I giovani nel mondo interculturale di oggi

 

Diego Mesa[1]

 

La sociologia si è interessata della giovinezza perché si tratta di un fenomeno che, pur avendo un ancoraggio nella struttura biologica e psicologica degli esseri umani, trova una compiuta definizione soltanto sul piano sociale e culturale. Che l’età rappresenti in sé un fondamentale fattore di regolazione delle aspettative e delle condotte umane non è certo un’acquisizione recente.

Il merito delle scienze storiche e sociali è semmai quello di aver mostrato come il fattore età è declinato in modo variabile in contesti diversi, evidenziandone l’intima connessione con le condizioni di vita materiali, con le strutture simboliche e relazionali di ciascuna specifica collettività. In questo senso si può affermare che l’analisi scientifica abbia contribuito a svelare il carattere costitutivamente sociale e culturale dell’età e delle sue articolazioni in fasi o periodi (infanzia, preadolescenza, adolescenza, giovinezza, età adulta, terza e quarta età…).

Sebbene “adolescenza” e “giovinezza” sono spesso usati come sinonimi, storicamente il primo termine è stato utilizzato nel contesto psicologico (Hall 1904) per descrivere il processo di sviluppo e maturazione fisica, emozionale, sessuale e intellettuale degli individui, mentre il secondo è stato impiegato negli studi storico-sociologici per indicare il processo tramite il quale gli individui acquisiscono uno status adulto in un dato contesto e in una data epoca.

Mentre l’adolescenza si riferisce in genere al periodo di tempo della pubertà (tra i 12 e i 18 anni circa), la durata dell’apprendistato sociale della giovinezza è molto variabile, e nelle società moderne tende ad ampliarsi (Furlong, Cartmel 1997: p. 42).

Le trasformazioni radicali degli ultimi anni richiedono un adeguamento degli strumenti analitici con i quali ci si approccia allo studio dei giovani.

Non si pone solamente la necessità di rivedere i termini della questione giovanile, ossia di aggiornare la mappatura dei rischi e dei problemi associati alla condizione dei giovani all’indomani della lunga recessione indotta dalla crisi economico-finanziaria internazionale.

In discussione è il modo stesso di considerare l’età giovanile in rapporto alle altre età della vita nelle mutate condizioni delle società della globalizzazione.

 

 

Giovani nel mondo: aspetti demografici

Secondo i dati delle nazioni unite nel 2015 i giovani tra i 15 e i 24 anni sono 1.194.500, pari al 16% della popolazione mondiale, stimata in 7.383.000 abitanti. Sei giovani su dieci, si trovano in Asia, il continente più popoloso, e quasi due su dieci in Africa, il continente più giovane (Fig.1).

Poco meno di un giovane su dieci si trova in America latina. I giovani dell’America del Nord, Europa e Oceania insieme sono poco più di un decimo del totale.

 

 

Fig.1 – Popolazione 15-24 anni per continenti – anno 2015 – valori percentuali

United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2017). World Population Prospects: The 2017 Revision, DVD Edition.

In America del Nord, Oceania ed Europa i giovani non soltanto sono di meno in valore assoluto rispetto alle altre aree continentali, ma lo sono anche in relazione alle altre fasce d’età (Tab.1). La quota di popolazione over 24 anni in queste aree è ampiamente sopra il 60% con punte del 73% in Europa (77% in Italia). In queste aree i giovani possono rappresentare una risorsa preziosa in quanto limitata, ma anche un segmento minoritario con uno scarso peso e voce nei processi decisionali. Se in Asia ed America latina la popolazione over 24 è sopra il 50%, in Africa soltanto 4 abitanti su dieci hanno più di 24 anni, 2 su dieci ne hanno tra 15 e 24 e quattro su dieci hanno meno di 14 anni. In queste aree i giovani rappresentano un grande serbatoio di energie e vitalità che, se non adeguatamente orientate verso processi di partecipazione alla vita sociale, economica e culturale, possono trasformarsi in una forza dirompente.

Tab.1 – Fasce d’età per continenti – anno 2015 – valori percentuali

popolazione Quota

0-14 anni

Quota

15-24 anni

Quota

25 anni e oltre

Totale
WORLD 7 383 009 26% 16% 58% 100%
AFRICA 1 194 370 41% 19% 40% 100%
LATIN AMERICA AND THE CARIBBEAN 632 381 26% 17% 57% 100%
ASIA 4 419 898 25% 16% 59% 100%
OCEANIA 39 543 24% 15% 61% 100%
NORTHERN AMERICA 356 004 19% 14% 67% 100%
EUROPE 740 814 16% 11% 73% 100%
Italy 59 504 14% 10% 77% 100%

United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2017). World Population Prospects: The 2017 Revision, DVD Edition.

