Dio educa il suo popolo

Rosanna Virgili

La Sapienza si è costruita la sua casa,
ha intagliato le sue sette colonne.
Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino
e ha imbandito la sua tavola. (…)
A chi è privo di senno ella dice:
«Venite, mangiate il mio pane,
bevete il vino che io ho preparato.
Abbandonate l’inesperienza e vivrete,
andate diritti per la via dell’intelligenza»
(Pr 9,1-6)

L’urgenza educativa

Nel 2010 i vescovi italiani lanciavano un grande progetto culturale, parte raccolto in un Volume che andava sotto il titolo: La sfida educativa.
Che fine ha fatto tale ambiziosa intenzione? Difficile vederne dei frutti concreti, mentre è impossibile non prendere atto di una crescita esponenziale della questione educativa, al punto che molti, oggi, la declinano come un’emergenza. L’intuizione dei Vescovi era buona, ma la loro profezia, forse, non giungeva ad immaginare la situazione attuale dove non è più possibile un’effettiva sfida, poiché non c’è più nessun altro soggetto educativo cui contrapporsi. È andato via via velocemente e vistosamente imponendosi, infatti, un altro fenomeno, legato a quello citato, ma molto diverso e più grave: l’opera dis-educativa dei genitori. Un fatto che viene denunciato dai docenti italiani delle scuole di ogni ordine e grado e che viene efficacemente ritratto da Antonio Polito nel suo libro: Riprendiamoci i nostri figli (Marsilio 2018).
Polito parla di “fallimento educativo” e di emergenza, osservando come il narcisismo dei genitori infonda un simmetrico narcisismo nei figli che: “sono diventati la giuria che emette il verdetto sui padri, come in un format televisivo”. La frattura dell’alleanza tra genitori e docenti, tra intellettuali e educatori ha fatto naufragare la Scuola, ma anche l’ambiente dello Sport con cui i buoni, vecchi Oratori completavano non solo atl-eticamente, ma anche eticamente la formazione dei giovani. Polito osserva che è terribile vedere il tifo sgarbato e scorretto che madri e padri fanno nei campetti di calcio dei paesi italiani, dai più piccoli ai più grandi. Ed è solo uno dei tanti esempi che mettono in luce una vera e propria interruzione del tradizionale passaggio di valori dai genitori ai figli.
Anche la psicologia fatica a dare un apporto educativo costruttivo, poiché continua a cercare l’errore che è sempre a carico dei genitori, senza proiettare i ragazzi verso l’impegno della volontà che, invece, dipende da loro. Da parte della Chiesa, dunque, di fronte alla mancanza di un altro qualsivoglia soggetto che si possa chiamare “educativo”, lanciare ancor oggi una sfida significherebbe combattere contro i mulini a vento, come Don Chisciotte.
Osservando con attenzione la vita dei bambini italiani, ma anche degli adolescenti fino alla maggiore età e non solo di quelli che appartengono alle cosiddette “famiglie ferite”, si possono scorgere altri aspetti, ancor più profondi. Ha ragione Massimo Recalcati a parlare di tramonto del complesso di Edipo e di ingresso solenne del “complesso di Telemaco” (Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli 2013).
I figli oggi non attraversano più la frontiera simbolica dell’“uccisione del padre” che, una volta, permetteva loro di sostituirsi ai propri genitori ed entrare nel tempo della vita adulta. La mancanza di una vera figura paterna mette i ragazzi in condizioni di estrema precarietà e smarrimento, facendoli arenare nelle sabbie mobili affettive e in una sorta di paralisi morale.
Una situazione che diventa esplosiva quando a questo “lago di nulla” della mancanza di educatori, di chi prenda per mano i ragazzi negli anni in cui tutto è davvero “liquido” e li aiuti a prendere una “forma”, si assomma l’uso compulsivo dei social in cui la labilità, la virtualità, la superficie è l’unica legge. Miscela davvero avvelenata che porta a quell’incapacità non solo di agire bene, ma ancor prima, a quella indifferenza tra il bene e il male che Umberto Galimberti ha chiamato psicoapatia (L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007).

“P” come Paternità

La grande conquista dell’uomo (inteso come il maschio) che è stata fatta nel corso di milioni di anni è stata proprio quella del passaggio dal semplice “procreatore” al “padre”. Quanto descrive magistralmente Luigi Zoja nel suo prezioso e pregiato libro Il gesto di Ettore (Bollati Borighieri 2016). Questa identità viene dal prendersi cura dei figli, una volta da lui generati. La paternità è una primaria forma di fedeltà alla vita, di non abban-dono, al contrario, di dono di sé. Con essa l’uomo trasmette al figlio quanto anche lui ha ricevuto da suo padre e promuove la vita oltre i confini del tempo del suo singolo corpo. Il padre, allora, si unisce alla madre per cercare cibo per i suoi figli, ma anche parole di giustizia, di pace, di collaborazione tra di loro. Ambedue insegnano ai figli l’arte politica per eccellenza: la fraternità. Vale a dire la responsabilità e la cor-responsabilità (da: cum-respondeo: rispondo insieme agli altri e degli altri) nella città dove dovranno vivere insieme agli altri.
Per far ciò i genitori useranno la Sapienza che è maestra di orientamento: Lei è la direzione e il padre è l’indice che il figlio guarda (cf Proverbi 9,1-6).
La Sapienza chiama gli inesperti a riunirsi in assemblea nella sua casa e a sedersi alla mensa comune; qui impareranno a con-vertirsi attraverso la con-divisione e l’esperienza della vita come Dono. Alla scuola di quella mensa da cui nessuno è escluso, gli inesperti impareranno a tracciare il confine della libertà, a inter-venire, a scegliere, cioè, tra il bene e il male.
Quali suggerimenti preziosi per i lettori credenti? Il primo è l’invito a prendersi cura dei figli, non abbandonarli, preoccuparsi di orientarli alla vita e non a gratificarli, finendo col tradirli. Insegnar loro, fin da piccini, l’immenso bene della fraternità . Quella che – tra le tre parole chiave della Rivoluzione Francese – è rimasta sospesa e irrealizzata, secondo l’acuta intuizione di Silvano Fausti (Lettera a Voltaire. Contrappunti sulla libertà, Àncora 2016). Quella di dare le parole dell’educazione alla Parola, sapendo che: “non di solo pane” si vive, ma anche di Parola, di dialogo, di Relazione, di accoglienza, di incontro e di ascolto.

“P” come Politica

La nostra società non ha solo bisogno di educazione giovanile, ma anche di “formazione permanente” come si usa dire per gli adulti, negli ambiti ecclesiali. La Parola di Dio è cogente, a questo proposito, per il credente: occuparsi della “cosa pubblica” è dovere di tutti. A lungo nella Chiesa italiana, ma non solo, uomini come Rosmini, Sturzo, La Pira, Lazzati o Don Milani sono stati considerati vocazioni particolari di intelligenza e sensibilità politica. La verità è che questi uomini onoravano lealmente e appassionatamente la loro fede cristiana. La loro passione e il loro impegno sembrano lontani dalle attuali occupazioni dei cattolici ordinari. E non basta la voce costante e toccante di Papa Francesco a fare monito in questa direzione, in maniera esplicita, od implicita.
Oltre al linguaggio im-mediato delle sue Esortazioni ed Encicliche, non c’è, infatti, omelia a Santa Marta in cui Francesco non rivolga un chiaro invito a mettere in pratica quanto il Vangelo suggerisce, anzi, esige. Che significa “fare politica” o, se si preferisce, “pre-politica”. La miglior definizione sarebbe: politica con la “P” maiuscola (si veda: Matteo Truffelli, La P maiuscola. Fare politica sotto le parti, AVE 2018).
Tutta la Bibbia porta questo compito e correda le sue ragioni, in tal senso, con le riflessioni, le analisi, gli insegnamenti di merito e di metodo.
Un avviso importante viene dato a proposito del metodo di governo: esso deve essere collaborativo. Dio è il grande “alleato” del Paese e chi governa – il Messia, suo preposto – condivide il suo “potere” con altri.
La distinzione di vari ruoli nel governo di una società, insomma, il “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” resta una costante in tutta la sapienza biblica.
Il primo re di Israele fu Saul che – ahimè! – morì suicida. Come mai? Cosa aveva sbagliato? Aveva concentrato tutto il potere sulla sua persona, dimenticando di non poter occupare il posto del profeta, quello del sacerdote, quello dei suoi maggiori collaboratori – tra cui il figlio Gionata – e quello del popolo stesso. Saul pensò di essere il salvatore di Israele, capo politico, religioso, giudice e condottiero militare, profeta e quant’altro. Finì per ammalarsi di depressione, ma intanto – per la sua follia! – il popolo rischiò di morire di fame e di guerra. Sentendosi lui il salvatore diventò usurpatore del posto stesso di Dio, unico, vero Salvatore del suo popolo.
Qualcosa del genere si verifica anche oggi nella politica italiana, dove la democrazia rischia di corrompersi in populismo, vale a dire in reale sottomissione del popolo alla tirannia dell’idolo che egli stesso – il popolo – fabbrica. Un capo-dio che non può aver nessuno accanto, né paragonabile a sé, perché la sua parola assume la potenza dell’oracolo. La folla lo esalta e lo acclama per fideismo e non per ragionevole stima.
Segno di una società bambina, bisognosa di balie – buone o cattive, pur che siano! – dove ognuno si mostra svogliato o incapace di assumere le responsabilità del cittadino adulto, vale a dire: le responsabilità dell’altro e verso l’altro.
Ma anche nella Chiesa italiana si verifica qualcosa di preoccupante: il silenzio dei laici. L’impegno di una responsabilità di giudizio e di servizio politico è diventato debole nel laicato cattolico, talvolta insignificante, o troppo sottotraccia. Pochi sono i laici impegnati attivamente in politica; mentre, per i tanti che non lo sono, spesso è a motivo di una scarsa “autorità” riconosciuta. Sembra che il laicato cattolico abbia fatto passi indietro in questo senso, rispetto agli anni successivi – ma anche precedenti – al Concilio Vaticano II. Quasi inconsciamente i cattolici, oggi, aspettano dalle parole del Papa, o da quelle del Presidente della Conferenza Episcopale, il coraggio dell’iniziativa politica. Mi ha colpito una persona – un laico praticante e convinto – dire: “perché il Papa non dice parole chiare contro certe scelte del governo italiano”? No, sono i laici che devono farlo!
La titubanza politica dei cattolici si rende oggi evidente nella distanza che emerge tra il messaggio del Vangelo e il “sentimento” civile, sociale e politico del popolo italiano, pur ancora in gran parte legato alle tradizioni cristiane. Il lavoro di un laicato cattolico “adulto” – per quello che c’è ancora – non ha più segni incisivi che ne rendano percettibile l’efficacia nella realtà politica, etica e culturale italiana.
Similmente a quanto si è detto per la “sfida educativa”, guardandoci intorno, navigando su internet, ascoltando i talk show e i vari Tg, come anche le parole di chi siede al bar, o di chi viaggia in autobus insieme a noi, avvertiamo un letterale imbarbarimento. Come se l’umanesimo classico, poi cristiano, poi rinascimentale, poi illuministico e delle democrazie contemporanee – pur con i loro rispettivi difetti – non ci fosse stato. Come se la civiltà politica mediterranea e poi occidentale fosse diventata un vecchio vestito da buttar via. Come se le istituzioni – pagate a caro prezzo! – non siano nate per garantire diritti e quindi libertà agli individui e vita alle Comunità, si è pronti a sacrificarle sull’altare di un’opaca palingenesi.
Ma anche le parole della fede sono diventate straniere e vengono pronunciate per “sentito dire”. Pochi ne conoscono la sostanza per cui accade che vengano ab-usate per esprimere concetti opposti. Come la parola del Crocifisso, ad esempio: si usa per scacciare chi non vi si inginocchia davanti. Senza avvertire un brivido di memoria per il simbolo di uno scacciato, un rifiutato, un maledetto… rinnegato dai suoi stessi fratelli ed apostoli.
Come mai questa desolante ignoranza? Se la scuola ha fallito e i genitori hanno fallito, dobbiamo dire anche che i cattolici italiani hanno fallito? (1)

