Sinodo 2018: ritrovare il dialogo tra le generazioni

Giacomo Costa

La Chiesa si prepara a vivere un nuovo appuntamento sinodale: dal 3 al 28 ottobre prossimi si svolgerà in Vaticano la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».
Le risonanze nell’opinione pubblica, sia all’interno sia all’esterno della Chiesa, e l’attenzione dei media sembrano inferiori a quelle suscitate dai due precedenti appuntamenti sinodali (2014 e 2015) sul tema della famiglia. Il titolo del Sinodo inoltre si è rivelato piuttosto ermetico, poiché presenta termini di difficile comprensione, come “discernimento”, o interpretati in maniere molto diverse, come “vocazione”; inoltre sono parole specificatamente ecclesiali, sebbene l’intento dichiarato del Sinodo sia quello di volersi prendere cura di tutti i giovani, «nessuno escluso», e quindi non solo di quanti frequentano più o meno abitualmente le comunità cristiane.
Tuttavia la posta in gioco del prossimo Sinodo è tutt’altro che secondaria, soprattutto in un’ottica di lungo periodo, in quanto richiede di affrontare nei contesti attuali la questione dei rapporti tra le generazioni, ripensando il presente in modo che lasci spazio al futuro. Qualsiasi organizzazione che non riesca a farlo è condannata a perdere progressivamente di significato, riducendo via via la propria capacità di incidere sulla realtà. Questo la Chiesa non può permetterselo, non solo e non tanto per garantirsi un futuro come istituzione, ma perché ne va della trasmissione del messaggio evangelico che rappresenta la sua ragion d’essere, o, in altri termini, la sua vocazione profonda.
La questione mi coinvolge personalmente, visto che insieme a don Rossano Sala, docente di Pastorale presso l’Università Pontificia  Salesiana di Roma e direttore della rivista Note di Pastorale Giovanile, sono stato nominato Segretario Speciale del prossimo Sinodo.
Nelle pagine che seguono cercherò dunque di evidenziare i principali nuclei che fanno del prossimo Sinodo un appuntamento tutt’altro che di routine, privilegiando la specifica prospettiva di Aggiornamenti Sociali: non una rivista di teologia o di pastorale, ma uno strumento di formazione per coloro  che desiderano impegnarsi nella realtà sociale da una prospettiva di fede, valorizzando gli apporti di diverse discipline, con linguaggio accessibile. In questa ottica, il rapporto tra le generazioni e la cura perché i giovani possano trovare i loro modi di partecipare e contribuire non interpellano solo la Chiesa, ma ogni istituzione e ogni società, come il nostro Paese sa bene.

