Giovani: motori del cambiamento

I vescovi italiani scrivono ai giovani

Vescovi toscani; mons. M. Delpini, mons. B. Forte, mons. I. Muser, mons. L. Tisi

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L’anno 2018 vede la Chiesa cattolica dare un’attenzione particolare ai giovani, ai quali è dedicato il percorso sinodale che culminerà in ottobre con l’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» (Roma, 3-28 ottobre 2018). Mentre si attende la pubblicazione dell’Instrumentum laboris, alcuni vescovi italiani si sono rivolti direttamente ai giovani con lettere e messaggi.

Di seguito pubblichiamo:

– la lettera d’Avvento dei vescovi toscani, Ci siete molto cari. Per una Chiesa che sia la vostra casa, in Toscana oggi 14.12.2017;

– il Messaggio per i tuoi 18 anni di mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, gennaio 2018, in www.chiesadimilano.it (titolazione redazionale);

– la Lettera ai giovani di mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti – Vasto, Quaresima – Pasqua 2018, in www.chieti.chiesacattolica.it;

– la Lettera ai giovani della nostra diocesi di mons. Ivo Muser, vescovo di Bolzano – Bressanone, 11 marzo 2018, in www.bz-bx.net;

– l’Omelia in coena Domini con lavanda dei piedi a 12 giovani di mons. Lauro Tisi, arcivescovo di Trento, 29 marzo 2018, in www.diocesitn.it.

Ci siete molto cari

I vescovi toscani

     Siamo vicini al Natale del Signore e mentre ci prepariamo ad accogliere il mistero del Dio fatto bambino, indirizziamo alle comunità queste parole di esortazione e di sollecitudine, scegliendo quest’anno di proporre all’attenzione e alle preghiere del popolo cristiano le ansie e le attese dei giovani.

     La Chiesa si accinge a vivere un sinodo speciale dedicato al mondo giovanile e anche noi, vescovi della Toscana, sentiamo l’esigenza di approfondire, in questo tempo di grazia che l’Avvento ci dona, la riflessione sul rapporto a tratti complesso, ma sempre vivificante e irrinunciabile tra la Chiesa e i giovani.

     Ci rivolgiamo a voi, cari fratelli e care sorelle nella fede, Chiesa di Cristo, perché insieme possiamo davvero diventare «collaboratori della gioia» (2Cor 1,24) dei giovani che ci sono affidati dall’amore del Padre.

  1. I giovani: forza preziosa e fragile bene per l’oggi del mondo

     «Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci – come adesso fate voi, oggi – a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio d’insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo» (Regno-doc. 15,2016,476). Così si rivolgeva papa Francesco alle migliaia di giovani accorsi a Cracovia l’anno scorso per la celebrazione della Giornata mondiale della gioventù.

     È nei cuori giovani, nei loro desideri, nei loro sguardi capaci di sogni e di futuro che possiamo rintracciare la profezia del Regno.

     E sono tante e luminose le testimonianze dei ragazzi e delle ragazze che s’impegnano in modo generoso in progetti di volontariato, in iniziative volte al bene comune, grazie a esperienze come quelle del servizio civile, dell’anno di volontariato sociale europeo o che hanno modo di sperimentare servizio, testimonianza e condivisione anche in percorsi animati a livello ecclesiale.

     Sono la gioventù piena di coraggio, di visione e di energia per il cambiamento, per l’edificazione del Regno. È importante riportare l’accento su questa visione, assai distante da quella che quotidianamente rintracciamo nella narrazione dei media e nel conversare degli adulti.

     La pericolosa generalizzazione delle analisi sociologiche e delle categorie descrittive finisce per confondere tutto in una prospettiva cupa, che vede tutti i ragazzi senza voglia di futuro, senza idee e desi-deri su di sé e sul mondo, spesso fuori dall’educazione e dal lavoro, immobili nel limbo delle «passioni tristi».

  1. I giovani al centro della comunità civile: una questione di giustizia

     È vero che la bellezza luminosa dei ragazzi è oggi più che mai un bene fragile, misurato a un’attualità di individualismo, di conflitti e di povertà diffusa, spesso frutto di scelte irresponsabili e di politiche distratte. In Italia, oggi, un ragazzo su cinque non lavora e non studia; l’Italia è terza in Europa per il tasso di disoccupazione giovanile e chi lavora lo fa spesso con contratti precari, atipici e guadagna molto poco. Anche le misure sociali di sostegno ai giovani sono poche e deboli e sono ormai moltissimi quelli che scelgono di lasciare il nostro paese in cerca di un futuro migliore.

     Di fronte a questo scenario, la Chiesa non può rimanere in silenzio. Porre di nuovo con forza il tema dei giovani e del lavoro, del loro diritto non solo ad avere un’occupazione, ma a poter far crescere i propri talenti e a contribuire all’edificazione di una società migliore, è una questione di giustizia.

