È scritto potere, si legge servire

Domenica XXIX del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone

 

Potere di più per servire di più

  1. Domenica scorsa una riflessione sul denaro, questa domenica una riflessione sul potere. Anche il potere, come il denaro, non è necessariamente cattivo; Dio stesso è definito l’onnipotente, e il salmo 62 dice che a Dio appartiene il potere. L’uomo, però, ha abusato del potere che aveva, lo ha trasformato in dominio sugli altri, e Dio, per correggere le nostre cattive idee, i nostri comportamenti violenti, si è spogliato della sua onnipotenza e si è rivestito di impotenza “assumendo la forma di servo” (Fil 2,6). In questo modo Gesù ci rivela nella croce l’onnipotenza della impotenza. Attenzione, però, a non parlare del potere in termini classisti; non sono solo i tiranni e i dittatori a sedere al banco degli accusati, ma tutti noi; il potere ha infatti infinite manifestazioni, entra dappertutto come quella finissima sabbia del deserto. Se non comprendiamo questo, saremo sempre pronti a battere le nostre colpe ma sul petto degli altri; è facile denunciare le colpe collettive o passate, difficile quelle presenti e personali. Il vangelo propone una via di uscita: il servizio, cioè trasformare il potere in servizio; il potere conferisce autorità, ma il servizio conferisce qualcosa di più: autorevolezza.

Non sapete che cosa chiedete!

  1. Gli apostoli Giovanni e Giacomo avevano chiesto di sedere uno alla destra e uno alla sinistra di Gesù, suscitando lo sdegno degli altri apostoli. I due discepoli si preoccupavano di arrivare prima degli altri. Particolare importante: i primi posti tante volte sono prenotati, meglio, rubati proprio da gente religiosa. Non sapete che cosa chiedete! Dobbiamo ricordarlo nelle nostre preghiere, noi che pretendiamo di far firmare a Dio un assegno in bianco. Guai se Dio si prestasse ai nostri desideri! Forse abbiamo tutto da guadagnare quando Dio non ci concede quanto vogliamo che faccia per noi. Chi vuole diventare grande nella comunità, deve farsi servo e schiavo. Gli apostoli devono fare esattamente l’opposto di quanto avviene nel mondo: Tra voi non è così. Osserva bene J. Delorme che il verbo è un indicativo presente, cioè non si tratta di un augurio e nemmeno di un comando, ma è un presente costituzionale, cioè il primo articolo della costituzione cristiana deve recitare così: Ognuno è il servo di tutti. E dopo avere presentato il modello da non imitare (i capi, i notabili, i potenti), Gesù presenta se stesso quale ideale cui riferirsi: Gesù ha il potere in quanto è servo, ha la gloria in quanto si è abbassato, ha la regalità in quanto è il crocifisso. E non deve sfuggire il particolare che i tre annunci della sua passione si chiudono con il verbo servire; ciò esclude ogni interpretazione coloristica della missione di Gesù: la strada della croce non è un soffrire ma è prima di tutto un servire.

