Chiamati a santità

Percorsi in Oratorio verso un’umanità compiuta

Tommaso Castiglioni

  1. Educare alla libertà

Nel vangelo di Giovanni Gesù afferma che l’incontro con la verità “farà liberi” (Gv 8,32). Il tema della libertà è particolarmente importante in ogni discorso educativo e sta molto a cuore a ragazzi e ragazze (pre)adolescenti, che sperimentano – a volte in modo drammatico – la bellezza e la fatica di maturare come persone libere. Ma quale definizione possiamo fare di libertà? Tra le tante scegliamo la seguente: la libertà è la capacità di disporre di se stessi nei limiti della situazione presente.
In ogni istante della nostra vita percepiamo sempre con grande evidenza i limiti della situazione. Si tratta di limiti legati al nostro corpo (che banalmente non può essere in due luoghi contemporaneamente), alla nostra storia, alla situazione storica, civile, politica, culturale del presente. Spesso si è tentati di rammaricarci dei nostri limiti, ma è solo grazie ad essi che noi possiamo scegliere liberamente.
Spontaneamente sarebbe tentati di dire che uno è tanto più libero quanti meno condizionamenti possiede. Ma immaginiamo di cercare di camminare sul ghiaccio: l’assenza di attrito (che è un limite oggettivo, dato che consuma le suole delle scarpe) non permette di camminare. Non è allora così vero che l’assenza di limiti rende liberi. O, se per assurdo il locomotore si stufasse di percorrere sempre lo stesso tragitto avanti e indietro e volesse viaggiare sulla strada, abbandonando le rotaie, non rimarrebbe miseramente fermo?
Come legge generale potremmo invece dire che uno è tanto più libero quanto più sa valorizzare i condizionamenti della propria vita come occasioni per la crescita. Rimanendo nell’ultimo esempio la “libertà” del locomotore non sta tanto nel poter immaginare di abbandonare le rotaie (altrimenti non lo chiameremmo più locomotore, ma autobus), ma nel percorrere in sicurezza e in orario il tratto che gli è assegnato. Una persona è dunque tanto più libera quanto più riesce a non lasciarsi condizionare dalle limitazioni che la realtà (necessariamente) le impone e riesce a giocarsi in autenticità, così da poter dire: “Ho scelto davvero io di fare quella cosa”.
A ben guardare pare che la libertà non si possa descrivere con un modello binario che ponga un’alternativa secca tra libertà e non libertà. Più realisticamente la libertà si pone sempre in un cammino che conosce progressioni e regressioni e che si compie solo al termine della vita. In questa prospettiva ogni percorso educativo deve tendere a far maturare la libertà, in un processo che chiaramente non finisce mai. Occorre valorizzare i miglioramenti e contenere i momenti in cui si arretra. Si comprende facilmente che un’autentica opera educativa avrà sempre due aspetti. Da un lato dovrà offrire strumenti per diminuire i propri limiti; dall’altro però dovrà offrire ragioni per giocarsi in verità nella circostanza concreta.
Aiuta un esempio, quello dell’apprendimento di una lingua straniera. Conoscere il vocabolario e le regole della grammatica diminuisce i limiti della comunicazione (banalmente più parole so meglio posso intendermi). Ma non basta conoscere a memoria il dizionario se poi non ci si gioca concretamente e coraggiosamente a imbastire un discorso con una persona concreta.
Occorre riconoscere che alcuni cammini educativi offrono molte nozioni e competenze, ma non le ragioni per cui usarle. Questa assenza rende da un lato più difficile e meno attraente l’apprendimento, dall’altro spesso vanifica lo sforzo di conoscenza, perché alla fine non si capisce bene perché si siano dovute studiare determinate nozioni.
Quest’ultima osservazione provoca anche i nostri cammini “cristiani” che spesso si limitano a un’“educazione sui contenuti/stili della fede cristiana”, senza però riuscire a mettere in moto dinamiche di scelta. Si giunge a ciò che l’arcivescovo Angelo chiamava lo scollamento tra fede e vita, per cui i tanti contenuti della fede appresi e magari anche difesi strenuamente non entrano in gioco di fronte a una scelta da prendere.
Gli esempi potrebbero essere tanti, a cominciare dall’adolescente che si arrabbia coi compagni perché bestemmiano, ma non si fa problemi ad accettare di fare un tiro a una canna (“Non faccio del male a nessuno”). Tanti giovani prestano con generosità, fantasia e impegno il proprio tempo come educatori, ma di fronte alle scelte personali affettive e lavorative non cercano confronto con la parola del Vangelo o nel colloquio con una guida spirituale.
Un cammino di formazione non può tendere a meno che offrire un’educazione globale della persona alla luce della fede cristiana. Certamente si tratta di un processo mai compiuto, ma non potrà mai accontentarsi di una generica infarinatura nei contenuti cristiani.
Dobbiamo ancora compiere un passo in avanti. Infatti ogni percorso educativo cristiano riconosce in Gesù il proprio modello. E ciò vale a tre livelli, che – per comodità – potremmo descrivere con la frase che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
In un contesto educativo, Gesù è:
– «Verità», in quanto modello e riferimento di una libertà umana compiuta, che sa donarsi per amore di chi ha accanto;
– «Via» perché indica il cammino che l’“educatore” deve compiere con colui di cui ha scelto di farsi compagno di strada;
– «Vita» perché è anche presente e operante nel cammino educativo sostenendo la “paziente fatica” degli educatori e la docilità di chi si lascia educare.
Nasce a questo punto una prima provocazione: se storicamente l’Oratorio è il luogo che la comunità cristiana ha dedicato all’educazione cristiana dei più giovani, oggi esso riesce a svolgere un compito educativo completo? Riesce l’Oratorio a essere luogo di “sintesi” oppure delega ad altri soggetti educativi tale compito?
«Si può affermare che l’oratorio è stato immaginato e costruito e raccomandato da tutti [i vescovi di Milano] come un terreno adatto per educare alla vita cristiana e quindi per aiutare ciascuno a realizzare la sua vocazione. Occorre però dire che non c’è nessuna garanzia che l’oratorio automaticamente sia un contesto propizio per consegnare ai ragazzi in età evolutiva il senso cristiano della vita. Non è detto che dietro l’insegna dell’oratorio la Parola di Dio trovi il terreno adatto per produrre dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento per uno» (M. DELPINI, «Gli aquiloni, il vento e terreno buono», p. 10).

  1. Chiamati a libertà

Ogni discorso educativo sulla libertà non può prescindere dal fatto che la libertà è un dono che ciascuno riceve. Nessuno ha chiesto di esistere (né di esistere come essere libero): ci siamo trovati a esistere, in condizioni sessuali, fisiche, sociali, relazionali… che non avevamo scelto noi. La libertà umana è sempre (e resta sempre) “seconda”: il primato spetta sempre alla “vita” che ha posto in essere questa libertà (potremo poi decidere se chiamare questa “vita” come “caso”, “natura” o “Dio”, ma il discorso fila comunque).
Possiamo dire che la libertà umana ha una dimensione “responsoriale” cioè che la libertà esiste in quanto risponde a ciò che la pone in essere. Ciò vale sia nell’insieme della vita, che in ogni momento dell’esistenza: perché si studia più intensamente se c’è l’interrogazione il giorno dopo o ci si veste con più cura se si sta per incontrare la persona amata? Non è un caso che contesti urbani degradati e brutti facilitino l’insorgere di devianze da parte dei ragazzi…
In prospettiva cristiana questa dimensione responsoriale dell’esistenza si può chiamare “vocazionale”. Il compito di un cammino educativo cristiano è quello di aiutare a comprendere come rispondere creativamente e liberamente alla chiamata che ciascuno ricevere per il fatto stesso di essere vivo. La prima e fondamentale vocazione è quella alla vita e – poco dopo – alla fede. Il fatto che uno scelga di diventare prete, suora, di sposarsi… è una conseguenza molto successiva di un orientamento dell’esistenza che parte prima.
Prendere sul serio questa dimensione “vocazionale” dell’esistenza ha due grandi conseguenze.
Anzitutto obbliga a riconoscere che non possediamo noi la “misura” della nostra stessa vita. Dobbiamo accettare che quanto conosciamo di noi stessi, i nostri desideri e aspirazioni siano sempre limitati e parziali rispetto a ciò che potrà essere. Quante volte nella vita ci siamo guardati indietro e ci siamo detti: “non avrei mai pensato di arrivare fino a qui”? Se poi siamo onesti dobbiamo riconoscere che non c’è stata “frattura” tra i diversi momenti della nostra vita, ma semplicemente orizzonti successivi si sono aperti man mano che procedeva la nostra esistenza. Ciò non ci permette di accontentarci o di fermare la nostra crescita.
Allo stesso modo non pare corretto rimpiangere momenti o situazioni della vita propria o altrui che paiono più belli o più liberi. Non abbiamo infatti potere sulla nostra esistenza, non possiamo determinarla: semplicemente ogni mattina la riceviamo di nuovo. Di ciò la drammatica vicenda della scomparsa del giovane capitano della Fiorentina Davide Astori ne è stata recentemente una prova chiarissima, comprensibile anche ai nostri ragazzi.

  1. Nient’altro che la santità

Come spiega molto bene il papa nella Gaudete et exsultate (=GeE), parlare di dimensione vocazionale della vita non è altro che parlare di chiamata alla santità. Il papa spiega bene che la santità non è la risultante di una serie di scelte etiche o di principi dottrinali, ma la progressiva conformazione a Cristo. Gesù è modello dell’uomo perfetto (GS 41) e ci invita a essere come lui, sostenendo il nostro cammino con la sua grazia, all’interno della comunità cristiana.
La santità è vivere in unione con [Cristo] i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui. […]
Il disegno del Padre è Cristo, e noi in Lui. In definitiva, è Cristo che ama in noi, perché «la santità non è altro che la carità pienamente vissuta». Pertanto, «la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua». (GeE, 20.21. Le citazioni tra virgolette sono di papa Benedetto).
La prospettiva di diventare santi spesso trova i cristiani molto spiazzati. Alcuni si nascondono dietro una (falsa) umiltà: «Santo io? Non sono capace»; altri pensano che non faccia per loro una prospettiva di santità. Al contrario la chiamata alla santità rappresenta l’autentica cartina di tornasole di un cammino cristiano: semplificando un po’ potremmo dire che se non ti fa venire voglia di diventare santo, non vale la pena di impegnarsi in un cammino di fede. È sintesi geniale di questa prospettiva la risposta che diede Domenico Savio a un ragazzo appena giunto all’oratorio di don Bosco: «Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri» (G. BOSCO, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’oratorio di San Francesco di Sales, Torino 1859, capitolo XVIII). Il metodo e lo stile tipicamente oratoriano dell’allegria era colto non in funzione di un generico stare insieme o divertirsi, ma nella prospettiva della santità. Senza togliere nulla all’allegria, la santità spalanca orizzonti di senso che possono sostenere e motivare nell’affrontare anche le prove più difficili.
Riformuliamo allora la provocazione precedentemente espressa: i nostri oratori, per non venire meno alla loro missione, devono tendere all’educare i ragazzi alla santità, intesa come una prospettiva unitaria di vita che trovi in Gesù il proprio modello.

  1. A quali condizioni gli oratori educano alla santità?

Vorremmo provare a nominare alcuni ingredienti che appaiono fondamentali perché i nostri oratori possano svolgere con serietà il compito che è loro proprio, quello di favorire il cammino di santità dei ragazzi e dei giovani che li abitano. Facendo ciò siamo ben consapevoli del carattere sempre migliorabile dei nostri cammini formativi, ma al tempo stesso vorremmo provare con umiltà a tracciare “punti di non ritorno” per mantenere l’autenticità della prospettiva educativa oratoriana, consapevoli che non ogni proposta educativa merita la qualifica di “oratoriana”.