Metodo e obiettivi

Un primo elemento che merita di essere sottolineato è l’articolazione del percorso di preparazione del Sinodo, ispirata a criteri di inclusione e partecipazione senza precedenti
Il consueto Documento preparatorio, pubblicato a gennaio 2017, era infatti accompagnato da un questionario a cui tutte le Conferenze episcopali del mondo erano invitate a rispondere. Un Seminario internazionale a settembre 2017 ha permesso di raccogliere l’opinione di esperti di varie discipline teologiche e sociologiche. Intanto una consultazione on line offriva ai giovani di tutto il mondo la possibilità di prendere la parola in prima persona: sono oltre 100mila quelli che l’hanno completato. Infine – e questa è una novità assoluta – dal 19 al 24 marzo scorso 300 giovani di tutto il mondo (non tutti cattolici e non tutti credenti) sono stati invitati a Roma per prendere parte alla Riunione pre-sinodale. Il Documento finale da loro prodotto, integrando anche gli interventi degli oltre 15mila giovani che hanno partecipato ai lavori attraverso i social network, è stato consegnato al Papa e rappresenta una delle fonti principali dell’Instrumentum laboris (IL).
Questa dinamica ha reso la preparazione al Sinodo un processo di reale incontro e ascolto tra generazioni. Come aveva espressamente chiesto papa Francesco, sono state sperimentate nuove modalità perché i giovani potessero far sentire la propria voce “senza filtri” ed essere presi sul serio. Lo hanno fatto, infondendo grande entusiasmo e portando un contributo assai stimolante, proprio perché proveniente da un diverso punto di vista. Il loro coinvolgimento sarà altrettanto importante quando le indicazioni del Sinodo dovranno essere recepite e attuate dalle Chiese locali, adattandole ai diversi contesti.
Da evento, il Sinodo si sta trasformando in processo, lungo e articolato, raccogliendo gli stimoli di papa Francesco che desidera che lo stile della Chiesa sia ispirato alla cultura del “camminare insieme”. Se il Sinodo rimane ufficialmente “dei Vescovi”, proprio per il loro ruolo di pastori, non può non diventare un evento che coinvolge tutta la Chiesa. L’evoluzione non è ancora terminata, il format dell’Assemblea di ottobre resta in larga parte quello tradizionale, ma la direzione imboccata è molto chiara, ed è riassumibile con l’espressione, sempre più conosciuta, dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco: «avviare processi possibili» più che «occupare spazi» e cercare di «ottenere risultati immediati» (EG, nn. 224-225). Resta comunque molto da imparare su come far partecipare i fedeli, come coinvolgere gli esperti, come valorizzare adeguatamente le diverse prospettive sociali e culturali in tutte le fasi del cammino. Si tratta per la Chiesa di imparare ad ascoltare: soprattutto quando ci si muove a livello globale, trovare modalità concrete, adeguate, sostenibili è tutt’altro che scontato e c’è ancora molta strada da fare, ma essere già riusciti a fare qualche passo è stato ed è comunque appassionante!
In ogni caso, tra i primi frutti del cammino di preparazione di questo Sinodo possiamo annoverare una migliore messa a fuoco dei suoi obiettivi. Provo qui a formularne tre, che evidentemente si articolano tra di loro. Il primo assume il bisogno dei giovani, da loro espresso con grande forza, di trovare figure capaci di accompagnarli nell’identificazione della strada originale di ciascuno verso la pienezza della vita: sarà compito del Sinodo capire in che modo e con quali mezzi la Chiesa può attivarsi per darvi una risposta.
Questo richiederà inevitabilmente alle comunità ecclesiali di mettersi in discussione, di intraprendere un “cammino di conversione” (cfr IL, Terza parte): così come sono, in molti casi faticano ad essere riconosciute dai giovani come portatrici di un messaggio di gioia e di speranza. Ovviamente non si può generalizzare, ma lo si legge con chiarezza nel Documento finale della Riunione pre-sinodale: «È possibile partecipare ad una messa e andar via senza aver sperimentato alcun senso di comunità o di famiglia in quanto Corpo di Cristo. I cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo, troviamo celebrazioni e comunità che appaiono moine. I giovani sono attirati dalla gioia, che dovrebbe essere un segno distintivo della nostra fede». Il secondo obiettivo del Sinodo riguarda dunque il rinnovamento della Chiesa perché la sua identità profonda risulti decodificabile anche dal mondo giovanile, con linguaggi che essi comprendano.
Raggiungere questi due obiettivi richiederà alla Chiesa universale e poi a quelle locali di prendere decisioni, di individuare mezzi e strumenti e una direzione di marcia: per questo il terzo obiettivo del Sinodo e del processo che l’Assemblea di ottobre metterà in moto non può che essere una crescita nella capacità di “discernimento” da parte delle comunità ecclesiali. Il discernimento, che già Amoris laetitia aveva indicato alla Chiesa come modo di procedere adeguato di fronte a situazioni complesse e di cui è indispensabile cogliere la singolarità, resta al centro dell’attenzione anche del prossimo Sinodo: ne è infatti al tempo stesso tema, metodo e obiettivo.

