Dio c’è?

Paolo Zini

«Nice che dice? Boh!». Si pronuncia così, con un po’ di leggerezza filosofica – non sprovveduta per vero – il testo di una fortunata canzone che ha saputo e sa farsi ricordare. Ma siamo avvertiti da vari segnali: nel nostro tempo Nietzsche si fa presente ben più e ben oltre le canzoni che ne musicano il nome, e si fa presente proprio per quel che dice se, come è sotto gli occhi di tutti, l’attenzione per i suoi testi è ancora vivissima. I libri di questo autore hanno un sorprendente successo, e quel che in essi è scritto avrà forse qualche significato che sfugge, ma ad una lettura immediata appare fin troppo comprensibile; insomma sembra che noi sappiamo molto bene quel che «Nice ci dice». Ecco l’esempio di alcune sue parole né troppo difficili né troppo misteriose, almeno in prima battuta: «Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!».

Dio non c’è?

È troppo grande Nietzsche con il suo successo e con la forza del suo messaggio, perché possiamo fingere di non vederlo; lui ci costringe a fare i conti con Dio, a domandarci se Dio c’è o non c’è. E quella dell’esserci di Dio è questione di vita e di morte, così come la imposta Nietzsche, per Dio stesso, per Nietzsche, per il futuro del mondo. Ci siamo già misurati con il bisogno religioso, con la sua vitalità anche nel nostro tempo… Ma Nietzsche prende la questione di petto, ci parla di morte di Dio, e con questo annuncio ritiene di aver chiuso un’epoca e di averne aperta un’altra. Perché i diversi e folgoranti referti della morte di Dio firmati da Nietzsche sono oggi volumi saldamente posizionati tra gli evergreen della letteratura e della filosofia? Non ci resta che guardare dritto negli occhi questo personaggio, per capire quel che dice con quel suo stile graffiante ma di sorprendente e misteriosa attualità… Nietzsche non fa l’umile: incalza il lettore presentandosi come eccezionale, grande, unico. Non si introduce come un uomo con in tasca un compito, una missione, ma percepisce se stesso come missione travolgente, si auto-addita come la prima, l’ultima, l’unica vera buona notizia destinata al mondo [1]. Nietzsche vuole essere più di un dinamitardo – sono parole sue – intende essere dinamite, e il suo pensiero non vuole ridursi a segno grafico fissato su carta o a suono che carezza un orecchio, bensì rivendica i caratteri di una granata che deflagrando si polverizza e polverizza. Nietzsche è l’energia incontenibile di un annuncio gridato da una vetta, firma posta in calce ad un’impresa che è conquista di quella vetta: la vetta del monte di Dio, sede dell’Onnipotente, rispetto alla quale, secondo Nietzsche, l’uomo avrebbe sempre mantenuto una distanza di sicurezza, non accorgendosi di essere lui, con i suoi timori, a rendere grande, sacro, temibile quel monte e a rendere invece se stesso piccolo, impaurito, immobile. Un passato da lasciarsi alle spalle, allora, quello del timore di Dio nutrito dall’ignoranza, secondo Nietzsche; e un futuro da restituire all’uomo quello che è possibile fiutare, e nel quale si vivrà della morte di Dio. Ma tra il passato e il futuro ecco appunto l’impresa, la vita stessa di Nietzsche, l’assalto al monte di Dio. Guadagnare una simile vetta è impresa realizzabile non da un uomo, ma solo da una pura potenza esplosiva, capace di sbriciolare ogni intralcio, di procedere a balzi, aprendo improbabili varchi, tra divieti millenari moltiplicati dal terrore dell’inaccessibile presidio dell’Onnipotente. Nietzsche si consuma consumando l’ascesa, e annuncia di aver espugnato la vetta, dopo averla trovata disabitata e inestesa. L’Onnipotente è morto, infiacchito progressivamente dall’ascesa dell’assassino di Dio; solo così può morire una menzogna, secondo Nietzsche: deve essere uccisa dentro di sé, e questo significa consegnarla alla morte della sua auto-consunzione, smascherandola. La vetta del monte di Dio non è però soltanto vuota, non è abitabile, non è uno spazio, non è un luogo, è un passaggio da un versante ostile ad un altro dirupato e impercorribile: dal versante che la cima nasconde e rende a chi la conquista, si può solo precipitare; e questa è la sorte di chi, giunto in vetta dopo aver polverizzato i propri timori, non ha il coraggio di spiccare il volo, un volo senza rotta né meta. Nietzsche è chiaro, di nuovo: descrive la sorte di chi lo ascolta nei termini di coinvolgimento in un’avventura. Non si partecipa ad un’esplosione senza che qualcosa dentro e fuori di sé si sbricioli; e non si assiste a un’onda d’urto senza essere da essa travolti, risucchiati o respinti. Nietzsche sa che molti saranno trascinati dal suo ardore all’assalto di quella vetta, salvo poi tremare ad ogni esplosione e infine ripiombare, in un’impaurita rinuncia, alle falde del monte. Nietzsche sa che pochi giungeranno dopo di lui e come lui sulla vetta, ma, tra questi, i più precipiteranno dall’opposto pendio, quasi ipnotizzati dai suoi dirupi, i dirupi di una nuova nostalgia, brulicanti di nuove ombre di Dio. Antiche superstizioni e nuove nostalgie sono l’eredità di chi, tentato l’assalto ma sopraffatto dal timore, precipita di qua, o, raggiunta la vetta, precipita di là. Pochissimi, i soli per i quali Dio morirà veramente, saranno fedeli alla lezione di Nietzsche e giunti in vetta si libreranno nell’aria, fuori da ogni ombra, senza più nulla sopra di sé, nessuna meta avanti a sé, e rifiutando ogni appoggio dove trovare riposo sotto di sé.

Un millennio al capolinea

Nietzsche pensa di aver portato un’epoca al capolinea. La sua drammatica ascesa al monte di Dio ha fatto tesoro di un capitale di energia accumulato lungo la storia dell’umanità, e lo ha investito, massimizzandone il rendimento, nell’operazione più rischiosa che si potesse progettare. Nietzsche passa all’incasso, raccogliendo i profitti di tutti gli avversari storici di Dio: affina la loro tecnica, la reinterpreta, certo di vincere, finalmente e definitivamente, la sfida. Gioca la sua battaglia d’astuzia; la possibilità di vittoria sta nella certezza della propria solitudine, nella certezza dell’inesistenza dell’avversario; ma una certezza tutta da guadagnare, poiché la storia, secondo Nietzsche, è disseminata di fantasmi di Dio. Se Dio non c’è, ha però comunque da morire nell’immaginazione degli uomini e deve essere ucciso nelle loro paure: il monte dell’Onnipotente va espugnato in una lotta che è rigorosamente interiore; un corpo a corpo dell’uomo con se stesso, un doloroso e glorioso dar libero corso alla propria forza. Nietzsche è certo di aprire così una nuova epoca, l’epoca dell’uomo vittorioso di ogni paura, capace di solitudine e di libertà. Oggi lo possiamo dire: a frotte gli uomini si sono gettati dietro Nietzsche, per l’eccitazione di percorrere una via che sembra ormai aperta e invitante, per il segreto desiderio di riprendersi – in vetta al monte – quella felicità umana insaziabilmente rapinata da Dio, per il desiderio di trovare grandezza attraverso una lotta tormentata e solitaria, o semplicemente per l’attrazione delle affascinanti imprese di tanti autocompiaciuti assassini di Dio. Ma questo monte fatale, indicato da Nietzsche come dimora di Dio, ha moltiplicato le proprie vittime: alle sue pendici dominano con evidenza l’umiliazione, il risentimento degli sconfitti, ma non è al di sopra di ogni sospetto neppure il volo, forse solo apparentemente vittorioso e felice, dei senza rotta, né meta. Allora la notizia che Dio sia finalmente morto, dopo non essere mai esistito e solo malamente nato nelle umane fantasie e nelle umane paure, non ha prodotto effetti lusinghieri, come sarebbe forse lecito aspettarsi da una verità genuina e liberante. Se poi, come sembra, la nuova epoca non vede l’umanità molto migliorata, di benefica efficacia non si è rilevata neppure la sedicente verità che Dio sia stato ucciso da un uomo finalmente vittorioso nella sua lotta interiore contro le proprie autosuggestioni e pigrizie. Viene il sospetto che l’intera operazione di Nietzsche sia stata un grande equivoco; a non esserci forse è proprio il Dio di Nietzsche, e quello al quale Nietzsche avrebbe dato l’assalto sarebbe il monte di un’umana, orgogliosa solitudine, che vorrebbe dare prova di sé, salvo poi ritrovarsi vittima della propria intimorita arroganza. Se vi fosse invece un monte di Dio, ma fosse proprio tutta un’altra cosa rispetto a quello che Nietzsche avrebbe drammaticamente trovato o costruito dentro di sé, dandogli consistenza proprio tentandone l’ascesa? Forse quel che Nietzsche, alla fine, ci dice, è che Dio è morto, ma è morto quel Dio che lui ha immaginato e subìto o costruito e combattuto. Quel Dio edificato dai suoi risentimenti è morto, trascinando nella propria morte lo stesso Nietzsche e numerosi suoi incauti seguaci. Se ad essere vivo fosse proprio un altro Dio? Questa potrebbe essere una verità davvero promettente, ma per incontrarlo andrebbero allora imboccati in ben altro modo sentieri di tutt’altro monte, sentieri sconosciuti a Nietzsche.

Dio c’è 

Non sono pochi coloro che nella storia si dicono certi che Dio ci sia, e sia vivo; anzi, al confronto con il suo, quello della storia umana sarebbe un modo pallidissimo di essere e di essere vivi. Interessante che ad accomunare questi profeti della vita di Dio sia lo stile del pellegrino e siano discorsi nei quali si moltiplicano parole quali via, itinerario, ascesa. Anche qui l’immagine del monte può aiutare: è fruttuoso lasciarsi provocare dalle ascese di quei singolari cercatori che hanno vissuto l’esistenza come domanda sempre più incalzante, come avvicinamento ad una risposta straordinaria, fino a proferire questa misteriosa parola: Dio. È sorprendente il mistero di questa parola, che per Nietzsche è un punto di partenza, mentre per un cercatore autentico è un punto di arrivo. Nietzsche è certo che Dio c’è, ed è certo che non sia altro che un condensato di paure, illusioni, cecità e rancori. In realtà la parola Dio affiora con pudore sulle labbra di chi cerca e finisce per incontrare proprio Lui, riconoscendolo con trepidazione e sorpresa dopo un impegnativo cammino. Dio è una parola forte e delicata, una risposta che si profila alla maniera di un panorama progressivamente guadagnato attraverso un’ascesa che regala orizzonti sempre più vasti. Ma la parola Dio affiora sulla bocca di uomini che non si accontentano di vivere la vita in un frettoloso movimento, magari un po’ sospettoso, visto che, come diceva Brecht, «la ribalderia del mondo è troppo grande, e bisogna consumarsi le scarpe a forza di girare perché non te le rubino dai piedi». La parola Dio viene al mondo attraverso mente e cuore di chi si chiede perché l’uomo abbia piedi, e perché possa camminare, e perché si dia un suolo da calcare, perché, perché, perché… Non bastano però numerosi perché ad accendere la parola Dio; un vero cercatore arriva a proferirla dopo aver compreso che «l’essenziale è invisibile agli occhi», come dice la Volpe al Piccolo Principe. Qualcuno sembra convinto che una domanda è buona se ha una buona risposta e una risposta è buona se mette sotto il naso una cosa da annusare, tra mano una cosa da toccare, tra i piedi una cosa in cui inciampare. Se quel che non si tocca, non si annusa e non fa inciampare fosse una favola, avrebbero vita dura la serietà scientifica degli integrali, ma anche quella giuridica dell’onestà, e quella umana dell’amicizia. «L’essenziale è invisibile agli occhi» significa che «si vede bene solo con il cuore»: e questo non moltiplica semplicemente i perché, li fa più profondi, più penetranti, dando dignità ad un cercatore. Ma non basta ancora… Non basta che un perché sia profondo per aprire il cuore ad una vera conoscenza. Sempre la Volpe insegna al Piccolo Principe che «si conoscono solo le cose che si addomesticano» e «addomesticare vuol dire creare dei legami», e dopo un legame «io sarò per te unica al mondo e tu sarai per me