  1. Il primo aspetto fondamentale è che un ragazzo in oratorio abbia la possibilità di incontrare degli educatori significativi, di cui conservare il ricordo nella sua vita. La significatività della testimonianza educativa non dipende anzitutto dalle doti personali o dalle competenze acquisite bensì dall’essere disposti a loro volta giocarsi in un cammino serio di crescita. Dobbiamo recuperare e far maturare l’intuizione dell’Arcivescovo Angelo Scola rispetto alla comunità educante. Egli la definiva come «la fraternità in Cristo tra tutti gli educatori che hanno a che fare col ragazzo. Ciò crea un ambito di relazioni nuove nelle quali il ragazzo percepisce un insieme di legami, azioni e gesti che gli fanno intendere che appartenere a quella fraternità, basata sull’appartenenza a Cristo è bella e ha futuro» (citato in T. CASTIGLIONI, «Coltiviamo comunità educanti», pp. 13s). Nel compito educativo è fondamentale la disponibilità a lasciarsi educare mentre si svolge il proprio compito, lasciarsi provocare dalle circostanze che nascono dal vivere insieme ai ragazzi. Al di là del tempo speso durante l’incontro e per preparare l’incontro, è la qualità della relazione che si instaura con i ragazzi a dire della bontà della proposta educativa. Difficilmente una proposta che si concentrasse (quasi) esclusivamente su incontri ben organizzati potrà diventare significativa per un ragazzo. La vita infatti è caratterizzata da momenti belli e memorabili, che però sono tenuti insieme da tanta “ordinarietà”, magari ripetitiva e un po’ noiosa, che però dà sostanza ai momenti più belli e gioiosi.
    Il nostro Arcivescovo ci ha sollecitato a riconoscere che l’ordinarietà della vita è abitata dalla grazia del Signore e che ogni educatore deve diventare “teologo della grazia”:
    «Bisogna chiedere ai ragazzi, agli adolescenti e ai giovani innanzitutto di vivere una relazione con Dio in semplicità e agli educatori di essere dei “teologi della grazia”, cioè di avere quella attitudine di fede che è affidamento, che avverte con spontaneità che siamo portati in alto non dalle nostre ambizioni, non dallo stimolo sociale che dice «arriva primo, vinci, passa avanti agli altri», ma dalla grazia. La bellezza della nostra vita e il nostro compimento è in questo affidarsi, in questo principio dell’affidamento» (M. DELPINI, «Gli aquiloni, il vento e terreno buono», p. 6).
  2. Si educa alla santità se si cerca di considerare tutta la vita dei ragazzi che ci sono affidati. Non è sufficiente concentrarsi su alcuni aspetti, tralasciando gli altri. Nel marzo 2017, parlando ai ragazzi cresimandi nello stadio di San Siro papa Francesco ha consigliato, come metodo, «un’educazione basata sul pensare-sentire-fare, cioè un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani, i tre linguaggi».
    Ha poi proseguito:
    «[È opportuno] educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani, i ragazzi, le ragazze possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e sentono. Non [bisogna] separare le tre cose, ma [tenerle] tutt’e tre insieme. Non educare soltanto l’intelletto: questo è dare nozioni intellettuali, che sono importanti, ma senza il cuore e senza le mani non serve, non serve. Dev’essere armonica, l’educazione. Ma si può dire anche: educare con i contenuti, le idee, con gli atteggiamenti della vita e con i valori. Si può dire anche così. Ma mai educare soltanto, per esempio, con le nozioni, le idee. Anche il cuore deve crescere nell’educazione; e anche il “fare”, l’atteggiamento, il modo di comportarsi nella vita» (FRANCESCO, Discorso all’incontro coi ragazzi cresimati, Milano 25.03.18).
    Solitamente si parla di «proposta integrata», che sappia cioè valorizzare tutte le dimensioni della vita dei ragazzi. Valorizzare significa anche stimolare, offrire sfide che mettano in moto l’iniziativa dei ragazzi. Lo dicevamo sopra: la vita è vocazione perché risposta a una chiamata, a un invito. Un educatore cristiano deve (umilmente) farsi anche portavoce dell’invito di Dio, suggerendo, stimolando, a volte anche scuotendo dal torpore emotivo in cui spesso i ragazzi crescono “sollecitati” dalla pubblicità.
    È un problema se gli incontri del gruppo si svolgono sempre in un’aula a discutere o pensare e non si trova mai tempo e proposte per usare creativamente e generosamente le mani (per esempio per confezionare un pacco alimentare da consegnare a una famiglia bisognosa) e i piedi (per esempio portando di persona il pacco nella casa della famiglia). I ragazzi hanno anche diritto che qualcuno dedichi loro del tempo per dare nome alle emozioni che portano nel cuore. Oggi assistiamo a un preoccupante “analfabetismo emotivo”, per cui per descrivere gli stati d’animo sono a disposizione solo gli emoticon di Whatsapp. Ma il grande Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, ha consegnato alla Chiesa come metodo per conoscere la volontà di Dio quello di mettersi in ascolto delle “mozioni interiori”, cioè delle passioni e delle reazioni emotive che la realtà suscita. Come potremo compiere un cammino di discernimento vocazionale se non sappiamo dare un nome alle nostre emozioni?