L’autorità nella chiesa

  1. La chiesa deve convertire non attraverso la potenza dei mezzi umani, ma attraverso la impotenza delle beatitudini evangeliche. Ha scritto A. Rosmini che ogni violenza in educazione e in religione è semplicemente illegale ed immorale! Per sapere come si deve esercitare l’autorità nella chiesa, occorre vedere come Gesù l’ha esercitata. Per lui il regno è una società completamente diversa dagli stati e dalle nazioni. Gesù non si impone con la forza, ma si propone con la mitezza. Egli fa sempre appello alla libertà: Se vuoi essere perfetto … Se vuoi essere mio discepolo … Beati voi se farete cosi! Ma i suoi esempi contrastavano troppo con le ambizioni naturali dei suoi discepoli. Il tentativo di Giacomo e Giovanni si è ripetuto tante volte nella storia della chiesa e di noi. Lentamente nella chiesa sono aumentati i titoli, violando il Non fatevi chiamare maestri; le ricchezze, violando il Non accumulate ricchezze in questo mondo, le leggi, violando il Signore è padrone anche del sabato. Il capo non è chi dà ordini, ma chi crea un ambiente di fede, di rispetto, di amore, tale che la soluzione dei problemi si impone in una unanimità morale. Gesù ha denunciato il pericolo di un potere ecclesiastico come di un potere civile. Egli non ha detto che i capi devono governare con giustizia e bontà, ma che devono semplicemente servire, e chi serve di più è il vero capo.
  2. Il problema fondamentale posto da questo vangelo non è il rifiuto della superbia, ma il rifiuto del potere. Perché i discepoli comprendano quello che il Vangelo chiede loro, Gesù, come esempio di quello che bisogna evitare, non fa quello degli orgogliosi, ma dei potenti. Tuttavia, di fatto nella Chiesa si è inteso e giustificato il ministero apostolico come sacerdozio dotato di potere (Trento, sessione 23, DH 1764, 1771) e come episcopato dotato di piena e suprema potestà (Vaticano II, LG 22). Il problema che ha la Chiesa con il Vangelo non sta nel possibile orgoglio, nella vanità o nella superbia che possono avere alcuni dei suoi membri, ma nel potere che il ministero apostolico esercita sugli altri cattolici.
  3. Nel dire questo, non si afferma che nella Chiesa non ci devono essere presbiteri, vescovi e papa. Il problema non sta nell’esistenza del potere, ma nell’esercizio di questo potere. Gesù non vuole che gli apostoli (ed i loro successori o collaboratori) esercitino il potere come lo esercitano i capi politici. Tuttavia, è scioccante il fatto che il testo evangelico nel quale Gesù proibisce questo in maniera perentoria (Mc 10,43; Mt 20,26) non si cita neanche una volta nei documenti principali del Magistero della Chiesa (DH pp. 1583 ss). È inevitabile pensare che il magistero ecclesiastico ha scelto dal Vangelo quello che ha giustificato il suo potere ed il suo modo di esercitare il potere, mentre ha emarginato la questione aperta dal più serio problema dell’esercizio del potere ecclesiastico. La Chiesa ha il diritto ed il dovere di continuare a cercare il modo di esercitare il potere che sia coerente con il Vangelo. Un potere mai basato sulla sottomissione incondizionata di alcuni (i laici) ad altri (presbiteri, vescovi, papa), ma sulla sequela di Gesù, il Signore. Perché la sequela genera, da sola e da se stessa, esemplarità e felicità. È urgente che la Chiesa offra a questo mondo di tanti poteri oppressori un altro modello di esercitare l’autorità.

Regnavit a ligno Deus!

  1. La novità è che Gesù non si limita ad enunciare un precetto astratto ma ne dà per primo l’esempio; comincia prima a fare e poi ad insegnare. Quello di Gesù non è l’impersonale moralismo di un qualsiasi saggio, ma gronda esistenza, è amore in atto, le cui espressioni più suggestive sono la lavanda dei piedi e la croce sul Calvario. Da qui l’efficacia eterna del suo messaggio. Perciò il “servizio” è uno dei criteri sui quali il cristiano è chiamato a verificarsi: poco servizio = poco amore, poco vangelo, poco cristianesimo. Quanti cosiddetti cristiani seguono Gesù per carriera, per successo, per professione, per guarigioni … La vanità non ha né colore né sapore, è uguale in ogni ambiente politico e militare, religioso e togato, maschile e femminile; quante fatiche per guadagnare mezzo metro di precedenza, un grado in più, un nastrino, una stelletta, una patacca, un titolo …. Noi italiani, così pare, siamo particolarmente predisposti alla megalomania; la vanità è nel nostro DNA, iscritta nel nostro corredo genetico. Già lo notava lo storico meridionalista S. Jacini nel lontano 1800: Il vero nemico dell’Italia è la nostra colossale ignoranza, le moltitudini analfabete, i burocrati-macchine, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l’operaio inesperto, l’agricoltore patriarcale, la retorica che ci rode le ossa. Altro che popolo di santi, di navigatori, di artisti! Ogni autorità deve imitare quella del Cristo; il primato del papa è un primato di funzione, di servizio, di esemplarità. Nel cristianesimo non ci sono onori ma responsabilità, non presidenze ma servizi, non poltrone da coprire ma fratelli da ricoprire, non professionisti di carriera ma dilettanti di amore. Diceva Ignazio di Antiochia che, se primati ci devono essere, uno solo è accettabile: il primato e la presidenza dell’amore. Il titolo più bello con cui i papi abbiano firmato i loro documenti è servus servorum Dei! Non andiamo, quindi, a caccia di onori; non aspettiamoci riconoscenza; non contiamo sul successo. Come cambierebbero le nostre famiglie, le nostre scuole, le nostre parrocchie, i nostri governi … se coloro che vogliono essere i primi, si facessero i servitori e gli ultimi! Cristo ha trionfato attraverso il fallimento, il tradimento, la morte: Regnavit a ligno Deus.
    Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano