Il cuorevero campo di battaglia

Domenica XXII del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

 

7,1-8.14-15.21-23 L’ipocrisia [1]

Gli ipocriti di ieri
Mi colpisce che san Marco, sempre così conciso, così breve, abbia dedicato tanto spazio a questo episodio (Mc 7,1-23) […]. Sembra prendersela con quelli che si rendono distanti, con quelli che hanno preso il messaggio di vicinanza di quel Dio che viene a camminare con il suo popolo, che si è fatto uomo per essere uno di noi e camminare, hanno preso quella realtà, l’hanno distillata nel contesto delle loro tradizioni, ne hanno fatto un’idea, l’hanno tradotta in mero precetto e hanno allontanato la gente.
E Gesù accusa questa gente di essere proseliti, di fare proselitismo. Percorrete mezzo mondo per fare un solo proselito e poi lo rovinate con tutto questo (cfr Mt 23,15). Avete allontanato la gente.
A quanti si scandalizzavano quando Gesù andava a mangiare con i peccatori, con i pubblicani, proprio a loro Gesù dice: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 28,31), cioè la cosa peggiore che potesse accadere a quei tempi. Gesù non li sopporta. Sono quelli che hanno clericalizzato – per usare una parola comprensibile – la Chiesa del Signore. La riempiono di precetti e, lo dico con dolore, e se pare una denuncia o un’offesa perdonatemi, ma nella nostra regione ecclesiastica ci sono presbiteri che non battezzano i figli delle ragazze madri perché non sono stati concepiti nella santità del matrimonio.

Gli ipocriti di oggi
Ecco gli ipocriti di oggi. Quelli che hanno clericalizzato la Chiesa. Quelli che allontanano il popolo di Dio dalla salvezza. E quella povera ragazza, che avrebbe potuto rispedire suo figlio al mittente, ma invece ha avuto il coraggio di metterlo al mondo, deve peregrinare di parrocchia in parrocchia perché glielo battezzino.

A quelli che cercano proseliti, i clericali, quelli che clericalizzano il messaggio, Gesù mostra il cuore: dice loro che “dal vostro cuore escono i propositi di male: cattive intenzioni, impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza…” (cfr Mc 7,21). Che fior di complimento, eh? Così li smaschera. Li denuncia.
Clericalizzare la Chiesa è ipocrisia farisaica. La Chiesa del “venite dentro, qua dentro vi daremo le regole, e chi non entra non c’è”, è fariseismo.
Gesù ci insegna l’altra strada: uscire. Uscire a dare testimonianza, uscire a interessarsi del fratello, uscire a condividere, uscire a domandare. Incarnarsi.
Contro lo gnosticismo ipocrita dei farisei, Gesù torna a mostrarsi in mezzo alla gente tra pubblicani e peccatori.

7,11-13 Genitori e figli (AL 17) 

I genitori hanno il dovere di compiere con serietà lo loro missione educativa, come insegnano spesso i sapienti della Bibbia (cfr Pr 3,11-12; 6,20-22; 13,1; 22,15; 23,13-14; 29,17). I figli sono chiamati ad accogliere e praticare il comandamento: “Onora tuo padre e tua madre” (Es 20,12), dove il verbo “onorare” indica l’adempimento degli impegni familiari e sociali nella loro pienezza, senza trascurarli con pretese scusanti religiose (cfr Mc 7,11-13). Infatti, “chi onora il padre espia i peccati, chi onora sua madre è come chi accumula tesori” (Sir 3,3-4).

7,8-13 Onorare il padre e la madre (AL 188-190) 

Essere sempre figli
Gesù ricordava ai farisei che l’abbandono dei genitori è contrario alla Legge di Dio (cfr Mc 7,8-13). A nessuno fa bene perdere la coscienza di essere figlio. In ogni persona, anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto.
Per questo il quarto comandamento chiede ai figli di onorare il padre e la madre (cfr Es 20,12). Questo comandamento viene subito dopo quelli che riguardano Dio stesso. Infatti contiene qualcosa di sacro, qualcosa di divino, qualcosa che sta alla radice di ogni altro genere di rispetto fra gli uomini. E nella formulazione biblica del quarto comandamento si aggiunge: “perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore tuo Dio ti dà”. Il legame virtuoso tra le generazioni è garanzia di futuro, ed è garanzia di una storia davvero umana. Una società di figli che non onorano i genitori è una società senza onore. È una società destinata a riempirsi di giovani aridi e avidi.

… e trovare un nuovo modo di essere figli
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre” (Gn 2,24), afferma la Parola di Dio. Questo a volte non si realizza, e il matrimonio non viene assunto fino in fondo perché non si è compiuta tale rinuncia e tale dedizione. I genitori non devono essere abbandonati né trascurati, tuttavia, per unirsi in matrimonio occorre lasciarli, in modo che la nuova casa sia la dimora, la protezione, la piattaforma e il progetto, e sia possibile diventare realmente “una sola carne” (ibid.). In alcuni matrimoni capita che si nascondano molte cose al proprio coniuge, che invece si dicono ai propri genitori, al punto che contano di più le opinioni dei genitori che i sentimenti e le opinioni del coniuge. Non è facile sostenere questa situazione per molto tempo, ed essa è possibile solo provvisoriamente, mentre si creano le condizioni per crescere nella fiducia e nel dialogo. Il matrimonio sfida a trovare un nuovo modo di essere figli.

7,10-13 Gesù parla come uno che ha autorità [2]

Noi vogliamo, tante volte, che la dottrina sicura abbia quella sicurezza matematica che non esiste, né con il lassismo, di manica larga, né con la rigidità. Pensiamo a Gesù: la storia è la stessa, si ripete. Gesù, quando parlava alla gente, la gente diceva: “Costui parla non come i nostri dottori della legge, parla come uno che ha autorità” (cfr Mc 1,22). Quei dottori conoscevano la legge, e per ogni caso avevano una legge specifica, per arrivare alla fine a circa 600 precetti. Tutto regolato, tutto. […] A me fa impressione quando parla del quarto comandamento e dice: “Voi, che invece di dare da mangiare ai vostri genitori anziani, dite loro: ‘No, ho fatto la promessa, è meglio l’altare che voi’, siete in contraddizione” (cfr Mc 7,10-13).

7,15.21-22 Il cuore è la sede della impurità e purità [3]

Nel Vangelo vediamo Gesù scardinare una certa concezione della purezza rituale legata all’esteriorità, che vietava ogni contatto con cose e persone (tra cui i lebbrosi e gli stranieri), considerati impuri. Ai farisei che, come tanti giudei di quel tempo, non mangiavano senza aver fatto le abluzioni e osservavano numerose tradizioni legate al lavaggio di oggetti, Gesù dice in modo categorico: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza” (Mc 7,15.21-22).

7,20-23 Il cuore corrotto [4]

Qualunque corruzione sociale non è altro che la conseguenza di un cuore corrotto… Non ci sarebbe corruzione sociale senza cuori corrotti: “Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” (Mc 7,20-23).
Un cuore corrotto: qui sta il punto. Perché un cuore si corrompe? Il cuore non è un’ultima istanza dell’uomo, chiusa in se stessa; non finisce lì la relazione (e quindi nemmeno la relazione morale). Il cuore umano è cuore nella misura in cui è in grado di riferirsi ad altro: nella misura in cui è capace di aderire, nella misura in cui è capace di amare o di negare l’amore (odiare). Per questo Gesù, quando invita a conoscere il cuore come fonte delle nostre azioni, richiama la nostra attenzione su questa adesione finalistica del nostro cuore inquieto: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

7,14-23 Il cuore dell’uomo [5]

