L’arma del Rosario

La vera preghiera viene dal cuore

Piero Stefani

Nella chiesa di Pazzalino, nei pressi di Lugano, vi è un affresco di mano popolare. Sopra un altare laterale è raffigurata la battaglia di Lepanto avvenuta il 7 ottobre 1571.
Le galere si scontrano, gli eserciti sparano gli uni contro gli altri; nella parte bassa della raffigurazione sono dipinte scialuppe di salvataggio, c’è chi tenta di salire ma un turco è in procinto di mozzare con la spada le mani a un suo confratello che cerca di aggrapparsi ai bordi. In effetti, in acqua ci sono arti troncati e una testa mozzata.
In basso, a sinistra dell’osservatore, si vedono Pio V e Filippo II in preghiera. Il potere spirituale e quello temporale sono concordi nella devozione e nella supplica. In alto, vi è la Madonna con il bambino e accanto a loro un angioletto alato. Madre e figlio hanno entrambi in mano un ordigno esplosivo che passeranno all’angelo, il quale lo farà cadere sui turchi. Una bomba è rappresentata già in volo destinata a colpire infallibilmente la flotta nemica. La creatura alata afferra un altro ordigno pronto a essere sganciato. La scorta è abbondante; il bombardamento, messo in atto da madre, figlio e angioletto, sarà inesorabile.
L’anonimo pittore avrà avuto senz’altro dei committenti; ci si domanda quali fossero le loro convinzioni di fede. Per lungo tempo celebranti e fedeli avranno visto, o almeno intravisto, l’affresco. Nel corso della messa recitavano, sia pure in latino, lo stesso Credo che viene proclamato tuttora: «Credo in Dio Padre onnipotente…» con quel che segue.
Ma come credere che, a prescindere da questa formulazione accomunante, allora siano state credute le stesse convinzioni di ora? L’affresco ispirato dalla fede, che è ancora la nostra, attesta in modo vivido e diretto convincimenti agli antipodi dei «valori cristiani» oggi condivisi. Per chi vive in Occidente l’autocoscienza ecclesiale non può prescindere dalla storia. Tuttavia, non è raro che la conoscenza storica provochi non poco sconcerto.
Pio V attribuì la vittoria di Lepanto alla protezione e all’intercessione della vergine Maria. Pieno di riconoscenza e di gratitudine, l’anno successivo, pochi mesi prima della sua morte, stabilì che ogni anno, il 7 ottobre, fosse celebrata una festa di ringraziamento in onore di Maria regina della vittoria o (in base a una decisione assunta dal suo immediato successore, Gregorio XIII) del Rosario. Sulla stessa lunghezza d’onda si mossero anche altre istituzioni. Il Senato veneto (o Consiglio dei Pregadi), per esempio, fece dipingere la scena della celebre battaglia navale nella sala del consiglio accompagnata dalla scritta: «Non la forza, non le armi, ma il Rosario di Maria ci ha resi vittoriosi!».

Ave Maria
La pratica di recitare 150 Ave Maria intervallate dal Padre nostro era stata normata da Pio V prima e indipendentemente dalla fatidica battaglia. A metà del suo non lungo (1566-1572) quanto attivissimo pontificato, il 17 settembre 1569, papa Ghislieri (che proveniva dall’ordine domenicano) emanò una bolla (Consueverunt romani pontifices) che costituisce la base ufficiale di questa devozione mariana.
Il documento, dopo aver ricordato, specie in riferimento all’estirpazione dell’eresia albigese, il legame tra questa pratica religiosa e l’Ordine dei predicatori, afferma che «Domenico individuò un modo facile, accessibile a tutti e oltremodo pio per pregare e implorare Dio, cioè il Rosario o Salterio della beata vergine Maria, mediante il quale la stessa beatissima vergine Maria viene venerata con la Salutatio angelica [l’Ave Maria; nda] centocinquanta volte secondo il numero del Salterio davidico, interponendo ogni diecina la preghiera del Signore [il Padre nostro; nda] con meditazioni che illustrano tutta la vita dello stesso Signore nostro Gesù Cristo completando in tal modo il metodo di preghiera individuato dai Santi Padri (…) Seguendo l’esempio dei nostri predecessori, vedendo che la Chiesa militante, che Dio ha posto nelle nostre mani, è agitata al presente da tante eresie e gravemente turbata e afflitta da tante guerre e dalla depravazione morale degli uomini, eleviamo gli occhi pieni di lacrime, ma anche di speranza, verso quello stesso monte [Maria; nda], dal quale discende ogni aiuto [cf. Sal 121,1-2], e invitiamo tutti i fedeli, ammonendoli benevolmente nel Signore, a fare altrettanto».
In genere si sostiene che la bolla di Pio V dedicata al Rosario sia il primo intervento pontificio di carattere universale; i precedenti documenti papali erano infatti indirizzati a categorie particolari di fedeli. Nel 1568 Pio V aveva approvato la forma completa dell’Ave Maria. Venne cioè codificata la supplica («Santa Maria, madre di Dio prega per noi…») aggiunta alla prima parte costituita da una preghiera di lode basata su passi evangelici legati rispettivamente all’Annunciazione («Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te» cf. Lc 1,28) e alla Visitazione («Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno» cf. Lc 1,42).
La prima attestazione della seconda parte si trova in un libro di preghiera del francescano Antonio da Stroncone (1381-1461). La versione ufficiale s’impose definitivamente da quando Pio V, per incarico del concilio di Trento, pubblicò il nuovo Breviario romano.
L’Ave Maria, nella sua composita origine, è un’orazione profondamente cattolica: inizia con riferimenti a sottotesti biblici, riprende la formulazione di madre di Dio (Theotokos) approvata da uno dei grandi concili della Chiesa indivisa (Efeso, 431) e, in base a tradizioni posteriori, aggiunge che Maria «piena di grazia» può intercedere «per noi peccatori», vale a dire la si prega perché ella stessa preghi in quanto non è nelle condizioni di donare le grazie in prima persona.
Per l’animo devoto la forza attrattiva dell’Ave Maria si trova in buona parte nella capacità di coniugare assieme un senso di protezione esteso dal quotidiano («ora») fino al momento supremo del passaggio dalla dimensione presente a un’altra realtà («e nell’ora della nostra morte»).

