Paolo VI, uomo dell’ascolto

Carlo Maria Martini SJ

(Cardinale Arcivescovo di Milano, Torino 1927- Gallarate 2012)

Per ricordare la figura di Paolo VI pubblichiamo un breve di­scorso inedito del 2008 del cardinale Carlo Maria Martini, che offre un ritratto personale e profondo del Papa che guidò la Chiesa del Concilio Vaticano II

E’ stato probabilmente un atto di audacia, e anche di temerarie­tà, quello del professor Marco Vergottini di chiamare a par­lare una persona anziana che non sa se potrà esprimere bene le cose e che non sa neanche se riuscirà tenersi in piedi fino alla fine.

È stato un atto di temerarietà e di fiducia il buttarmi così di colpo in una fornace di emozioni, perché ogni persona che incontro o che riesco a vedere anche da lontano in questa sala mi ricorda tanti bellissimi momenti, e quindi mi riempie il cuore di grandi sentimenti, soprattutto di quel sentimento fondamentale con cui la Bibbia si esprime, che è la todah, il ringraziamento. […]

Vorrei ringraziare ancora tutti quanti voi, perché l’aiuto che mi avete dato nel vivere quest’esperienza di fede è stato veramente de­terminante. Così come Marco Vergottini dalle briciole ha fatto del  essere di mia spettanza, e potevo quasi calcolare un po’ ad occhio e croce la somma a cui rinunciavo. Ebbene, mi colpì molto il fatto che Montini una volta quando c’era una grave necessità dell’Istituto Biblico per ricostruzioni importanti, mi diede più o meno la stessa somma. Quindi lo considerai come un padre, e mi dissi: «colui veramente è stato capace di rendersi conto delle mie necessità e mi viene vicino».

1 Questo breve discorso fu pronunciato dal cardinale Carlo Maria Martini il 2 ottobre 2008, nell’ultimo incontro pubblico a cui prese parte, in occasione della presentazione presso il Centro Culturale San Fedele a Milano del suo libro Paolo VI “uomo spirituale”, curato dal prof. Marco Vergottini. Ringraziamo la Fondazione Carlo Maria Martini per averci autorizzato a pubblicare questo testo, finora inedito, e il prof. Marco Vergottini, più volte citato dallo stesso Cardinale nel suo intervento, per averci reso disponibile la trascrizione. pane, o dalle pietruzze ha fatto un edificio, così voi con tanti vostri gesti di bontà, di amore, di obbedienza, di ritorno, di ascolto, mi avete costruito come persona. Quindi io devo moltissimo a voi, ar­rivando alla fine della mia vita, riconosco che devo moltissimo a voi.

Sono stupito delle tante cose che ho detto su Montini, non sa­pevo di averne dette tante, né di saperne tante. Credo che questo libro contiene riferimenti a tante cose ma, come dice san Giovanni alla fine del suo Vangelo, molte altre si potrebbero aggiungere, ri­empiendo un po’ tutta la terra di libri, per dire le cose che Montini ha vissuto.

Vorrei – senza ripetere quello che è già detto molto bene qui – richiamare cinque cose più una, che rendono la figura di Montini presente in questo momento.