unico al mondo». I veri cercatori osano coinvolgersi nella ricerca vincendo la tentazione di essere sufficienti a se stessi, protagonisti solitari della propria sorte e indifferenti rispetto ai destini delle cose, del mondo e degli altri. Questa conoscenza ha portato gli uomini a pronunciare la parola Dio: una conoscenza che ha saputo sorprendersi dell’unicità delle cose, della loro preziosità, dell’irrimediabilità della loro perdita, dell’evidenza del loro senso. Chi non sa creare legami autentici con gli altri e le cose non scopre né la loro né la propria unicità, non sa capire che la bellezza del mondo non accetta la perdita neppure dell’ultimo degli uomini o delle cose… o delle rose, come insegna la Volpe al Piccolo Principe. Ad uno sguardo penetrante nulla risulta essere, essere qui o essere là, per caso; piuttosto tutto ha un volto che non è un’apparenza temporanea, indifferente al mondo e a cui il mondo è indifferente; ogni volto di uomini e cose è unico, e custodisce un progetto, un’origine, un destino, un senso, grazie a… Dio; questo voglion dire i cercatori che di Dio, sommessamente, pronunciano il Nome. Allora, di Dio, solo con sorpreso pudore si può pronunciare il Nome. La sua dimora non va conquistata, espugnata; a Lui ci si può solo avvicinare, in un movimento di crescente familiarità, proprio come ancora la Volpe insegna al Piccolo Principe: «In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…». Ed è questa progressiva vicinanza a Dio, a dare all’uomo la misura di sé e del cosmo: «E la Terra sentii nell’Universo. Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella, E mi vidi quaggiù piccolo e sperso Errare, tra le stelle in una stella» (G. Pascoli).

Dunque?

Hanno avuto molto successo le notizie della morte di Dio, come quelle della sua uccisione da parte dell’uomo. Pretendevano di essere vere entrambe, come aspetti di un unico processo: quello di liberazione da una menzogna, che voleva vedere l’uomo protagonista dello spegnimento di una sua illusione. Ma il Nome di Dio, se non nasce nel cuore dell’uomo alla maniera di una menzogna che illude, neppure può morire al modo in cui avrebbe voluto farlo morire Nietzsche. Davvero tutt’altro nomina, il Nome di Dio. È un Nome che non si consegna a chi lo vuole possedere; un Nome che non accetta la seriosità oggettiva di chi vorrebbe scrutarlo quasi fosse un’immagine nitida al telescopio o al microscopio. Il Nome di Dio risuona solo in una relazione annodata nel coinvolgimento personale e nell’apertura agli altri e al mondo. A pronunciare il Nome di Dio l’uomo può solo arrivare mettendosi in gioco, salvo scoprire di essere già stato chiamato, da Lui, per nome, e di essere, per questo, per Lui, unico e prezioso.
NOTA
[1] Dovessimo dirlo in greco, buona notizia, inciamperemmo nella parola euangelion, vangelo, certo non l’ultima e neppure la più anodina tra le parole del dizionario!