     Investire sulle politiche giovanili, individuare strumenti adeguati per la formazione e per l’avviamento al lavoro dei ragazzi diventa una sfida per la tenuta democratica e costituzionale del nostro paese. A questo riguardo, iniziative come il progetto Policoro, da anni promosso dalla Conferenza episcopale italiana, testimoniano un’attenzione e una sollecitudine sincera della Chiesa verso la partecipazione giovanile alla vita del paese.

  1. I giovani e la fede

     Una recente indagine dell’Istituto Toniolo ha gettato una luce importante sul rapporto tra i giovani e la fede. Dai dati raccolti è emerso che ancora esiste con forza un dialogo interiore dei ragazzi con Dio, ma la loro percezione del divino è spesso modulata in modo molto personale. I ragazzi raccontano con disarmante chiarezza la loro fatica a capire il linguaggio della Chiesa e a partecipare alle sue liturgie. Ci dicono che il cattolicesimo è spesso confuso con una «pratica istituzionale» e l’iniziazione catechistica alla vita di fede è sentita come un obbligo pesante, incapace di dare significato alle loro esistenze.

      I ragazzi raccontano dunque non solo di loro, ma anche delle nostre comunità. I ragazzi non riconoscono alla Chiesa la voglia di sapere chi sono i giovani di oggi, né la curiosità appassionata di ascoltarli per davvero. Sono stati spesso delusi e non è raro che si siano sentiti fuori posto, al punto da pensare che la fede non li riguardasse più, fosse una cosa di un altro tempo, ormai passato.

     La Chiesa può guardare questa ferita di assenza nel rapporto col mondo giovanile, e può eleggerla a feritoia, luogo privilegiato da cui tendere la mano. Invitiamo i ragazzi oggi a prendere posto nella comunità cristiana. Diamo loro un posto da protagonisti, immaginiamo insieme a loro luoghi e tempi dove stare bene insieme. La loro bellezza coraggiosa e nascosta racconta Dio in pienezza, ma chiede l’umiltà e l’apertura all’accoglienza, proprio come davanti al Dio difficile da comprendere nel bambino che giace a Natale in una stalla.

     Alla Chiesa, di fronte al mistero dei ragazzi, è chiesta la pazienza di farsi loro compagna di strada, l’energia costosa dell’attesa, la fatica del non comprenderli sempre, ma la fiducia incondizionata nel seme di bene che tengono custodito e a volte nascosto. Molti ragazzi non frequentano ormai più le nostre parrocchie. Per questo, oggi non basta più aspettarli. Siamo, piuttosto, chiamati al viaggio, alla ricerca. Possiamo andare incontro al figlio perduto, fare festa nell’abbracciarlo, percorrere tutta la strada fino a lui, cercarlo come la moneta perduta, come la più preziosa delle pecore del gregge, quella smarrita.

     Non basta più aspettare che arrivino a noi, bisogna attrarre a Cristo, invitare all’incontro con la gioia del Vangelo, annunciare la vita piena, chiamare per nome ciascuno di loro. Auspichiamo dunque che aumentino le iniziativa pastorali dedicate ai ragazzi, che si rinnovino i linguaggi, si moltiplichino i luoghi di riflessione condivisa sugli strumenti, si scelgano segni semplici e un modo di comunicare alla loro portata, capace di raggiungerli.

  1. La coraggiosa bellezza di Davide

     In questo nostro conversare sui ragazzi, viene alla mente l’icona biblica di Davide che affronta Golia (1Sam 17,13-20).

     Il giovane pastorello si era recato sul luogo della battaglia non come soldato, ma per portare viveri ai fratelli e prendere informazioni su di loro e la loro paga, da portare a casa. Quando ha visto Golia, il filisteo, avanzare contro le schiere di Israele terrorizzandole si è proposto per il duello. Il re non l’ha preso sul serio: «Tu non puoi andare contro questo filisteo a batterti con lui: tu sei un ragazzo». Ha insistito chiedendo di essere messo alla prova e con in mano il bastone e una fionda, cinque ciottoli lisci di torrente nella bisaccia, e tanta fede in cuore, Davide, un ragazzo, ha vinto contro ogni ragionevole previsione il gigantesco guerriero, salvando il suo popolo e diventando l’eroe.

     Sono grandi le opere affidate alle vite semplici dei ragazzi. Possiamo dare fiducia alle loro azioni, incoraggiare il loro coraggio, assecondare la loro voglia di tentare, per quello che sono, con i loro desideri, i talenti sotterrati, le fragilità e i confusi sogni.

     Abbiamo la responsabilità grande di prendere sul serio i loro sogni, la possibilità che intimamente racchiudono; favoriamo la voglia confusa di partecipare attivamente alla storia, come Davide alla battaglia. Diamo loro cittadinanza nelle nostre città e anche nelle nostre Chiese.

  1. Ci siete cari!

     E a voi, cari giovani, a voi dei quali così lungamente abbiamo parlato, diciamo con tanto affetto: siate coraggiosi e appassionati! reclamate quello che vi spetta! sognate alla grande! ingaggiateci nel dialogo e nelle relazioni! sfidateci alla coerenza! spingeteci al viaggio!

     E nell’augurarvi un buon Natale, vi chiediamo ancora: cerchiamo insieme la strada verso Betlemme, per incontrare questo Dio bambino dalla tenerezza rivoluzionaria, dalla sconfinata vicinanza, che si fa uomo tra gli uomini, ultimo tra gli ultimi e ci chiama all’avventura entusiasmante del Vangelo.

     Anche noi sentiamo per voi quello che san Paolo sentiva per la comunità dei Tessalonicesi: «Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1Ts 2,8).

I vescovi delle diocesi toscane

18 anni!

Arcivescovo di Milano

      18 anni! Mi immagino che molti ragazzi e ragazze nati nel 2000 si preparino alla festa del loro diciottesimo compleanno durante questo 2018. I nati del 1999 hanno appena finito i loro festeggiamenti.

     Auguro che per tutti sia una festa: la festa di essere vivi, la festa di essere giovani, la festa della responsabilità. Anche se non per tutti la vita è stata facile in questi 18 anni, anche se molti hanno già attraversato dure prove per motivi di salute, per relazioni tempestose con i genitori o nelle esperienze affettive, per problemi economici o d’inserimento negli ambienti della scuola o dei coetanei, tuttavia la grazia della vita rimane un dono inestimabile. La festa per i 18 anni è quindi anzitutto occasione di gratitudine.

     La festa forse meno pensata e apprezzata è quella della responsabilità: della responsabilità, infatti, si tende a mettere in evidenza il peso, il rischio, i fastidi. Per questo si preferisce «scaricare le responsabilità»: pretendere libertà, aspettarsi i servizi che gli altri sono chiamati a rendere, ma evitare di assumersi le responsabilità e di esercitarle.

     Però festeggiare così i 18 anni è come restare bambini: certo si è diventati grandi, ma in realtà si è rimasti nella condizione di essere accuditi, assistiti, accontentati. Allora la festa non è più davvero tale, ma è un divertimento che assorda, intontisce, stanca. Diventare adulti e cominciare a esercitare le responsabilità è invece motivo di festa perché dà la fierezza di essere utili, di contribuire al bene degli altri, di mettere mano all’impresa di rendere migliore il mondo.

     A 18 anni si può prendere la patente e incominciare a guidare: la libertà si allarga alla possibilità di viaggiare, di visitare persone e paesi, di dare un passaggio agli amici e ai nonni. È una grande responsabilità che richiede attenzione, vigilanza, sobrietà, prudenza. Quanto bene può fare chi guida bene! Ma anche quanto male a sé e agli altri, se lo fa con imprudenza e incompetenza!

     A 18 anni si diventa pienamente responsabili dei propri atti a livello civile e penale: la libertà si confronta con la legge come garanzia del bene comune, del rispetto dei diritti di tutti. È il segno che l’appartenenza alla comunità non è solo il diritto di ricevere prestazioni, ma anche il dovere di rispettare le regole e di partecipare con le proprie risorse e con il proprio comportamento alla convivenza dei cittadini.

     Vorrei però mettere l’accento su tre aspetti della «maggiore età» che meritano di essere particolarmente raccomandati ai 18enni e a tutti i maggiorenni. 

La fierezza e la bellezza di partecipare

     A 18 anni si sperimenta, io credo, una specie di contraddizione tra il fatto di «avere tutti i diritti e doveri» di un adulto, e l’impressione di «non poter fare niente». Un 18enne nel nostro paese è considerato «troppo giovane», e le possibilità effettive di avere un vita propria, un’abitazione propria, un’attività propria, un’autonomia reale sono molto ridotte: per lo più il giovane dipende ancora in tutto dalla sua famiglia.

     Mi sembra opportuno reagire a questa percezione d’impotenza e mi piacerebbe seminare nei 18enni la persuasione di essere presenza attiva, significativa, preziosa per la società e la Chiesa di oggi. Per questo è necessario scuotersi dalla comoda condizione del dipendere che induce ad aspettarsi tutto dagli altri: occorre piuttosto introdursi nella fierezza e nella bellezza del partecipare. Sei parte della società e la tua partecipazione ne decide la qualità; sei parte della comunità cristiana e la tua partecipazione ne determina il valore. Se tu manchi viene a mancare un patrimonio, e se tu non partecipi ti riduci a essere un peso solitario.

     Per esprimere questa partecipazione attiva e costruttiva mi permetto di ribadire un criterio che sembra quantitativo ma che in realtà è «spirituale»: si tratta della legge delle decime. È una legge che non impone una tassa, ma suggerisce di vivere l’appartenenza alla società e alla comunità con un contributo significativo. La legge delle decime consiglia di considerare quello di cui ciascuno dispone realmente come se avesse una «destinazione comune»: cioè il tempo che ho non è solo per me, ma per la condivisione. Perciò, tanto per fare un esempio: ogni dieci ore dedicate allo studio, un’ora potrebbe essere dedicata a chi fa fatica a studiare; ogni dieci ore dedicate allo sport, un’ora potrebbe essere dedicata a chi non può fare sport. Lo stesso vale per i soldi, i libri, la musica eccetera.

Il primo voto

     A 18 anni si acquisisce il diritto-dovere di votare per esprimere le proprie scelte in campo politico e amministrativo. Scegliere le persone e le forze politiche che devono governare la nazione ed esercitare responsabilità amministrative in regione o in città è un’espressione di quella responsabilità per il bene comune che rende cittadini a pieno titolo. Nel nostro tempo «la politica» è spesso circondata da una valutazione così negativa e da pregiudizi così radicati che si può essere scoraggiati dall’intraprendere ogni impegno e ogni iniziativa in questo campo.

     Ma ora è necessario che le cose cambino, perché la politica è l’esercizio della responsabilità per il bene comune e per il futuro del paese; e chi può avviare un cambiamento se non uomini e donne che si fanno avanti e hanno dentro la voglia di mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo?

     Mi torna in mente il discorso di Pericle agli Ateniesi in un momento drammatico della guerra del Peloponneso: «Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa».[1]

     Per questo rivolgo un appello ai 18enni e a tutti i giovani: io credo che voi potete informarvi, potete pensare, potete discutere, potete farvi un’idea di quale direzione prendere e di cosa fare del vostro voto, il vostro primo voto! Un segnale di un’epoca nuova. Non cambierà tutto in una tornata elettorale; ma certo con l’astensionismo non si cambia niente!

     Voi potete pretendere che vi siano chiariti i programmi, le intenzioni dei candidati che si presentano, le procedure di verifica di cui i cittadini dispongono; voi potete mettervi insieme per far valere le priorità che vi stanno a cuore e per individuare le persone e le forze politiche che se ne fanno carico.

     Forse qualcuno di voi può anche farsi avanti per rappresentare gli altri nelle liste per le elezioni amministrative e diventare voce che tiene vive le istanze dei giovani là dove si affrontano le questioni rilevanti per la città.

     Io ho fiducia che questa vostra generazione può reagire all’inerzia, allo scoraggiamento e all’individualismo, e dare un segnale a tutti gli adulti e alla classe politica e amministrativa di un rinascere del desiderio di partecipare, di contribuire al bene comune, di cercare vie per dare forma al «buon vicinato» che rende desiderabile vivere gli uni accanto agli altri e appartenere alla comunità.

La domanda sul futuro

     I 18 anni sono il tempo opportuno per guardare al futuro personale. L’avvicinarsi della conclusione di un ciclo scolastico pone la questione sul dopo: che cosa farò finite le superiori? La domanda sul futuro rischia di essere affrontata come la scelta di un prodotto al supermercato: tra le tante offerte, quale sarà la più conveniente?

     Invito invece a riconoscere che nessuno deve sentirsi solo quando si trova di fronte alle decisioni fondamentali. Riconoscere che la vita è dono di Dio e che Dio desidera la nostra gioia induce a sentirlo alleato e a dialogare con lui perché la vita si riveli nella sua verità, come vocazione alla gioia e come responsabilità di far fruttare i talenti ricevuti. Compiere 18 anni deve quindi essere l’occasione per liberarsi da un’immagine infantile di Dio, della preghiera, della vita, per leggere nel Vangelo la rivelazione della verità di Dio e della sua volontà, e per prendere la parola di Dio come «lampada per i passi» da compiere.

     In questo cammino nessuno deve sentirsi solo, né pensare che si è tanto più liberi quanto più si è so-
li: perciò il gruppo degli amici, l’inserimento in un contesto comunitario, la testimonianza degli adulti, il riferimento personale a una guida saggia (un prete, una suora, un uomo o una donna di Dio) sono l’accompagnamento necessario per guardare al futuro con fiducia, per imparare ad avere stima di sé e per scrivere la propria vita adulta e la preparazione alle scelte definitive con fantasia e realismo, con libertà e responsabilità.

     Vorrei che per tutti il compimento dei 18 anni fosse una festa: nessuno si lasci convincere da quelli che dicono che non c’è niente da festeggiare!

     La festa che propongo, la festa alla quale invito è quella che celebra la bellezza della vita e che si assume la responsabilità di rendere bella questa stessa vita, per sé e per gli altri.

     La politica e la vocazione sono le sfide più audaci e le occasioni più preziose: buon compleanno, 18enni!

     Se tu hai qualche cosa da dire al vescovo, io ti ascolto volentieri; se hai delle proposte da fare, le valuterò con attenzione (scrivimi all’indirizzo arcivescovo@diocesi.milano.it); se tu e i tuoi amici ritenete che sia interessante incontrarci per condividere riflessioni, domande, speranze, possiamo provare a organizzarci. Intanto non voglio perdere l’occasione di invitarti al prossimo evento diocesano che convoca ogni anno i 18enni e i giovani: la veglia in traditione symboli, che si celebrerà in duomo sabato 24 marzo alle ore 20.45. Ti aspetto!

     Auguri per i tuoi 18 anni!

@ Mario Delpini,

arcivescovo

 

      Milano, settimana dell’educazione, gennaio 2018.

 

Sognate!

Arcivescovo di Chieti-Vasto

Miei carissimi giovani,

     sono il vostro vescovo, il padre e il fratello che Dio ha scelto come guida della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca così ricca di sfide e di attese, che ci è dato di vivere. Vi scrivo perché siete al centro dell’attenzione del mio cuore, specialmente in questo tempo in cui su invito di papa Francesco tutta la Chiesa riflette su di voi, con voi e per voi, preparandosi al prossimo Sinodo dei vescovi a voi dedicato. Non vi scrivo per dirvi che cosa dovete fare, ma per invitarvi a sognare, certo che – se saprete sognare a occhi aperti – la vostra vita potrà diventare un po’ alla volta quello che di più bello sognate.

     È quello che è successo anche a me da quando ho incontrato Gesù e ho scoperto la mia vocazione: è anche per questo che ve ne parlo! Il sogno che intendo non è fuga dalla realtà o presunzione di realizzare l’impossibile: è, invece, la sfida a volare alto, a vedere l’invisibile e ad amare con l’amore che viene da Dio, quell’amore che ci invita a fare della nostra vita la realizzazione del suo progetto per ognuno di noi, spendendola con gioia al servizio suo e degli altri. Dom Helder Camara – un vescovo brasiliano vissuto alcuni anni fa, vero testimone di Gesù, amico e servitore dei poveri – amava ripetere: «Beati quelli che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato». E un altro grande pastore dell’epoca stupenda del concilio Vaticano II, il cardinale belga Leo J. Suenens, affermava: «Beati quelli che sognano e sono pronti a pagare il prezzo più alto perché il loro sogno prenda corpo nella vita degli uomini».

     Sono due le espressioni del sogno di Dio che vorrei condividere con voi: la speranza e il servizio, che nasce dalla carità. Sono certo che la vostra presenza attiva e responsabile nella comunità cristiana, come nella società civile, potrà arricchire tutti e spingerà ciascuno a sognare insieme con gli altri e a realizzare così il sogno che ci è stato mostrato in Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, nel quale l’amore eterno ha preso carne fra noi. Vi chiedo perciò: siete disposti a interrogarvi sul senso della vostra vita in ascolto di Gesù e dialogando con lui, per imparare a sognare a occhi aperti ed essere protagonisti di un domani migliore per tutti?

     Quale bellezza il vostro cuore cerca, quella del consumismo, che sembra saziare ma poi lascia vuoti, o quella di un amore così grande, che possa occupare tutti gli spazi dell’anima e porti a fare scelte generose ed esigenti, come è solo l’amore di Dio? Sapete che il Signore Gesù ha chiamato e chiama a seguirlo nella via della fede e dell’amore tanti giovani come voi, che in lui hanno trovato la forza di amare e la gioia di tutta la vita? Il Dio in cui crediamo è l’amico dei giovani, non il loro concorrente, è il loro vero garante e salvatore. Nel suo progetto su ciascuno di voi al primo posto c’è la chiamata alla solidarietà, alla responsabilità verso gli altri e verso il creato, all’amore che non deluderà mai.

     La sfida con cui vi invito a misurarvi, allora, è quella a volervi pienamente umani, non nella solitudine di un egoismo sazio e prigioniero di sé, ma nella comunione di un patto di solidarietà e di alleanza con gli altri e con Dio, il cui amore tutto avvolge ed è misura piena e definitiva di ogni scelta vera, giusta e bella. Se accetterete questa sfida potrete contribuire a rendere il mondo migliore per tutti. Lo aveva intuito il concilio Vaticano II, con parole che restano un programma di vita e un messaggio di speranza per ognuno di noi: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Costituzione Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 31; EV 1/1417).

     Vorrei incoraggiare tutti voi, secondo le capacità e possibilità di ciascuno, a trovare queste ragioni che danno senso alla vita e a organizzare insieme la speranza per tirare nel nostro presente qualcosa del futuro promesso da Dio, radioso della sua bellezza. Provate a parlare di ciò che vorreste essere e fare con chi vi ama: i vostri cari, i vostri insegnanti, i sacerdoti e i catechisti, che vi hanno fatto conoscere Gesù, i testimoni più credibili di lui, che avete incontrato. Nei tanti incontri che ho con voi – nelle parrocchie, nelle scuole, all’università o nei Laboratori e Dialoghi della fede – potete parlarne anche con me o, se preferite, fatelo scrivendomi via email. E pregate per coloro per cui siete tanto importanti, a cominciare da me.

      Soprattutto, chiedete con fiducia al Signore d’illuminarvi e di riscaldare il vostro cuore con il suo amore. Se volete, fatelo con questa preghiera che ho scritto per voi.

      Signore, aiutami a comprendere che il vero, grande viaggio della mia vita è quello verso la profondità di me stesso, dove tu, che mi hai creato, mi attendi per dirmi parole d’amore e aiutarmi a comprendere e realizzare il progetto che da sempre hai pensato per me.

      Fa’ che io non fugga davanti al fuoco del tuo amore, accetti anzi di arrendermi al tuo abbraccio per andare non dove forse avrei voluto, ma dove è bene per me e per coloro cui mi mandi e che mi affidi.

      Fa’ che io sappia dirti con umiltà e coraggio: Eccomi! – come un giorno disse, rispondendo all’Angelo dell’annuncio, la giovane donna Maria. Sia lei, come tenera madre, ad accompagnare questa consegna di tutto me stesso a te, per lasciarmi condurre con docile fiducia ai pascoli della vita che hai preparato per me.

      E fa’ che riconosca nella tua Chiesa, comunità di fratelli e sorelle uniti nel tuo amore, il grembo vitale dove il mio sì diventerà possibile e la mia gioia piena, nel tempo e per l’eternità. Allora, riconoscerò rivolta a me la tua parola di promessa e di missione, e il tuo sogno si compirà nella mia vita per i sentieri dove tu mi condurrai e in coloro cui mi invierai, dandoci la felicità per la quale ci hai chiamato a esistere e che il tuo Figlio non cessa di annunciarci e offrirci nella forza del tuo Spirito d’amore. Amen. Alleluia!

 

Osate cambiare

Vescovo di Bolzano – Bressanone

Carissimi giovani!

     Insieme abbiamo condiviso alcune bellissime esperienze che mi hanno permesso di ascoltarvi. La vostra apertura e la vostra fiducia mi hanno profondamente toccato e, spesso, ripensando alle vostre storie, rivedo i vostri volti. Mi colpisce la gioia con la quale affrontate la vita, la vostra lealtà nei confronti degli amici e l’attenzione per i familiari, così come il vostro profondo desiderio di trovare risposte alle domande che inquietano l’esistenza e l’urgenza di trovare un senso a questa vita.

     Qualcuno, tuttavia, ritiene che voi giovani di oggi abbiate una vita relativamente facile: quasi tutti in questa nostra terra altoatesina godono dei beni necessari alla vita quotidiana, hanno accesso a una formazione adeguata e a molteplici occasioni di svago in una natura meravigliosa. Tantissime sono le possibilità tra le quali poter scegliere. Tutto questo però non deve trarre in inganno. Oggi più che mai essere giovani significa anche camminare su una slackline, perché molte sono le difficoltà, i dubbi e le vertiginose contraddizioni tra le quali dovete apprendere l’arte del camminare in equilibrio avendo ben chiara la meta.

     Tante sono le domande che rischiano di paralizzarvi. Quale via tra le tante è quella giusta da seguire? Quale cammino può condurre alla vera felicità e come posso mettere a disposizione le mie capacità? Come riuscirò a costruire con successo la mia vita, a formare una famiglia e a provvedere a essa? Come trovare un lavoro che permetta di sviluppare le mie capacità e di realizzare i miei desideri, oltre a trovare stabilità economica? Inoltre il veloce progresso tecnologico ci pone di fronte all’interrogativo: come può migliorare il nostro mondo e come invece rischia di essere impiegato semplicemente come inefficace antidoto alla solitudine, quando non addirittura contro la dignità dell’essere umano?

     Se ampliamo lo sguardo al di là delle nostre case per guardare il mondo intero proviamo, a volte, un senso di disperazione: frontiere indurite dal tempo dividono i popoli; uomini, donne, bambini vivono in situazioni di dolore e di necessità indicibili; molti restano senza una patria, diventando stranieri «per sempre» e «ovunque». Catastrofi ambientali e danni climatici sono all’ordine del giorno. Sentiamo parlare di terrorismo, violenza e corruzione, ma tutto questo non avviene soltanto lontano da noi, da qualche parte sul nostro pianeta, ma accade anche vicino a noi e tra di noi. In tali momenti non mi meraviglia che i giovani gettino la spugna e si arrendano di fronte alla mancanza di prospettive.

Speranza & coraggio

     Ascoltandovi però ho percepito anche il vostro profondo desiderio e la vostra decisa volontà che vi spingono a desiderare un cambiamento, a desiderare un mondo migliore. Ciò mi riempie di speranza e per questo vi dico: Abbiate coraggio! Osate! Siate voi la chiave del cambiamento! Non concedete spazio nel vostro cuore alla disperazione, non permettete che la rassegnazione abbia in voi il sopravvento! Al contrario: fatevi forza! Fate il primo passo proprio ora! In ogni luogo del mondo e anche nella nostra terra non mancano esempi di come tanti piccoli primi passi possano cambiare il mondo e aprirlo a una nuova realtà.

     Guardatevi attorno, alla vostra vita quotidiana, alle esperienze di tutti i giorni, con uno sguardo attento e un cuore vigile e iniziate da ciò che vi indigna e vi smuove per cambiarlo.

Dignità umana

     Quando vi chiedete a che cosa potete orientarvi e che cosa è veramente importante, affidatevi alla vostra sensibilità per la dignità umana, al vostro desiderio profondo di relazioni «riuscite», di amicizie vere e dell’essere l’uno per l’altro. Percorrete vie che permettano alle persone, nella nostra terra altoatesina e ovunque nel mondo, di vivere nella libertà!

     Ognuno di noi è un essere unico e questa nostra unicità si esprime e si sviluppa solo nella libertà, la stessa libertà che ci spinge ad assumere responsabilità. Ma che cosa significa «assumere responsabilità»? Significa «farsi un’opinione» e scegliere di mettere in pratica ciò che si è riconosciuto come buono e giusto, affinché il mondo di domani sia un pochino migliore e abbia un volto più umano. Anche se talvolta non sembra: ognuno di voi può dar vita a qualcosa di unico.

     Non abbiate paura! Vivete la vostra responsabilità! Guardate come il bene si fa strada nel mondo dove uomini e donne iniziano a fare il bene, concretamente, a piccoli passi!

Solidarietà

     Nessuno di noi basta a se stesso. È insito nel nostro essere persone fare affidamento sugli altri, permettere che altri si prendano cura di noi. Ciò si esprime in modo del tutto particolare – ma non solo – quando veniamo al mondo. Cogliete il vero quando affermate quanto siano importanti nella vostra vita l’amicizia e la famiglia. Volgersi verso gli altri ed essere solidali con loro nel bisogno è la risposta a tutto ciò che nella nostra vita abbiamo ricevuto di gratuito e impagabile.

     Quest’attenzione non deve essere rivolta solo a persone che sentiamo vicine perché unite a noi da legami famigliari o di amicizia, no! Quest’attenzione deve estendersi a tutti gli uomini che si trovano in necessità e hanno bisogno del nostro aiuto, perché è così che si esprime il profondo rispetto per la dignità della vita umana! Non è spaventoso e insieme incoraggiante il pensiero che tante persone potrebbero avere il necessario per vivere, se solo riuscissimo a distribuire le risorse in modo più giusto e se iniziassimo a modificare solo di un po’ il nostro consumo indiscriminato e segnato dalla cultura dell’usa e getta? Tuttavia vedere quanto vi stia a cuore che il mondo e la società si comportino in modo più giusto, vedere che molti di voi sono disposti a condividere e aiutare, mi riempie di speranza e gratitudine.

     Non pochi di voi offrono tempo ed energie per stare accanto a coloro che si trovano in situazioni di necessità, all’interno sia di associazioni sia di organizzazioni umanitarie, in occasione di iniziative di solidarietà o, in modo meno «spettacolare», là dove c’è bisogno di un cuore compassionevole e di una mano pronta ad aiutare.

Iniziativa personale e bene comune

     Non accontentatevi di attendere che siano i governanti o coloro che detengono il potere a risolvere i problemi, ma approfittate delle occasioni che vi si presentano oggi! Fin da subito potete decidere di utilizzare mezzi di trasporto eco-sostenibili e di contrastare lo spreco; già oggi potete decidere, quando possibile, di acquistare capi di abbigliamento prodotti da lavoratori e lavoratrici per i quali il lavoro non sia una condanna ma un mezzo per condurre una vita dignitosa. Oggi stesso, con il vostro comportamento, potete favorire uno sviluppo economico equo e degne condizioni di vita, che assicurino un futuro non solo a noi, ma anche alle generazioni a venire. Proprio oggi potete impiegare le vostre capacità, le vostre conoscenze tecniche, linguistiche e culturali, le vostre doti creative per mettere in pratica le vostre idee e fornire così un contributo personale e insostituibile per la soluzione dei problemi di cui siete consapevoli.

     Vivendo così, non realizzate soltanto voi stessi, ma date una forma profondamente cristiana alla società e al mondo. Trova così un’espressione visibile ciò che chiamiamo «vocazione cristiana». Ve l’assicuro come vescovo che, se così vivete, seguirete già la chiamata di Dio, una chiamata che non si abbatte dal cielo come un fulmine a ciel sereno, non si leva come una voce dal nulla, ma si manifesta come un invito alla vita in mezzo alle gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del nostro quotidiano. Il fatto che siate pronti a rispondere a questa chiamata riempie me stesso – e con me tanta gente – di gioia e gratitudine profonda e di speranza per il futuro del mondo e il futuro della Chiesa!

     Esprimo infine l’augurio che il percorso in preparazione alla Pasqua ci riempia di speranza, per guardare con fiducia nuova a quelle situazioni che ci paiono ormai «irrecuperabili», perché troviamo il coraggio di lasciarci guidare dal nostro profondo desiderio che tutti gli uomini possano avere pienezza di vita! Vi saluto nella certezza che il Dio della vita ci accompagna con amore lungo tutte le nostre vie!

     Vi sono particolarmente vicino, di tutto cuore, il vostro vescovo

@ Ivo Muser

     Bolzano, 11 marzo 2018, IV domenica di Quaresima.

Il dono dell’eucaristia

Vescovo di Trento

    L’apostolo Paolo, questa sera, ci ha riferito azioni e parole di Gesù pronunciate in quella stanza «al piano superiore, arredata e già pronta per la cena pasquale».

     Egli «prese del pane». Il pane è dono di Dio ed è, al contempo, frutto del lavoro dell’uomo. Già questa è una formidabile rivelazione: Dio e l’uomo giocano insieme la partita della vita. Dio non è estraneo alla vita dell’uomo. Lo stupore di questa sera è trovare seduto a tavola con noi il nostro Dio.

     Gesù «rese grazie». Spiazzante e bellissimo un Dio che rende grazie. È nel rendimento di grazie che si genera relazione, incontro, promessa di futuro. Non c’è amore senza rendimento di grazie.

     «Questo è il mio corpo che è per voi»: il corpo dato, che biblicamente indica la persona nella sua interezza, è il vero lifting che impedisce al corpo stesso e alla persona di morire. Lo conferma anche la notazione che facciamo quando se ne va una persona che si è spesa per gli altri: con le espressioni più varie dichiariamo che egli continua a vivere.

     «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue». Dove sta la novità? Che cosa c’è di nuovo in quel sangue versato? Perché quel sangue continua a essere nuovo? Quel sangue custodisce l’amore senza misura, la rinuncia totale a qualunque forma di odio e di vendetta. Il dono è il vero motore della vita: non aspetto il passo dell’altro, ma gioco io per primo. In quella cena piena di disgregazione e di tensione, abitata da lotte e invidie, Gesù è irriducibile nel proporre comunione, condivisione, nuova alleanza.

     La morte che per natura separa e disgrega, nel morire di Gesù si trasforma in fonte di riconciliazione e di pace. L’eucaristia ci regala la partecipazione a questa meraviglia. E diventa profezia, proclamando che la storia è in mano alla vita.

     «Fate questo in memoria di me». Gesù vuole che il suo morire e il suo risorgere, prova tangibile dell’amore gratuito di Dio, non restino un fatto del passato, ma diventino attuali, contemporanei, messi a disposizione degli uomini e delle donne di ogni epoca e di ogni luogo.

     Cari giovani, quanto vorrei che poteste sperimentare così l’eucaristia! Quanto dobbiamo ancora darci da fare come Chiesa, perché così la possiate vivere. Quali straordinarie risorse potrebbe darvi, per affrontare gli anni della vostra vita, l’essere messi a contatto con il dono di Gesù, voi che contrariamente a quanto si dice, non siete secondi a nessuno sul terreno della gratuità e del servizio. Come vescovo sento la responsabilità di far di tutto perché possiate amare l’eucaristia!

     Celebrando l’eucaristia, proclamiamo la morte del Signore, cioè proclamiamo che si diventa padroni del mondo e della storia servendo e abbassandosi. Anziché, come normalmente si pensa, innalzandosi e facendosi servire.

     Quando facciamo memoria di Gesù, nella celebrazione dell’eucaristia, convochiamo l’intera storia e l’intera umanità. Annunciamo con speranza che la storia non sta camminando verso la dissoluzione, ma verso il compimento. Non verso la separazione, ma la riconciliazione.

@ Lauro Tisi,

vescovo di Trento