Una pietra miliare

L’impegno di Augustin Bea nelle relazioni tra cattolici ed ebrei e per l’approvazione della dichiarazione conciliare «Nostra aetate»

Saretta Marotta

«Nostra Aetate» si può definire uno dei documenti più “giovani” del Vaticano II, se la “giovinezza” si misura sulla base della sua innovatività nei confronti della Tradizione della Chiesa cattolica: a confronto con gli altri documenti e decreti conciliari, infatti, Nostra aetate non è classificabile soltanto come esito di un processo di progresso della dottrina, ma costituisce una innovazione radicale rispetto al passato. È quindi curioso che all’origine di questo documento “giovane” stiano tre uomini, Jules Isaac, Giovanni XXIII e Augustin Bea, che nel 1960, l’epoca in cui la genesi di Nostra aetate è propriamente cominciata, avevano più o meno ottant’anni. È un dato curioso ma non casuale, perché essi appartenevano a una generazione che era stata messa a diretto confronto con il dramma della deportazione e dello sterminio degli ebrei.

Lo storico Jules Isaac, ebreo naturalizzato francese che aveva perso ad Auschwitz la moglie e i due figli, percepiva di essere sopravvissuto ai propri cari per una ragione, ovvero proseguire la propria missione di chiedere alla Chiesa cattolica, e in generale alle chiese cristiane, di riformare quell’insegnamento tradizionale sull’ebraismo che egli chiamava «insegnamento del disprezzo» (Teaching of Contempt) e nel quale rintracciava le radici dell’antisemitismo razziale. Il suo Jésus et Israël, pubblicato nel 1948, aveva dimostrato quanta responsabilità avesse il cristianesimo nella diffusione dell’antigiudaismo; l’intento tuttavia non era polemico, sperando al contrario di porre le basi per l’avvio di un dialogo.

Per questo nell’ottobre 1949 Isaac aveva incontrato a Castel Gandolfo Pio XII, anche se l’udienza non riscontrò visibili risultati. La decisione di Giovanni XXIII, in occasione della settimana santa 1959, di sopprimere la locuzione “perfidi ebrei” nella preghiera universale del giovedì santo lo incoraggiò a chiedere un’udienza anche a questo pontefice, al fine di sottoporgli un memorandum. L’udienza tra l’ottantaquattrenne ebreo e il papa avvenne il 13 giugno 1960.

Roncalli, di quattro anni più piccolo di Jules Isaac, negli anni quaranta era stato delegato apostolico a Istanbul: in quella posizione si era personalmente impegnato nel salvataggio di molti ebrei dalla deportazione permettendone l’emigrazione verso la Palestina. Il colloquio con Isaac lo commosse profondamente e fu il papa stesso a raccomandare allo storico ebreo di chiedere un colloquio con Augustin Bea, assicurandogli che il cardinale gesuita avrebbe potuto occuparsi della questione.

Bea aveva la stessa età di papa Roncalli. Confessore e consigliere di Pio XII negli anni cinquanta, Giovanni XXIII lo aveva promosso cardinale senza nemmeno conoscerlo, ma fin da subito si era stabilito tra i due un rapporto di intensa stima e fiducia. Il 5 giugno, neanche due settimane prima dell’udienza di Isaac, era stato nominato presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, un organismo inedito nel panorama della curia romana e di cui Bea stesso aveva promosso l’istituzione nella cornice della preparazione del concilio. Proprio il Segretariato diventerà un organismo di stretta fiducia del papa, uno strumento quasi parallelo alla macchina della preparazione conciliare, da cui sarebbero provenuti i contributi più determinanti e rivoluzionari del Vaticano II.

