L’altro Sessantotto

Cinquant’anni fa la Primavera di Praga ·

Dario Fertilio

La notte del 20 agosto, cinquant’anni fa, mentre gli studenti rivoluzionari delle università occidentali invocavano l’immaginazione al potere, qualche centinaio di chilometri più a est, nel cuore d’Europa, al potere andavano invece i cingoli dei carri armati sovietici. Duecentomila uomini dell’Armata Rossa, più qualche contingente simbolico di quattro paesi del Patto di Varsavia, invasero la Cecoslovacchia, occuparono Praga e arrestarono il segretario del partito Alexander Dubček, colpevole di avere avviato e autorizzato quella Primavera politica e intellettuale che sarebbe passata alla storia come primo esperimento di «socialismo dal volto umano».
Una frattura ideale così profonda, al limite della scissione mentale, politica e ideologica, fra Est e Ovest, sarebbe stata da un lato la premessa della disintegrazione comunista, dall’altro la spiegazione del pervicace persistere a Occidente di un’illusione sulla intangibilità. o almeno possibilità di riforma, dei sistemi comunisti. Tra l’ideologia sessantottina di Berlino, Milano o Parigi e quella post comunista di Praga, Budapest, Zagabria o Varsavia si generò insomma una incomprensione profonda, una quasi incomunicabilità politica che produsse nel tempo credenze, linguaggi e stili di vita opposti. Ci furono in conclusione due Sessantotto.
Oggi, a mezzo secolo da quei giorni tumultuosi e tragici, appare più chiara la portata morale dell’evento, al punto da oscurare la sua pur innegabile importanza storica e politica. Diversamente dalla sanguinosa rivolta di Budapest, infatti, avvenuta dodici anni prima, a Praga la resistenza della popolazione all’invasore fu poco più che simbolica, limitata a manifestazioni popolari e a gesti isolati (così si evitò un bagno di sangue, anche se alla fine i morti si contarono comunque a decine). Del resto non avrebbe potuto andare diversamente, giacché il grosso dell’esercito cecoslovacco restò fedele alle consegne di Mosca limitandosi a pattugliare i confini senza ostacolare gli invasori, e alla resistenza mancò la possibilità materiale di combattere, se non a mani nude. Dubček e i suoi collaboratori continuarono a credere nella possibilità di una riforma «nel comunismo» in modo da evitare una rottura definitiva con Mosca. Anche il mantello della censura venne disteso con prontezza ed efficacia sui mezzi di comunicazione del paese, e attuando una sperimentata tecnica sovietica furono immediatamente identificati e arruolati i collaborazionisti di cui sarebbe stato possibile fidarsi in vista della restaurazione, sia nel partito che nei media. Ai patrioti cecoslovacchi non restò che sventolare le bandiere e innalzare qualche barricata, mentre la disperazione e le lacrime delle ragazze e dei loro compagni sarebbero state immortalate, fra gli altri, da Milan Kundera nel romanzo «L’insostenibile leggerezza dell’essere» ( e vent’anni più tardi nel film omonimo che ne avrebbe ricavato il regista Philip Kaufman). Chi pagò di persona, invece, legò per sempre il suo nome a quelle giornate: oltre a Dubček, Cernìk, Smrkovsky, Kriegel e al presidente Svoboda, un ruolo particolare toccò al direttore della televisione cecoslovacca Jiri Pelikàn, poi destinato all’esilio in Italia. Non soltanto per la sua azione politica successiva, di testimonianza e denuncia al parlamento europeo, ma anche perché l’essenza della Primavera si era condensata durante i mesi precedenti l’invasione proprio nel tipo di informazione fornito dalla tv ai cittadini. Non più il rituale stereotipato di slogan, le fotografie ufficiali, le parate e gli anniversari, gli appelli alla produzione e all’emulazione socialista, i baci fra uomini di Stato, i congressi in cui i piccoli pionieri correvano a porgere i fiori agli oratori, i funerali e le deposizioni di corone, gli annunci di successi domestici e di crisi economiche all’estero, le celebrazioni della pace nel mondo unite al vanto per la crescita militare in patria. Al loro posto, interviste fuori dal coro, notizie di dissenso, informazioni precise e dettagliate sugli incidenti, reportage internazionali. Questa, in effetti, fu la vera Primavera: anche in assenza di autentiche riforme politiche o economiche, un cambiamento di clima, già identificabile nel tono di voce degli speaker, persino nelle loro pause allusive. E furono precisamente questi segnali, captati a Mosca, che indussero i capi politici del Cremlino a decidere l’intervento repressivo: una volta constatato che il partito cecoslovacco e Dubček non erano in grado o non volevano portarlo a termine, si poteva applicare soltanto la legge della forza. Ad essa sarebbe seguita, negli anni successivi, la «normalizzazione»: una sorta di repressione morbida condotta attraverso «verifiche» periodiche nei posti di lavoro, licenziamenti, arresti in apparenza casuali, in realtà intimidatori ed esemplari, a norma dell’articolo 98 del codice penale che puniva a discrezione dei giudici «l’attività sovversiva in collegamento con l’estero». Poiché l’accusa poteva essere fatta valere per qualunque riunione di tre o quattro persone, metà della popolazione era passibile di arresto: il regime avrebbe deciso chi punire allo scopo di «educare» gli altri.
In questo scontro fra vita reale e ideologia si può ora cogliere la valenza effettiva della Primavera praghese. Due giorni dopo l’intervento sovietico, il partito comunista cecoslovacco, già privo dei suoi capi in stato d’arresto, indisse un congresso straordinario, e clandestino, in una fabbrica di Vysocany, un sobborgo operaio di Praga. La registrazione su nastro degli interventi, poche ore prima che irrompessero i sovietici, testimonia in modo singolare le metamorfosi di tanti delegati: dopo aver dedicato la loro vita politica all’obbedienza, essi sentono all’improvviso, e in modo irresistibile, il richiamo della verità. Nelle loro mozioni utopistiche, nei loro bisticci procedurali, nelle inevitabili viltà di alcuni e nell’opportunismo di altri rintuzzato dalla maggioranza, si coglie l’estremo tentativo di salvare l’onore del paese, e la premessa di molte redenzioni personali. Nelle stesse ore a Londra, alla Royal Albert Hall, l’orchestra di Stato sovietica, diretta da Evgenij Svetlanov, eseguì l’Opera 104 di Dvoràk. Il pubblico inglese accorse per contestare e fischiare quella che sembrava una celebrazione dell’invasione, ma il solista Mstislav Rostropovich fece ammutolire la sala affidando al suo violoncello un commovente requiem per la Cecoslovacchia. Sarebbe stato lo studente Jan Palach, quattro mesi più tardi, dandosi fuoco come gesto estremo di protesta, a testimoniare la volontà di resistenza del paese. Nonostante il gesto suicida, e la sua appartenenza alla chiesa protestante hussita, sarebbe stata celebrata per lui una messa solenne ecumenica nella chiesa cattolica di san Tommaso, ai piedi del castello che sovrasta la capitale. E la Cecoslovacchia non avrebbe più dimenticato.

(L’Osservatore Romano, 18 agosto 2018)