Chiesa e scuola nel magistero di Papa Francesco

Giuseppe Mari

Papa Bergoglio è, come vedremo tra breve, un uomo di scuola, oltre che un religioso. Lui stesso ha detto di nutrire un profondo amore per la scuola e l’ha spiegato in questi termini:
“Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo. Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola”.
Ha pronunciato queste parole durante l’Incontro nazionale del mondo della scuola italiana (10 maggio 2014), ricordando Suor Dolores Tortolo, la sua maestra nell’Istituto scolastico “Nostra Signora della Misericordia” (Barrio Flores, Buenos Aires). Terminati gli studi, sarebbe entrato nel Noviziato gesuitico, dopo una breve permanenza nel Seminario arcivescovile. Come gesuita, la sua prima esperienza pastorale l’ha svolta proprio nella scuola.

Gesuita, docente e pastore nella Chiesa locale

Già durante il ministero episcopale, l’allora Card. Bergoglio si rivelò molto attento alla scuola e impegnato a favorirne il rapporto costruttivo con la Chiesa. Nell’anno stesso in cui diventò Arcivescovo di Buenos Aires (1998), fondò il Vicariato per l’educazione dando avvio all’appuntamento annuale della “Messa per l’educazione”, affiancato dal “Messaggio alle comunità educative”. Nel 2002 l’Arcivescovo Bergoglio costituì il “Forum per i docenti”, destinato a tutti gli insegnanti di Buenos Aires, a cui – dal 2003 – accostò il “Forum per i genitori” e – dal 2006 – “Expo”, una “fiera” delle esperienze educative.
L’attenzione di Papa Bergoglio per la scuola non deve stupire. Essendo gesuita, appartiene al più noto degli ordini insegnanti della Chiesa, la cui Ratio studiorum (l’espressione identifica l’ordinamento degli studi) è sempre stata considerata con attenzione da tutte le realtà scolastiche cattoliche. Lui stesso è stato docente: dapprima di Religione in una scuola primaria, quindi, per due anni (1964-66), di Lettere e Psicologia al Collegio dell’Immacolata Concezione di Santa Fe, poi nel Collegio universitario del Salvatore di Buenos Aires (dove continuò a insegnare Psicologia e Lettere). Dopo la parentesi del servizio come Provinciale, sarebbe rientrato nel mondo della scuola come Rettore inizialmente del Collegio Massimo di San Miguel (1979-86), infine del Collegio universitario del Salvatore – entrambi nell’area urbana di Buenos Aires –.
Qual è il fine dell’educazione impartita a scuola, secondo Bergoglio? La mia impressione è che un termine adeguato per identificarlo sia trasformazione. Gli scritti educativi di Jorge Mario Bergoglio frequentemente si rifanno a questo concetto. In particolare, l’idea è ben presente nel Documento conclusivo della V Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano, svoltasi ad Aparecida dal 13 al 31 maggio 2007. La redazione del testo è stata coordinata dall’allora Card. Bergoglio. Vi si legge che
“nel progetto educativo della scuola cattolica, Cristo, l’Uomo perfetto, è il fondamento nel quale tutti i valori umani trovano la loro piena realizzazione e da ciò la loro unità. Egli rivela e promuove un senso nuovo dell’esistenza e la trasforma [corsivo mio], rendendo capaci uomo e donna di vivere in modo divino” (n. 335).
Questo accade perché la scuola cattolica rientra costitutivamente nella missione evangelizzatrice della Chiesa, finalizzata a
“trasformare [corsivo mio] mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i centri di interesse, il profilo del pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità che sono in contrasto con la Parola di Dio e il disegno della salvezza” (n. 331).
Il concetto è ribadito subito dopo:
“Quando parliamo di educazione cristiana, pertanto, intendiamo dire che il maestro educa secondo un modello di umanità nel quale abita Gesù Cristo con il potere trasformatore [corsivo mio] della sua vita nuova. Ci sono molti aspetti implicati nell’educazione e che vanno a costituire il progetto educativo. Ci sono molti valori, ma questi valori non sono mai isolati perché costituiscono sempre una costellazione ordinata esplicitamente o implicitamente. Se questo ordine ha come fondamento e termine Cristo, allora questa educazione sta ricapitolando tutto in Cristo ed è una vera educazione cristiana; in caso contrario, può parlare di Cristo, ma corre il rischio di non essere cristiana” (n. 332).
Certo, la riflessione è contestualizzata nella scuola cattolica, ma – in realtà – vale anche per la scuola in quanto tale. Lo metto in evidenza rifacendomi ad una riflessione che il Card. Bergoglio ha svolto a margine di una confidenza che alcuni studenti gli hanno fatto, durante la visita nella loro scuola, in questi termini:
“Siamo figli della crisi. I sogni dei nostri genitori di un mondo nuovo, le speranze degli anni Sessanta sono andate in fumo sul rogo della violenza, dell’inimicizia e dell’egoismo. La cultura degli affari ha finito per spegnere ciò che era rimasto di quelle braci. Siamo cresciuti in un mondo di cenere. Come si può pensare che abbiamo ideali o progetti, che crediamo nel futuro? Né crediamo né non crediamo: semplicemente, siamo estranei a tutto ciò. Siamo nati nel deserto, tra le ceneri e nel deserto non si pianta niente e non cresce nulla”[1].
L’allora Arcivescovo di Buenos Aires ha riconosciuto in queste parole l’ammissione di un’“orfananza” conseguente allo sfaldamento del tessuto comunitario. Da questa “emergenza” ha ricavato un preciso richiamo per la scuola, per ogni tipo di scuola:
“La comunità che è la scuola dovrebbe trasformarsi in famiglia. Spazio di amore gratuito e promozione. Di affermazione e crescita”[2].
Bergoglio, nel medesimo Messaggio alle comunità educative, conclude che l’“orfananza” è conseguente al deficit di memoria e tradizione, alla mancanza di radici che genera disagio esistenziale e spirituale. Il medesimo concetto lo riprende due anni dopo:
“Non c’è futuro senza presente e senza passato: la creatività implica memoria e discernimento, equanimità e giustizia, prudenza e fortezza”[3].
Ritorna nell’omelia tenuta durante la “Messa per l’educazione” del 4 aprile 2010:
“A educare nella speranza sono queste tre cose: la memoria del patrimonio ricevuto e assunto; la lavorazione di questo patrimonio in modo che non sia un talento bloccato; la proiezione, attraverso utopie e sogni, nel futuro”.
È questa la trasformazione che deve essere favorita dalla scuola: attraverso la comunicazione della cultura come patrimonio identitario comune, offerta all’interno di una viva trama comunitaria, l’alunno viene stimolato a superare la sua autoreferenzialità (immatura) per trasformarsi in un soggetto attento agli altri oltre che a se stesso – per questa ragione maturo e in grado di assumersi le sue responsabilità sociali oltre che personali –.

