La bellezza, testimonial d’eccezione?

Paolo Zini

Quale bellezza salverà il mondo? Una domanda folgorante, che risuona al centro de L’idiota, messa da Dostoevskij sulla bocca di Ippolit un ragazzo inquieto, consumato dalla tisi e ribelle. Le affermazioni di Ippolit sono graffianti, caustiche, specie quando sono dirette al principe Myskin, l’icona della bontà assoluta, bontà della quale Dostoevskij, in questo romanzo, indaga il rapporto con la miseria e la cattiveria del mondo. Quale bellezza salverà il mondo, dunque? La domanda di Ippolit mette in scena tre dimensioni essenziali del cosmo: il suo apparire sempre ad un passo dalla perdizione, il suo bruciante bisogno di salvezza, il suo custodire il mistero della bellezza, anticipo o forse solo promessa di qualche riscatto. Sono provocazioni inaggirabili per l’intelligenza, le pagine di Dostoevskij, e, in una riflessione su Dio, l’evocazione in esse della bellezza dà particolarmente a pensare: la bellezza sembra garantire un senso del mondo, sembra dunque fare da testimonial a Dio. La questione non è di poco conto; dopo aver riflettuto sul bisogno religioso e la sua vitalità nel cuore dell’uomo, e dopo aver considerato il contrasto che oppone chi afferma la non esistenza o l’esistenza di Dio, diventa importante indagare un’esperienza che sembra confermare e nutrire il bisogno religioso, mentre fornisce buona testimonianza all’esistenza di Dio: e, forse, proprio questo accade nella bellezza. Mondo, bellezza e salvezza, tre nodi, secondo l’indicazione di Dostoevskij, per fare, ancora una volta, i conti con Dio.

