Donne e Chiesa

Cettina Militello

Ci vorrebbe addirittura un carisma profetico per disegnare il futuro delle donne nella Chiesa.
Comincio col dire che esso è strettamente intrecciato alla coscienza di sé elaborata oggi dalle donne. E proprio l’ipoteca dell’“oggi” rende difficile, assai difficile provare a disegnare il futuro.
Siamo nel ben mezzo di una crisi epocale. Mi si potrebbe obiettare che la crisi è il pane quotidiano degli esseri umani, mai quieti, mai soddisfatti, comunque protesi al mutamento. Il che è positivo assolutamente,
perché la stasi sarebbe sinonimo di morte più che di vita.
Ci sono però nella storia momenti in cui il circolo delle certezze si rompe in maniera scomposta. Ciò avviene, dicono gli antropologi, allorché si spezza la consequenzialità di valori, modelli, istituzioni.
Ci si ritrova allora dinanzi a un rifiuto marcato di quelli che un tempo erano considerati valori; si fa fatica a elaborare modelli coerenti; e, in modo ancora più plateale si assiste a un’implosione delle istituzioni. Questa è la situazione in cui si ci trova oggi e la Chiesa non fa eccezione, coinvolta com’è nella transizione culturale.
Indubbiamente tutto ciò fa paura e, paradossalmente, la paura accelera gli squilibri, scopre la fragilità di assetti pure assodati. Si pensi alla crisi che traversa la famiglia, alla crisi che investe la politica e a tutti i livelli. Si fugge acriticamente da istituzionalità obsolete e si da corpo a fantasmi quasi che la “crisi” venisse da fuori e non dalla nostra incapacità di decodificare il presente e orientare il futuro.
E tuttavia, per drammatico che sia l’orizzonte, la crisi, anche la più complessa, anche la più tragica, è punto di ripartenza. E allora credo sia doveroso interrogarsi sulla presenza/incidenza delle donne e provare a ipotizzare convergenze valoriali e nuovi modelli, così che possano delinearsi forme istituzionali nuove.

La Chiesa e la donna

Anche quando ne ha esaltato il “genio” in verità non le ha mai riconosciuto spazi congrui né sotto il profilo istituzionale né in sé e per sé. Sarebbe complesso rintracciare la storia di un rapporto scazonte, segnato dalla sfiducia, dal pregiudizio, dalla paura irrazionale alimentata dai valori e dai modelli che l’hanno supportato.
La donna è stata temuta, esorcizzata quasi fosse un essere diabolico. La lotta infinita, diretta a ridimensionarne la forza vitale, l’ha additata come inaffidabile, pericolosa, come la quintessenza della perdizione.
Potremmo pensare che tutto ciò appartenga a tempi lontanissimi, che il rifiuto della donna sia alle nostre spalle, retaggio di un tempo oscurantista e ascientifico.
In verità non è così. Resta intatto il pregiudizio culturale, ammantato di pretesti religiosi, senza per altro fare i conti con il cammino delle donne, con la loro crescita intellettuale, con l’acquisita consapevolezza di piena umanità che ora le connota.
Una Chiesa che ancora esclude le donne da qualsiasi forma istituita di ministerialità e che invoca un espresso disegno di Cristo al riguardo, è per certi versi mendace, per certi altri saldamente ancorata al pregiudizio di una loro costitutiva infirmitas o imbecillitas, tutt’uno con la necessità che sempre e ovunque essa stia sotto tutela. La ratio servitutis, appunto, resta un retaggio che si ostina a non recepire le donne come soggetto pleno iure e pretestuosamente insiste nel riproporre posizioni dettate da contesti socio-culturali androcentrici e patriarcali.
Detto questo, quella delle donne sembra una lotta contro i mulini a vento. L’esito drammatico è il crescente congedarsi delle donne dalla Chiesa. Le reiterate prese di posizione, la ripetizione spudorata di affermazioni infondate biblicamente, d’altra parte, ha come riscontro il dramma del femminicidio. Non sembri paradossale quest’accostamento. La società fa fatica a metabolizzare la novità che le donne costituiscono nell’orizzonte culturale. Alla soppressione fisica, operata da maschi incapaci di elaborare modelli nuovi di relazione, corrispondono le “grida” ecclesiastiche più o meno autorevoli. Il fatto è però che le donne sono Chiesa così come sono “persone”, e che dunque occorre che prontamente Chiesa e società invertano la rotta e le riconoscano per quello che sono: la metà dell’umanità, pienamente tali anche se altrimenti formate nella carne.

