Alcuni processi affettivi nell’esperienza mistica: il caso di Etty Hillesum

 

 

Cristiana Dobner*

 

        Westerbork è un nome che suona sinistro: centomila ebrei olandesi vi furono trasportati e rinchiusi prima della deportazione ad Auschwitz. Nel 1939 gli olandesi pianificarono il campo con l’intento di convogliarvi i rifugiati ebrei, tedeschi o apolidi entrati illegalmente

nella nazione, con il consenso della stessa organizzazione ebraica.

La svolta avvenne il 1° luglio 1942, Westerbork, situato vicino a Assen, nell’Olanda  nordorientale  a  trenta  chilometri  dal  confine  tedesco,  divenne  un

«campo di transito di polizia» (polizeiliches Durchgangslager). La provincia del Drenthe era terra sferzata dai venti dell’Ovest, che spesso scatenavano delle vere e proprie tempeste di sabbia.

Etty  Hillesum, una  testimone alta  della  Shoah,  volontariamente entra  in questo campo tra il luglio 1942 e il settembre 1943i:

Ai  quattro  angoli  estremi  del  nostro  villaggio  di  legno  ci  sono  delle  torrette  di vedetta,  piattaforme  battute  dal  vento  che  poggiano  ognuna  su  quattro  alti  pali. Lassù, un uomo con elmo e fucile si staglia contro i cieli mutevoli. Alla sera si sente sparare nella brughiera, come quando quel cieco si smarrì in un luogo troppo vicino al filo spinato… C’è fango, talmente tanto fango che da qualche parte fra le costole si deve possedere un gran sole interiore se non se ne vuol diventare la vittima psicologica  (scarpe  rotte e piedi bagnati  ve li immaginerete  da soli). Sebbene  gli edifici del campo siano tutti a un piano solo, vi si sente parlare con una molteplicità di accenti, come se la torre di Babele fosse stata innalzata in mezzo a noi: bavarese e dialetto di Groningen, sassone e dialetto del Limburgo, olandese dell’Aia e olandese della Frisia  orientale,  tedesco  con accento  polacco  o russo, olandese  con accento tedesco  e  tedesco  con  accento  olandese,  fiammingo  di  Waterloo  e  berlinese  –  e faccio presente che si tratta di un’area di poco più di mezzo chilometro quadrato. Nell’insieme  c’è  una  grande  ressa,  a  Westerbork,  quasi  come  attorno  all’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano  troppi naufraghi  sul punto di annegare.  A

* Carmelitana del monastero di S. Maria del Monte Carmelo a Concenedo di Barzio (Lecco).

volte  si  pensa  che  sarebbe  più  semplice  essere  finalmente  deportati,  che  dover sempre assistere alle paure e alla disperazione di quelle migliaia e migliaia, uomini, donne, bambini, invalidi, mentecatti, neonati, malati, anziani, che in una processione quasi ininterrotta sfilano lungo le nostre mani soccorrevoli (L 23, 620-621).

Restare legati alla concretezza della vita

Quale la reazione di Etty dinanzi a questa immane tragedia umana? Il desiderio, espresso con poche parole nel suo Diario il 15 settembre 1942, ma profondo e reale, di voler essere «Il cuore pensante della baracca» (D 196).

Questa era la sola opzione, a suo avviso, che poteva sanare la ferita della Storia, inferta allora ma che tale rimarrà «… ancora sanguinante, aperta nelle carni e nei cuori di un popolo che, in Europa, viveva da due millenni, saziandosi della luce spirituale della Bibbia e del Talmud, coltivata soprattutto nelle Yeshivot degli stetl dell’Europa orientale, o che nell’Europa occidentale si era integrato, dopo secoli di

persecuzioni, senza per questo rinunciare alla propria tradizione»ii.

Eppure, in questo cuore di donna che pulsava in «quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato, dove si riversava e scorreva tanto dolore umano» (L 1), si erano incise scene raccapriccianti. Chiunque si sarebbe sentito annientato e ormai distrutto nella sua personalità più profonda; per Etty, la «piccola donnetta» come si qualifica, il qui e ora della vita è occasione di crescita, perché voleva vivere «come se mi trovassi davanti al nudo steccato della vita. Davanti alla sua ossatura, libera da qualsiasi costruzione esterna» (D 204).

Con un particolare modo di sentire e conoscere

Il   termine   «mistica»   suscita   reazioni   diverse:   perplessità,   diffidenza, irrisione, dubbi di protagonismo, interesse sincero e pura curiosità. Definire è pur sempre riduttivo ed impedisce uno sguardo ampio e disteso, tuttavia alcuni parametri sono necessari per entrare in un territorio sconosciuto e poterlo esplorare con la certezza di poter scrutare una mappa.