Pregare ai confini
L’inizio «combattivo» assunto dall’ufficializzazione del Rosario non rappresenta un imprinting indelebile. Nel corso dei secoli la fede e la devozione cattoliche si sono espresse con sincerità limpida e profonda attraverso questa forma di preghiera lungo altre vie. Nella pietà personale, al capezzale dei malati, nelle veglie funebri, nel momento di pregare per le anime del purgatorio e in molte altre espressioni della religione popolare la componente di lotta contro nemici esterni o contro gli eretici è del tutto assente. Resta comunque vero che la maggior parte di queste manifestazioni ritrova il cuore della preghiera nella parte dedicata alla supplica.
In queste modalità la vita personale, familiare o al più del proprio gruppo di appartenenza prevale sulla storia, vale a dire sull’orizzonte in cui sembravano collocarsi in modo privilegiato le esortazioni e le pratiche proposte da Pio V. In definitiva, se la recita del Rosario è giunta fino a noi non lo si deve allo spirito di Lepanto.
Un anno fa a molti è parso che lo «spirito combattivo» avesse avuto un repentino risveglio. Nel luglio del 2017, Maciej Bodasiski e Lech Dokowicz (due quarantenni noti fino ad allora solo per le loro opere cinematografiche) lanciarono, a nome della Fondazione «Solo Dios Basta», un appello in cui s’afferma che «il Rosario è un’arma potente contro il male, così forte che più di una volta è riuscito a cambiare il corso della storia e migliaia di testimonianze e miracoli comprovati dimostrano la sua straordinaria efficacia. La potente preghiera del Rosario può incidere sulle sorti della Polonia, dell’Europa e anche del mondo intero».
Si indiceva in questo modo una corale recita dell’intero Rosario da tenersi sui confini polacchi per il 7 ottobre di quell’anno. È fuor di dubbio che in queste parole si risenta l’eco dello spirito proprio di «Maria regina della vittoria».
«Rozaniec do Granic» (Rosario sui confini) godette di una vastissima adesione e fu appoggiato dalla Conferenza episcopale polacca. Pellegrini di qualsiasi età si diressero verso i circa 4.000 punti individuati lungo gli oltre 3.100 chilometri di confini del paese. Tutti, in obbedienza a Maria, recitarono un intero Rosario per riparare gli insulti rivolti al suo cuore immacolato, ma anche perché intercedesse per la salvezza della Polonia e del mondo.
Il clima dell’imponente mobilitazione, non più replicata nel 2018, manifestò un nazionalismo spirituale (cf. Regno-doc. 7,2018,239ss) di stampo difensivistico. La salvezza implica sempre la presenza di un pericolo e molto spesso di un nemico. Tuttavia, come escludere che all’interno di questa moltitudine di partecipanti almeno alcuni pensassero più a Maria, ai misteri della vita di Gesù e ai propri cari vivi e defunti che alla lotta contro la scristianizzazione del paese e del continente?
Se il Rosario avrà un futuro, e tutto lascia credere che lo avrà, non sarà né per le metamorfosi dello spirito di Lepanto, né per usi propagandistici compiuti all’ombra della dorata Madonnina che svetta su Milano; lo avrà perché sarà ancora una preghiera recitata con il cuore.

Il Regno – Parole delle Religioni
mercoledì 24 ottobre 2018