Il mondo: ovvero restituire il biglietto

«Mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alësˇa, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto», dice un altro personaggio di Doestoevskij, Ivan Karamazov, in una pagina dove lo scandalo della sofferenza innocente diventa motivo di disprezzo e rifiuto del mondo. L’oscurità del mondo, il suo apparire sempre sul ciglio di un dirupo, per la precarietà, la cattiveria, l’insensatezza, il dilagare della bruttezza e della volgarità, non può non colpire l’uomo. Di qui lo sconcerto; di qui l’umana incertezza, che in ogni epoca semina espressioni di pessimismo deluso, rassegnato o combattivo, accanto ad espressioni di ottimismo fiducioso, gaudente o impegnato, o semplicemente ingenuo. Ma se molti sospetti suscita l’eccesso di spensieratezza tipico di alcuni modi di stare al mondo, non del tutto motivato risulta il cinismo risentito, aggressivo o dimissionario che sia. Sembra proprio che degno del cuore umano sia immergersi nella vita con realismo, raccogliendo la sfida di un compito drammatico proteso ad una non facile felicità. La vita vissuta come infantile permanenza in un parco a tema, ove nulla è serio poiché nulla è vero, non ha mai prodotto eroi credibili. Ma non ha generato eroi neppure il disfattismo violento, contro sé, altri, il mondo; sebbene il bisogno umano di giustificare la propria miseria abbia prodotto nella storia molti idoli negativi, il loro effettivo successo mostra non poche crepe. Chi invece affascina per una vita riuscita sembra aver maturato uno sguardo profondo, forte e sereno, sui chiaroscuri del mondo. Il mondo, allora, proprio per questo suo offrirsi come impasto di gioia e dolore è stato giustamente indicato come una «bella d’erbe famiglie e d’animali», ma anche riconosciuto come un «atomo opaco del male». Il mondo sa sorprendere l’uomo per la perfezione, la generosità, la bellezza, ma anche per la cattiveria aggressiva, per l’inospitalità, per la precarietà. La coscienza umana di quest’ambivalenza del mondo, ma anche dell’animo dell’uomo e delle sue realizzazioni, è oggi confusa: di questo occorre preoccuparsi. Fuori dalla percezione nitida di questa ambiguità, che attraversa l’esistere e del cosmo e degli uomini, nessuno può vivere all’altezza del proprio compito e delle proprie possibilità. Alla radice di questa mancata coscienza dell’ambivalenza del mondo c’è un’ostinazione, e nell’uomo contemporaneo è molto forte: si tratta dell’ostinazione rivolta in modo miope alla realizzazione di obiettivi immediati dell’agire, che segmentano e semplificano l’esistere, smorzando la vitale drammaticità delle sfide che esso lancia all’uomo. La drammaticità è artificiosamente ricostruita in ludoteche arredate di simulatori, che riducono il mondo a una consolle, e l’esistenza a una play station; nessuna sorpresa poi se cresce la seriosità e impazza l’adrenalina di una compiaciuta second life. Non avrebbe pensato che saremmo arrivati sin qui un autore inglese il cui contributo tra il XVI e il XVII secolo alla rivoluzione scientifica fu considerevole, sir Francis Bacon, secondo il quale la natura deve essere resa «schiava» dall’uomo, costretta a servirlo e per questo «messa in ceppi» fino a che la civiltà possa «strapparle con la tortura i suoi segreti». E, forse, la vicinanza di sir Francis Bacon a second life è più forte di quanto non appaia: denominatore comune delle rispettive imprese è la segmentazione del mondo, la sua riduzione a teatro di sfide che l’uomo ingaggia quando sa di poter vincere guadagnando benessere. Un atteggiamento, questo, che plasma un uomo autisticamente alle prese con le proprie intenzioni e tentato di considerare ogni suo fallimento alla stregua di un errore di calcolo, espressione di imperizia superabile attraverso un affinamento delle previsioni e un incremento delle competenze. L’uomo vittima del miraggio di Bacon e protagonista di un’eccitante second life sogna il portfolio perfetto come garanzia per apprendere in modo infallibile il mestiere di vivere. Le cose semplicemente non stanno così: il mondo è, insieme, «questa bella d’erbe famiglie e d’animali» e «quest’atomo opaco del male», come la poesia ci insegna. Il mondo sorprende per la sua generosità, ma non risparmia imboscate violente e crudeli. Con questo mondo la vita dell’uomo si misura, e solo quando l’esistere rinuncia all’anestetico della menzogna, dell’illusione, del delirio di onnipotenza, apprende il mestiere di vivere, dramma affascinante e serissimo.