“P” come Prossimo

Nei suoi discorsi all’Europa il Papa Francesco ha una nota principale: il primato dell’umano e della persona rispetto ai sistemi economici, bancari, finanziari e simili (2) . Le sue preoccupazioni fanno eco a quelle di Dio nella Scrittura: nel popolo santo tutti si dovranno preoccupare della fraternità, vale a dire delle persone a cominciare da quelle che non hanno nessuno che lo faccia già per loro.
Tutta la Parola di Dio è animata dall’ansia per gli esclusi, gli emarginati, i senza-terra e i senza-tetto, i senza-legge e senza-futuro. Il Dio della Bibbia si presenta come Qualcuno che dà diritto di vivere a un popolo che grida verso il Cielo, perché quello stesso diritto gli viene conculcato con la violenza e l’ingiustizia da parte della Terra.
“Padre dei poveri” è il re in Israele, come, del resto, in gran parte del mondo antico del bacino del Mediterraneo. Sua è la cura per gli esclusi, gli orfani, le vedove, gli stranieri. Per queste persone si deve adoperare, allora e innanzitutto, il cristiano; a tale attenzione di accoglienza, abbraccio, riconoscimento, dignità, inclusione, re-inclusione sociale, ri-conciliazione politica deve lavorare il credente, il fedele al Dio biblico e al Padre del Signore Gesù.
Per far ciò dovrà essere, spesso, signum contradictionis, come ha dimostrato la recente reazione furente, persino di una parte del Parlamento italiano, contro l’iniziativa delle “magliette rosse”. Chi ha indossato quelle magliette l’ha fatto per “mettersi nei panni” delle creature che il mare ha inghiottito e restituito come uno specchio a noi che, tra le sue onde, le avevamo gettate. E forse è proprio questo specchio così imbarazzante – per le loro coscienze – che i rappresentanti del nostro popolo (peraltro di natura migrante!) hanno voluto infrangere, rovesciando un vergognoso disprezzo su chi glielo ha posto dinanzi.

Uno non vale uno!

Quando una ragazza in pieno giorno a Roma viene molestata e aggredita e lei grida e nessuno si ferma, nessuno si muove per aiutarla, allora l’in-differenza ha sepolto la differenza che è il prossimo. Ha ragione ancora Luigi Zoja a dire: Dio è l’altro e l’indifferenza alla Trascendenza ha prodotto anche l’indifferenza sociale (3). La morte dell’Altro: prima Dio, poi il prossimo, poi Francesca (nome di fantasia della ragazza succitata), poi i migranti, poi i bambini che muoiono in mare.
Uno vale uno per quel cittadino chiuso ed egoista che non sente l’urlo del suo prossimo, poiché l’ha ridotto a un’immagine, un numero, un fastidio che deturpa il panorama.
Un secondo essenziale capitolo dell’educazione alla cittadinanza riguarda, nella Bibbia, le persone e il lavoro. Il grande San Tommaso dava quattro scopi al lavoro: il primo era procurarsi il cibo; il secondo era vincere l’ozio; il terzo era la sana stanchezza che scansava le tentazioni; il quarto la carità.
Impossibile, dunque, per Tommaso, scambiare il lavoro con il reddito, così come pensare che tutti possano fare qualsiasi lavoro, intendendolo come prestazione meccanica, o qualcosa di simile. Se il lavoro è “opera di carità”, allora al centro vi è la persona con i suoi talenti e i suoi legami, le sue competenze e i volti di chi ne usufruisce, le sue conoscenze e la società per cui le impiega; la sua ricerca svolta secondo canoni riconosciuti, la sua esperienza, il suo servizio, la sua onestà,; la sua passione speciale e insostituibile. E il suo amore per la Comunità umana.
Una ed unica è la dignità di ogni persona, ma mille sono le diversità del suo “valore”!
Non si può proporre, neppure per ischerzo, che i deputati della Repubblica possano essere scelti tirando a sorte tra tutti i cittadini! Se così fosse e valesse per tutti i “mestieri”, a cosa servirebbero, allora, scuole e botteghe, licei ed Università, a cosa l’apprendistato, a cosa la sapienza di chi ci ha preceduto?
Paolo dirà: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi” (1Corinti 12,27-31).
Se uno valesse uno, non esisterebbe neppure la Chiesa!
Con lo scopo del bene comune, il lavoro è la benedizione di una famiglia, di una nazione, di un continente, del mondo, come annuncia divinamente il Salmo 128 del Salterio biblico. E persino nel Cielo della perfetta Trinità uno non vale uno! Uno è Dio, tre, invece, sono le Persone.
Diverse e Distinte in modo che possano formare quel mistero di Comunione d’Amore che è il nostro Dio.

 

NOTE

1 Per una acuta e onesta riflessione sull’eclissi dei cattolici, e non solo dei giovani, si veda Armando Matteo in: La Chiesa che manca. I giovani, le donne e i laici nell’Evangelii Gaudium, San Paolo 2018; L’adulto che ci manca, Cittadella 2014; La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino 2017.
2 Ripensare il futuro dalle relazioni. Discorsi sull’Europa, Libreria Editrice Vaticana 2018.
3 La morte del prossimo, Einaudi 2009.