Paolo VI e Oscar Romero, i primi «martiri del Concilio»

Bartolomeo Sorge SJ

Durante il Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, papa Francesco canonizzerà nello stesso giorno due figure importanti della Chiesa del Concilio Vaticano II: papa Paolo VI e mons. Oscar Romero. Le ri­flessioni di p. Bartolomeo Sorge, direttore emerito di Aggiornamenti Sociali, che fanno appello anche ai ricordi personali degli scambi avuti con entrambi, mettono in luce le ragioni di questa scelta.

Il 14 ottobre 2018 papa Francesco proclamerà santi papa Paolo VI e mons. Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador, di­fensore dei campesinos, ucciso sull’altare il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. È una canonizzazione che riveste un signifi­cato eccezionale, che va molto al di là della elevazione agli altari di due nuovi santi. In una certa misura, essa viene a confermare che lo stesso Concilio Vaticano II fu un evento straordinario di santità, una nuova Pentecoste, come disse Giovanni XXIII. Infatti, dopo la canonizzazione nel 2014 di papa Roncalli, ispiratore, iniziatore e guida del Concilio nella prima fase (1962-1963), papa Francesco proclama santo anche papa Montini, che portò a compimento il Concilio e ne guidò le tre successive fasi (1963-1965). Ciò significa che le nove sessioni e i quattro periodi del Concilio Vaticano II, dal primo all’ultimo giorno, sono stati “santificati” dall’ispirazione e dalla guida dei due grandi pontefici.

Questa è l’ulteriore conferma dell’eccezionalità che il Vatica­no II costituisce nella storia della Chiesa. Nessun altro dei venti Concili precedenti si era mai tenuto per le ragioni che spinsero Giovanni XXIII a convocarlo. Il Vaticano II infatti non è stato indetto per condannare qualche eresia, né per definire veri­tà di fede, ma allo scopo di ridire e quasi ridefinire l’identità cristiana nel mutato contesto storico e culturale dell’umanità. Come annunziare il Vangelo in una società multietnica, multicul­turale e multireligiosa? Come dialogare con l’umanità globalizzata, condividendone la sorte, le speranze e i problemi? Come presentare a un mondo secolarizzato la natura e la missione della Chiesa? (cfr Giovanni XXIII, discorso d’apertura del Concilio Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962). Pertanto, la recezione del Vaticano II non può ridursi a una mera interpretazione “giuridica” dei documenti conciliari, ma deve porsi nella linea di un’“ermeneutica sapienziale o profetica”, preferita dai due papi del Concilio e alla quale si rifà anche papa Francesco. Infatti, ciò che conta è capire come assi­milare ed esprimere oggi l’identità cristiana attraverso una sua rinnovata comprensione e una più fedele testimonianza.

La canonizzazione contemporanea di Paolo VI e di mons. Rome­ro sottolinea, dunque, l’importanza della interpretazione sapienzia­le e profetica del Concilio Vaticano II, sulla quale entrambi hanno fondato il loro servizio ministeriale. Infatti si può estendere a ragione anche a Paolo VI il titolo di «martire del Concilio», che è attribuito a Oscar Romero da mons. Vincenzo Paglia, postulatore della sua causa di canonizzazione. «Il martirio di mons. Romero – egli dice – è il compimento di una fede vissuta nella sua pienezza. Quella fede che emerge con forza nei testi del Concilio Vaticano II. In questo senso, possiamo dire che Romero è il primo martire del Concilio, il primo testimone di una Chiesa che si mescola con la storia del popolo con il quale vivere la speranza del Regno. Una speranza di giustizia, di amore, di pace. In tal senso Romero è un frutto bello del Concilio. Un frutto maturato attraverso l’esperienza della Chiesa latinoamericana che, tra le prime del mondo, ha cercato di tradurre gli insegnamenti conciliari nella storia concreta del Continente» (CA-puzzi L., «Romero, primo martire del Concilio. Intervista a mons. Vincenzo Paglia», in Avvenire, 22 maggio 2015). Da questo punto di vista, anche per Paolo VI il Concilio fu un vero «martirio», sebbene incruento, a differenza di quello di mons. Romero.

Paolo VI, il primo martire incruento del Concilio

Di papi ne ho conosciuti sei. Li ho serviti tutti con uguale amo­re e con la stessa fede. Tuttavia, senza fare torto a nessuno, con­sidero Paolo VI il “mio” papa. Non solo perché gli ultimi cinque anni del suo pontificato (1973-1978) coincisero con i miei primi cinque anni di direzione della rivista La Civiltà Cattolica, ma so­prattutto per il rapporto di filiale fiducia e di sintonia spirituale che da sempre mi ha legato a lui. Se ci volle il coraggio profetico di Giovanni XXIII per indire il Concilio, non ce ne volle di meno a papa Montini per condurlo in porto e cominciare a tradurne in pratica gli orientamenti. A tal fine, Paolo VI scelse volutamen­te la via delle riforme. Lo affermò egli stesso nell’udienza pubblica del 7 maggio 1969: «Inteso nel suo senso genuino – disse – possia­mo far nostro il programma d’una continua riforma della Chiesa: Ecclesia semper reformanda». Divenne così un papa riformatore. Egli sapeva benissimo che, a motivo di questa scelta, si sarebbe trasformato in segno di contraddizione e sarebbe andato incontro a un pontificato crocifisso; ma si offrì liberamente alla sua Passione come Gesù. A causa del suo carattere riservato, avvertì in forma più acuta la sofferenza che gli causarono i numerosi casi di “dissenso ecclesiale”, la ribellione e lo scisma di mons. Lefebvre, gli attacchi che da ogni parte gli piovvero addosso dopo l’enciclica Humanae vitae (1968): i conservatori lo accusavano di cedere ai fermenti in­novatori, i progressisti invece di “tradire il Concilio” e di procedere con passo troppo lento ed esitante sulla via delle riforme. Queste e molte altre ancora furono le trafitture dolorose di quella che egli definì «la corona di spine del mio pontificato». Quando lo vidi per l’ultima volta in udienza privata a Castelgandolfo, l’anno prima della sua morte, lo trovai diverso. Non era più lui. Il suo volto affa­ticato mi apparve velato da un sottile strato di tristezza, come se la crisi della Chiesa gli fosse sfuggita di mano. Era il volto del primo martire incruento del Concilio.

Nonostante tutto, papa Montini, ispirandosi costantemente all’ermeneutica sapienziale e profetica dei testi conciliari, proseguì imperterrito sulla via delle riforme. Insistette molto sul rinnova­mento liturgico con l’introduzione delle lingue moderne e con la possibilità di adattare la liturgia alle diverse culture; spinse la Chiesa verso una maggiore collegialità, creando il Sinodo dei Vescovi; valorizzò la vocazione e la missione dei fedeli laici, uo­mini e donne, dando vita al Pontificio Consiglio dei Laici e alla Pontificia Commissione Iustitia et Pax; impresse un forte slancio al movimento ecumenico, compiendo gesti che rimangono (insie­me ai documenti scritti) altrettante pietre miliari nel cammino di riavvicinamento tra le Chiese sorelle. Come non ricordare l’abbrac­cio con il patriarca Atenagora a Gerusalemme nel 1964 o il bacio al piede del metropolita Melitone nel 1975?

Soprattutto, però, l’interpretazione sapienziale e profetica dei documenti del Concilio condusse Paolo VI a ripensare in modo nuovo i rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno, intessendo un leale dialogo con la cultura laica. L’enciclica Ecclesiam suam, la prima del suo pontificato (1964), continua a essere la magna charta del dialogo tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. L’orientamento conciliare più significativo di papa Montini rimane la “scelta religiosa”, che tante discussioni suscitò. Con essa Paolo VI, sostenuto dall’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet, superò definitivamente – come chiedeva il Concilio – il collateralismo tra la Chiesa e la politica, che aveva caratterizzato il periodo post­bellico in Italia. “Scelta religiosa” per papa Montini non signifi­cava affatto disinteresse per la vita politica, sociale ed economica; con essa egli intendeva invece ribadire il primato dell’evangelizzazione, im­pegnando la comunità cristiana a of­frire nello stesso tempo una genuina testimonianza evangelica e ad attuare l’opera necessaria di mediazione cul­turale e storica dei valori cristiani.

Ovviamente l’azione riformatri­ce di Paolo VI non ebbe vita facile. Taluni abusi, anche gravi, che si ve­rificarono durante il primo periodo del post-Concilio, accrebbero quella avversione che, in modo più o me­no sotterraneo, serpeggiava già nei confronti del Concilio. È eloquente, in proposito, la testimonian­za del card. Carlo Maria Martini, quando denunciò l’esistenza nella Chiesa di «un’indubbia tendenza a prendere le distanze dal Concilio», della quale, però, pur non condividendola, egli si sfor­zava di comprendere le ragioni. «È indubbio – scrisse – che nel pri­mo periodo di apertura alcuni valori sono stati buttati a mare. La Chiesa si è dunque indebolita»; pertanto non devono sorprendere le paure e le resistenze di molti: «Posso ben comprendere le loro preoccupazioni se solo penso a quanti in questo periodo hanno abbandonato il sacerdozio, a come la Chiesa sia frequentata da un numero sempre minore di fedeli e a come nella società e anche nella Chiesa sia emersa una sconsiderata libertà». Tuttavia, questi e altri limiti del post-Concilio non tolgono nulla alla grandezza dell’evento conciliare. Nonostante tutto – concludeva Martini – «Dobbiamo guardare avanti. […] credo nella prospettiva lungimi­rante e nell’efficacia del Concilio» (MARTINI C.M., Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2008, 103 s.).

Purtroppo, dopo la morte di Paolo VI e dopo la breve pa­rentesi del pontificato di papa Luciani, la “linea montiniana” riformista fu lasciata cadere. Con l’elezione di papa Wojtyla negli anni ’80 e seguenti si ebbe un lungo periodo di “normalizzazione”, durante il quale la riforma della Chiesa ad intra, voluta dal Conci­lio, di fatto fu tenuta in quarantena. Infatti, i grandi e santi ponte­fici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI proseguirono con decisione il rinnovamento nei rapporti ad extra tra la Chiesa e il mondo, però, per quanto riguarda l’«aggiornamento» interno della vita ecclesiale, si preoccuparono più di salvaguardarne la continuità con il passato (la tradizione) che di aprirsi alle nuove prospettive indicate dal Con­cilio. Ciò condusse in pratica al congelamento del cammino di rin­novamento della Chiesa ad intra intrapreso con coraggio da Paolo VI. E anche ad extra, più che incrementare la mediazione culturale, il dialogo e la scelta religiosa di papa Montini, si preferì puntare su una “presenza” militante della Chiesa come forza sociale, schiera­ta a difesa dei «principi assoluti non negoziabili», e su un astratto «progetto culturale cristianamente ispirato», nel vano tentativo di recuperare sul piano culturale la egemonia che la Chiesa aveva per­duto sul piano politico. Di conseguenza, l’ermeneutica sapienziale, caratteristica della linea montiniana, fu lasciata in disparte, fino alle dimissioni di Benedetto XVI e all’avvento di papa Francesco, il quale, appena eletto, subito si riallineò a Giovanni XXIII, a Paolo VI e a papa Luciani.

Eppure, anche durante questo lungo periodo, lo Spirito San­to continuò a suscitare nella Chiesa una serie di “profeti”, fedeli allo spirito e alla lettera del Concilio, che, andando controcor­rente, ne mantennero viva la interpretazione sapienziale. Oggi vediamo papa Francesco andare in pellegrinaggio a venerare uno per uno questi profeti del Concilio! È evidente che lo fa non solo per ringraziarli, ma anche, in qualche modo, per riabilitarli e risarcirli delle sofferenze e delle incomprensioni di cui furono og­getto all’interno della Chiesa. Ciò vale, in un certo senso, anche per la canonizzazione di Paolo VI e di mons. Romero. Papa Francesco lo lasciò intuire, in occasione della beatificazione di mons. Romero: «Il martirio di mons. Romero – disse – non fu solo nel momento della sua morte: iniziò prima, ma iniziò con le sofferenze per le persecuzioni precedenti alla sua morte e continuò anche posterior­mente perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato» (PAPA FRANCESCO, Discorso ai par­tecipanti al pellegrinaggio da El Salvador in ringraziamento per la beatificazione di mons. Romero, 23 maggio 2015).

Mons. Romero, il primo martire cruento del Concilio

Ho conosciuto mons. Romero personalmente 1 nel gennaio del 1979 a Puebla, partecipando ai lavori della III Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano (CELAM). Ero allora direttore de La Civiltà Cattolica ed ero stato inviato a Puebla come esperto da papa Giovanni Paolo I. Il card. Sebastiano Baggio, che era Pre­sidente della Pontificia commissione per l’America latina, volle che io partecipassi ai lavori della VI Commissione di studio, incaricata di approfondire il rapporto tra evangelizzazione, liberazione e pro­mozione umana, a cui appartenevano pure mons. Oscar Romero e mons. Hélder Câmara. In tutto eravamo 17, tra vescovi ed esperti. Quindi, la mia conoscenza dell’arcivescovo di San Salvador non fu fortuita o fuggevole. Abbiamo lavorato insieme per tre settima­ne, dedicando molte ore ad approfondire, alla luce delle gravi necessità dei poveri, la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa, per cercare le risposte da dare e le scelte da fare per an­nunziare il Vangelo in situazioni disumane e anticristiane di sotto­sviluppo, di violenza fisica e morale, di emarginazione in America latina e non solo.

Il lavoro della nostra Commissione si trova condensato nella II parte del documento finale di Puebla, precisamente nel para­grafo n. 4 del II capitolo intitolato: Evangelizzazione, liberazione e promozione umana (nn. 470-506). Mons. Romero – ricordo bene – contribuì attivamente alla stesura definitiva di quel paragrafo, ap­provato poi dall’assemblea generale. In esso si può ritrovare molto del suo spirito pastorale e del suo coraggio apostolico. Giungendo a Puebla, portavo con me il pregiudizio, molto diffuso negli am­bienti romani, secondo cui mons. Romero era una “testa calda”, un vescovo “politicante”, favorevole alla teologia della liberazione. Fin dai primi incontri potei scoprire un uomo completamente diverso dall’immagine che me ne ero fatta a Roma. Mi colpirono subito l’umiltà sincera del tratto, lo straordinario spirito di preghie­ra, la indiscussa fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, soprattutto il grande amore per i poveri, per gli ultimi dei suoi campesinos. Esattamente il contrario dei pregiudizi che avevo sentito. Durante le tre settimane di dibattito e di lavoro comune, rimasi favore­volmente impressionato soprattutto dalla sua docilità. L’ho visto rinunciare più di una volta al suo parere, lasciandolo cadere senza

1 Passando a tracciare il profilo di mons. Romero, preferisco rendere nota la mia testimonianza personale e riservata, consegnata al postulatore della causa, mons. Vincenzo Paglia, in data 3 settembre 2003.

Mi apparve del tutto infondata l’accusa mossa contro di lui (e contro altri vescovi), di parteggiare per la teologia della liberazione, di cui conoscevo bene le diverse correnti e a cui ci eravamo inte­ressati anche noi a La Civiltà Cattolica. Mi resi subito conto che mons. Romero e altri non erano affatto remissivi nei confronti dei fautori di una lettura marxista del Vangelo (che giustamente la Chiesa condanna); molto più semplicemente essi, nel denunciare le ingiustizie, applicavano la Parola di Dio direttamente ai pro­blemi concreti della gente, senza troppe mediazioni. Era dunque un abbaglio evidente confondere le deviazioni teologiche dei “cri­stiani per il socialismo” con la lettura sapienziale che mons. Rome­ro e altri vescovi latinoamericani facevano del Vangelo. Tornato a Roma, espressi questo mio parere in una intervista rilasciata alla radio italiana, ripresa poi dalla stampa. Il card. Gantin, incaricato di seguire le vicende della Chiesa dell’America latina, mi chiamò e mi chiese che cosa volessi dire; io cercai di spiegargli in che cosa consistesse l’“abbaglio”, ma penso proprio di non essere riuscito a convincerlo!