  1. Buber con  la  sua  raccolta  Confessioni  estatiche  volle  esprimere

«l’esperienza vivente, la volontà di dire l’indicibile e la vox humanaiii»; per E. Cioran «la mistica è un’irruzione dell’assoluto nella storia. Come la musica, essa è

l’aureola di ogni cultura, la sua giustificazione ultima»iv. Da parte mia, opto per il fronte delineato da G. Moioli: «… con questo termine intendiamo riferirci a quel

momento o livello o espressione dell’esperienza religiosa in cui un determinato mondo religioso viene vissuto come esperienza di interiorità e di immediatezza. Si

potrebbe anche, e forse meglio, parlare di una particolare esperienza religiosa di unità-comunione-presenza: dove ciò che è “saputo” è precisamente la realtà, il dato

di codesta unità-comunione-presenza; non una riflessione, una concettualizzazione, una rappresentazione del dato religioso vissuto»v.

Quindi, intendo per mistica un certo modo di percepire Dio e il legame con Lui, con un corrispondente modo di conoscere/intuire che viene creandosi all’interno dell’anima. La giovane olandese si colloca proprio su questa linea esperienziale:

Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri (D 97).

L’immagine riporta all’acqua, insieme sempre sgorgante ma anche racchiusa in un bacino, cui attingere ma anche da liberare, come nel biblico bor, sia dalla pesante pietra che ne chiude la bocca sia dal pietrame che ostruisce il flusso della falda:

Non devi vivere intellettualmente, ma devi attingere a fonti più profonde, più eterne; tuttavia non devi bloccare la riconoscenza per la tua intelligenza, per quel prezioso strumento di esame e di approfondimento delle domande che scaturiscono dalla tua anima. Per dirlo con più sobrietà, quanto significa per me è probabilmente che dovrei avere una fiducia più grande nel mio intuito. Significa però, anche, credere in Dio, senza debolezze; e ti renderebbe più forte (D 133-134).

Etty tocca così quella tipica e singolare «esperienza non solo possibile, ma anche necessaria perché ogni essere umano giunga alla coscienza della propria identità. L’essere umano giunge ad essere pienamente umano quando fa l’esperienza del suo “fondamento” ultimo, di ciò che realmente è»vi.

Avviene quindi il grande passaggio dalla definizione all’insight, termine polimorfo e ricco, indicante «la comprensione e penetrazione, al tempo stesso, dell’oggetto da esperire; più propriamente, la presa di coscienza, da parte della persona, di processi, tendenze, di qualche aspetto della propria personalità e/o delle proprie difficoltà fino allora ad essa sconosciute»vii.

Ascoltare dentro

Come giunse a questa percezione/intuizione quella ragazza così dispersa ed eroica, tesa e quasi distrutta nel suo fisico?

  1. Spier le fece un dono inestimabile, le insegnò una postura inossidabile: l’hineinhorchen, l’ascoltare dentro, che come esito comporta il verwerken, l’elaborare, assorbire, assimilare:

Quanto faccio è ascoltare  dentro (hineinhorchen).  Presto ascolto a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e tento di immaginare il significato delle cose. Sono sempre molto tesa e molto attenta, cerco qualche cosa, ma non so che cosa. Quello che cerco, ovviamente, è la mia verità, ma ancora non ho idea di come apparirà. Procedo ciecamente verso un certo obiettivo, posso sentire che c’è un obiettivo, ma dove e come non lo so (D 91).

Non si trattò di un’immersione totale oppure di un guizzo fulminante ma di un percorso di apprendimento lento e costoso. L’amica Hanneke Starreveld Stolte, la moglie dello scultore (D 354), sottolinea:

Mi ricordo ancora che durante una delle mie ultime conversazioni con Julius (Spier), egli dichiarò, a proposito di Etty: “In lei c’è qualcosa di essenziale che è cambiato”. Nel  suo  diario  Etty  dichiara  che  sentiva  il  bisogno  di  stare  sola,  che  aveva  la necessità di un contatto profondo con se stessa e con Dio. Descrive, con ingenuità e magnificenza al tempo stesso, qual è ormai il senso della sua vita: diffondere intorno a sé ciò che lei stessa ha ricevuto. Ma noi (che in quel periodo la frequentavamo) non immaginavamo quello che viveva in quei momenti di silenzioso raccoglimento. Non parlava della propria vita interiore. Solo molto tempo dopo, leggendo il suo diario, ho  capito  che  quella  profondità  di  cui  stava  facendo  esperienza  mi  era  quasi interamente sfuggita (L 23).

