L’amore è per sempre

Fratel Ludwig – Bose

2 novembre 2018

Pietro Lorenzetti - Descent into Limbo - detail
Pietro Lorenzetti, Discesa di Cristo al limbo (1315-1325),
Basilica inferiore di S. Francesco d’Assisi

 

In quel tempo Gesù disse alla folla: «37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 40Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Gv 6,37-40

Nella luce della festa e della comunione di Tutti i santi, ecco la memoria dei morti, che per i cristiani è una grande celebrazione della resurrezione, della vita eterna in Cristo.
Ogni creatura nasce, viene al mondo, vive e poi muore. Immerso in questo oceano di vita e dunque di morte, l’essere umano vive però l’evento della morte non solo nella fatica che accompagna il mestiere di vivere, ma anche come la somma ingiustizia. Morire è doloroso e dentro di noi la memoria mortis può generare smarrimento, dubbi, rivolta. Ed è proprio l’amore che viviamo a rendere difficile questo trapasso, questo esodo, e di conseguenza l’abbandono di quanti amiamo e ci amano. Quando ci accade di amare qualcuno come noi stessi (cf. Lv 19,18; Mc 12,31 e par.), la morte diventa veramente più faticosa, perché significa umanamente la fine del vivere l’amore. Com’è possibile che l’amore finisca, quando l’esperienza ci dice che vuole per sua natura essere eterno, “per sempre”?
Di fronte a questa domanda la fede cristiana ci può fornire non una certezza, ma una convinzione: l’amore tende alla vita eterna. Questa è una grande speranza, originata da quella fede che ci porta a credere che la volontà di Dio è la nostra salvezza. “Dio”, che “è amore” (1Gv 4,8.16), vuole la salvezza di tutti noi, come si legge nell’insieme delle sante Scritture, ben sintetizzate da un’affermazione dell’Apostolo: “Dio vuole che tutti siano salvati” (1Tm 2,4), e salvati significa salvati dalla morte, perché non c’è salvezza se non dalla morte.
È quanto anche Gesù ci annuncia in questo breve brano del quarto vangelo. Ci rivela che “questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna” (v. 40). Chiunque, ogni essere umano che nella fede contempla il Figlio. Non si tratta di una visione teologica: vedere il Figlio significa vedere Gesù in Dio e Dio in Gesù; significa riconoscere Gesù come il racconto ultimo e definitivo di Dio (cf. Gv 1,18); significa vedere l’uomo Gesù, il vero Adamo venuto dopo (cf. 1Cor 15,45) ma in Dio fin dall’in-principio. La nostra vita è una trama di incontri, di relazioni, di affetti. Ma ciò che resta dei fili di questa trama è il vedere l’uomo, l’uomo autentico come Dio l’ha voluto, creato e amato (cf. Col 1,15-17), e aderire a lui, cioè renderlo ispirante per la nostra vita quotidiana. Per tutti c’è un unico cammino di salvezza: la vittoria sulla morte e la vita eterna che si ha quando si vede quest’uomo – “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5) – e si aderisce a lui.
Per quanti credono in Gesù Cristo, il quale è morto ed è stato sepolto – come si ripete nel Credo –, il morire è un cammino con lui, che ci precede nella morte e nella sepoltura. Ma essendo risorto, ci precede anche e ci attende con le braccia spalancate, per portarci con sé per sempre nella vita eterna: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. È in lui che ritroveremo per sempre quanti abbiamo amato, perché ci sono stati dati dal Signore come prossimo, come possibilità di incontro faccia a faccia. Ci sono stati donati affinché facciamo storia, diventiamo più umani, e quindi possiamo realizzare la vocazione che il Signore ci ha dato quando ci ha chiamati in vita, dunque alla vita.