Comunicazione e credibilità

Il percorso di preparazione al Sinodo ha certificato l’esistenza di un problema di comunicazione tra la Chiesa, in particolare le sue istituzioni ufficiali, e il mondo giovanile nel suo complesso, in particolare quella parte, maggioritaria in molti Paesi anche di tradizione cattolica, che non ha un riferimento ecclesiale preciso e non si riconosce in strutture e organizzazioni di ispirazione cattolica. Con accenti e prospettive diverse lo affermano tanto i giovani quanto le Conferenze episcopali. I giovani in particolare segnalano la difficoltà a sentirsi davvero accolti e ascoltati all’interno della Chiesa, a ricevere fiducia e a trovare spazi di protagonismo. Li tengono lontani non solo un generale disinteresse, ma anche la «scarsa preparazione» dei sacerdoti, oltre agli scandali economici e sessuali. Diverse Conferenze episcopali, dal canto loro, dichiarano di non conoscere o non comprendere alcuni tratti caratteristici del mondo giovanile e spesso di esserne spaventate, in particolare riguardo alla pervasività dei media digitali, alla cultura globale di cui sono portatori, alle sue conseguenze sulla comprensione della realtà, le dinamiche di apprendimento e la strutturazione delle relazioni interpersonali. Il risultato di questa fatica comunicativa è l’allontanamento dalla Chiesa da parte di molti giovani, pur portatori di domande e di sensibilità autenticamente spirituali. In un mondo dove le alternative non mancano, è più facile cercare altrove che continuare a insistere, specie quando l’interlocutore – la Chiesa e i suoi rappresentanti – non riesce a farsi percepire come stimolante e vitale. Ma la Chiesa non può lasciare che il tesoro della fede risulti irrilevante per una intera generazione.
La questione investe soprattutto la capacità della Chiesa di presentarsi come interlocutore credibile dei giovani, molto attenti ai temi della trasparenza e della coerenza e abituati a vivere in contesti di pluralismo, in cui diverse visioni del mondo sono immediatamente a contatto e a confronto, se non in lotta. Il peso di scandali e abusi di ogni genere non può essere sottostimato, ma ancora più cruciale è la gratuità dell’annuncio: i giovani sono particolarmente sensibili ai tentativi di strumentalizzazione da parte degli adulti e tendono ad allontanarsi quando percepiscono che l’interesse nei loro confronti non è genuino, ma motivato da una logica di autoconservazione istituzionale. Anche nei confronti della Chiesa i giovani desiderano giocare da protagonisti, a partire dalla propria originalità e dalle peculiarità della cultura di cui sono portatori, ricevendo appoggio e fiducia sincera, senza sentirsi ingranaggi di un meccanismo che li supera.
Alcune istanze tipiche della loro cultura diventano una cartina di tornasole con cui i giovani misurano la credibilità dei propri interlocutori. La prima si radica nell’attenzione all’inclusione delle differenze e riguarda soprattutto le tematiche del genere, della sessualità e dell’affettività: posizioni percepite come astratte, slegate dell’esperienza concreta, aprioristiche o autoritarie, e non sufficientemente attente alla tutela delle differenze, rendono poco credibile agli occhi dei giovani chi se ne fa portatore. Con una intensità ben maggiore, lo stesso discorso vale per le questioni legate alla disuguaglianza e all’ingiustizia sociale, a partire dal ruolo della donna nella società e nella Chiesa, e per quelle ambientali (che includono il tema della giustizia tra le generazioni): i giovani hanno il loro modo di affrontarle, il loro lessico e le loro categorie per riflettere e le loro modalità per impegnarsi, spesso assai lontani da quelli delle generazioni precedenti. Ma si allontaneranno da chi non sembra capace di prestarvi adeguata attenzione.

Una Chiesa che accompagna?

Un secondo nodo che emerge con forza è quello della cultura dell’accompagnamento. La Chiesa tradizionalmente aggiunge qui l’aggettivo “vocazionale”, ma questo risulta oggi ambiguo e talvolta fuorviante, specie quando una interpretazione che circoscrive il termine vocazione al ministero sacerdotale o alla vita religiosa legittima il sospetto che il vero obiettivo non sia riconoscere il senso della propria vita e identificare i passi concreti (in termini di famiglia, relazioni, impegno lavorativo, organizzazione del tempo libero) che portano alla pienezza di vita personale (alla ‘gioia dell’amore”, in termini ecclesiali), ma l’aumento degli ingressi in seminario.
Questa diffidenza priva i giovani del lessico per esprimere un bisogno che pure manifestano con forza: quello di sostegno e vicinanza da parte di figure di riferimento esito lungo il processo di crescita verso la maturità in un mondo che si fa sempre più complesso e segnato da incertezza e precarietà, rendendo ogni scelta estremamente faticosa. Per portare a termine questo compito i giovani cercano aiuto, ma a condizione che non sia venato da paternalismo o da tentativi di manipolazione e controllo.
Assai spesso i giovani si trovano di fronte adulti che hanno smarrito il senso della paternità, spirituale e non solo, e quindi la capacità di esercitarla, e che appaiono focalizzati unicamente sulla propria autorealizzazione: non sono quindi in grado di prestare adeguata attenzione alle peculiarità di cui i giovani sono portatori. Parlare di cultura dell’accompagnamento significa mettere a tema il rapporto tra generazioni, chiedendo a ciascuno di assumere il proprio ruolo e anche il proprio limite, evitando ambiguità e confusioni. In un mondo sempre più variegato, rinnovare la cultura dell’accompagnamento richiede anche di valorizzare il potenziale di tutte le figure che, a vario titolo e per diverse ragioni, assumono un ruolo di riferimento nella vita dei giovani. La classica figura dell’accompagnatore spirituale (che può essere non solo un sacerdote, ma anche una religiosa, un laico o una laica) non perde di importanza, ma non può godere di una sorta di monopolio. Esercitano un ruolo di accompagnamento certamente i genitori, ma anche molte altre figure: insegnanti, educatori, allenatori, psicologi, medici, colleghi anziani, amici coetanei e, infine, la comunità cristiana nel suo insieme. Tutti hanno ovviamente bisogno di aiuto e formazione per assumere ed esercitare al meglio questo ruolo.
Infine, un’ultima questione importante è quella della vicinanza e del sostegno di tutti quei giovani che vivono situazioni di marginalità socio-economica o culturale (a partire dalla mancanza di lavoro, drammatica in alcuni Paesi), o che fanno esperienze estreme di dolore (il caso della malattia), di violenza (vittime di tratta e di abuso, bambini-soldato, ecc.) o di alienazione (dipendenze, disturbi alimentari, forme di distacco dal mondo reale e di rifugio in quello virtuale): anche a loro è necessario offrire delle opportunità di accedere alla gioia e alla pienezza della vita, anzi più che in altri casi è indispensabile scoprire le forme migliori per rendere un servizio di accompagnamento. Come sottolinea l’IL, «questo richiede anche alla Chiesa e alle sue istituzioni di assumere la prospettiva della sostenibilità e di promuovere stili di vita conseguenti, oltre che combattere i riduzionismi oggi dominanti (paradigma tecnocratico, idolatria del profitto, ecc.)» (n. 152).

Una Chiesa relazionale?

La sfiducia nelle istituzioni è senza dubbio uno dei tratti caratteristici della cultura contemporanea, in particolare giovanile. Incoerenze e fallimenti minano alla base la loro pretesa di rappresentare un punto di riferimento, ma non è solo questione di scandali. Questa situazione non può non interrogare la Chiesa, che proprio della sua struttura istituzionale fa uno degli elementi portanti della propria azione e che rischia di diventare un boomerang, se non è accompagnata dalla capacità di costruire relazioni interpersonali autentiche.
È una dimensione di concretezza che per la mentalità dei giovani risulta più credibile di qualsiasi argomentazione teorica. Vale anche in questo caso la constatazione che il senso, anche quello di una appartenenza istituzionale, oggi non può essere dato per scontato, definito a priori o ricevuto dall’alto, ma deve essere costruito e scoperto da ciascuno attraverso un percorso di apprendimento dall’esperienza. L’orizzonte istituzionale non è escluso per principio, ma rappresenta un punto di arrivo e non di partenza, che si tratti dell’appartenenza a una associazione (ecclesiale o meno), così come della stabilizzazione di un legame affettivo in una configurazione istituzionale come il matrimonio. Incontriamo anche qui elementi di continuità con il lavoro dei due Sinodi sulla famiglia. In questa prospettiva il procedere per tentativi, per prove ed errori anche nella costruzione del proprio itinerario esistenziale non può essere ridotto a espressione di superficialità e incostanza, ma rappresenta una strategia in un’epoca in cui ci si deve muovere senza una mappa del territorio definita in ogni dettaglio (cioè senza le grandi narrazioni ideali ed ideologiche in cui si iscrive la totalità della realtà e della vita).
Una mentalità di questo genere spiazza il modello di Chiesa che si è andato costruendo nel corso dei lunghi secoli della cristianità, al cui interno molti adulti sono comunque cresciuti e a cui continuano a fare riferimento in modo più o meno irriflesso, senza riuscire a comprendere o magari persino scandalizzandosi quando si azzera la presa di questo modello sulle generazioni più giovani. La sfida del Sinodo è proprio quella di scoprire all’interno della tradizione spirituale e teologica della Chiesa quelle ricchezze che possano consentirle di sintonizzarsi anche con la mentalità di questa epoca, così da poter continuare a mostrare la rilevanza e la vitalità del messaggio evangelico per ogni generazione. Scorrendo l’IL, la tradizione del discernimento e quella dell’accompagnamento spirituale appaiono piste estremamente promettenti in questo senso.

Impegno e speranza

Se e quanto questa sfida sarà vinta lo diranno i risultati del Sinodo, non tanto in termini di documenti, che pure sono importanti, ma di processi di rinnovamento e sperimentazione che si metteranno in moto nelle singole Chiese locali e in ultima analisi di effettiva conversione delle comunità ecclesiali, che va considerata uno degli obiettivi del processo sinodale.
Prendere sul serio i giovani, la loro cultura, le loro esigenze, le loro risorse e le loro fragilità mette di fronte alla necessità del cambiamento, così da aprirsi alla novità di cui queste generazioni sono portatrici, al cui interno – la Chiesa ne è consapevole per fede – è all’opera lo Spirito che fa in questo modo sentire il proprio appello.
Il processo sinodale in corso ci dice che la Chiesa ha quanto meno la consapevolezza del problema e il desiderio di trattarlo seriamente. L’affermazione che leggiamo al n. 14 dell’IL, «oggi tra giovani e adulti non vi è un vero e proprio conflitto generazionale, ma una “reciproca estraneità”: gli adulti non sono interessati a trasmettere i valori fondanti dell’esistenza alle giovani generazioni, che li sentono più come competitori che come potenziali alleati», interpella l’intera società. Non è infatti solo la Chiesa a doversi misurare con le difficoltà della comunicazione tra generazioni che la rapidità dei processi di cambiamento socioculturale rende estranee nel giro di pochi anni. Il divario tra nativi digitali e analfabeti digitali ne è l’immagine più eloquente, con tutto quello che la fruizione dei nuovi media comporta in termini di accesso all’informazione, di comprensione della realtà e di immagine del mondo. Questa divisione percorre non solo le famiglie, ma anche il mondo della scuola, quello del lavoro e le realtà ecclesiali, a partire dalle parrocchie. Provare ad affrontare la questione non solo in chiave diagnostica, ma lasciando emergere, attraverso un serio lavoro di ascolto e di interpretazione condiviso, concreti itinerari di cambiamento per costruire una rinnovata solidarietà tra le generazioni è la posta in gioco del prossimo Sinodo, attraverso cui la Chiesa svolge nei confronti dell’insieme della società il servizio di indicare una priorità che non può essere disattesa.

(Aggiornamenti Sociali, agosto-settembre 2018 (533-540)

Il Segretario speciale del Sinodo

Nominato dal Papa, il Segretario speciale del Sinodo dei Vescovi – in collaborazione con la Segreteria generale del Sinodo e con il Relatore generale, il cardinale Sérgio da Rocha, arcivescovo di Brasilia – coordina gli esperti di diverse discipline coinvolti nel processo sinodale, per offrire ai Padri sinodali gli strumenti per svolgere il proprio ruolo, in particolare riguardo l’inquadramento del tema, e per raccogliere i loro contributi e il frutto del loro confronto. Tra i materiali preparatori scaturiti da questo lavoro vi è l’Instrumentum laboris, presentato lo scorso 19 giugno, che servirà da base per la discussione dei partecipanti al Sinodo. Per una presentazione più ampia e ufficiale del Sinodo si può consultare il sito che la Santa Sede dedica all’evento: <www. synod2018.va>.