Guardare fuori

Una volta che si è imparato a versenken (immergersi) in se stessi, si può anche versenken (immergersi) completamente nell’altro e nel proprio lavoro, si diventa più quieti e meno frammentari, o così almeno lo immagino io (D 62).

In questo intreccio fra interno ed esterno, «l’attenzione è concentrazione esterna. Concentrato è chi vive raccolto intorno al proprio centro, chi non lo ignora né lo sopprime per non soffrire, ma lo lascia vivere. Ma questi non è qualcuno che passa il suo tempo a esercitare l’introspezione: al contrario, è qualcuno che “guarda il mondo con gli occhi spalancati”. Che tanto più conosce il suo cuore quanto meno cerca di conoscerlo, più attratto da ciò che sta fuori di lui, da ciò che gli sta a cuore. E questo è l’uomo capace di vera attenzione, il cui sguardo arriva a volte tanto

lontano da parere agli uomini “profetico”» viii.

È pur sempre una questione di «cuore», per di più «pensante» che permette all’essere umano di cogliersi in relazione con Dio. E ciò è possibile perché Etty «ha dentro di sé una luce che si amplia giorno dopo giorno e che è il punto profondo dove Dio abita, coincidendo con l’intuizione più alta e luminosa offerta ad un essere umano»ix. Quando la relazione con Dio giunge a una certa profondità, questa diventa come una nuova prospettiva da cui guardare la realtà che ci circonda, noi stessi, gli altri.

La passività dell’apprendimento

  1. Moioli afferma che il mistico subisce «una presenza, subendola non come una violenza, anche se talvolta è un subire faticoso»x. È la morfologia generale del

«senso della presenza»xi dove «… il soggetto è posto in attenzione perché un altro lo mette  in  attenzione»xii.  M.  de  Certeau  parla  di  dono,  cioè  di  «una  rottura,

un’esplosione, un infrangersi dei limiti. Avviene un po’ nell’esperienza quel che succederebbe se, sbucando da un incrocio, vedessimo tutt’a un tratto il mare anziché

un palazzo ben noto. Succede, all’improvviso, “qualcosa d’altro”. È qualcosa che non si può esprimere. Lo si sperimenta, e basta. Al posto di ciò che ci attendevamo, là, nel mezzo della cornice abituale, ecco il mare!»xiii.

Più si va in profondità, più prevale la passività sull’attività, il «lasciarsi fare»

sul «volere ricercare». Nel suo sviluppo più alto, l’amore diventa disponibilità a

lasciarsi amare e il mistico vive il rapporto con se stesso e con il mondo interamente inglobato nel rapporto con Dio. Si parla  di mistica cristiana in quelle persone nelle quali il sentimento della presenza immediata di Dio è abituale e predominantexiv..

La circolarità fra dentro e fuori

Il raccoglimento ha la caratteristica della vastità. Lo spirito si dilata: più si raccoglie, più si espande ad abbracciare la realtà circostante; la coglie a partire dal suo significato profondo e può dire «ora comprendo e tollero tante cose».

Quando prego, non prego mai per me stessa, ma sempre per gli altri, oppure dialogo da  pazza,  da  bimba  o  in  modo  serissimo  con  la  parte  più  profonda  di  me  che, denomino, per comodità, Dio (D 523).

L’unica cosa che si può fare è offrirsi come un piccolo campo di battaglia… Quei problemi  devono  pur trovare  ospitalità  da qualche  parte,  trovare  un luogo  in cui possano combattere e placarsi. E noi, poveri piccoli uomini, dobbiamo aprire loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire (D 63).

Dal Dio fuori di sé (D 60) al Dio vero (D 112), scoperto e ritrovato nell’hineinhorchen (ascoltare dentro) e nelle relazioni umane, emana la struttura di una sorta di cella interiore –come peraltro raccomanda il Talmud: «Fai del tuo cuore una cella segreta» (Sotah 7,12):

Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera, come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un  convento,   ne  esco  fuori  più  calma  e  più  forte  e  di  nuovo  più  raccolta (gesammelter). Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera diventa per me una realtà sempre più grande, e anche una necessità. La concentrazione interna costruisce alti  muri  fra  cui  ritrovo  la  via  verso  me  stessa,  raccolgo  me  stessa  in  un’unità, lontana  da  tutte  le  distrazioni.  E  potrei  immaginarmi   un  tempo  in  cui  starò inginocchiata  per  giorni  e giorni  – sin  quando  i muri  protettivi  saranno sufficientemente  forti  per  prevenire  di  sfasciarmi,  di  perdere  il  mio  essere  e  di rovinarmi (D 380).

