Quel grido inascoltato di Maritain

Ottant’anni dalla Kristallnacht

Abraham Skorka

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 in Germania e in Austria vennero distrutte quasi tutte le sinagoghe, le case e i negozi degli ebrei furono violati, molti ebrei furono assassinati e molti di più condotti nei campi di concentramento. Le strade dove vivevano o dove si trovavano le loro istituzioni si riempirono dei cristalli rotti delle finestre degli edifici danneggiati; perciò quel pogrom è rimasto nella storia come la notte dei cristalli.

Fu l’inizio della Shoah, il genocidio in cui, in modo sistematico, si cercò di eliminare tutto il popolo ebreo. Neonati e anziani, adolescenti e adulti, tutti furono condotti a una spietata morte per la loro condizione di ebrei. Le lapidi dei cimiteri ebraici furono distrutte, le sepolture profanate, il piano mostruoso era eliminare ogni traccia dell’esistenza e della storia di quel popolo.

In definitiva, quello che volevano eliminare era il messaggio che attraverso Mosè era giunto al popolo ebraico e attraverso Gesù a gran parte dell’umanità.

Nel campo di concentramento di Majdanek è stato eretto un monumento che sovrasta una collina formata dalle ceneri di quanti furono annientati lì. Sul monumento è stata incisa una frase molto significativa: «Sia il nostro destino un monito per voi». A che monito allude? Sicuramente si riferisce ai molteplici messaggi concentrati in un solo grido.

Il primo senza dubbio è: quello che è accaduto nella Shoah può risuccedere tra gli uomini. Solo attraverso un’educazione profonda e una trasmissione dell’impegno con i valori che nobilitano la condizione umana e la elevano al di sopra di ciò che è puramente animale, possono formarsi leader e società che aborriscono gli “ideali” del nazismo.

La Shoah non fu la conseguenza di una decisione presa da un giorno all’altro; ciò che fu stabilito nella conferenza di Wannsee il 20 gennaio 1942 fu la conseguenza di un processo di stigmatizzazione e di demonizzazione degli ebrei iniziato il 30 agosto 1933, quando Hitler fu nominato cancelliere della Germania; si strutturò e legalizzò il 15 settembre 1935 quando furono promulgate le leggi di Norimberga, e proseguì attraverso la loro spietata e orribile applicazione.

E il mondo tacque. Le nazioni chiusero le frontiere agli ebrei che tentavano disperatamente di emigrare. La conferenza di Evian del luglio 1938, che cercò di trovare una soluzione alla “questione ebrea”, fu un completo fallimento. L’indifferenza, l’apatia e il miserabile atteggiamento dei diversi governi di allora fecero precipitare non solo la tragedia ebrea ma anche la seconda guerra mondiale. In quel momento il grande filosofo cattolico francese Jacques Maritain tenne una commossa conferenza sulla drammatica situazione degli ebrei in Europa.

Predisse quale sarebbe stato il loro destino in Europa se non fossero state prese misure immediate. Esortò le Chiese ad agire in fretta per riscattare gli ebrei. La lettura di tale conferenza sugli ebrei tra le nazioni, del 5 febbraio 1938, risulta oggi straziante e incredibilmente istruttiva alla luce del destino che ebbero quegli ebrei per i quali Maritain aveva levato la sua voce.

C’è un filo sottile che lega il monito di Maritain a quello inciso sul monumento di Majdanek. Sebbene da allora la realtà umana sia cambiata e i media rendano difficile nascondere i crimini, l’odio, i pregiudizi, il disprezzo per la propria vita, e ancor più per quella altrui, continuano a essere piaghe incistate in seno all’umanità.

Il monito di Maritain si trasformò in un’orribile realtà in gran parte del mondo, e i resti dei campi di concentramento sono i testimoni di ciò che non deve mai essere dimenticato: fino a dove può giungere la pulsione distruttiva dell’essere umano se non le si pone un freno.

Le memorie di Elie Wiesel, in cui descrive il mondo di tenebre in cui fu portato con la sua famiglia, e che presero forma dopo che François Mauriac lo convinse a scriverle, furono pubblicate in yiddish a Buenos Aires nel 1956, con il titolo E il mondo rimase in silenzio (successivamente tradotto in molte lingue con La notte). Una straziante espressione di uno dei sentimenti più angoscianti provati da quell’adolescente nella terribile “notte” che subì ad Auschwitz.

La sua testimonianza è anche un monito per i posteri: a non tacere più dinanzi al crimine, a non essere più indifferenti dinanzi al dolore del prossimo, a non abbandonare nessuno al suo destino, a impegnarsi nella sfida di plasmare un’umanità i cui membri si riconoscano come fratelli. Ottant’anni sono trascorsi da quella tragica notte, ma il bagliore emanato dai cristalli rotti continua a interpellarci costantemente.