Il cristiano costruisce nell’oggi il domani!

XXXIII Domenica del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone

  1. L’anno liturgico volge al termine: domenica prossima sarà la solennità di Cristo re. Anche questa domenica ascoltiamo la stessa esortazione che abbiamo ascoltato all’inizio dell’anno liturgico, prima domenica di avvento: “Vegliate … vigilate”. Questo enigmatico brano di vangelo descrive la fine del mondo, che può anche non interessarci; ma fine del mondo significa anche fine della mia vita, e allora questo vangelo è un invito alla vigilanza.
  2. La grande notizia del vangelo è che in Gesù le promesse di Dio si sono compiute. Noi non attendiamo più nulla di sostanzialmente nuovo; eppure tutto rimane ancora da fare. Si tratta di “fare pasqua” al mondo, di “fare passare” tutte le realtà della creazione nella persona del Cristo, di riconsegnare la creazione al Cristo, che la riconsegnerà al Padre. Il cristiano è un pellegrino sulla terra, non un cittadino ma un esule verso la patria; la terra non è la sua stabile dimora ma la tappa di un viaggio; la sua fede non lo porta all’evasione, al disimpegno, alla rinuncia; egli lavora e non da solo, collabora con fatica perché il lavoro è duro, ma anche con fede perché si tratta del regno di Dio.
  3. Ora tocca agli uomini fare le loro scelte; essi possono decidere se costruire la Città dell’Amore o la Torre di Babele. Comprendere questo significa comprendere che il cristiano è l’uomo del futuro, nel senso che non è l’uomo che “aspetta il futuro” che gli sarà dato dopo la morte, ma piuttosto è l’uomo che “costruisce il futuro”. Non sappiamo quando accadrà questo, quanti saranno i salvati … Abbiamo però una certezza: Dio vuole che nessuno sia perduto. Alla fine ci sarà il giudizio, un appuntamento cruciale, e, per sottolineare la drammaticità dell’evento, l’evangelista Marco ricorre ad un linguaggio misterioso, in cui anche la natura partecipa allo sconvolgimento cosmico.

L’apocalisse: una rivelazione e non una distruzione

  1. Chi mai avrebbe pensato che il tema dell’apocalisse sarebbe diventato un tema di moda in letteratura, nel cinema, nella pubblicità? Anche in casa cristiana, sono in tanti ad agitare la paura e il diavolo per “convertire” i peccatori. Noi, in quanto credenti, dobbiamo interrogarci se l’annuncio cristiano riguarda la distruzione del mondo o il cominciamento di una nuova creazione. Se gli annunci apocalittici sono descrizioni di rovina, non si comprende come mai le prime generazioni hanno chiamato la parola di Cristo con il positivo nome di “vangelo”. Per comprendere qualcosa, vorrei partire da alcune parole di Gesù:
    Il cielo e la terra passeranno. L’apocalisse di cui parla il vangelo non ha niente a che vedere con le fantasticherie dei visionari millenaristi. Perciò dobbiamo distinguere il “contenente”, cioè l’involucro culturale del vangelo (genere letterario), e il “contenuto”, cioè il senso vero della parola del Signore. Gesù annuncia che il regno di Dio è già tra noi; non è ciò che verrà dopo la catastrofe, ma è già qui dentro di noi. Non dobbiamo cercare oltre, ma dobbiamo guardare attorno a noi, dentro di noi.
    Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce. Altra parola importante del Signore: è inutile interrogarci su quando, su come e su dove avverrà la fine; in questi duemila anni sono nate, morte, rinate comunità e movimenti e sette che hanno annunciato con esattezza luogo, giorno, mese, anno della fine del mondo; il tutto poi è stato rimandato alle calende greche. Resta sempre vero il monito di Gesù: “Guardate che nessuno vi seduca. Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo. E ne sedurranno molti” (Mt 24,4-5). E altrove: “Allora, se qualcuno vi dice: Il Cristo è qui, oppure: È là, non gli credete. Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l’ho predetto” (Mt 24:23).
    Quando il fico mette foglie, voi sapete che l’estate è vicina. È importante questa parola di Gesù, che invita alla vigilanza. Quando vediamo che un ramo ha messo una gemma, comprendiamo che la primavera è vicina; così il credente deve preoccuparsi non di stabilire il calendario, ma di leggere i segni dei tempi, e decifrare la gestazione del regno di Dio.