Nell’ambito delle competenze del Segretariato non era prevista la questione ebraica. Tuttavia il tema rientrava negli interessi di Bea, innanzitutto per i suoi studi esegetici sull’Antico Testamento, ma anche per una biografia in qualche modo toccata dal dramma della deportazione. Durante l’occupazione tedesca di Roma, Bea era rettore del Pontificio istituto biblico. Negli archivi è conservata una sua lettera al segretario di Stato Luigi Maglione inviata il giorno del rastrellamento del ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943: quella mattina le ss avevano tentato di entrare nell’istituto per prelevare un inserviente ebreo, ma solo il fermo intervento del rettore poté intimorire i soldati nazisti reclamando l’extraterritorialità degli immobili vaticani e impedendo la perquisizione dell’edificio, nei cui scantinati si nascondevano una mezza dozzina di ebrei. Da tedesco Bea sentiva in modo particolare la responsabilità del genocidio, ma già nei decenni precedenti come esegeta si era occupato più volte del tema dell’antigiudaismo cristiano, in particolare dell’accusa di deicidio mossa all’intero popolo ebraico: nel 1920, ad esempio, aveva pubblicato per la rivista dei gesuiti «Stimmen der Zeit» un articolo dal titolo Antisemitismo, razzismo e Antico Testamento ed è probabilmente a lui che si deve l’enciclica del 1943 di Pio XII Divino Afflante Spiritu, nella quale vi era anche un riconoscimento dell’eredità del popolo ebraico, attribuendo ad esso «fra tutte le antiche nazioni d’Oriente un posto eminente, straordinario, nello scrivere la storia, sia per l’antichità, sia per la fedele narrazione degli avvenimenti» e per «il carisma della Divina Ispirazione e il particolare scopo religioso della storia biblica». Non è infine un caso che tra tutti i pareri pervenuti alla commissione antepreparatoria del concilio, solo il votum del Pontificio istituto biblico domandò un pronunciamento che negasse le tesi tradizionali dell’antigiudaismo cristiano.

La decisione di Giovanni XXIII di affidare al Segretariato per l’unità dei cristiani il dossier di Jules Isaac non fu dovuta a motivazioni teologiche, ovvero a una convinzione del pontefice o di Bea della connessione tra ecumenismo e questione dei rapporti ebraico-cristiani, quanto piuttosto a ragioni pratiche: la questione ebraica fu infatti affidata al Segretariato di Bea principalmente per la fiducia personale che il pontefice nutriva nei confronti del cardinale, che era certo essere in grado di ritagliare per il proprio organismo spazi di libertà di azione per un tema tanto innovativo.

Bea incontrò Jules Isaac il 15 giugno e fu proprio lui, dopo la pausa estiva, in settembre, a proporre praticamente al papa di affidargli «anche la questione della competenza riguardo alle relazioni fra giudei e cattolici delle quali frequentemente vengo interpellato». Ricevendolo il 18 settembre, Giovanni XXIII gli confermò l’incarico, permettendo al tema di entrare nell’agenda conciliare.

Fin da subito, il cardinale dimostrò rapidità e determinazione nell’occuparsi della questione. Già il 26 ottobre, infatti, incontrò il presidente del World Jewish Congress Nahum Goldmann, che era pure copresidente della World Conference of Jewish Organizations. Non potendo contattare ciascuna delle miriadi di organizzazioni nelle quali si articolava il giudaismo, Bea scelse di servirsi della mediazione di Goldmann per tentare un coordinamento e ricevere anche da parte ebraica, come dalle altre chiese cristiane, raccomandazioni e proposte per il concilio. I contributi arrivarono a Roma tra il febbraio e il marzo 1961, mentre il 13 marzo, col viaggio di Bea a New York, si consumò lo storico incontro tra un cardinale della Chiesa cattolica e diverse comunità e organizzazioni ebraiche.

Nel frattempo, alla prima riunione plenaria del Segretariato per l’unità dei cristiani nel novembre 1960, accanto alle nove sottocommissioni incaricate di occuparsi di temi ecumenici, una decima si mise immediatamente al lavoro sulla questione ebraica. Nell’agosto 1961 il progetto di testo era già pronto e fu inviato, insieme ad altre proposte, alla commissione dottrinale preparatoria del concilio presieduta da Alfredo Ottaviani. Questa rifiutò il documento, non riconoscendo al Segretariato la competenza di avanzare proposte in campo teologico. Thomas Stransky, collaboratore di Bea, ha individuato in tale rifiuto una provvidenziale “benedizione”, determinante per il destino di Nostra aetate, così come di altri testi. Il Segretariato modificò infatti il proprio metodo di lavoro, cominciando a preparare, con l’avallo di papa Giovanni, schemi da sottoporre direttamente al concilio e non più pareri suggeriti all’elaborazione delle diverse commissioni.

Il 20 giugno 1962 il nuovo progetto di schema sugli ebrei fu dunque presentato alla commissione centrale preparatoria dove però contingenze politiche ne determinarono l’esclusione. L’annuncio, infatti, diffuso dal World Jewish Congress il 12 giugno, dell’invio a Roma di un “osservatore non ufficiale” al Vaticano II aveva provocato le proteste dei governi arabi del Medio oriente. Il designato, Chaim Vardi, era consigliere del ministero israeliano per gli affari religiosi e tale scelta generava l’equivoco che fosse rappresentante non di una comunità religiosa, ma dello stato di Israele. Si decise dunque di cancellare dall’agenda del concilio lo schema sugli ebrei, che sarebbe stato percepito come una dichiarazione a carattere politico a supporto del sionismo.

Bea accettò questa provvisoria sconfitta e per tutta la prima sessione il tema dunque non venne affrontato. Tuttavia a dicembre, quando i padri conciliari erano tornati nelle proprie diocesi, tornò alla carica con papa Giovanni XXIII, indirizzandogli un memorandum che chiedeva che il concilio non rinunciasse a ritrattare l’accusa tradizionale di “deicidio” mossa al popolo ebraico. La pronta risposta di Roncalli del 13 dicembre permise il reinserimento del tema nell’agenda del concilio, volontà che venne rispettata da Paolo VI, insediatosi dopo la morte di papa Giovanni avvenuta il 3 giugno 1963. Anche Jules Isaac non visse abbastanza per vedere la pubblicazione di Nostra aetate, morendo nel settembre dello stesso anno. Rimase quindi la tenacia di Bea a difendere il destino della dichiarazione.

Anche se la sua elaborazione avvenne per mano dei membri del Segretariato per l’unità dei cristiani, non è azzardato affermare infatti che la dichiarazione sugli ebrei sia stata e fosse fin dal principio lo schema di Bea, con una partecipazione personale che la rende in questo peculiare anche rispetto agli altri schemi di sua competenza. Un esempio eloquente è il fatto che di norma un cardinale non presentasse mai in aula gli schemi elaborati dalla commissione da lui stesso presieduta, lasciando piuttosto la parola ad altri. Tuttavia per il de Judaeis Bea fece sempre eccezione a questa regola, riservando solo a se stesso durante le diverse sessioni la presentazione del testo.

Proprio questo impegno personale ha portato ad identificare la causa degli ebrei con la persona stessa di Bea, riversando sulla figura del cardinale anche gli effetti collaterali di quella macchina del fango messa presto in moto dagli oppositori del documento, non solo filoarabi ma soprattutto tradizionalisti. Opuscoli che circolavano tra i padri e indiscrezioni della stampa tacciarono Bea di appartenere alla massoneria o addirittura rintracciarono nel suo cognome origini ebraiche, nel tentativo di spiegare perché avesse un interesse così appassionato a una questione che ritenevano tutto sommato marginale rispetto agli altri temi conciliari.

Lo sforzo compiuto da Bea per proteggere con la propria autorevolezza lo sviluppo e l’esito del progetto di dichiarazione sugli ebrei ebbe diverse declinazioni. Accanto agli interventi in aula a favore della dichiarazione, anche le sue interviste, le sue conferenze, i suoi viaggi contribuivano all’intento di convincere della legittimità di una revisione del tradizionale insegnamento della Chiesa e rassicurare sulla natura puramente religiosa del pronunciamento specialmente i patriarchi del Medio oriente, che temevano ritorsioni sulle minoranze cristiane da parte dei governi arabi. Tale sforzo di sensibilizzazione non riguardò solo le tre sessioni in cui lo schema fu discusso. Alla vigilia dell’apertura del concilio Bea aveva infatti preparato un articolo che sarebbe dovuto apparire in contemporanea su tre riviste, «La Civiltà Cattolica», «Stimmen der Zeit» e la «Nouvelle Revue Théologique», con il titolo Sono gli ebrei un popolo deicida?.

Al momento della polemica suscitata dal caso Vardi e della decisione di cancellare lo schema dall’agenda del concilio, si preferì soprassedere alla pubblicazione, tuttavia «Stimmen der Zeit» riuscì a pubblicare ugualmente il testo, facendolo apparire nell’ottobre 1962 sotto il nome di un altro autore. L’articolo nei mesi seguenti venne tradotto in diverse lingue e nell’autunno 1963, durante la seconda sessione del Vaticano II, perfino diffuso tra i padri conciliari, facendo circolare le argomentazioni di Bea, che proponevano già in nuce tutti i contenuti della futura dichiarazione Nostra aetate.

Bea difese la dichiarazione con passi anche più importanti, benché non a conoscenza del grande pubblico. Da presidente del Segretariato, infatti, si spese per proteggere il documento da operazioni di diluizione, nascondimento o cancellazione che ne avrebbero ridotto o annullato la portata sostanziale. Per preservare lo schema era infatti cruciale che mantenesse l’esclusiva competenza su di esso il Segretariato ed è proprio tale competenza che fu più volte minacciata nel corso delle ultime tre sessioni del Vaticano II.

Durante la seconda sessione il testo, inserito come uno dei due capitoli finali dello schema sull’ecumenismo insieme al tema della libertà religiosa, non venne neanche discusso. In aula infatti furono approvati solo i primi tre capitoli dello schema, relativi all’ecumenismo, mentre gli altri due furono presentati ma, con delusione generale, alla fine rimandati alla terza sessione. A giustificazione di tale decisione furono addotti i tempi ristretti della sessione, ma molti elementi fecero sospettare un vero e proprio sabotaggio a opera degli organismi dirigenti del concilio. Anche l’annunciato viaggio in Terra santa di Paolo VI previsto per il gennaio successivo incoraggiava a rimandare la questione. Nonostante Bea avesse presagito e tentato di neutralizzare queste manovre, la sessione si concluse con un sostanziale fallimento ed una cocente delusione.

In previsione della terza sessione, i documenti sugli ebrei e sulla libertà religiosa vennero trasformati non più in capitoli, ma in appendici del de oecumenismo. Era una scelta dettata dalla necessità di mantenere la trattazione di tali argomenti sotto l’ombrello del Segretariato, senza che potesse interferire la commissione dottrinale. Tuttavia la commissione centrale di coordinamento del concilio condizionò in ogni caso il lavoro del Segretariato di Bea, esigendo due importanti cambiamenti. Il primo riguardava l’allargamento del testo anche ad altre religioni non cristiane, in particolare l’islamismo; il secondo chiedeva l’ammorbidimento di quella ritrattazione dell’accusa di “deicidio” che era il contenuto essenziale del documento e che venne dunque rimossa, annacquando la sostanza della posizione innovativa del Segretariato. Questo indebolimento dello schema fu denunciato da Bea nel suo celebre intervento del 25 settembre 1964 in aula conciliare: il cardinale infatti chiarì che delle ultime modifiche non era responsabile il Segretariato. Questa denuncia ferma, sia pure tra le righe, fatta davanti ai padri conciliari, era finalizzata evidentemente a chiedere l’aiuto della maggioranza dei vescovi per emendare il testo e tornare alla versione precedente, soprattutto riguardo al tema del deicidio. Ancora una volta emerge perciò la ferma determinazione del cardinale Bea nel difendere la portata innovativa del documento. Fu un discorso molto apprezzato dall’opinione pubblica, tanto più in quanto la denuncia dell’antisemitismo era pronunciata da un cardinale tedesco. Tuttavia, durante la terza sessione, un altro rischio minacciò il destino della futura Nostra aetate.

Il 9 ottobre 1964 fu infatti comunicato a Bea che, su indicazione del segretario di Stato e quindi del papa e per evitare ripercussioni politiche, era stato deciso di trattare il tema dei rapporti tra chiesa cattolica ed ebraismo non più in una dichiarazione a se stante sulle religioni non cristiane, ma all’interno dello schema de ecclesia. Tale decisione, ovviamente, equivaleva a ridurre a poche righe il testo esistente, inserendolo nello schema ecclesiologico della commissione dottrinale di Ottaviani. Bea si oppose con vigore a questa decisione, così come a un provvedimento parallelo che riguardava il testo sulla libertà religiosa, indirizzando la propria protesta direttamente a Paolo VI. Grazie a questo passo, l’allarme rientrò e il Segretariato poté procedere autonomamente alla revisione del testo, ampliando la parte sugli ebrei e reinserendo il riferimento al deicidio. Il documento approdò finalmente in aula e fu votato il 20 novembre 1964, ricevendo 1651 voti a favore e 99 contro, mentre 242 furono i placet iuxta modum.