Che fare, dunque, come donne?

Innanzitutto sentirsi tali. Ossia non rincorrere valori e modelli deteriori che hanno portato alla teorizzazione della diseguaglianza. Bisogna che le donne siano orgogliose della propria identità. Essere donne non è condizione da subire, ma da accogliere come dono, il più bello tra quelli ricevuti. Essere donne è bello. Non c’è da rimpiangere proprio niente. Ed è questa coscienza nuova, credo, che deve supportare la/le nuova/e immagine/i di Chiesa.
Lo ripeto: Chiesa le donne lo sono sempre state. Non c’è mai stato un tempo che le ha escluse dal battesimo o dalla cena del Signore. Anzi la Chiesa è nata nelle case accoglienti delle donne che, appunto, le aprivano alle nascenti comunità. Si pensi alla casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, in cui è raccolta la comunità in preghiera, e alla cui porta bussa Pietro, miracolosamente liberato dal carcere (cfr. At 12,12-16). Ed è solo un esempio. La fatica apostolica delle donne ha il suo manifesto emblematico in Rm 16. Per non dire di Gesù di Nazaret e delle donne alla sua sequela…
Generata al femminile e, grammaticalmente, di genere femminile, paradossalmente, la Chiesa si è data forma maschile; forma caparbiamente difesa a tutt’ oggi.
Qualche tempo fa ho ipotizzato una Chiesa desacralizzata/declericalizzata, degerarchizzata, decentrata, pluriculturata, solidale/sinodale, in uscita e in servizio.
Dietro queste flessioni sta, ovviamente, l’immagine di Chiesa-comunione restituitaci dal Vaticano II. Lo stesso costituisce la magna cartha della nuova soggettualità ecclesiale, dal momento che quanto affermato al capitolo II di Lumen Gentium sul popolo di Dio vale alla pari per gli uomini e per le donne, chierici, religiosi/e, laici/che, nessuno/a escluso/a.
Credo che le donne debbano viversi Chiesa assecondando la mutazione valoriale che espunga dalla stessa ogni ipoteca sacrale, clericale, gerarcologica. Giuridicamente “laiche” e basta, le donne possono e debbono contribuire a un modello di Chiesa che finalmente prenda congedo dall’idea di clero come casta privilegiata, e per di più “sacra”. Piaccia o no, sacro è termine di separazione; santo invece è termine di prossimità. Le donne – e la storia lo dimostra – hanno attestato la santità fuori da ogni ipoteca sacrale, clericale e gerarchica. Di ciò devono fare una risorsa per avviare quel ripensamento del ministero, senza il quale le comunità moriranno per asfissia. Ci entusiasma l’idea di un sinodo dei giovani. Quanto però sarebbe stato meglio se avessimo messo a tema il ministero. Cosa vuol dire essere ministri nella Chiesa e per la Chiesa? Davvero le forme storiche in cui abbiamo realizzato il ministero rispondono alle istanze originarie e alle istanze presenti? Può la Chiesa darsi ancora una forma di tipo monarchico e feudale? Può il ministero restare rinserrato in una catena istituzionale mutuata dal passato? Può la formazione al ministero continuare e proporre valori estranei alla nostra cultura, alimentare l’idea di super-uomini detentori di un potere divino – il che li porta, in tutta coerenza, a porsi al disopra di ogni legge?

Proporre un modello diverso

Le donne, dunque, possono e devono proporre un modello diverso, una immagine diversa: una Chiesa fraternità/sororità, una Chiesa nel segno della reciprocità e della comunione, una Chiesa docile ai doni dello Spirito e pronta ad accoglierli e trafficarli.
La sfida che viviamo è culturale. Mai come oggi siamo chiamati a mettere in circolo la ricchezza che ci viene dall’incontro con le diverse culture. Le donne possono e debbono farsi testimonial di questa ricchezza. E lo fanno già, come prova l’impegno di non poche congregazioni religiose femminili (e maschili). L’altro non è il nemico. È un essere umano, uomo o donna che sia, la cui ricchezza allarga gli orizzonti. L’altro disvela l’identità a ciascuno/a propria e proprio per questo obbliga a ridimensionarsi. Si vive proprio perché un altro/a è il mio referente.
La tavola conviviale delle culture è la sfida aperta del nostro futuro immediato. Le donne nella Chiesa e nella società possono testimoniarlo, proprio perché hanno vissuto sulla propria pelle il pregiudizio e l’esclusione. Sono le più idonee a modulare una Chiesa al plurale, ricca nelle sue risorse locali, ma aperta al dialogo e all’incontro. Cos’è la “cattolicità” se non l’espressione piena di quell’intreccio di locale e globale, di quella interconnessione reciproca che è dono arricchente, anzi comunicazione mutua dei doni che ciascuna Chiesa, ciascuna cultura, arreca alle altre? Cose tutte che s’intrecciano con l’immagine di una Chiesa decentrata, davvero aperta alle periferie del mondo, pronta ad accoglierne le istanze e i messaggi, non per giudicare ma per accompagnare, non per sanzionare ma per attestare la sfida/mistero della comune umanità.