Il presente è gravido di futuro!

  1. Il vangelo di oggi è tratto dal “discorso escatologico” che occupa tutto il capitolo 13 del vangelo di Marco. Il brano appartiene al genere letterario “escatologico”, parola greca che significa “riflessione sulle realtà ultime”, e spesso viene confuso con il genere letterario “apocalittico”, parola greca che significa “togliere il velo, rivelare, manifestare”. Il motivo della confusione è che escatologia e apocalisse indagano sul futuro, ma c’è una grande differenza: l’escatologia presenta le realtà ultime in modo sobrio, senza troppe fantasie; l’apocalisse invece è più pessimista, esaspera i toni, ricorre a simboli, scomoda gli elementi cosmici … Calcolare la fine del mondo è uno sterile passatempo; invece attendere con vigilante operosità il Signore è un dovere, perché “quel giorno e quell’ora nessuno li conosce”. Da un lato l’attenzione è attirata dalla fine ultima, poi subito a sorpresa Gesù dice che ciò accadrà a questa generazione; quindi Gesù non solo alla fine ma già nell’oggi è presente: “Ecco sto alla porta e busso”. Il discepolo di Gesù è allora uomo del presente e uomo del futuro. Non è facile: alcuni sono tentati di vivere solo nel presente del “carpe diem”; altri sono tentati di attendere il futuro nella passività. Il vero problema non è sapere quando ma come restare vigilanti. Il credente sa che ogni istante è “kairòs”, tempo buono per decidersi. In ogni momento del presente si gioca il futuro; si tratta di seminare nella terra per raccogliere in cielo. Un bel verso dello scrittore argentino J. L. Borges dice che “ogni istante è carico come un’arma”; lo stesso G. Leibniz: “Il presente è gravido di futuro”.

Apocalisse: non una catastrofe ma una rivelazione

  1. Il tempo della mietitura o della vendemmia sembra una catastrofe perché è falciare, tagliare, spremere … ma è anche il tempo del pane profumato, del vino generoso; anche la nascita del bambino, ricamato per nove mesi nel grembo della madre, è apocalisse, e, nonostante i dolori del parto, è una festa. La fine del mondo non è l’agonia che provoca la morte, ma il parto che segna la nascita; l’apocalisse è la rivelazione di quanto abbiamo voluto, amato, cercato, e che un giorno splenderà, malgrado l’apparente trionfo del male. Dio non distruggerà questo mondo, che anche lui ha tanto amato, e non scenderà dal cielo un paradiso prefabbricato. Dio sta costruendo un mondo “diverso” in sinergia con l’uomo. Questa è la buona notizia: dare frutti finché siamo piantati nel terreno della vita. Se non ci convertiamo, la morte ce la portiamo sempre dentro, anche durante quella che noi chiamiamo vita; la morte non ci potrà rapinare di nulla, se della nostra vita abbiamo fatto un dono a Dio e un servizio ai fratelli.
  2. Gesù ci avvisa che il giudizio non è lontano, esteriore, orizzontale, ma è vicino, verticale, interiore. Non dobbiamo immaginare Gesù come un giudice o un giustiziere, che verrà nell’ultimo giorno per la resa dei conti, ma noi stessi ci giudichiamo ogni giorno: “Chi non accetta le mie parole, ha già chi lo condanna: la parola che ho annunciato, quella lo condannerà” (Gv 12,47). Il giudizio avviene ogni giorno, come la luce brilla senza interruzione, ma noi preferiamo le tenebre alla luce. Noi siamo già passati dalla morte alla vita, se amiamo i nostri fratelli (1Gv 3,14). Avviene ogni momento il giudizio! Il credente non crede a una vita “futura” ma a una vita “eterna”, e se è eterna essa è già cominciata. Non dobbiamo raggiungere Gesù in un’altra vita, perché egli è con noi tutti i giorni: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20).
    Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano