Il mio regno non è di questo mondo

a cura di Franco Galeone

Il mio regno non è di questo mondo!

  1. Questa festa di Cristo re, quando fu istituita da Pio XI, nel 1925, in pieno regime fascista, suscitò qualche obiezione: era proprio quello il momento di chiamare re il Cristo, mentre le vecchie monarchie scomparivano, e apparivano le nuove dittature (fascismo, nazismo, stalinismo)? Forse la chiesa voleva impadronirsi del potere politico? Per più di 160 volte nel Nuovo Testamento leggiamo la parola “regno”, ma cosa significa? Il regno di Dio non è stato inaugurato con una solenne parata militare, ma con l’arresto del suo re; non è stato presentato al mondo con una solenne cerimonia ma con una croce e un crocifisso. Non dobbiamo dimenticare che il re non è Gesù trionfante, quello della domenica delle palme, ma il Gesù sofferente del venerdì di passione. Quindi una regalità paradossale, perché il re non è vestito di porpora né è circondato da soldati, ma ha il corpo piagato ed è abbandonato da tutti; chi si proclama re sta per essere processato, sta per passare attraverso la terribile prova della morte.
  2. Cristo ha sempre rifiutato di essere fatto re. Si è dichiarato re, quando questa parola non correva nessuno rischio di essere fraintesa: Gesù si trovava solo, prigioniero, legato davanti a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo … I re della terra comandano … Chi vuole essere il primo diventi l’ultimo”. La parodia del processo è contenuta nella frase di Pilato: “Ecco il vostro re!”. Cristo è re perché è il solo che ci ami pienamente; è il solo che darebbe anche oggi la sua vita per me, per noi; è il solo che si fa mangiare da quanti cercano un senso alla loro vita. Cristo è re perché manifesta la sua potenza non tanto creando una volta, ma perdonando settanta volte sette!
  3. Ogni autorità deve imitare quella del Cristo; il primato del papa è un primato di funzione, di servizio, di esemplarità. Nel cristianesimo non ci sono onori ma responsabilità, non poltrone da coprire ma fratelli da ricoprire, non professionisti di carriera ma dilettanti di amore. Diceva Ignazio di Antiochia che, se primati ci devono essere, uno solo è accettabile: “il primato e la presidenza dell’amore”. Il titolo più bello con cui i papi abbiano firmato i loro documenti è “servus servorum Dei!”. Non dominare ma servire! Come cambierebbero le nostre famiglie, le nostre parrocchie, i nostri governi se coloro che vogliono essere i primi, si facessero i servitori, ministri appunto!

Cristo è re, ma il suo regno è diverso!

  1. Oggi noi non possiamo prescindere dall’organizzazione militare. Questa è la “Realpolitik”. Applaudiamo chi grida “Giù le armi”, ma sappiamo che questo grido è inefficace. Ci troviamo in una specie di impossibilità: tutti vogliamo la pace, ma questa richiede l’uso della forza; c’è il vangelo con la sua “politica dell’amore”, e la società con la sua “politica del possibile”. Davvero ci ha generati la competizione, madre di tutte le cose; la nostra vita è plasmata dalla lotta, madre di tutte le cose, come scrisse il filosofo greco. Anche in una società ispirata al vangelo può insinuarsi l’ambizione dell’antico serpente: “Sarete dei”, cioè l’istinto di potenza, che è il nome moderno del peccato originale. Anche i cristiani possono avere (e l’hanno avuta!) l’ambizione di possedere il “regnum” oltre che il “sacerdotium”, cioè le due spade, i due poteri temporale e spirituale, il triregno e tutto il risibile cerimoniale del vassallaggio. Ci sono oggi uomini religiosi in Medio Oriente che, in nome del potere religioso, hanno il potere politico. Il Medioevo non è morto, nemmeno in casa cattolica, almeno a livello di aspirazione. La nostra religione, nata come piccola e lieta minoranza, ha allargato lentamente i propri spazi grazie all’imperatore Costantino prima, Teodosio poi, e Giustiniano infine; non appena si sono aperte le porte del privilegio, anche noi cristiani siamo entrati nella sala dei comandi, abbiamo conquistato quel potere che Gesù aveva rifiutato, e che anche noi, prima della conquista, avevamo contestato all’imperatore romano. Le astuzie della ragione umana sono davvero ineffabili! Quante volte si è ripetuto nella storia il passaggio dal Non possumus al Possumus davanti alle allettanti promesse del potere!

La religione come “instrumentum regni”

  1. Lo Stato-Città del Vaticano non è luogo sacro, una sorta di altare privilegiatum: è un Stato umano sorto lungo la storia, grazie ad una serie di avvenimenti, accordi, donazioni, alcune anche falsificate (cfr Decretali pseudo-isidoriane, De falso credita et ementita Constantini donatione!), ed è l’ultimo Stato non democratico che dura in Europa come monarchia assoluta. E il papato è l’ultima forma di leadership religiosa che si esercita secondo una modalità di potere inappellabile (canone 333,3). Un potere di tal genere ha bisogno di un Dio che gli corrisponda, che lo approvi e lo benedica. Ma è evidente che questo presunto Dio non coincide con il Dio rivelato a noi da Gesù, così come raccontato nei Vangeli. La potestà piena e suprema definita dal Concilio Vaticano I, la potestà universale definita dal Vaticano II non è compatibile con la proibizione di Gesù agli apostoli che volevano occupare i primi posti e mettersi al di sopra degli altri (Mc 10,31). Si è sempre cercato di far tacere i profeti, che turbano il sistema religioso. Ci consola sapere che il primo ad essere rimproverato fu colui che da Cristo era stato messo a capo della sua chiesa. Ecco: il papa può essere una pietra fondamentale, ma anche una pietra d’inciampo. Se noi comprendiamo questo scandalo, allora noi introduciamo una lama tagliente nello spessore del nostro passato storico, per discernere la follia del vangelo che conduce alla vita, e la sapienza del mondo che si conclude nel fallimento. Nel divenire della storia, tutti sappiamo che corre un’altra legge, quella perversa del potere, anche se i sovrani mettono il crocifisso sulla corona dei re, sullo scudo dei partiti, negli articoli delle costituzioni. Questa religione è solo “instrumentum regni”.

Il regno di Gesù: una famiglia di figli liberi!

  1. Oggi, il termine “Cristo re” non piace molto all’opinione pubblica, sia perché evoca tempi di monarchia da noi superati, sia perché richiama l’immagine dell’uomo-suddito. Oggi, specialmente, non si vuole sentire parlare di obbedienza, di sottomissione, di dipendenza. Siamo persuasi che niente e nessuno può intralciare le nostre scelte. Anche nel campo religioso, c’è una tendenza assai diffusa a fare di Dio il buon compagno, l’amico che dà sempre ragione, il padre che perdona ogni nostro comportamento, confondendo misericordia con relativismo, perdono con approvazione, comprensione con giustificazione. Non è raro sentire che di fronte alla parola di Dio, occorre “ragionare”, nel tentativo di ridurla alle nostre dimensioni, adeguarla alle nostre abitudini, come se fosse Dio a sottomettersi ai nostri progetti e non fosse invece urgente il contrario.
  2. Al regno di Gesù appartengono tutti gli uomini delle beatitudini. Del regno di Gesù non è possibile nessun censimento; i confini del regno non coincidono con quelli della chiesa visibile, sono molto più vasti e sorprendenti. Di questo regno nessuno può dire chi è fuori e chi è dentro; questo regno non ha cifre, bilanci, statistiche; dopo l’esilio, Dio si scelse un “piccolo resto” in Israele; anche Gesù davanti a Pilato non aveva nessun seguito e per il futuro non ha previsto folle oceaniche, ma “Non temere, piccolo gregge”. Certe operazioni delicate non sono affidate ai tempi degli uomini, ma agli angeli e alla fine dei tempi. E poi restano quelle parole di Gesù: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. Questo significa che l’importanza dei titoli, il prestigio delle opere, i numeri grossi, i capitali delle banche … sono schermi non rimandano al Crocifisso risorto, anzi, sono motivo di scandalo e di rifiuto: La ricchezza è un segno troppo visibile, che non richiama l’Invisibile, è un segno troppo luminoso che alla fine infastidisce. Un linguaggio manageriale, burocratico, aziendale … va bene per una cooperativa o una fabbrica, ma non fa parte del regno di Dio. Tanto meno a questo regno si addicono certi comportamenti grintosi che mettono in campo certi cosiddetti “campioni della fede”, che tuonano dal pulpito, che organizzano crociate contro gli infedeli, che innalzano roghi contro gli eretici, che compongono indici di libri da non leggere, che lanciano scomuniche sugli uomini e interdetti sulle città. La mano coperta dal guanto di ferro non è la più indicata per trasmettere la carezza di Dio! Il regno di Dio rifiuta tutti i vocaboli ricavati dal mondo militare, come battaglie per la fede, vittoria della fede, eretici avversari, nemici della fede, conquiste della fede … Lavorare, pregare per il regno e non ostentare sul petto i lustrini e le stellette! I frutti del nostro lavoro sono iscritti nel calendario di Dio e non nelle nostre presuntuose bancarelle.
  3. La festa di Cristo re dell’universo segna la conclusione dell’anno liturgico. Domenica prossima sarà la prima domenica di avvento, un nuovo periodo di grazia, nell’attesa del Natale. La conclusione di questo anno liturgico “B” segna la fine anche di queste riflessioni. “Partire è un po’ morire”, ma per una riflessione che finisce, altre cominciano, sicuramente più profonde. Grazie, intanto a chi ha avuto la pazienza e l’affetto di seguirci in questo anno di grazia. Venga il tuo regno: venga anzitutto nelle scelte quotidiane della mia vita! Marana’ ta’ תא מרנא.
    Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano