Paolo VI e Aldo Moro

13 ottobre 2018

di: Antonio Mennini

Se la spiritualità di ogni persona, intendendosi con ciò il suo rapporto individuale e privato con il Signore, resta un mistero ineffabile e pressoché insondabile, quasi a garanzia di una sfera, quella della coscienza, conoscibile solo a Dio in quanto «primo vicario» suo, per dirla con il beato John Newman, a questo mistero ci è dato di avvicinarci – restando sempre sulla sua soglia – se veniamo a considerare le vite di personaggi illustri i quali, anche per il ruolo pubblico da loro esercitato, non hanno potuto sottrarsi alla benevola curiosità soprattutto di quanti li hanno amati e profondamente stimati. Mi riferisco al beato papa Paolo VI, che verrà canonizzato domani, e all’on. Aldo Moro, barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse oltre 40 anni orsono.

Obbedienti alla «chiamata»

Pure di recente si è scritto che, a quanti incontravano il beato Paolo VI, questi dava la forte impressione di non avere altri interessi che non fossero quelli del regno di Dio. Da suoi appunti, da poco pubblicati, risulta evidente quanto la dimensione orante fosse presente alla mente di Paolo VI e come ne informasse tutto l’agire nella sua impareggiabile missione di successore di Pietro.

Ad esempio, nel preparare un’omelia – Paolo VI, è noto che fin quasi alla vigilia della sua dipartita terrena redigesse lui stesso, da solo, le proprie prediche e catechesi – il santo pontefice rilevava che, come primo passo, fosse necessario pregare e pregare a lungo, evitando che il sacerdote, dal sommo al più piccolo, predicasse se stesso e non la parola e la volontà del Signore.

Quanto al prof. Moro, era sufficiente osservarlo nei momenti della sua orazione in occasione della santa messa, a cui non mancava mai. Era il suo un immergersi in Dio, per riprendere forze ed energia, per essere in grado di servire gli altri, seguendo quello che la coscienza gli suggeriva, come lui stesso mi diceva. Quando, abbastanza di frequente, veniva ad incontrare noi studenti del Collegio Capranica, ricordo come manifestasse gioia nel ricevere in dono qualche volume di teologia sulla Chiesa, sul dopo-Concilio, sulla storia della Chiesa e, immancabilmente, dicesse: «Grazie di cuore, perché non si può mai considerare concluso il nostro cammino di fede e di intelligenza della Parola di vita. Infatti – diceva, parafrasando sant’Agostino – una fede non pensata e studiata non è pienamente fede».

A parte la consuetudine di un’intera vita sostenuta da una profonda, reciproca amicizia, iniziata allorché il giovane Aldo Moro fu chiamato alla Presidenza della FUCI (Federazione universitari cattolici italiani), è lecito individuare dei tratti che più avvicinano queste due grandi personalità – papa Paolo VI e Aldo Moro – nel loro agire, imperniato sul binomio fede e cultura, in costante ascolto della storia?

Se, come è ovvio, papa Montini nello scegliere e nel decidere la strada del sacerdozio ha risposto alla vocazione, alla chiamata rivoltegli dal suo Signore, anche per il giovane Moro penso si possa, non senza ragione, parlare di chiamata a servire nella vita politica di cui si rese interprete autorevole l’allora arcivescovo di Bari, Marcello Mimmi, poi cardinale arcivescovo di Napoli, invito, chiamata che A. Moro accettò non senza qualche interiore resistenza dovendo, in qualche misura, limitare il proprio impegno universitario. Il suo, pertanto, fu un aderire ad una proposta in spirito di piena, filiale obbedienza ai disegni della Provvidenza,

L’importanza della formazione

È noto con quanto zelo e con quanta dedizione mons. Giovanni Battista Montini si sia dedicato alla formazione umana, spirituale e intellettuale dei giovani e delle giovani della FUCI. Credo che non lo si ringrazierà mai abbastanza per non aver mai abdicato a questa opera educativa – anche quando per i gravi impegni in Segreteria di Stato dovette lasciare la guida dell’Associazione – che non poco contribuì a preparare una futura classe dirigente competente e responsabile alla quale sarebbe stato chiesto molto, dopo la fine della dittatura fascista, per risollevare le sorti umane e civili dell’Italia uscita pressoché distrutta dalla 2ª guerra mondiale.

Mons. Guido Mazzotta, relatore ad casum della causa di beatificazione di G.B. Montini, di recente, ha affermato: «Paolo VI fu prima di tutto un pastore, un direttore spirituale, a cui stava a cuore l’educazione dei giovani. Ad esempio, quando io ero assistente della FUCI, molto spesso mi chiamava per chiedere che tipo di lavoro si stava facendo con i “suoi” universitari».

Parallelamente, per Aldo Moro si sa quanto fosse interessato ai propri studenti della Facoltà di scienze politiche a La Sapienza. Non soltanto, dopo le lezioni, si intratteneva a lungo, per ore, con ciascuno di loro (lo scrivente fu uno di questi), si premurava di farsi dare da ognuno i recapiti telefonici e postali, con semplicità partecipava alle cene di laurea o ai matrimoni dei suoi allievi, rinunciando, magari, a qualche impegno istituzionale (posso ricordare che, pur avvertito solamente qualche giorno prima, non volle mancare alla mia ordinazione diaconale al Collegio Capranica e poi a quella sacerdotale nella parrocchia di Santa Prisca).

Nei nostri incontri spesso si soffermava sui miei studi e su quelli dei miei compagni seminaristi, insistendo non solo sulla necessità di prepararsi bene culturalmente, ma anche sul fatto che i nostri studi avessero un chiaro fondamento «antropologico» e una sensibile apertura ai problemi del mondo attuale, approfondendo la conoscenza e la storia dei vari movimenti sociali e politici non soltanto in Italia ma pure negli altri grandi paesi del mondo «divenuto ormai – sottolineava citando un teologo dell’epoca, Cox – talmente interconnesso da apparire come un villaggio globale».

La sua attenzione ai giovani, già rilevante sul piano degli studi (nella sua vettura furono rinvenute non poche tesi di laurea che egli si accingeva a leggere e poi a difendere), andava al di là coinvolgendo, con discrezione e delicatezza, la loro sfera spirituale. Non poche volte inviava da me dei giovani studenti perché io potessi seguirli spiritualmente.

Amore ai poveri

Un altro segno che può accomunare queste due grandi anime fu il loro costante amore per i poveri, per gli emarginati, per i fratelli più diseredati.

Il giovane diacono G.B. Montini scrisse una lettera in cui affermava di appartenere all’Ordine di Stefano e Lorenzo, con la missione di portare il pane agli affamati. E lo faceva letteralmente, come mi ha detto mons. Guido Mazzotta: «Quando, in occasione dei Patti Lateranensi, il regime fascista, in via riservata, chiese l’esilio a Londra di don Luigi Sturzo, la Santa Sede domandò come contropartita l’espulsione dall’Università di uno studioso della cerchia di Ernesto Buonaiuti. Ebbene, Montini lo andava a trovare ogni mese e, conoscendo le difficoltà in cui si dibatteva la famiglia, gli lasciava una busta con l’equivalente dello stipendio».

Sappiamo, poi, che questa predilezione montiniana per i poveri assunse una dimensione mondiale con la grande e tuttora attuale enciclica Populorum progressio, con la quale il pontefice si fece portavoce del grido di dolore e di disperazione di interi popoli della terra oppressi dall’indigenza e dalla miseria materiale e morale, indicando alla Chiesa e agli uomini di buona volontà la strada possibile per aprire vie nuove e inedite alla giustizia e alla convivenza pacifica delle nazioni.

Soprattutto quando ero viceparroco a Santa Lucia, in una parte disagiata del quartiere, ebbi modo di incontrare tante persone povere e afflitte da seri problemi sociali, le quali mi mostravano le lettere che Moro aveva scritto loro assicurando di interessarsi ai problemi che le assillavano. Venendo una volta in parrocchia per un incontro con i parrocchiani, mi fece sapere che volentieri avrebbe visto dette persone per salutarle e per rassicurarle. Cosa che avvenne con molta discrezione e tanta affabilità da parte sua.

Artefici del dialogo

Venendo ora a toccare brevemente alcuni aspetti dell’attività diplomatica della Santa Sede ai tempi di papa Montini e di A. Moro, ministro degli Esteri, credo che si possa sostenere come, accanto alla Ostpolitik vaticana, affidata da Paolo VI soprattutto alle mani prudenti e sagge dell’allora mons. Agostino Casaroli con l’intento – come una volta disse mons. Casaroli – di negoziare almeno un modus non moriendi per Chiese antiche e gloriose, ci sia stata, quasi in parallelo, una Ostpolitik portata avanti da Moro.

Numerose furono le sue visite in parecchi paesi della Cortina di Ferro (tra l’altro non vi era viaggio all’estero da cui non mi inviasse una cartolina di saluti) al fine, mi confidava, di aiutarli e sostenerli non tanto a spezzare il giogo loro imposto dalla Conferenza di Yalta, quanto per incoraggiarli a sviluppare itinerari educativi e formativi soprattutto per i giovani che sarebbero sopravvenuti e per la cui preparazione si premurava di cercare borse di studio in università occidentali.

E con diversi capi di detti paesi – mi diceva – era riuscito a stabilire rapporti di cordialità e di rispetto che andavano oltre le pur importanti formalità protocollari.