Promuovere una Chiesa sinodale

Il che ci conduce al nocciolo duro di ciò che le donne possono e debbono fare: promuovere una Chiesa solidale/sinodale. Ci hanno detto per secoli che dovevamo obbedire. Ci è stata negata la piena realizzazione della dignità regale sacerdotale e profetica che il battesimo a tutti/e conferisce. È questo ora il momento di mettere in atto moduli solidali di convivenza, modelli veramente sinodali.
Come società ci si interroga oggi sul senso del termine “democrazia”. Nella storia dell’Occidente è concetto via via proposto come panacea alla vita politica e sociale.
Il punto debole della democrazia sta nel fatto che la quantificazione maggioritaria del consenso non necessariamente è ottimale. Dittature mostruose sono nate democraticamente. Ed è rischio che corriamo ancor oggi. C’è sicuramente un antidoto alla maggioranza becera che orienta in un senso piuttosto che nell’altro la vita sociale e civile. L’antidoto è la cultura. La nostra crisi è segnata da un deficit culturale. La crisi valoriale ha ridicolizzato la cultura e con essa la competenza. Avviene la stessa cosa nella Chiesa che pure avrebbe come antidoto il discernimento. Sinodalità, infatti, è camminare insieme, operando un discernimento che investe ciascuno secondo la sua personale competenza, ossia secondo il dono che lo Spirito ha a ciascuno elargito e che la comunità è chiamata a vagliare e discernere.
Le donne hanno una virtualità culturale immensa. Penso a un proverbio africano che dice all’incirca: istruisci un uomo e avrai istruito lui solo; istruisci una donna e avrai istruito un villaggio. Le donne sono il nodo vitale della trasmissione della/e culture. Il che vuol dire che devono comunque e sempre incrementare la loro competenza, acquisire e promuovere l’acquisizione di strumenti che le rendano coscienza vigile e attiva delle comunità. Non si da altra via per esserci e contare. Non c’è altra via per incidere sulla costruzione della Chiesa. Solo acquisendo competenza, e al più largo spettro, sarà possibile disegnare la Chiesa del futuro.

Attivare l’autorevolezza battesimale

Aggiungo, ancora, che non si può parlare di Chiesa in uscita o di Chiesa a servizio come slogan.
È addirittura deleterio operare scelte epidermiche o di facciata. Il servizio, la missione, nascono nel crogiolo del discernimento e della competenza. Le donne devono attivarsi nella loro autorevolezza battesimale e uscire allo scoperto, non per facili ed epidermiche esibizioni, ma per attivare le nuove dinamiche valoriali e tradurle in modelli di autentica reciprocità.
Solo così potranno cambiare i moduli e finalmente mostrare una Chiesa dal volto umano, “esperta in umanità” come diceva Paolo VI, una Chiesa compassionata, misericordiosa, veramente a servizio.
Sono modelli che le donne hanno più e più volte proposto nella storia. La sfida dell’oggi passa dalla acquisizione consapevole del passato e dal coraggio profetico di reinventare le comunità in modo sempre nuovo, così come è nello stile dello Spirito.
Potremmo chiudere dicendo che il nostro è un tempo difficile; ma proprio per ciò è appassionante e fecondo. Occorre “ri-dire”, risemantizzare la fede. Le donne devono equipaggiarsi e offrire il loro peculiare contributo, nella consapevolezza che la Chiesa che verrà o è davvero quella in cui si intrecciano le voci degli uomini e delle donne o semplicemente non ci sarà, perché non c’è futuro per una umanità monca. Il futuro passa dall’umano integrale e dunque dalle donne come protagoniste insostituibili ecclesialmente, così come lo sono umanamente, per una nuova immagine di Chiesa.

(Consacrazione e Servizio n.5/2018
Dossier: “Io sono solo un ragazzo”)