Il cuore ben disposto
Il bene che l’uomo compie non è il risultato di calcoli o strategie, nemmeno è il prodotto dell’assetto genetico o dei condizionamenti sociali, ma è il frutto di un cuore ben disposto, della libera scelta che tende al vero bene. Non bastano la scienza e la tecnica: per compiere il bene occorre la sapienza del cuore.
In diversi modi la Sacra Scrittura ci dice che le intenzioni buone o cattive non entrano nell’uomo dall’esterno, ma scaturiscono dal suo “cuore”. “Dal di dentro – afferma Gesù -, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,21). Nella Bibbia il cuore è l’organo non solo degli affetti, ma anche delle facoltà spirituali, la ragione e la volontà, è sede delle decisioni, del modo di pensare e di agire. La saggezza delle scelte, aperta al movimento dello Spirito Santo, coinvolge anche il cuore. Da qui nascono le opere buone, ma anche quelle sbagliate, quando la verità e i suggerimenti dello Spirito sono respinti. Il cuore, insomma, è la sintesi dell’umanità plasmata dalle mani stesse di Dio (cfr Gn 2,7) e guardata dal suo Creatore con un compiacimento unico (cfr Gn 1,31). Nel cuore dell’uomo Dio riversa la sua stessa sapienza […]

Il cuore indurito
Quando il cuore si allontana dal bene e dalla verità contenuta nella Parola di Dio, corre tanti pericoli, rimane privo di orientamento e rischia di chiamare bene il male e male il bene; le virtù si perdono, subentra più facilmente il peccato, e poi il vizio. Chi imbocca questo pendio scivoloso cade nell’errore morale e viene oppresso da una crescente angoscia esistenziale.
La Sacra Scrittura ci presenta la dinamica del cuore indurito: più il cuore è inclinato all’egoismo e al male, più è difficile cambiare. Dice Gesù: “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34). Quando il cuore si corrompe, gravi sono le conseguenze per la vita sociale, come ricorda il profeta Geremia. Cito: “I tuoi occhi e il tuo cuore non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenze e angherie” (22,17).

7,21 Il cuore umano vero campo di battaglia [6]

Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive” (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: “La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori”.

7,22 Conoscere la verità del cuore [7]

Dobbiamo avvicinarci al nostro cuore, alla verità del nostro cuore, e chiedere la grazia di conoscerla; “dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, false testimonianze” (cfr Mt 15,19), “gli inganni, le calunnie” (Mc 7,22). E noi, lo vogliamo o no, godiamo dei suoi inganni (cfr Mt 6,21). Nel nostro cuore è anche il nostro tesoro (cfr Mt 6,21). Scoprire quale sia il vero tesoro, a quale tipo di “ricchezza” si è legato il nostro cuore, è un’impresa ardua, perché anche noi collaboriamo all’inganno. E allora s’innesca un circolo vizioso: “Se qualcuno inganna il suo cuore, la sua religione è vana” (cfr Gc 1,26).
Esiste, quindi, una duplice linea d’azione: il cuore ferito dal peccato originale ci ispira i nostri peccati personali; e, d’altra parte, la nostra coscienza rilassata inganna il nostro cuore. Il risultato è la vanità, vale a dire quel che è fatuo, apparente, ingannevole. Si dice una cosa e se ne fa un’altra, si proclama una verità ma si vive una menzogna. San Giovanni è acuto quando osserva: “Chi dice: “Lo conosco”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità” (1Gv 2,4); “Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo” (1Gv 4,20).
Il nostro cuore è sviato, siamo “sempre induriti nel nostro cuore… traviati… sviati” (cfr Eb 3,10; Sal 95,10); questo sviamento ci conduce in luoghi dello spirito dove il Signore non c’è, dove ci imbattiamo in cattive compagnie. Anche in noi accade quel che accade ai ragazzi quando contraggono cattive compagnie, che “corrompono i buoni costumi” (1Cor 15,33).

NOTE
[1] Non lasciatevi contaminare dal mondo, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 932-934.
[2] Discorso all’apertura del convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 16 giugno 2016.
[3] Messaggio per la XXX GMG 2015, 31 gennaio 2015.
[4] Corruzione e peccato, in J.M. BERGOGLIO, Cambiamento, (= Le parole di papa Francesco 19), Corriere della Sera – Rizzoli, Milano 2014, 15-66.
[5] Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 3 marzo 2016.
[6] Messaggio per la celebrazione della pace del 1 gennaio del 2017, 8 dicembre 2016.
[7] Veracità e conversione, in J.M. BERGOGLIO – FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI 2014, 45-50.