La bellezza ci può trafiggere come un dolore

Solo uno sguardo spalancato sul mondo, e, insieme, alle prese con la serietà di sé, sa stupirsi per la bellezza, che, con delicata tenacia, non abbandona l’esistere. E solo uno sguardo spalancato sull’ambiguità del mondo, sulla sua miseria, sa scoprire «l’anomalia mondana» della bellezza, che ha qualcosa che non è di quaggiù. Per questo la bellezza è testimone credibile di quel Dio cercato, intravvisto e nominato con fiduciosa speranza dall’animo umano. Ma cos’è la bellezza, e perché l’uomo ne è conquistato, ma anche stordito, spesso deluso? La bellezza, quando appare, anzitutto ridimensiona l’uomo; non accetta di stare dentro i confini della sua volontà. Vi è, in ogni manifestazione della bellezza, un’eccedenza, un di più, anche rispetto al progetto che ne ha consentito l’avvento. Un artista, come un uomo buono, riconosce la bellezza della sua opera come valore aggiunto rispetto alle sue stesse possibilità e intenzioni. Ha, la bellezza, più il moto leggero del dono giunto da lontano, che il piglio grave di un risultato faticoso e prevedibile. Davvero misteriosa la bellezza, che quando conferma uno sforzo pure lo sorprende. Ha il sapore della gratuità, proprio per questa sua origine non rintracciabile nell’economia dei progetti e degli investimenti che pure corona. Ma tale gratuità è severa, proprio nella sua generosità priva di calcolo. La severità della bellezza si deve alla forma del suo apparire: quella che potrebbe essere confusa con l’indifferenza rispetto ad un destinatario è in realtà disposizione umile a convocare tutti, oltre il merito, infinitamente oltre la pretesa. E questa generosità illimitata della bellezza non è senza giudizio: la sua precarietà ne rende urgente l’accoglienza, indispensabile il rispetto, inconcludente e mortificante il rifiuto. La bellezza è strutturalmente generativa, perché risveglia il destinatario della sua apparizione all’incanto del mondo, lo rianima alla generosità del dono, lo strappa alla contabilità del guadagno. Si tratti di volti o di gesti, di arti o di natura, la bellezza genera, e per questo ferisce: sottrae l’uomo all’autismo egoistico della sopravvivenza, dello sfruttamento, del calcolo che investe per il proprio tornaconto. Per questo vengono buone le parole di T. Mann: «La bellezza può trafiggere come un dolore». La bellezza allora testimonia che il mondo non nasce da un calcolo contabile, ma da una fantasia generosa; generosa, non sprovveduta. Dimentica di sé, ma non indifferente alla destinazione della propria audacia. La bellezza non accade, si rivela, e rivelandosi si destina, e si destina consegnandosi: questo è il suo modo di convocare. La bellezza della natura, come quella dell’arte, o dell’uomo, nel suo essere e nel suo fare, vive il linguaggio del dono che si ferisce e ferisce, si genera dedicandosi e chiedendo dedizione, e assicura futuro al mondo. L’animo dell’uomo si è sempre sorpreso della fecondità della bellezza che ha donato al tempo un carattere promettente, alla storia un futuro, fuori dall’eterno e disperante ritorno dell’eguale, fuori dal calcolo privo di imprevisto, fuori dall’investimento al riparo da rischi. Un eccesso inesauribile di grazia, sottratta alla mera combinatoria di fattori prevedibili, o di intenzioni programmabili, è la bellezza: così l’uomo ha ritenuto che fosse un Nome degno di Dio, ma anche il suo dono, l’inconfondibile segno della sua presenza.

Quale bellezza salverà il mondo?

