Ci aspetta  l’incontro con Gesù

Prima Domenica di Avvento C

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi  

21,28 Tenete alto lo sguardo [1]

Non lasciarsi rattrappire gli orizzonti
Non lasciatevi tentare da racconti di catastrofi o profezie di sciagure, perché quello che conta veramente è perseverare impedendo che si raffreddi l’amore (cfr Mt 24,12) e tenere alto e levato il capo verso il Signore (cfr Lc 21,28), perché la Chiesa non è nostra, è di Dio! Lui c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi! Il destino della Chiesa, del piccolo gregge, è vittoriosamente nascosto nella croce del Figlio di Dio. I nostri nomi sono scolpiti nel suo cuore – scolpiti nel suo cuore! –; la nostra sorte è nelle sue mani. Pertanto, non spendete le vostre migliori energie per contabilizzare fallimenti e rinfacciare amarezze, lasciandovi rimpiccolire il cuore e rattrappire gli orizzonti.

Trovare la luce, la gioia là dove…

Cristo sia la vostra gioia, il Vangelo sia il vostro nutrimento. Tenete fisso il vostro sguardo solo sul Signore Gesù e, abituandovi alla sua luce, sappiate cercarla incessantemente anche dove essa si rifrange, sia pure attraverso umili bagliori.
Là, nelle famiglie delle vostre comunità, dove, nella pazienza tenace e nella generosità anonima, il dono della vita viene cullato e nutrito.
Là, dove sussiste nei cuori la fragile ma indistruttibile certezza che la verità prevale, che amare non è vano, che il perdono ha il potere di cambiare e di riconciliare, che l’unità vince sempre la divisione, che il coraggio di dimenticare sé stessi per il bene dell’altro è più appagante del primato intangibile dell’io.
Là, dove tanti consacrati e ministri di Dio, nella silenziosa dedizione di sé, perseverano incuranti del fatto che il bene spesso non fa rumore, non è tema dei blog né arriva sulle prime pagine. Essi continuano a credere e a predicare con coraggio il Vangelo della grazia e della misericordia a uomini assetati di ragioni per vivere, per sperare e per amare. Non si spaventano davanti alle ferite della carne di Cristo, sempre inferte dal peccato e non di rado dai figli della Chiesa.

… non ignorando la carne di Cristo
So bene quanto nel nostro tempo imperversano solitudine e abbandono, dilaga l’individualismo e cresce l’indifferenza al destino degli altri. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani sono smarriti in una realtà che ha oscurato i punti di riferimento, sono destabilizzati dall’angoscia di appartenere a nulla. La loro sorte non interpella la coscienza di tutti e spesso, purtroppo, coloro che avrebbero le maggiori responsabilità, colpevolmente si scansano. Ma a noi non è consentito ignorare la carne di Cristo, che ci è stata affidata non soltanto nel Sacramento che spezziamo, ma anche nel Popolo che abbiamo ereditato.

21,34-36 Ci aspetta l’incontro con Gesù [2]

Gesù ci ammonisce – come riporta Luca nel suo Vangelo (21,34-36) – con queste parole: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». In pratica Gesù ci dice: «Contemplate quello che vi aspetta, che il vostro cuore non si appesantisca con gli affanni e le preoccupazioni della vita; guardate avanti e abbiate speranza»: quella speranza che apre i cuori all’incontro con Gesù. Proprio questo ci aspetta, l’incontro con Gesù: è bello, è molto bello! E lui ci chiede soltanto di essere umili e di dire: “Signore”. Basterà quella parola e lui farà il resto.

21,28 Il segno degli ultimi tempi [3]

Non negare la propria vocazione…
Gli anticristi stanno tra noi: sono quelli che si sono stancati di Cristo umile. L’appartenenza a Cristo non si giudica solamente dallo stare fisicamente in una comunità. Va più in là: è appartenenza allo Spirito, è lasciarsi ungere dallo stesso Spirito che ha unto Gesù. Chi giudica della nostra unzione è lo stesso Signore «che sa quello che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2,24-25). Nella misura in cui Cristo è accettato dal cuore, chi l’accetta diviene allora fonte di divisione (Mt 10,21). È il segno degli ultimi tempi (Lc 21,28). Il credente partecipa dello stesso Cristo, che «è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (Lc 2,34). Chi non ha l’unzione, chi non l’accetta o vi supplisce con mera scienza umana, può negare di fatto questa vocazione alla croce.

… scegliendosi “i segni dei tempi”…
Una prima maniera di negarla consiste nell’atteggiamento di chi pretende di scegliersi da solo i segni di contraddizione. La croce, allora, già non è più oblazione della propria vita, sequela amorosa del Signore sulla strada che Egli per primo ha percorso, bensì gesto artificioso, «protagonismo», superficialità. Abbiamo visto molti sacerdoti e religiosi che nella loro vita di comunità giocano alla Chiesa primitiva. Alcuni, del resto, nella loro vita apostolica giocano anche alla croce. In questo caso le eventuali persecuzioni non nascono dallo zelo per la gloria del Padre, dal compimento della volontà di Dio, ma piuttosto da una scelta squisita ed elitaria dei mezzi che paiono più proficui al proprio egoismo e alla propria vanità.

… o non accettando l’indole bellica della nostra vocazione
La seconda maniera di negare la nostra vocazione per la croce radica nel non accettare l’indole bellica della nostra vocazione. Si tratta della tentazione della «pace a qualsiasi costo», la tentazione dell’irenismo. Poiché si teme la contraddizione, allora si ricorre a ogni sorta di accomodamenti e pastrocchi… purché ci sia pace. Che vuol dire: purché non compaia alcuna contraddizione. Risultato: uomini e donne che non sanno niente della vera pace, ma vivono la codardia o, se si vuole, la pace dei sepolcri.

… e divenendo nemici della croce
Entrambe queste tentazioni radicano nel non volersi spogliare del desiderio di essere protagonisti: i primi, della croce; i secondi, della pace. E dimenticano che sia la croce sia la pace hanno già visto un protagonista che ha colmato qualsiasi sequela nel dolore e le ha dato senso, così come alla conso-lazione della resurrezione. Questi due gruppi di persone, nemiche della croce di Cristo, esagerano, «vanno oltre» la dottrina della comunità (2 Gv 9); fabbricano un’alternativa alla statura del loro egoismo, sono deliranti, «contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli angeli» (Gdc 9).

21,36 Vegliare pregando [4]

In questo stare saldi c’è una dimensione escatologica. C’è Stefano, in Atti 1,55, che vede Gesù stare alla destra di Dio. C’è una dimensione cultuale: «Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto» (Eb 10,11). «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36). Insomma, resistere, stare saldi, non è un atto isolato o l’insieme di atti momentanei: è un’azione aperta al tempo e all’eternità; per questo ha un senso cultuale ed escatologico. Trascende il momento e guarda al tempo, e pertanto guarda al procedere del popolo di Dio. Anche indietreggiare ha un senso escatologico, perché significa tornare al peccato: «State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1).
Non è questione di vincere una battaglia, bensì d’intraprendere una guerra prolungata.

NOTE

[1] Discorso ai vescovi di recente nomina, 13 settembre 2018.
[2] Meditazione, 25 novembre 2016.
[3] PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) – LEV (Città del Vaticano) 2013.
[4] La perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale, (Le parole di papa Francesco 1,) Corriere della sera, Milano 2014,55-65.