Per placare le proteste del mondo arabo, sollecitato da Paolo VI, Bea rilasciò una dichiarazione, pubblicata il 30 novembre su «L’Osservatore Romano», che chiariva l’intento esclusivamente religioso del documento. Ma le proteste non si fermarono: oltre agli attacchi della stampa, si aggiungevano infatti dichiarazioni di personalità politiche che gridavano alla congiura del sionismo internazionale e minacciavano ripercussioni sulle minoranze cattoliche nei paesi arabi. Anche personalità religiose protestarono, come il patriarca melkita Maximos iv che minacciò di abbandonare il concilio. Tali pressioni finirono per condizionare pesantemente il lavoro nell’intersessione: il testo della dichiarazione conciliare, che era già stato votato e che doveva essere semplicemente emendato secondo i desiderata dei vescovi, fu modificato sensibilmente, in particolare mitigando la condanna dell’antisemitismo, con la sostituzione del forte verbo «damnat» con un più cauto «deplorat», ed eliminando la controversa citazione dell’accusa di “deicidio”. Furono compromessi di mediazione, avvenuti anche su espressa richiesta di Paolo VI, che crearono scontento, nonostante nel documento rimanesse tutta la sostanza del nuovo posizionamento della Chiesa cattolica riguardo alle relazioni con il popolo ebraico. Anche Bea, come spiegò nel suo intervento durante la quarta sessione, ammise che era preferibile accettare questi compromessi che rinunciare del tutto alla dichiarazione, rischio che nell’ultima intersessione si era concretamente prospettato e che il cardinale era riuscito a evitare intervenendo direttamente su Paolo VI. Bea scrisse infatti al papa che «il concilio rinnegherebbe se stesso, se ora si ritirasse [la dichiarazione sugli ebrei] (…) Si rischierebbe di nuocere gravemente alla fiducia nel concilio e nel S. Padre stesso, dopo che il concilio ha approvato lo schema con una travolgente maggioranza».

Il nuovo testo venne distribuito ai padri conciliari alla fine del settembre 1965 e il 14 ottobre Augustin Bea compì l’ultima sua fatica a favore di Nostra aetate, cercando di relativizzare la portata delle modifiche introdotte, affermando che «il tenore del testo, che con grande maggioranza (…) avete approvato lo scorso anno, [è stato], quanto alla sostanza, fedelmente conservato». Anche riguardo al nodo fondamentale, ovvero l’omissione dell’espressione «deicidii rei», il cardinale chiarì che «le difficoltà e le controversie, quasi che lo schema contraddicesse al Vangelo, di fatto provenivano soprattutto dall’uso di questa espressione. D’altra parte, a chiunque legga (…) appare chiaro che vi si trova esattamente e completamente espressa la realtà di ciò che nel testo anteriore volevamo esprimere con questo termine». Questa precisazione ovviamente intendeva rassicurare i delusi, non i detrattori dello schema, la cui opposizione non si era affievolita: lo scrutinio finale del 15 ottobre diede infatti un risultato diverso e forse peggiore rispetto a quello della terza sessione, con il numero dei non placet arrivato alla drammatica cifra di 250, anche se i placet furono 1763, superando il risultato precedente. L’alto numero dei voti contrari va ricondotto in parte agli oppositori dello schema e in parte agli insoddisfatti per il suo indebolimento, così come pure confluirono nei non placet parte di quei 242 placet iuxta modum della sessione precedente.

Certamente il testo di Nostra aetate ha patito le sofferte vicissitudini che ne hanno accompagnato la lunga redazione. L’essere sotto lo sguardo dell’opinione pubblica ha infatti condizionato notevolmente il lavoro, portando la versione finale a perdere alcuni accenti importanti presenti nelle prime stesure. Tra questi, l’accusa di deicidio alla fine omessa dal testo definitivo, così come l’allargamento del documento ad altre religioni non cristiane. Tuttavia, come si è visto, furono compromessi a un certo punto necessari a difendere l’intero testo e a permettere che fosse promulgato. Senza tale lavoro di mediazione e la ferma determinazione del Segretariato e in particolare del suo presidente Augustin Bea a non lasciar cadere questo documento, il Vaticano II non si sarebbe pronunciato sulla questione ebraica e, come scriveva Yves Congar nel proprio diario, questo pronunciamento era un’esigenza della storia perché «vent’anni dopo Auschwitz è impossibile che il Concilio non dica niente». L’alto numero dei voti contrari in concilio rimane quindi come attestazione di questa difficoltà, ma anche della radicale novità di Nostra aetate, che resta «una pietra miliare nella storia delle relazioni tra la Chiesa e il popolo ebraico», in quanto per la prima volta un concilio ecumenico si è occupato in modo esplicito del problema, ponendo fine a ogni forma di antisemitismo all’interno della cristianità.