La domanda di Dostoevskij, dopo quanto abbiamo detto, diventa urgentissima; ma potrebbe essere anche radicalmente riformulata: chi salverà la bellezza? Preso atto della miopia del nostro sguardo e dell’angustia della nostra second life, non ci sta proprio una evocazione della bellezza in assoluto, quasi che nel nostro mondo ve ne sia una sola. È sotto gli occhi di tutti invece la quotidiana rapacità di luoghi, fatti, opere e persone rispetto alla bellezza: tutti e tutto ne vorrebbero l’esclusiva, il copyright. Tanto che ci si deve proprio domandare se non sia una faccenda, la bellezza, insuperabilmente plurale, plurale fino all’equivoco. Oppure dobbiamo con qualche preoccupazione riconoscere che riconoscere la bellezza è cosa assai ardua, mentre confonderla con le sue caricature e disperatamente frequente? Ecco, è più plausibile la seconda ipotesi; ma questa ci fa dire – forse avvicinandoci al pensiero ultimo di Dostoevskij – che la bellezza salverà il mondo, se qualcuno salverà la bellezza. Sì, la bellezza smaschera l’uomo nella sua confusione, lo sorprende incapace di riconoscerla; per questo, inevitabilmente, lo trova anche incosciente nel momento in cui, perduta la vera bellezza, in lui sensi, mente e cuore si infatuano di ciò che bello non è. Oggi, allora, gli umani sembrano alle prese con una bellezza disperatamente bisognosa di salvezza, più che familiari della bellezza che salverà il mondo. Affannato però a imbellettare di gaiezza squallori e meschinità, il costume diffuso neanche è cosciente del giogo impostogli dalla miseria dell’apparenza, sebbene, della rivelazione tipica della bellezza, proprio l’apparenza costituisca una controfigura equivoca e pericolosa, che spaccia per dedizione la seduzione. L’apparenza vuole portare altri a sé, attraverso l’equivoco della seduzione, mentre la bellezza si dona, per restituire chi la accoglie ad una maggiore verità di sé. L’apparenza vive della propria inconsistenza: non conosce il futuro della fecondità che si genera generando; conosce l’ossessione della sterilità che rapinando cerca di tenersi stretta se stessa. Chi è sedotto dall’apparenza si deve poi misurare con il suo inganno, con il vuoto che essa maschera, con l’assenza di relazione che essa nasconde. La studiata pesantezza dell’apparire è provocazione, non convocazione; delimita la contiguità di solitudini e fugge la prossimità della comunione. Perduta la gratuità semplice e leggera della bellezza, l’apparenza gonfia l’artificiosità strumentale e complicata, nutrendo soltanto una convivenza di sospetti. Tutto potrebbe essere altrimenti da come appare, ma anche altrove, ad dirittura potrebbe essere completamente altro: ed è la morte della fiducia. Il mondo di oggi è troppo spesso devoto dell’apparenza narcisistica; ma il narcisismo dell’apparire non conosce la ferita nella quale si genera ogni bellezza, spiraglio che consegna ad un futuro promettente un passato fecondo. La bellezza salverà il mondo, ma se sarà salvata nel dilagare delle apparenze e della sterilità della seduzione; e questa salvezza è faccenda di responsabilità, di ascolto, di attenzione, che mette in gioco l’animo di ogni uomo. La bellezza, quella vera, continua a fare la sua parte: non del tutto soffocata anche nelle più squallide e ingannevoli contraffazioni dell’apparire, è testimone ostinata di un principio buono del mondo e dell’esistere; e non si rassegna alla perversione del mondo e dell’esistere, prodotte dall’umana insipienza. Al contrario, sempre misteriosamente incompiuta, la bellezza annuncia comunque un compimento del mondo solo anticipato, ma proprio grazie a lei credibile. La bellezza riflette così l’integrità delle cose: intrecciandovi la memoria di un’origine buona alla premessa di un destino felice. Questo intreccio fa di ogni rivelazione della bellezza, nella natura come nell’essere e nel fare dell’uomo, una credibile testimonianza di Dio. Una realtà tanto seria non può essere accostata fuori da una esigente formazione. La formazione alla bellezza è formazione alla forza della relazione, ma è anche formazione alla gratuità del suo accendersi, e alla fecondità della sua riuscita, che nutre e affama, pacifica e converte. Solo la disaffezione all’ottusità del calcolo e la liberazione dall’asfissia dell’apparenza permetteranno all’uomo di prendere atto delle promesse mancate di una cultura del dominio e della seduzione. Forse così alla parola Dio, che non si stanca di convocare attraverso la bellezza, sarà data la parola; è della sua bellezza non conquistarsi uno spazio, se non le viene donato, perché trovi spazio il suo dono.

Dunque?

La presenza della bellezza nel mondo produce sorpresa, gratitudine, sconcerto nella coscienza dell’uomo. È, quella della bellezza, un’apparizione sempre delicata, che può sfuggire allo sguardo affogato nella strumentalizzazione, nel dominio, nella finzione. Ma è anche un’apparizione tenace, che convoca senza sedurre, che si dona senza rapinare, che si diffonde senza interessi da difendere. Ed è un’apparizione che per beneficare deve essere accolta: non chiede che accoglienza; ma l’accoglienza non è facile, si realizza solo attraverso una sintonia sul registro della relazione, della disponibilità, della gratuità. Perché si creino le condizioni per questa accoglienza lo sguardo dell’uomo contemporaneo va liberato dall’offuscamento, prodotto dalle messinscene del brutto che vorrebbe apparire gradevole, emozionante, esaltante. Da questa liberazione l’uomo si può attendere una nuova consuetudine con la bellezza, una nuova capacità di ascolto del suo messaggio: il messaggio della relazione e del dono gratuito, come verità del mondo e Nome di Dio.