Nel  terrore  più  destabilizzante,  nell’assoluta  precarietà,  il  riferimento  è sempre limpido e unico:

Davvero: prima dovrò aver trovato una lingua completamente  nuova per parlare di tutto quanto ha toccato il mio cuore in questi ultimi giorni. Non ho affatto chiuso con noi due, mio Dio, né con questo mondo (D 525).

Il ritorno alla concretezza della vita

Il percorso mistico parte dalla concretezza della vita e alla vita ritorna. L’attenzione rivolta verso Dio e verso tutti i compagni e le compagne del proprio arco di storia, si svolge all’interno di una preghiera semplice come quella di C. M. Martini:

Io prego in un modo molto semplice. Presento a Dio tutto ciò che mi viene in mente, tutto  ciò  che  devo  fare,  che  mi  crea  preoccupazioni,  anche  le  cose  piacevoli  e soprattutto  le persone  a cui penso.  Gli parlo  in modo  normale,  per nulla  devoto. Nella preghiera sento che qualcuno mi sostiene e mi supporta, anche quando vedo molti problemi, come le debolezze della Chiesa. Quando prego, vedo la luce. La mia

speranza aumenta, e così pure la forza di fare qualche cosa. La fiducia cresce. xv

Intrisa di una sfumatura determinante ed ineludibile: «Dobbiamo imparare a vivere  la  vastità  dell’“essere  cattolico”.  E  dobbiamo  imparare  a  conoscere  gli altri»xvi nella consapevolezza che «non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo»xvii.

Non è forse questa la testimonianza tangibile e verace di Etty Hillesum?

 

«Lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca» (D 575).

 

 

 

i  Legenda:  D = Diario;  L = Lettere,  in Etty Hillesum.  Denagelaten  geschriften  van Etty Hillesum

19411943, Uitgeverij Balans, Amsterdam 1992. In italiano: Etty Hillesum. Pagine mistiche, tradotte e commentate  da C. Dobner, Àncora, Milano 2007. Vedi anche N. Neri, Un’estrema  compassione, Etty Hillesum testimone e vittima del lager, Mondadori, Milano 1999, p. 110.

ii C.M. Martini, parlare di riconciliazione dopo Auschwitz in Centro Ecumenico Europeo per la Pace

(a cura di), Quale riconciliazione?  I cristiani d’Europa si interrogano,  Centro Ambrosiano,  Milano

1997, p. 63.

iii M. Buber, Confessioni estatiche, Adelphi, Milano 1978, p. 13.

iv E.M. Cioran, Lacrime e santi, Adelphi, Milano 1990, p. 46.

v G. Moioli, Mistica cristiana, in S. De Fiores – T. Goffi (a cura di), Nuovo dizionario di Spiritualità,

Paoline, Roma 1979, p. 985.

vi R. Pannikar, L’esperienza di Dio, Queriniana, Brescia 1998, pp. 37–38.

vii  L. Boriello, Mistica come pienezza dell’uomo, in Esperienza mistica e pensiero filosofico, Atti del Colloquio  “Filosofia  e  Mistica”,  Roma,  6–7  dicembre  2001,  dicembre  2001,  Libreria  editrice vaticana, Roma 2003, p. 122.

viii R. De Monticelli, Con occhi spalancati. Edith Stein: “Introduzione alla filosofia” e conoscenza personale, in L. Boella – R. De Monticelli – R. Prezzo – M.C. Sala, Filosofia, ritratti, corrispondenze. Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein, María Zambrano, Tre Lune, Mantova 2001, p. 108.

ix G. Livi, Narrare è un destino. Fra scelte e passioni: Virginia Woolf, Karen Blixen, Dolores Prato, Marguerite Yourcenar, Etty Hillesum, La Tartaruga Editore, Milano 2002, p. 142.

x G. Moioli, L’esperienza spirituale. Lezioni introduttive, Glossa, Milano 1992, p. 81.

xi Ibid., p. 98.

xii Ibid., p. 76.

xiii M. De Certeau, Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza, Fabbri, Milano 1997, p. 25.

xiv  G. Mucci, Mistica, ossia l’interpretazione  arbitraria di una parola, in «La Civiltà Cattolica», q.

3674 (2003), p. 132.

 

 

xv C.M. Martini- G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2008, p.

28.

xvi Ibid. p. 20.

xvii Ibid. p. 21.