la propria identità e un po’ della propria dignità, come spesso ricorda Papa Francesco.

I cristiani e il lavoro

Dall’inizio dell’era industriale, la Chiesa si è occupata del lavoro soprattutto come questione sociale: riconoscere un salario equo e giusto e un orario di lavoro che non renda schiavi; non defraudare il lavoratore del suo lavoro e offrirgli un sistema di sicurezza sociale adeguato; in altre parole, affermare che l’uomo viene prima del lavoro.
Dal punto di vista sociale, oggi a queste esigenze si è aggiunta soprattutto quella di garantire a tutti un lavoro, diritto fondamentale della persona, che attraverso la sua attività realizza se stessa, partecipa alla storia del mondo, garantisce a sé e alla propria famiglia dignitoso sostentamento e libertà. I cambiamenti che caratterizzano oggi il mondo produttivo, se da un lato vedono alleggerirsi la fatica umana ad opera di una tecnologia sempre più potente, dall’altro vedono anche diminuire i posti di lavoro, oppure rimanere disponibili solo quelli che richiedono una forte specializzazione o quelli così umili da essere rifiutati da tutti.
Il laico cristiano vive il lavoro umano, così com’è oggi, volendo dare ad esso il suo significato originario, come azione destinata a continuare a creare il mondo e a renderlo accogliente, a misura della dignità di coloro che lo abitano. Egli sa che questa esperienza è piena di tentazioni: la più seria è la banalizzazione che considera il lavoro solo come dura necessità e fa “sopravvivere” ad esso: così, si lavora aspettando le ferie; si vivacchia, magari dedicando le energie migliori al volontariato, senza chiedersi se il tempo “dovuto” è stato vissuto con la dedizione e la competenza che devono qualificare l’azione di chi collabora con Dio; si lavora per affermarsi, più che per realizzarsi; per arricchirsi, più che per guadagnarsi da vivere…
Sorgono allora tante domande: come, nella vita quotidiana, dare senso a quel guadagnarsi il pane con il sudore della fronte che è l’umano collaborare all’azione creatrice di Dio? Come integrare l’attività lavorativa nel progetto di vita personale? Potranno mai stare insieme lavoro e famiglia? Lavoro e giustizia? Lavoro e dignità della persona? Ci sarà un giorno in cui la giustizia si affermerà e l’uomo, non più sfruttato, potrà conoscere il senso e il gusto della propria attività?
La Scrittura ci insegna il valore del lavoro, pur non avendo pagine esplicitamente dedicate ad esso; tocca qua e là il senso dell’attività umana considerando il lavoro e la sua fatica la chiave per leggere tutta l’esistenza e il suo senso. La fatica del lavoro è paradigma della fatica di vivere.
Le prime pagine della Scrittura dicono che l’esperienza quotidiana del lavoro è strettamente collegata a quella della vita. Il lavoro sembra metafora dell’esistenza stessa, con le sue ambivalenze, le sue gioie e le sue fatiche. Il vocabolario sembra evidenziare soprattutto l’aspetto di fatica che vi è nell’attività umana, e il suo carattere contraddittorio. Nel lavoro, come nelle esperienze grandi della vita, si raggiunge il fondo dell’esistenza: qui si incontrano il progetto di Dio e il peccato dell’uomo, inscindibilmente intrecciati nel mistero della vita, che sperimenta contemporaneamente il partecipare al progetto di Dio e la fatica che è frutto del peccato.
E poi la Scrittura ci presenta Gesù, il Figlio di Dio, che lavora. Una delle cose più sorprendenti non è quella che riguarda l’attività di Gesù o il suo modo di lavorare, quanto piuttosto il fatto stesso che Gesù ebbe un lavoro e che per la maggior parte della sua vita adulta egli si sia dedicato all’umile attività di riparare piccoli attrezzi agricoli, attività comune a quella delle persone della sua età e del suo tempo. Era il figlio del carpentiere, si legge in Mc 6,3. E questo pone il lavoro in una luce completamente nuova, nella prospettiva della solidarietà di Dio verso l’uomo: il figlio di Dio condivide con le donne e gli uomini la fatica di un umile lavoro. Lavorando, noi condividiamo la sua fatica, anche quella della redenzione. Così il lavoro ci svela la solidarietà di Dio con l’uomo e al tempo stesso ci indica il modo per solidarizzare con Lui.
Un ulteriore pensiero ci suggerisce la lettura del Vangelo: qui non si parla di lavoro, ma le immagini e le situazioni che Gesù assume per parlare del Regno sono spesso desunte dalle attività lavorative del suo tempo: la pazienza del contadino, l’ingaggio dei lavoratori nella vigna, la preoccupazione del pastore per la pecora che si smarrisce. Ed è come se Gesù dicesse che per comprendere il Regno bisogna guardare all’esperienza del lavoro, fatto di pazienza, di speranza, di attesa, di preoccupazione, di sottomissione… Chi capisce in profondità il suo lavoro, ha elementi per aprirsi alla comprensione del Regno di Dio.
Anche Paolo, sull’esempio di Gesù, si vanta di aver lavorato e di non essere stato di peso a nessuno. E ai Tessalonicesi, forse distratti da prospettive spirituali tendenti allo spiritualismo un po’ evanescente e disincarnato, Paolo raccomanda il lavoro con le proprie mani e la serietà in esso, fino ad usare un’indicazione perentoria: “Chi non vuole lavorare, neppure mangi!”. Vengono alla mente situazioni vicine a noi, di cristiani che non danno valore al loro lavoro e sembrano subire la loro professione, ritenendo di dover dedicare le loro energie migliori alla pastorale o ad una interiorità che li estranea dalle responsabilità del lavoro.