Nel breve arco di tempo che va dal 2000 al 2015 (Tab.2) la popolazione mondiale è cresciuta complessivamente del 20%. Le dinamiche demografiche sono tuttavia molto differenziate. In Europa l’incremento della popolazione anziana dovuto al miglioramento delle aspettative di vita è stato compensato da un drastico calo dei bambini (-9%) e dei giovani (-19%) tanto che i demografi parlano di un fenomeno di degiovanimento della popolazione che si abbina con quello dell’invecchiamento. Nelle Americhe e in Asia l’aumento della popolazione ha riguardato soprattutto gli adulti, in misura minore i giovani mentre per la fascia 0-14 anni la crescita è stata nulla o addirittura negativa. Questo trend è indicativo di un rallentamento dei processi di espansione demografica. In Oceania e soprattutto in Africa, invece, i tassi di crescita sono elevati anche nella fascia 0-14, ad indicare che queste aree sono ancora in pieno boom demografico.

Tab.2 – Variazioni della popolazione dal 2000 al 2015 – valori percentuali

  Var % 0-14 Var % 15-24 Var % over 24 Var % totale
WORLD 4% 10% 33% 20%
AFRICA 41% 40% 56% 46%
OCEANIA 16% 24% 32% 27%
LATIN AMERICA AND THE CARIBBEAN -4% 8% 41% 20%
ASIA -4% 7% 36% 18%
NORTHERN AMERICA 0% 13% 18% 14%
EUROPE -9% -19% 9% 2%
Italy 0% -15% 8% 4%

United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2017). World Population Prospects: The 2017 Revision, DVD Edition.

Un ultimo aspetto demografico da considerare è che sono soprattutto i giovani a migrare dai propri Paesi d’origine per cercare di costruire un futuro migliore e questo fenomeno è aumentato negli ultimi anni.

A fronte di un aumento della popolazione del 20% nel periodo 2000-2015 l’incremento dei migranti internazionali regolari stimato dall’International Organization for migration[2] è stato del 29% (da 172.700.000 a 243.700.000), in proporzioni superiori rispetto alla crescita della popolazione del medesimo periodo. Questo dato, come vedremo, ha un effetto diretto sulla pluralizzazione e segmentazione dei profili e dei percorsi delle nuove generazioni di giovani e sulla loro forte caratterizzazione in senso interculturale.

 

Le condizioni sociali e le sfide dei giovani nelle aree del mondo

La situazione demografica si inserisce in contesti sociali, economici, culturali e politici specifici che comportano nelle varie aree del mondo vincoli, opportunità e sfide in parte differenti per i giovani. Senza pretesa di esaustività accenneremo ad alcune differenze di condizione in cinque aree del mondo: l’Africa, l’Asia, l’America latina, il nord America e l’Europa.

L’Africa è il continente più giovane del mondo. Secondo le analisi dell’ONU le condizioni socioeconomiche dei giovani africani sono migliorate negli ultimi anni, ma non in modo consistente[3]. C’è stato un aumento dei livelli di istruzione di base negli ultimi 20 anni e il divario di genere nell’istruzione si è ridotto, tuttavia, i giovani africani continuano a incontrare grosse difficoltà negli ambiti dell’istruzione superiore, dell’occupazione, della salute e della partecipazione ai processi decisionali. La crisi finanziaria globale, la povertà, i bassi livelli di partecipazione a livello nazionale e locale ai processi decisionali, infrastrutture carenti e conflitti hanno portato migliaia di giovani a migrare dalle aree rurali a quelle urbane. Molti hanno attraversato i confini in Africa, e altri hanno lasciato il continente, alla ricerca di migliori opportunità educative e mezzi di sostentamento. Anche i giovani insoddisfatti che permangono nei Paesi d’origine sono spesso più propensi delle generazioni più anziane a sfidare attivamente la loro situazione, e diventare una forza socialmente destabilizzante, come dimostrano le crescenti richieste di cambiamento sul continente.

I giovani dell’Asia hanno beneficiato di un forte dinamismo economico e sociale. Il tasso di disoccupazione giovanile è relativamente contenuto sebbene le condizioni di lavoro e i livelli di retribuzione presentino sovente forti criticità[4]. Gli ultimi decenni hanno visto una crescita significativa dell’istruzione secondaria e terziaria. La transizione tra educazione e occupazione è uno dei principali ostacoli che affrontano i giovani. L’accesso all’assistenza sanitaria è ostacolato da barriere economiche, sociali o talvolta legali. Inoltre i giovani asiatici spesso rimangono ai margini per quanto riguarda la partecipazione ai processi decisionali e alla creazione di politiche di sviluppo.

