Tutti i giovani sono i nostri giovani

Intervento al Sinodo di Ángel Fernández Artime
Rettor Maggiore dei Salesiani

Santo Padre, riceva innanzitutto la mia profonda e sincera gratitudine per il dono che offre alla Chiesa attraverso questo Sinodo. Senza dubbio un tempo di Grazia e Presenza dello Spirito Santo.
Comincio dicendovi che ho immaginato il tema del Sinodo come una piramide. Alla base, ci sono TUTTI I GIOVANI. A metà strada, i giovani in cammino verso la Fede; e all’apice, i giovani in discernimento vocazionale, al quale certamente giungono molti meno giovani.
Permettetemi di raccontarvi cosa mi è capitato l’altro ieri. All’uscita da qui, nel pomeriggio, due giovani, di circa 26 o 28 anni, mi hanno detto in spagnolo. “Scusami, potresti dirci perché ci sono persone che escono vestite con delle fasce colorate addosso e qualcosa sopra la loro testa…?”
Ho capito subito che conoscevano poco o nulla della Chiesa e dei suoi Pastori. Ho intuito che non sapevano cosa fosse un vescovo. Così gli ho spiegato cosa stavamo facendo qui. Ho detto loro che il Papa aveva convocato molte persone per pensare ai giovani, e che anche i giovani stanno partecipando.
Mi hanno chiesto se potevano vedere il Papa, perché sarebbero stati contenti di incontrarlo. E perché lo ritengono un “uomo buono con tutti”.
Ho notato anche che avevano degli anelli alle dita. Gli ho chiesto se erano fidanzati o già sposati. Mi hanno detto che erano sposati e che avevano un bambino di tre anni. Ho chiesto loro quale fosse il nome di loro figlio e il loro volto si è illuminato. “Si chiama Julian”. Gli ho fatto i miei migliori auguri e ho salutato questi amici colombiani.
E nel mio cuore è risuonata forte la convinzione: anche questi sono i nostri giovani! TUTTI I GIOVANI SONO I NOSTRI GIOVANI. Non ci sono giovani dentro e giovani fuori.
Penso che dobbiamo trasmetterlo al mondo: che la Chiesa e i suoi Pastori sentono tutti i giovani del mondo come i SUOI GIOVANI, I NOSTRI GIOVANI, perché nessuno deve sentirsi escluso. Essi devono sentire che li accogliamo, indipendentemente dalla loro situazione e dalle loro storie di vita.
Una seconda cosa. Visitando le presenze salesiane nel mondo, ho visto molte chiese nelle diocesi piene perché erano riempite dai GIOVANI IMMIGRATI E DALLE LORO FAMIGLIE.
L’ho visto a Vancouver, Toronto e Montreal, l’ho visto in California e in Nuova Zelanda; a Melbourne e, senza andare troppo lontano, nella mia nativa Spagna (con migliaia e migliaia di fratelli latinoamericani), e in Italia (con migliaia di filippini a Roma e Torino).
E mi ripeto la stessa cosa: questi sono i nostri giovani, con le loro famiglie, che peraltro portano anche aria fresca di Fede alle nostre Chiese, proprio mentre il rifiuto, la paura, l’intolleranza e la xenofobia crescono nelle nostre nazioni.
Ed è per questo che penso che parlando dei giovani come Chiesa vuol DIRE UNA PAROLA FORTE, DECISA e CORAGGIOSA IN LORO FAVORE IN TUTTE LE NAZIONI DELLE NOSTRE CHIESE LOCALI, proprio come Papa Francesco fa per l’intera Chiesa Universale. Perché questi giovani immigrati sono ancora più fragili di tutti gli altri. Vogliamo osare farlo?
Infine, i nostri giovani dovrebbero sentirci dire che GLI VOGLIAMO BENE, e che VOGLIAMO FARE UN PERCORSO DI VITA E DI FEDE INSIEME A LORO. I nostri giovani devono sentire la nostra presenza AFFETTIVA ed EFFICACE in mezzo a loro. Devono sentire che non vogliamo né dirigere le loro, né dettare come dovrebbero vivere, ma che vogliamo condividere con loro il meglio che abbiamo: Gesù Cristo, il Signore. Devono sentire che siamo qui per loro e, se ce lo permettono, per condividere la loro felicità e le loro speranze, le loro gioie, i loro dolori e le loro lacrime, la loro confusione o la loro ricerca di senso, la loro vocazione, il loro presente e il futuro.
Devono sentire che GLI STIAMO SUSSURRANDO DIO. Forse non raggiungeremo un’ortodossia e una ortoprassi straordinarie, ma sentiranno, attraverso la nostra piccola intermediazione, che Gesù LI AMA E SEMPRE LI ACCOGLIE. Allora tutto sarà valso la pena.