Lavoro, contributo alla vita del mondo

Il lavoro è il modo attraverso cui ciascuno dà il suo contributo alla vita dell’umanità. Anche i gesti più piccoli, uniti a quelli di tanti altri lavoratori, generano strumenti e servizi che sono necessari a tutti. Scriveva Martin Luther King che il mattino, quando ci laviamo i denti, dovremmo pensare a quante persone hanno lavorato per mettere nelle nostre mani lo spazzolino di cui ci serviamo. Basta dunque pensare ad uno degli oggetti più semplici della vita quotidiana, per renderci conto del valore universale del lavoro e di quanto siamo interdipendenti, così da non poter vivere gli uni senza gli altri. Anche per questo il lavoro non può non essere pensato in un’ottica di solidarietà e di giustizia.
Vivere anche il lavoro e ogni attività umana nella prospettiva della carità fa recuperare ad esso il valore di espressione di sé e di servizio agli altri e ne fa uno strumento che trova senso dal riposo e dalla festa e che non può diventare il tutto della vita: “è la festa, evento della gratuità e del dono, a ‘risuscitare’ il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità, aiutando a sviluppare una giusta visione creaturale ed escatologica”.
Anche il lavoro, come ogni esperienza umana, conosce la tentazione, la fragilità, l’ingiustizia. Quanti lavorano per altri, in un’attività dipendente, non possono godere direttamente dei frutti della loro fatica; in questi contesti possono generarsi situazioni di sfruttamento e di sottomissione.
D’altra parte, il lavoro può portare ad una specie di ebbrezza che fa dimenticare Dio: l’uomo si insuperbisce per la sua potenza – sia essa intellettuale o strumentale – e finisce con l’attribuire a se stesso ciò che invece è dono di Dio.
E poi vi è l’idolatria del lavoro: l’uomo può arrivare ad attribuire a se stesso i suoi successi sulle cose e sulla natura, e dimenticarsi che tutto viene da Dio. E così può trasformare la sua attività in un assoluto, scambiare il lavoro per il senso della vita, dimenticando che tale senso è oltre e altrove. Penso che tutti abbiamo sotto gli occhi esempi di persone la cui vita è diventata il loro lavoro, pieno di affanno, di volontà di affermazione e di carriera.

Educare a vivere il lavoro

Innanzitutto parto dall’idea che anche al lavoro, come ad ogni esperienza umana significativa, ci si educa, e non solo perché’ sono richieste abilità e competenze che vanno formate, ma perché’ il lavoro richiede una cultura; dare senso ad esso domanda la capacità di andare oltre il dato materiale per vivere il senso profondo che esso ha come espressione globale della personalità di ciascuno.
Tuttavia affrontare questo tema oggi provoca qualche imbarazzo, perché moltissimi il lavoro non ce l’hanno. Da troppi anni le percentuali che parlano di giovani che stanno fuori da un contesto lavorativo regolare e adeguato si aggirano intorno al 40% e spesso lo superano: giovani che non sono ancora riusciti ad entrare nel mondo produttivo, che stazionano in quel limbo che sta tra l’esperienza formativa e quella lavorativa. È stato coniato il termine di NEET, giovani che non studiano e non lavorano, ma si potrebbe anche tradurlo con giovani delusi, arrabbiati, sfiduciati verso la società, le istituzioni, gli adulti, e anche verso se stessi. Garanzia giovani, il piano del Governo finalizzato all’inserimento al lavoro delle nuove generazioni, spesso intercetta quelli tra loro che hanno una laurea in tasca e che un lavoro, prima o poi, lo troverebbero. Non riesce invece a prendersi in carico quella porzione di popolazione giovanile che ha titoli di studio bassi, scarse competenze, ancor più scarsa capacità di muoversi tra le rigidità della burocrazia che anche in questo caso svolge la sua funzione di freno, pensando o presumendo di dare garanzie.
In generale i giovani hanno un pensiero positivo e non banale sul lavoro. La domanda posta nell’ambito della ricerca dell’Istituto Toniolo sul mondo giovanile relativa a questo aspetto mette in evidenza il fatto che il lavoro dai giovani non è percepito solo come il mezzo per guadagnarsi da vivere, ma anche come un’esperienza di impegno personale, uno strumento per affrontare il futuro e costruirsi una vita familiare, una possibilità di autorealizzazione. Minoritarie sono le posizioni di quei giovani che vedono nel lavoro una fonte di successo e di prestigio personale, o un’esperienza di fatica e di stress.
Per l’educatore si tratta dunque di dare valore agli spazi formativi che si aprono spontaneamente nella coscienza dei giovani e di proporre loro una visione alta del lavoro, come l’esperienza che nella messa a disposizione delle proprie doti e competenze, contribuisce alla realizzazione personale nella misura in cui sa assumere una cultura del lavoro responsabile e seria. Passione, competenza, impegno, responsabilità, onestà sono tra le virtù umane che caratterizzano un cristiano che fa del suo lavoro quell’esperienza che lo rende collaboratore di Dio all’opera della creazione. Ma forse questo è anche il tempo per sollecitare nei giovani quegli atteggiamenti di intraprendenza, di iniziativa, di capacità di rischio che possa renderli creatori di nuove esperienze: il lavoro oggi non è solo da vivere, ma da inventare, per sé e per quei molti che stanno aspettando di poter mettere a disposizione le proprie risorse. In fondo, questa è l’ispirazione del progetto Policoro della Chiesa italiana: un seme, un’idea coraggiosa, che potrebbe generarne molte altre di simili.