Sinodo 2018. Parole giovani e procedure vecchie

di: Andrea Grillo

Con l’apertura della XV Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” abbiamo già visto in opera una sorta di “dislocazione temporale” dell’Assemblea. Da un lato, come è ormai tradizione recente delle ultime assemblee ordinarie e straordinarie, papa Francesco, nella omelia iniziale, ha già “dato il tono” ai lavori e lo ha fatto da “miglior teologo”. Eleganza di parola, ampiezza di sguardo e forza di pastore si sono sovrapposte, creando le migliori premesse per il lavoro in assemblea. Si fa notare, in particolare, il “respiro conciliare” del testo.

La memoria ringiovanisce e fa sognare

Colpisce in modo particolare la struttura virtuosistica della parte finale dell’omelia. Per rivolgersi ai giovani Francesco rievoca sé – in comunione con i vescovi radunati – quando era giovane. Riporto per intero questo testo letterariamente e affettivamente di grande pregio, dove il Concilio Vaticano II è rievocato con solennità e partecipazione:

«Padri sinodali,
molti di noi eravamo giovani o muovevamo i primi passi nella vita religiosa mentre terminava il Concilio Vaticano II. Ai giovani di allora venne indirizzato l’ultimo messaggio dei Padri conciliari. Ciò che abbiamo ascoltato da giovani ci farà bene ripassarlo di nuovo con il cuore ricordando le parole del poeta: “L’uomo mantenga quello che da bambino ha promesso” (F. Hölderlin).
Così ci parlarono i Padri conciliari:
“La Chiesa, durante quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane. E al termine di questa imponente “revisione di vita”, essa si volge a voi: è per voi giovani, per voi soprattutto, che essa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire. La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi. […] Essa ha fiducia […] che voi saprete affermare la vostra fede nella vita e in quanto dà un senso alla vita: la certezza della esistenza di un Dio giusto e buono.
È a nome di questo Dio e del suo Figlio Gesù che noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l’appello dei vostri fratelli, e a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate di dare libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!” (Paolo VI, Messaggio ai giovani al termine del Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965).
Padri sinodali, la Chiesa vi guarda con fiducia e amore».
Ascoltando questo passo un cattolico potrebbe chiedersi: in che anno siamo? Forse nel 2118?

Le procedure rendono vecchi e inadeguati

Ma contemporaneamente, dopo la relazione introduttiva, piuttosto formale e generica, ascoltando le discussioni intorno alle preziose questioni procedurali, che qualificano sempre una grande assemblea ecclesiale, sono state sollevate ragionevoli questioni, che non possono in alcun modo essere aggirate e che vorrei così riassumere:

  1. a) Come è evidente, il Sinodo “dei vescovi” ha i vescovi come soggetti;
  2. b) L’inclusione di soggetti diversi, in qualità di “uditori” ed “esperti”, costituisce una pregevole novità, introdotta a partire dal Concilio Vaticano II e che ha qualificato le assemblee nel corso del tempo;
  3. c) i criteri della scelta di questi “uditori” è evidentemente assai vario e in qualche modo anche inevitabilmente arbitrario. Talvolta è capitato che i “laici” presenti fossero solo minimamente rappresentativi della realtà ecclesiale nella sua complessità reale;
  4. d) d’altra parte, se è stato concesso il diritto di voto a soggetti non episcopali, subordinandolo però al sesso maschile, questo rappresenta una questione di inadeguatezza dei regolamenti sinodali rispetto alla affermata esigenza di riconoscere l’autorità femminile all’interno di un’esperienza ecclesiale davvero sinodale. Una sorta di interferenza, come un rumore di fondo, tra “comprensione del ministero ordinato” e “collegialità sinodale del popolo di Dio” tende a frustrare l’uscita della Chiesa da un modello ancora troppo clericale e autoreferenziale, dal quale papa Francesco chiede di liberarsi;
  5. e) la richiesta di una “presenza con diritto di voto” da parte delle donne – ma anche da parte di non pochi uomini – non è altro che la acquisizione di una Chiesa che, valorizzando il ministero episcopale nella sua irriducibilità ad altro, può concepirlo non solo “davanti” o “al centro”, ma anche “dietro” e “in fondo” al popolo di Dio che, nella sua articolazione di maschi e femmine, e proprio grazie a questa articolazione, ha un “fiuto” per la verità, che i Vescovi devono sapere ascoltare e seguire. Uno dei modi di questo ascolto è dargli “parola” e “voto”;
  6. f) ascoltare davvero questo “popolo di Dio”, maschile e femminile, significa dare ad esso, nelle forme e nella misura possibile e più adeguata, le stesse opportunità di espressione e di determinazione, senza discriminare in ragione del sesso; se anche a un solo uomo, non ordinato, è stato concesso il voto, non si vede perché a una donna, ugualmente qualificata religiosamente ed ecclesialmente, debba essere negato.

Così, mentre ascoltando il papa possiamo pensare di essere andati molto avanti nel tempo, addirittura nel 2118, leggendo i regolamenti e le procedure sinodali potremmo pensare di essere ritornati al 1918, a un condizione di “inferiorità femminile” nell’impossibile espressione del voto. Concepire un “diritto di voto” esteso anche ad alcune donne presenti al Sinodo – nelle forme e nei limiti che valgono per tutti gli altri membri “non ordinati all’episcopato” – non è “cambiare il vangelo”, ma iniziare a comprenderlo meglio. Significa includere il popolo di Dio – proprio tutto, senza discriminazioni – nei processi decisionali del cammino ecclesiale.

Per una Chiesa che giustamente si dice interessata ad “aprire processi”, questa inclusione appare del tutto qualificante: nei limiti di una ovvia e necessaria distinzione tra vescovi e non vescovi, senza “suffragio universale” non riusciremo ad essere davvero cattolici.

Pubblicato il 6 ottobre 2018 nel blog: Come se non