Ricordo, infine, i colloqui amichevoli avuti personalmente con mons. Romero, durante gli intervalli. Una volta mi disse che era stato inviato come vescovo a San Salvador, perché aveva fama di conservatore, per riequilibrare una situazione ecclesiale difficile… Ricordo, come se fosse oggi, un dialogo più lungo che avemmo un giorno, durante la pausa dei lavori di mezza mattina. Mi raccontò della situazione dolorosa e drammatica del suo Paese, che amava; mi disse dei diritti umani calpestati, della “sparizione” di tanti suoi figli, delle torture e delle esecuzioni sommarie, del clima violento di repressione che stava spingendo El Salvador verso l’insurrezione popolare (così egli temeva). Eppure non ebbe una sola parola di odio o di rabbia; anzi credeva fermamente che si dovesse fermare la violenza, dovunque essa fosse; diceva che la vendetta doveva essere bandita e doveva invece trionfare la giustizia nell’amore per giungere alla riconciliazione e alla pace. Poi aggiunse che la scelta preferenziale dei poveri era divenuta per lui una ragione di vita. E mi spiegò come era avvenuta la sua “conversione”. «Quando assassinarono il mio braccio destro, il padre Rutilio Grande – mi disse –, anche i campesinos rimasero orfani del loro “padre” e del loro più strenuo difensore. Fu durante la veglia di preghiera davanti alle spoglie dell’eroico padre gesuita, immolatosi per i poveri, che io capii – proseguì mons. Romero – che ora toccava a me prenderne il posto, ben sapendo che così anch’io mi sarei giocato la vita». A un certo punto – lo ricordo bene, come se fosse accaduto ieri – s’inter­ruppe; e, cambiando di tono, aggiunse testualmente: «Ho appena saputo che un mio quarto sacerdote è stato assassinato (acaban de matar a mi cuarto sacerdote). Lo so. Appena mi prenderanno, uccide­ranno anche me (en cuanto me cojan, me van a matar)». Lo guardai. Non mostrava alcun segno di rammarico o di paura. Sorrideva. Il suo volto lasciava trasparire una serenità che solo la fede profonda e un amore grande possono dare. Quel volto non l’ho più potuto dimenticare. Era il volto di un martire dei nuovi tempi. La sua “pro­fezia”, fattami verso la fine di gennaio del 1979, si sarebbe realizzata puntualmente un anno dopo, il 24 marzo del 1980, quando cadde vittima immolata sull’altare.

L’Arcivescovo di San Salvador sapeva bene di non essere l’unico perseguitato per la sua fedeltà alla Chiesa e al Concilio. Lo dice esplicitamente nel suo diario: «Chi segue questa linea progressista di una Chiesa autenticamente fedele ai postulati del Vaticano II, deve soffrire molto e persino essere considerato con sospetto, ma la coscienza e la soddisfazione di servire Dio e la Chiesa valgono molto più di qualsiasi persecuzione» (MuTTi S., «Oscar Romero, martire del Concilio», in Missione oggi, gennaio 2014). A questo punto, è evidente che papa Francesco, canonizzando mons. Romero in­sieme a Paolo VI, intende mettere in luce e premiare l’amore e la fedeltà alla Chiesa e al Concilio Vaticano II non solo dei primi due “martiri del Concilio”, ma anche di tutti gli altri – noti e meno noti –, per lo più ridotti al silenzio. Perciò, concludendo, è bello riportare l’invocazione, con la quale Carlo Carretto – uno di questi – , esprime il suo amore per la Chiesa, in un linguaggio crudo, dal forte sapore biblico: «Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quan­to a te devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità! Nulla ho visto al mondo di più oscurantista, più compres­so, più falso e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello. Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima, quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure» (CARRETTO C., Il Dio che viene, Città Nuova, Roma 1988, cap. X).

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