Papa e pastore della Chiesa universale

Divenuto Pontefice, Bergoglio ha ricompreso e rilanciato in chiave universale i tratti essenziali del suo impegno precedente che richiamo sinteticamente come segue:
a) l’essenzialità della scuola in ordine all’educazione della persona;
b) la sua attenzione non al solo allestimento cognitivo, ma al conseguimento della sabiduria intesa come “sapienza”, nutrita anche di affettività, ma “saldamente radicata nella dimensione intellettuale”[4];
c) la sua finalizzazione al conseguimento della maturità, consistente nella custodia di se stessi e nell’attenzione solidale agli altri.
Un esempio è costituito da Scholas occurrentes, una rete mondiale di scuole le cui origini risalgono ai programmi “Scuola del vicinato” e “Scuole sorelle” promossi a Buenos Aires dall’allora Arcivescovo Bergoglio per favorire la collaborazione tra scuole, famiglie e territorio. Il 4 settembre 2014, ricevendone in udienza i rappresentanti, il Papa ha indicato loro la “cultura dell’incontro” come “sfida”. Questo tipo di servizio riguarda tutte le scuole che lo devono perseguire in stretta collaborazione con le famiglie, come dice Amoris Laetitia:
“La scuola non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare. Questo è un principio basilare: ‘Qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico’. (…) Anche se i genitori hanno bisogno della scuola per assicurare un’istruzione di base ai propri figli, non possono mai delegare completamente la loro formazione morale”[5].
L’azione educativa della scuola riguarda la persona nel suo complesso, ossia intelligenza e moralità, come ha detto il Papa nell’Incontro nazionale del mondo della scuola italiana (10 maggio 2014):
“E finalmente vorrei dire che nella scuola non solo impariamo conoscenze, contenuti, ma impariamo anche abitudini e valori (…) le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme!”.
Oltre che alla scuola in generale, Francesco ha sempre portato attenzione specifica alla scuola cattolica, chiamata a praticare il dialogo sostenuto da una robusta identità:
“Il dialogo, infatti, educa quando la persona si relaziona con rispetto, stima, sincerità d’ascolto e si esprime con autenticità, senza offuscare o mitigare la propria identità nutrita dall’ispirazione evangelica”[6].
In particolare le università cattoliche sono sfidate a confrontarsi con la cultura nella quale sono inserite perseguendo la valorizzazione dell’imprescindibile contributo cristiano alla umanizzazione della persona:
“Un ultimo aspetto concerne le istituzioni educative, cioè le scuole e le università cattoliche ed ecclesiastiche. Il 50° anniversario della Dichiarazione conciliare [Gravissimum Educationis], il 25° della Ex Corde Ecclesiae e l’aggiornamento della Sapientia Christiana ci inducono a riflettere seriamente sulle numerose istituzioni formative sparse in tutto il mondo e sulla loro responsabilità di esprimere una presenza viva del Vangelo nel campo dell’educazione, della scienza e della cultura. Occorre che le istituzioni accademiche cattoliche non si isolino dal mondo, ma sappiano entrare con coraggio nell’areopago delle culture attuali e porsi in dialogo, consapevoli del dono che hanno da offrire a tutti”[7].
Del resto, in Evangelii Gaudium, Papa Francesco afferma che “le università sono un ambito privilegiato per pensare e sviluppare [l’]impegno di evangelizzazione”[8]. Il concetto ritorna nell’incontro con la Delegazione dell’Università di Notre Dame (Indiana, USA) il 30 gennaio 2014:
“Questo coinvolgimento in un ‘discepolato missionario’ dovrebbe essere percepito in un modo del tutto speciale nelle università cattoliche, che, per loro stessa natura, sono impegnate a mostrare l’armonia tra fede e ragione e a mettere in evidenza la rilevanza del messaggio cristiano per una vita umana vissuta in pienezza e autenticità. A tale riguardo, è essenziale una coraggiosa testimonianza delle università cattoliche nei confronti dell’insegnamento morale della Chiesa e della difesa della libertà di sostenere tali insegnamenti, in quanto proclamati con autorità dal magistero dei Pastori, precisamente nelle e attraverso le istituzioni formative della Chiesa”.
In Amoris Laetitia, il Pontefice afferma che, “Per favorire un’educazione integrale abbiamo bisogno di ravvivare l’alleanza tra le famiglie e la comunità cristiana” e, subito dopo, rifacendosi al Documento conclusivo del Sinodo sulla famiglia, scrive:
“Il Sinodo ha voluto evidenziare l’importanza delle scuole cattoliche, che ‘svolgono una funzione vitale nell’assistere i genitori nel loro dovere di educare i figli. (…) Le scuole cattoliche dovrebbero essere incoraggiate nella loro missione di aiutare gli alunni a crescere come adulti maturi che possono vedere il mondo attraverso lo sguardo di amore di Gesù e che comprendono la vita come una chiamata a servire Dio’. In tal senso, ‘vanno affermati con decisione la libertà della Chiesa di insegnare la propria dottrina e il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli educatori’”[9].
La rilevanza della scuola cattolica, in forza della originalità del suo progetto educativo, è stata ben illustrata da Papa Bergoglio il 7 giugno 2013, quando ha ricevuto gli studenti delle scuole gesuitiche di Italia e Albania. Qui ha ribadito che lo scopo è un’educazione completa, etica oltre che intellettuale:
“La scuola non allarga solo la vostra dimensione intellettuale, ma anche umana. E penso che in modo particolare le scuole dei Gesuiti sono attente a sviluppare le virtù umane: la lealtà, il rispetto, la fedeltà, l’impegno”.
In queste parole possiamo cogliere uno dei tratti distintivi del rapporto tra istituzione scolastica e istituzione ecclesiale, per Papa Francesco. Con le dovute distinzioni (anzitutto tra le realtà scolastica ed ecclesiale, quindi tra scuola statale e scuola cattolica), un elemento deve sempre trovarsi al centro dell’azione formativa: l’unità della persona, chiamata a maturare la coscienza di sé come realtà spirituale e a riconoscere la propria vocazione ad inverare l’“io” nel “noi”. D’altro canto, solo così si può vincere la “cultura dello scarto” che Papa Francesco denuncia sin dall’inizio del suo pontificato. L’individualismo autoreferenziale, che la produce per surrogare il bisogno di Dio e compensare la sua mancanza, non rende felici. La scuola – alimentando la crescita sia dell’intelligenza sia del cuore – guida ad affrontare la vita per quello che essa è: la sfida a dare pieno corso alle virtualità della persona.

 

NOTE

[1] Messaggio alle comunità educative, 28 marzo 2001.
[2] Messaggio alle comunità educative, 28 marzo 2001.
[3] Messaggio alle comunità educative, 9 aprile 2003.
[4] Messaggio alle comunità educative, 21 aprile 2004.
[5] Francesco, Amoris Laetitia (19 marzo 2016), nn. 84 e 263.
[6] Francesco, Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per l’educazione cattolica (9 febbraio 2017).
[7] Francesco, Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per l’educazione cattolica (13 febbraio 2014).
[8] Francesco, Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), n. 134.
[9] Francesco, Amoris Laetitia (19 marzo 2016), n. 279.

* Mentre andavamo in stampa con questo numero, ci è giunta la inattesa e triste notizia della morte dell’amico prof. Mari, Ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Mentre ne conserviamo cara la memoria anche per alcuni suoi articoli recenti pubblicati in NPG (vedi la sua intervista nel n. 6 del 2018), lo affidiamo con fiducia e speranza al Signore della vita.