Il Vangelo non passa

Fratel Goffredo – Bose

29 novembre 2018

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:« 24in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, 25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.»
Mc 13,24-32

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v. 31), Gesù dice questa frase a conclusione di un discorso apocalittico nel quale annuncia ai suoi discepoli la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio. Questa catastrofe che rappresentò per gli ebrei la fine di un mondo, per i cristiani fu invece l’inizio, il punto in cui hanno dovuto prendere coscienza della novità nella quale il Signore li aveva posti. In un contesto di tribolazione, di distruzione, di sconvolgimenti cosmici Gesù invita i suoi a imparare la parabola del fico, ossia a saper cogliere i segni che annunciano un tempo che finisce e un tempo nuovo che sta arrivando, un tempo diverso, così come l’intenerirsi del ramo del fico e lo spuntare delle foglie annunciano che l’estate è alle porte. Imparare la parabola del fico è dunque per i primi cristiani, come per noi oggi, discernere nel momento in cui un mondo finisce il germoglio della novità evangelica.
“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, questo messaggio di Gesù risuona oggi più che mai attuale mentre constatiamo come stanno velocemente passando sopra di noi i cieli delle idee, dei principi e della cultura cristiana. Quando la vita della stragrande maggioranza dei nostri contemporanei non è più illuminata dal messaggio cristiano perché esso, anche per responsabilità di noi credenti, è lentamente entrato in un’ombra di insignificanza, come se si spegnesse la luce del sole e della luna. Sotto i nostri piedi sta passando la terra dell’ethos cristiano, dei comportamenti e delle scelte, di una convivenza ispirata dai valori cristiani, come passano riti e appartenenze. Se questa realizzazione storica del cristianesimo sta passando, il vangelo resta come parola sempre portatrice di novità.
Questo significa per noi cristiani non ridurre il cristianesimo a ciò che è stato nella storia e anche in un passato recente, ma a levare la testa verso l’avvenire del cristianesimo che altro non può essere che il Figlio dell’uomo veniente. Il vangelo non sta alle nostre spalle ma ci sta davanti come nostro futuro e come promessa del cristianesimo che ci attende. Vegliare nell’attesa del Figlio dell’uomo veniente sulle nubi del cielo altro non significa se non credere che il vangelo è ancora l’avvenire dell’umanità. Il senso evangelico dell’umano può ancora dare una risposta unica e originale ai problemi dell’umanità contribuendo alla creazione di una civiltà diversa. Il vangelo non è il garante di una memoria collettiva ma è la condizione di una speranza comune.
“Le mie parole non passeranno”, significa in definitiva per noi credere che la vita di Gesù, dalla quale è nato il cristianesimo non ha ancora esaurito tutto il suo significato. Per questo il Signore è sempre “il Veniente” (Ap 1,4), l’atteso, l’invocato da noi cristiani che per primi non abbiamo ancora compreso l’evento Gesù in tutta la sua portata. Il cristianesimo avrà sempre una parte mancante, memoria della sorgente ancora largamente impensabile delle parole di Cristo.
Quando tutto passa il vangelo non passa perché è l’unica e vera parte sempre mancante alla chiesa e all’umanità. Per questo il vangelo è il Veniente invocato, perché ancora inaudito e inedito. Il vangelo è il Veniente atteso, perché sempre nuovo