In altre parole, Moro, in questo suo operare discreto ma efficace, al pari di papa Montini, fu l’antesignano di un futuro del continente europeo che non fosse più immobilizzato da antagonismi soprattutto ideologici, allora ritenuti insormontabili.

Al riguardo, come non rammentare l’impegno di Moro per il successo della famosa Conferenza di Helsinki, dove, quasi gomito a gomito con la delegazione della Santa Sede, si adoperò per aprire crepe sostanziali e non di facciata tra i due blocchi a favore dei diritti umani, a iniziare da quello alla libertà religiosa?

Comprendere il futuro

Il guardare al futuro, l’interpretare i segni dei tempi per anticipare, in qualche misura, nuove stagioni della storia umana, credo che accomunasse sia papa Montini che A. Moro. Questi fu, credo, l’unico uomo politico italiano il quale, davanti ai fermenti pure violenti del ’68, cercò di «aprire» alle contestazioni per tentare di comprendere le richieste convulse ma sincere dei giovani.

Fui testimone del suo tentativo di percepire i termini di un cambiamento del mondo intero e del nostro paese in particolare, che la politica nel suo complesso faticava ad ascoltare e a decifrare. Egli sottolineava come fosse importante raccogliere quelle tante sollecitazioni, quelle grida di speranza che, seppure disordinate e incoerenti, non potevano essere ignorate.

Sull’altro versante, papa Montini non si stancava di ripetere che «la Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste» affinché il Vangelo trovasse continuamente nuove vie per portare luce e speranza all’intera famiglia umana e perché la Chiesa stessa guardasse al mondo non tanto per assecondarlo in suoi certi dinamismi incoerenti e lontani dalla fede, ma soprattutto per amarlo, non per giudicarlo e non per condannarlo.

Il Calvario dell’on. Aldo Moro

Il 16 marzo del 1978 l’on. Moro veniva brutalmente strappato alla sua famiglia, alla società civile e politica e, oserei dire, al mondo intero.

Iniziava così quello che lui stesso, in una lettera dalla prigionia indirizzata alla consorte Eleonora, definiva il «mio Calvario». Non è possibile tornare a quelle terribili settimane, conclusesi con la sua barbara uccisione, senza tenere presenti le sofferenze umane e spirituali da lui sopportate e solo in parte immaginabili.

Oltre che per lo stato di costrizione in cui egli era tenuto, l’on. Moro, come ci dicono anche le cronache di quei giorni, soffrì per l’incomprensione, per i rifiuti che i suoi accorati appelli ricevevano da quasi tutte le istanze politiche.

Paolo VI fu profondamente toccato dall’iniqua sorte del suo antico e amato allievo e, come risulta da tante carte processuali e d’indagine, si attivò in tutti i modi e con tutti i mezzi disponibili, per far uscire incolume e restituito ai propri cari dalla «prigione del popolo» l’on. Moro.

Memorabile resta la lettera del grande pontefice Agli uomini delle Brigate Rosse. Mai fino ad allora un papa si era messo in ginocchio per implorare la salvezza di una persona davanti a dei terroristi! Paolo VI sentì la tragedia di Moro come sua, come propria. La signora Eleonora Moro una volta mi disse che il papa le telefonava ogni giorno, per non far mai mancare né a lei, né ai famigliari la sua vicinanza, il suo conforto e la sua preghiera.

È noto che tutti i tentativi esperiti dal papa per soccorrere e salvare la vita di Moro non sortirono alcun effetto positivo.

In un’altra missiva, indirizzata alla moglie Eleonora, ma andata dispersa, l’on. Moro scriveva: «Ho solo capito in questi giorni cosa vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo».

Come dubitare che Paolo VI, in quelle strazianti settimane, non si sia unito nel ricordo e nella preghiera al suo amico, tentando di condividerne le sofferenze e aggiungendo le sue proprie a quelle di Cristo Signore?

Il grande pontefice, già sfibrato e ulteriormente colpito dall’iniquo destino riservato al suo amico — «quest’uomo buono, mite, innocente ed amico» (cf. la sua preghiera nella cerimonia a San Giovanni in Laterano)» — gli sarebbe sopravvissuto soltanto pochi mesi.

Mi piace concludere questa mia breve riflessione con un pensiero del grande arcivescovo di Milano, sant’Ambrogio. Questi, in un’omelia in morte di un proprio amico disse di lui: «Egli non è mai vissuto per sé ma soltanto per gli altri e per la Chiesa di Dio».

Credo che le parole di sant’Ambrogio siano più che adatte per sintetizzare, per quanto possibile, la vicenda umana, pastorale di papa Paolo VI che si spese fino all’ultimo per il bene della sua Chiesa e quella umana, spirituale e civile dell’on. Aldo Moro dedito fino in fondo, pure dal buio della sua prigione, al riscatto morale dell’infranta convivenza civile dell’Italia.