    In questo ambito risulta poi imprescindibile un lavoro di rete con il territorio, per conoscere luoghi, proposte, iniziative da frequentare insieme ai ragazzi senza obbligarsi a ricostruire in piccolo nell’Oratorio tutto il mondo che brulica fuori dai suoi cancelli.
  3. Per un percorso significativo di crescita umana, che voglia essere autenticamente cristiano, è fondamentale (ri)dare diritto di cittadinanza al concetto di fatica. Culturalmente diverse esperienze, come la malattia, la morte, il sacrificio, sono state censurate, allontanate dagli occhi e quindi dai discorsi. Ci si illude di vivere sempre galleggiando sopra le difficoltà, senza andare troppo a fondo nei problemi. In questo, spesso le famiglie non aiutano a insegnare ai ragazzi a rimanere nei luoghi e nei contesti che mettono alla prova: se la scuola è troppo difficile si cambia, se lo sport non soddisfa subito se ne sceglie un altro… Educatori cristiani non possono non lasciarsi provocare dal fatto che tra le parole più importanti di ogni eucaristia ci sono queste: «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Se Gesù è davvero modello della crescita umana, occorre prendere sul serio il fatto che egli si presenta ai suoi discepoli come umanità offerta in sacrificio. Domandiamoci: chi si sacrifica più, al giorno d’oggi? La risposta è abbastanza semplice: nelle famiglie soprattutto i genitori intessono le loro giornate di tantissimi sacrifici, spesso acriticamente accettati per il bene dei propri figli. È un tema che non prendiamo sufficientemente in considerazione e anzi capita a volte che dalla comunità cristiana nasca un giudizio tagliente sui “genitori che non si fanno mai vedere quando li invitiamo…”. Purtroppo il retro della medaglia di questo discorso è che la famiglia non educa più i ragazzi a fare sacrifici, che significa semplicemente essere disposti a fare un po’ di fatica per ottenere ciò di cui porteranno un ricordo grato per tutta la vita.
    L’Oratorio deve provare a colmare questo gap, magari correndo il rischio di perdere un po’ di consenso, di vedere diminuiti i numeri dei gruppi, perché si è fatta una proposta alta ed esigente. A volte invece si ha l’impressione che un po’ di timidezza, un po’ di pigrizia e un po’ di paura di non riuscire a “tenere lì” i ragazzi suggeriscano di “abbassare” il livello delle proposte che alla fine non soddisfano chi vi partecipa. Va da sé che tenere alto il livello chiede agli educatori di giocarsi in prima persona e deve essere fatto sempre con il cuore lieto. Non va confuso infatti una serietà della proposta (che può portare a dire a un ragazzo che forse l’Oratorio non è in questo momento un luogo per lui) dalla seriosità per cui si maschera con delle proposte alte l’imbarazzo di non aver voglia e tempo di stare con i ragazzi.
  4. L’Oratorio educa alla santità dei ragazzi se lascia loro spazio. È fondamentale che le nostre iniziative sappiano promuovere, rispettare e valorizzare il protagonismo dei ragazzi. Un’esperienza è efficace e rimane nella memoria di chi l’ha vissuta nella misura in cui porta in sé il contributo di ciascuno. Se è così pensata bene e così strutturata da prevedere la presenza dei ragazzi solo in termini passivi, rischia di non lasciare nulla al termine. Certamente è più difficile e forse meno gratificante lasciare spazio ai ragazzi nell’organizzare un pellegrinaggio o un teatro, ma il risultato sarà sicuramente più significativo nella loro vita.
    Occorre infatti ricordare che se in Oratorio si fa teatro o si organizzano i pellegrinaggi, non lo si fa in sé (per questo una Scuola di recitazione o un’Agenzia di viaggio lo fanno meglio), ma perché sia occasione per far cogliere ai ragazzi il valore della loro esistenza e aiutarli a dare una risposta autentica e libera.
    Raccomanda il nostro Arcivescovo:
    «L’altezza della vocazione si rivela una possibilità affascinante e una promessa realistica entro un progressivo conoscersi come meritevoli di stima, come adatti alla vita, alla santità, alla gioia. Resi capaci di amare per il fatto di essere amati.
    Il percorso dell’autostima si compie più “attraverso le mani” che attraverso esercizi di autoconvincimento o di rassicurazione da parte di altri» (M. DELPINI, «Gli aquiloni, il vento e terreno buono», p. 13).