In America Latina, nonostante i giovani abbiano livelli di istruzione più alti rispetto alle generazioni precedenti, affrontano livelli maggiori di disoccupazione e ricevono salari più bassi per via delle crisi economiche e politiche che hanno colpito i diversi Paesi. Lo sviluppo di competenze, l’accesso alle opportunità e l’esposizione ai rischi tra i giovani è altamente segmentato per livello di reddito, e anche per sesso, etnia e contesto di vita (rurale / urbano). Anche in queste aree le migrazioni nazionali e internazionali rappresentano una sfida, dal momento che i giovani migranti sono vulnerabili alle violazioni dei diritti e traffico di esseri umani e spesso svolgono lavori altamente precari.

L’Europa e l’America del Nord rappresentano le aree con standard di vita e opportunità migliori per i giovani. Un numero crescente di giovani ha avuto accesso all’istruzione secondaria e terziaria. Tuttavia nell’ultimo decennio la crisi socio-economica ha portato ad un incremento dei livelli di disoccupazione giovanile (soprattutto nel sud dell’Europa) e ad un aumento della precarietà lavorativa, a fenomeni di sotto-occupazione che hanno comportato una dilatazione dei processi di transizione scuola-lavoro, una tendenza a procrastinare le scelte di vita legate alla formazione di coppie stabili e alla nascita dei figli. Gli studi sui processi di transizione alla vita adulta hanno enfatizzato questa tendenza alla de-standardizzazione delle traiettorie di vita parlando di transizione yo-yo, ovvero descrivendo un percorso non lineare che prevede sia nella carriera familiare, che nella carriera scolastico-lavorativa, avanzamenti e arretramenti, fasi di maggiore autonomia alternarsi a momenti di dipendenza e precarietà. Nonostante le loro oggettive migliori condizioni di vita, i giovani nativi dei Paesi occidentali tendono ad essere più pessimisti in merito al futuro[5] e ad assumere atteggiamenti più pragmatici e realisti.

Le giovinezza come fenomeno transculturale

La categoria della giovinezza, intesa come periodo intermedio tra l’infanzia e l’età adulta dotato di tratti peculiari e distintivi trasversali alle classi sociali e ai generi è stata introdotta e sviluppata nel secolo scorso da studiosi, intellettuali e media occidentali con riferimento prevalente ai contesti sociali e culturali occidentali (Mesa 2014). La lettura delle trasformazioni che hanno accompagnato le diverse generazioni di giovani è centrata su vicende storiche che hanno come epicentro le società occidentali: dalle generazioni delle guerre, alla boom generation, alla generazione del ’68, alla generazione deideologizzata che si è ritirata nella dimensione privata (X generation), alla generazione della crisi e della fase acuta della globalizzazione (net generation, neet generation, generazione erasmus…). Le riflessioni generalizzanti sui giovani e le proposte di intervento ad esse connesse (politiche, pedagogiche, pastorali…) rischiano di essere riduttive e di tradire un punto di vista etnocentrico, che è sempre meno adeguato a leggere le trasformazioni attuali.

Se è vero che la giovinezza, come portato culturale e non come semplice attributo d’età, è innanzitutto un sotto-prodotto della modernità occidentale, è altrettanto vero che i processi di globalizzazione economica e culturale che hanno caratterizzato la seconda metà del ‘900, hanno contribuito a diffondere nelle varie aree del mondo i modelli occidentali di transizione alla vita adulta (investimento prolungato in istruzione, cultura dei pari, loisir, valore dell’autenticità, parità di genere), consumi culturali e stili di vita associati all’estetica giovanile (moda, musica, sport…).

D’altra parte il processo di “contaminazione culturale” non è stato subìto passivamente né è stato a senso unico, come hanno osservato molti studiosi dei fenomeni di globalizzazione. I modelli culturali occidentali sono stati filtrati e reinterpretati nelle diverse aree del mondo, dalle quali sono nate nuove “scene”, subculture, stili e produzioni che a loro volta hanno contribuito ad arricchire la cultura giovanile mainstream.

L’avvento dei new media e in particolare dei social network ha ulteriormente contribuito a rimescolare i piani tra la posizione passiva dei consumatori e quella attiva dei produttori, dimensione privata e profilo pubblico degli user. I giovani fruiscono delle tecnologie al tempo stesso per ricercare, utilizzare, produrre e condividere contenuti; sono secondo una definizione abbastanza diffusa dei pro-sumer (Toffler 1987)[6].