  1. Anzitutto era molto timido, timido e quindi schivo. Ricordo un’occasione in cui in un’udienza di duecento professori da tutto il mondo, il segretario mons. Pasquale Macchi ci fece una sorta di “ca­techesi”, raccomandando dopo i discorsi di non avvicinarsi al Papa, «perché altrimenti si sente senza fiato; bisogna lasciargli spazio e che lui ricominci a parlare con ciascuno». Questo era il suo stile. Paolo VI non era tanto l’uomo per le masse, ma l’uomo del dialogo personale. In questo aveva una capacità di ascolto straordinaria.
  2. Ed io ancora mi stupisco, vedendomi vicino a lui, mentre gli parlo: lui quasi trattiene il respiro per cogliere bene ciò che gli si dice, per interessarsi a ciò che viene esposto. In questo fu molto diverso dal suo successore. Lui ha voluto essere veramente l’uomo dell’ascolto del singolo, l’uomo che cercava di cogliere le sfumature della identità personale, diversissima per ciascuno. Quindi questa sua timidità non era se non un altro aspetto della sua capacità di ascolto.
  3. Ancora in questa linea vorrei ricordare il suo riserbo e il suo ri­spetto per il lavoro dei competenti. Una volta andai da lui ‒ ero Ret­tore dell’Istituto Biblico ‒ per comunicargli una possibile scoperta che avrebbe forse rivoluzionato un po’ anche la storia del Nuovo Testamento. Io ero pieno di entusiasmo delle prospettive che si sa­rebbero aperte. Mi colpì il fatto che Montini rimase un po’ scettico, un po’ freddo. Poi disse: «Alla fine i competenti vedranno». Non si lasciava prendere dall’entusiasmo apologetico; era molto oggettivo e rispettoso delle competenze.
  4. Come quarta cosa vorrei ricordare il motivo per cui ho scritto nel libro che Montini fu per me un po’ come un padre. Non ho mai detto questo, forse non riesco a dirlo bene, forse non è neanche bene dirlo, però mi ha colpito e vorrei esprimerlo. Come gesuita facendo gli ultimi voti, rinunciavo all’eredità paterna, a tutto quanto poteva essere di mia spettanza, e potevo quasi calcolare un po’ ad occhio e croce la somma a cui rinunciavo. Ebbene, mi colpì molto il fatto che Montini una volta quando c’era una grave necessità dell’Istituto Biblico per ricostruzioni importanti, mi diede più o meno la stessa somma. Quindi lo considerai come un padre, e mi dissi: «colui veramente è stato capace di rendersi conto delle mie necessità e mi viene vicino».
  1. Come ultima cosa vorrei ricordare un altro punto della sua delicatezza. Quando ero Rettore dell’Istituto Biblico andai da lui e mi fece una proposta riguardo ad una iniziativa molto prestigiosa che egli voleva affidare all’Istituto Biblico. Io gli feci notare pruden­temente che forse, com’era avvenuto in altri casi, se si affidava un compito importante solo ad un singolo istituto, la cosa sarebbe stata snobbata nel resto della Chiesa. Capì immediatamente e di fatto creò poi una struttura ecclesiale che si occupò di questa iniziativa, così che venne accettata dalla Chiesa intera. Quindi anche in questo emergevano la sua prudenza, delicatezza, riserbo, rispetto.
  2. Vorrei dire ancora un’ultima cosa sul suo Pensiero alla morte, che noi ascolteremo tra poco dalla voce di Ugo Pagliai, e che co­stituirà una splendida chiusura per questo momento così intenso d’incontro. Ho detto, nella mia riflessione conclusiva al volume, che ritengo che il Pensiero alla morte sia stato scritto vari anni prima della sua morte, quando lui la sentiva, come tutti noi la sentiamo, incombente, ma non imminente. Invece, io mi trovo a riflettere nel contesto di una morte ormai imminente. Sono più o meno nell’ulti­ma, o nella penultima sala d’aspetto. Mi accorgo allora che se doves­si scrivere, non scriverei così. Troppo bello questo testo, meraviglio­so, lirico… ma chi si trova dentro deve piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole e nei sentimenti, e si trova di fronte a difficoltà che non ha ancora risolto… non facili da superare. Si tratta di descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che sempre hanno bisogno di qualcosa di positivo. Mi trovo perciò di fronte a questa esperienza che è esperienza definitiva, conclusiva e non riesco ancora ad espri­merla. In questo mi ha aiutato lo stesso Paolo VI negli ultimi mesi della sua vita, quando gli ho dato gli ultimi esercizi spirituali (1978), e poi quando l’ho visto tragicamente cedere di fronte alla malattia, di fronte al morbo che lo opprimeva. Chiedo per sua intercessione di poter avere anche questo sguardo di verità.