  5. L’Oratorio non può pensare di educare alla santità se non favorisce l’incontro e la conoscenza personale di ogni ragazzo con Gesù. Forse può apparire scontata questa affermazione, ma dobbiamo verificare se inconsciamente non stiamo facendo passare in secondo piano la dimensione cristologica, cioè il riferimento a Gesù Cristo, nei nostri cammini a vantaggio di una non meglio precisata dimensione “spirituale” cui è difficile dare un volto preciso.
    Parafrasando l’Omelia del Giovedì santo 2018 del nostro Arcivescovo Mario, sono tre i luoghi da frequentare per assolvere il nostro “debito” di educatori nei confronti della domanda dei ragazzi di conoscere il Signore: la Parola, i sacramenti e la vita di carità.
    Già in anni recenti abbiamo dedicato edizioni del corso EduCare all’educazione alla lectio divina e all’introduzione alla celebrazione dei sacramenti. Rimandando a quanto detto allora, è sufficiente qui sottolineare che non si potrà educare se prima gli educatori non si lasciano sempre nuovamente educare noi educatori all’ascolto della Parola e alla celebrazione dei sacramenti.
    Spendiamo qualche riga in più per il tema della carità. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35): il segno di riconoscimento che Gesù lascia ai suoi amici è molto chiaro. È il modo con cui stanno insieme i cristiani a mostrare il loro reale rapporto con Gesù. Ma al tempo stesso la vita comune, lo stare insieme diventa il luogo che educa la libertà a lasciarsi conformare a Gesù. Non è autenticamente cristiano un cammino che cercasse un incontro con Dio fuori dalla dimensione ecclesiale, che trova nell’Oratorio la forma ordinaria per un ragazzo o un giovane della nostra Diocesi. Incontro personale con Gesù non significa infatti privato: la mediazione della Chiesa è fondamentale per garantire di conoscere proprio Gesù di Nazaret. Ricorda infatti papa Francesco:
    «Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (GeE 6).
    Fa bene ogni tanto ai nostri oratori verificare (magari attraverso un dialogo amichevole con le persone che li frequentano) se chi partecipa alla vita oratoriana riesce a incontrare davvero Gesù oppure se non deve a volte rivolgersi ad altre realtà ecclesiali.
  6. Non vi è cammino educativo serio senza un accompagnamento personale. Ciò rappresenta oggettivamente una grande difficoltà, sia per i numeri dei ragazzi, sia per la scarsità di figure educative. Tuttavia sembra irrinunciabile richiamare a questa dimensione di ascolto e di guida: il rischio altrimenti è che l’annuncio rivolto ai ragazzi resti senza qualcuno che ne favorisca una sintesi efficace e reale nella vita. Investire su spazi e tempi dedicati agli ascolti personali non pare un’esigenza ulteriormente procrastinabile.
    A questo proposito occorre recuperare urgentemente la felice intuizione della regola di vita. Se una vita non si dà delle regole cresce disordinata. In età (pre)adolescenziale la regola sarà essenziale, ma non può non prevedere alcune attenzioni sul rapporto tra studio e riposo, tra attività svolte “per dovere” e attività ricreative e sul tema della preghiera.
    Concludo con una domanda, che nasce dall’osservazione delle varie realtà della nostra diocesi. Nei nostri Oratori si svolgono tantissime attività molto varie, dalla catechesi allo sport, dall’animazione al teatro, dall’aiuto nei compiti alla gestione del tempo libero. Tali attività, frutto del genio e della creatività ambrosiana, rappresentano spesso una profezia in un contesto culturale ricco di tanti segni preoccupanti di crisi e scoraggiamento. Provocatoriamente, solo per avviare un pensiero e una riflessione, chiediamoci: è giusto definire oratoriane tutte queste attività per il solo fatto che si svolgono in oratorio? Non è giunto il tempo di precisare meglio che cosa è oratorio, trovando forme e nomi nuovi per le tante attività molto interessanti che sono nate nel frattempo?
    Anni fa, l’amato cardinal Dionigi disse (e rimase inascoltato) “meno messe e più messa”. Siamo forse al “meno oratori per fare più Oratorio?”.

Testi di riferimento

Oratorio e vocazione. Per volare alto, Centro Ambrosiano, Milano 2018
– M. DELPINI, «Gli aquiloni, il vento e terreno buono» in Oratorio e vocazione. Per volare alto, Centro Ambrosiano, Milano 2018, pp. 5-15.
– FRANCESCO, Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, Roma 19.03.2018
– T. CASTIGLIONI, «Coltiviamo comunità educanti per l’Iniziazione cristiana dei Ragazzi», in ARCIDIOCESI DI MILANO, La comunità racconta il Vangelo. Introdurre alla vita cristiana, Centro ambrosiano, Milano 2014, pp. 11-32

* Parroco a Milano, parroco della città di Milano, collaboratore della FOM (Fondazione Oratori Milanesi)