L’incremento della mobilità giovanile (per studio, turismo) e dei processi migratori veri e propri (per lavoro, ricongiungimento familiare, ma anche fuga da conflitti e miseria) oltre allo sviluppo delle comunicazioni tramite la rete hanno aumentato il livello di contatto con persone di culture ed etnie differenti soprattutto tra le generazioni più giovani.

La presenza anche in Paesi di recente immigrazione come l’Italia, di coorti ormai ampie di giovani nati in questo Paese da genitori di origine straniera (le cosiddette “seconde generazioni” di stranieri) rappresenta un ulteriore spaccato di una condizione giovanile sempre più differenziata e internamente articolata.

Fanno parte del variegato scenario giovanile anche i numerosi giovani richiedenti asilo che con mille rischi lasciano le loro case e le loro patrie in cerca di opportunità e protezione. Spesso la condizione stigmatizzante di “profughi” e “clandestini” sovrasta il loro essere visti e riconosciuti come giovani in cerca di un loro posto nel mondo.

Eppure anche nella condizione eccentrica e marginale di questi giovani si possono trovare analogie riguardanti la condizione, il vissuto e le aspirazioni di giovani considerati più “ordinari”.

Su questo punto vorrei condividere un piccolo aneddoto personale.

L’anno scorso, durante un incontro di formazione sul tema dei richiedenti protezione umanitaria promosso dalla Caritas diocesana in cui opero, sono stati proprio alcuni giovani volontari a rispecchiarsi in qualche modo nella situazione descritta: anche loro si sentono un po’ in attesa di un visto di ingresso nella società adulta. Con poche certezze sul futuro, sono connessi con il mondo, ma vivono il rischio dell’immobilità. Come i richiedenti, che fino alla sentenza sono relativamente al riparo in strutture di accoglienza dopodiché sono abbandonati in una società che non conoscono, anche loro si sono sentiti protetti sotto la cappa di vetro della scuola e poi essere catapultati in una società con poche bussole e punti fermi.

Giovani che hanno rinunciato a partire, giovani in cammino nel lungo esodo verso l’acquisizione di una piena cittadinanza sociale, giovani bloccati nella terra di mezzo, giovani che hanno varcato il confine, giovani respinti, giovani caduti, giovani arrivati. Si tratta di suggestioni utili soltanto per ricordarci che mai come oggi, se vogliamo aiutare i giovani a trovare il loro modo di vivere una vita in pienezza, dobbiamo, sull’esempio di Gesù con i discepoli di Emmaus, incontrarli personalmente là dove si trovano, lasciare da parte le nostre precomprensioni e le nostre ricette pronte, partire dalla loro condizione contingente e condividere con loro una parte del viaggio cercando insieme a loro le tracce, la trama e il senso del loro percorso.

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Furlong A., Cartmel F. (1997), Young people and social change: individualization and risk in late modernity, Open University Press, Buckingham Philadelphia.

International Youth Foundation (2017), Global Youth Wellbeing Index, http://bit.ly/2puom8v.

Mesa D. (2014), La giovinezza nelle società in transizione, un approccio morfogenetico, Franco Angeli, Milano.

Toffler A. (1980), The third way, William Morrow, New York.

United Nations, Department of Economic and Social Affairs (2017), Population Division (2017). World Population Prospects: The 2017 Revision, DVD Edition.

United Nations, Economic Commission for Africa and United Nations Programme on Youth Regional (2011), Overview: Youth in Africa, http://bit.ly/2oBkjoW.

United Nations, Economic Commission for Latin America and the Caribbean (ECLAC) (2012), Regional overview: latin america and the caribbean, http://bit.ly/2owCvma.

United Nations, Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (UNESCAP) (2012), Regional overview: youth in Asia and the Pacific, http://bit.ly/2vd5J9t.

 

[1] Docente a contratto di Sociologia della Famiglia e dell’infanzia presso la Facoltà di Scienze dell’educazione – Università Cattolica di Brescia – responsabile ufficio volontariato giovanile Caritas diocesana di Brescia.

[2] IOM (2017) ‘Migration and migrants: A global overview’, in IOM (2017) World Migration Report 2018, IOM: Geneva.

[3] United Nations Economic Commission for Africa and United Nations Programme on Youth Regional (2011).

[4] United Nations, Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (UNESCAP) (2012).

[5] International Youth Foundation (2017).

[6] Prosumer deriva dall’unione dei due termini inglesi, producer e consumer, per indicare la situazione in cui un consumatore è a sua volta produttore o, nell’atto stesso che consuma, contribuisce alla produzione.