Essere discepoli

Giuseppe De Virgilio

Nel solenne invio che il Risorto rivolge alla comunità post-pasquale spicca il motivo del «discepolato». Il termine «discepolo» è applicato a seguaci di Gesù che convengono in Galilea per incontrare il Risorto (cf Mt 28,16). L’evangelista apre la narrazione affermando che «gli undici discepoli» andarono in Galilea sul monte indicato da Gesù.
Approfondiamo la natura del «di­scepolato», le sue origini, l’impiego evangelico e il significato del discepolato collegato con la dimensione apostolica della Chiesa.

I «discepoli» nell’antichità

Per chiarire l’identità dei discepoli e la dimensione apostolica della Chiesa occorre comprendere il ruolo del «discepolo» nell’antichità. Nel mondo greco, il discepolo era colui che si sceglieva un maestro (didàskalos), e si legava a lui; gli pagava un onorario o per apprendere un mestiere (corrisponde al nostro apprendista) o per approfondire una filosofia o una scienza (allievo). Il verbo usato è (apprendere) (in ebraico lamad; in greco: manthánõ) da cui deriva il sostantivo «discepolo» (mathētēs nel senso di «colui che apprende»).
Come avvenne per la nascita delle scuole filosofiche greche, si sviluppò anche nel giudaismo una rilevante attività educativa e discepolare per la formazione dei giovani. È nota la figura del maestro denominato rabbi (letteralmente significa «eminenza»), reso nelle comunità giudeo-ellenistiche col sinonimo di didáskalos (maestro) e il suo discepolo (in ebraico: talmîd). Attorno ai rabbi sorsero delle scuole chiamate «case»: esse erano i luoghi dove il pensiero di questi rabbi e dei loro talmîd era coltivato, provocando, a volte, contrasti fra le diverse «case». Per la loro autorevolezza i rabbi erano detti «saggi» o anche «presbiteri»; talvolta venivano chiamati anche «padri». Il rabbi era colui che introduceva il talmîd all’apprendimento delle Scritture, facendosi così suo mediatore.
Per ciò che concerne la metodologia dell’apprendimento, essa si realizzava attraverso due verbi: l’ascoltare e il vedere. Il talmîd oltre che ad ascoltare gli insegnamenti del rabbi, era chiamato a imitarne il comportamento. I rabbini insegnavano a memoria, sia le Scritture che le loro personali interpretazioni. Essi recitavano il testo ad alta voce con una melodia di recitazione, mentre i discepoli oltre ad ascoltare, prendevano appunti. Le indicazioni sulla prassi rabbinica ritornano nei racconti evangelici e nella stessa esperienza dell’Apostolo Paolo, anch’egli formato con queste tecniche alla scuola di Gamaliele (cf At 22,3).

I discepoli nei racconti evangelici

Il sostantivo «discepolo» (math-e­­t-es ), che ricorre 294 volte nel Nuovo Testamento, è adoperato nei quattro Vangeli per indicare i discepoli del Battista e soprattutto per designare i seguaci di Gesù (cf Mc 2,18). Dalla testimonianza evangelica sappiamo come Gesù sia stato considerato un rabbi e si sia circondato, com’era usanza del tempo, di discepoli. Solitamente nelle scuole filosofiche greche e in quelle rabbiniche era il discepolo che sceglieva la scuola e il maestro. Nei racconti evangelici è invece Gesù che con autorità divina «chiama» i discepoli, proprio come Dio chiamava i profeti dell’Antico Testamento, e fissa le condizioni della sequela.
Così mentre nel primo caso il discepolo cercava nel maestro una dottrina e una metodologia per diventare a sua volta maestro, secondo le narrazioni evangeliche i discepoli «seguono» Gesù come unico maestro (didáskalos). In tal senso si comprende l’indicazione che Gesù rivolge ai suoi discepoli: non farsi chiamare rabbi e neppure «padre», ma fratelli, perché essi hanno un solo Padre celeste (cf Mt 23,8). Tale indicazione implica una «nuova appartenenza» e un nuovo stile di vita che caratterizzerà la comunità ecclesiale e il ministero apostolico. In un noto studio sul discepolato G. Moioli sintetizza l’essenza del discepolo cristiano con la seguente definizione: «Il discepolo è colui per il quale l’assoluto dell’uomo è il Regno» [G. MOIOLI, Il discepolo, Glossa, Milano 2000, 13].

La chiamata al discepolato

L’esordio del discepolato cristiano è rappresentato dall’esperienza irripetibile della chiamata (kl-esis) alla sequela di Gesù. È noto come i «racconti di vocazione» nei Vangeli costituiscono un genere proprio e specifico dell’esperienza della fede. Come accade anche nelle storie vocazionali dell’Antico Testamento, i protagonisti che sono chiamati da Dio a svolgere un ministero, ricevono l’invito in condizioni particolari e mediante figure e simboli che segnano l’atto della chiamata.
Così per Abramo il segno è la «terra nuova» che dovrà raggiungere (cf Gen 12,1-4), per Mosè è la forza di liberare il popolo dalla terra di schiavitù, indicata nel bastone che egli porta con sè (cf Es 3,1-10), per Davide è la «casa» che dovrà edificare per il Signore (cf 2Sam 7), per Isaia il tempio e la purificazione delle labbra (cf Is 6,1-13). Spesso la storia di una chiamata al discpeolato è associata a figure e a simboli, che traducono il messaggio vocazionale con un’efficace attualità.
È questo il caso dei Vangeli, in cui Gesù è presentato come colui che chiama, con quell’autorità (exousía) che attrae e trasforma il cuore dei suoi interlocutori. Nelle figure e nei simboli utilizzati dal Signore si caratterizza l’identità e l’appartenenza dei discepoli alla comunità voluta dal Signore.

Quattro metafore dell’identità apostolica

Nell’analizzare l’appartenenza discepolare di quanti ricevono l’invito a seguire Cristo si possono evidenziare quattro metafore che definiscono la peculiarità della sequela cristiana.

«Vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17)
Si tratta della prima metafora contenuta nella chiamata alla sequela (cf Mc 1,16-20). Il racconto riassume in forma schematica l’esperienza dei primi quattro discepoli di Gesù, mentre sono intenti alla pesca quotidiana. Gesù passa lungo la riva del lago, vede Simone e Andrea nell’atto del gettare la rete in mare e rivolge loro l’invito con le enigmatiche parole: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,17). La chiamata coinvolgerà anche la seconda coppia di fratelli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo (Mc 1,18-20). La metafora vocazionale utilizzata dal Signore è l’immagine del «pescatore» (aliéis), contestualizzata nell’attività della pesca e delle reti (díktua). In Lc 5,10 l’espressione rivolta a Simon Pietro intende alludere al «pesce vivo» (la pesca come attività della predicazione evangelica). Il discepolo è colui che sperimenta nella «barca» (immagine della comunità) la fatica di chiamare al vangelo («gettare la rete») tutti gli uomini, senza fare distinzioni di razza e di sesso Le immagini della pesca e della rete ritornano con un significato escatologico (così anche nella tradizione biblica: cf Ger 16,16-18; Am 4,2; Ab 1,14-17) nella parabola di Mt 13,47-50 dove si dice che i pescatori hanno il compito di raccogliere qualsiasi genere di pesci (12,47), mentre alla fine del mondo spetterà agli angeli fare la distinzione tra i pesci buoni e cattivi (Mt 12,49).

«Uscì il seminatore a seminare» (Mc 4,3)
Una seconda metafora è tratta dal contesto agricolo: l’attività del seminatore che getta il seme. Gesù sembra privilegiare questa metafora agricola, che è racchiusa nelle parabole riguardanti il seme (Mc 4,1-9.26-29.30-32). È soprattutto il racconto parabolico di Mc 4,3-9 a definire la dinamica vocazionale racchiusa in questa metafora agricola che, in Gesù che semina, vede il discepolo che predica la Parola sull’esempio di Gesù. L’allegorizzazione ecclesiale che segue il racconto della parabola (cf Mc 4,13-20) fa comprendere ancora meglio il senso progettuale di questa figura. Il discepolo non è colui che insegna in modo selettivo come gli scribi e i farisei, ma colui che «getta» a tutto campo la Parola, che cade nei diversi terreni (strada, sassi, spine, terreno fecondo), sapendo che il suo compito è quello di lavorare perché la Parola raggiunga tutti.
Questa totalità del lavoro ritorna nell’immagine ulteriore della «messe e degli operai», che Gesù comunica prima di inviare i discepoli in missione (cf Mt 9,35-38). L’invio nella missione che viene rivolto ai discepoli viene sviluppato mediante l’immagine della messe che richiede un faticoso lavoro, per il fatto che è «copiosa». Si comprende bene nel contesto che la «messe» rappresenta l’umanità e il «tempo» del lavoro richiama l’urgenza della condizione della comunità cristiana che deve mettersi a servizio dell’evangelizzazione (cf Gv 4,34-38). I discepoli sono chiamati a condividere l’attesa della maturazione della messe e la fatica della mietitura.

«Andate anche voi nella mia ­vigna» (Mt 20,4)
Una terza metafora del discepolato può essere identificata nella parabola di Mt 20,1-15, che narra degli operai chiamati dal padrone in diversi orari per lavorare nella sua vigna. Il testo matteano si propone di mostrare come, nella logica del «Regno dei cieli», il giudizio finale sull’operato dell’uomo sia rovesciato rispetto al modello della giustizia retributiva, così come lascia supporre il detto finale: «Gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi» (Mt 20,16). L’insistenza del racconto è data dall’accentuazione vocazionale dell’azione: è il padrone a chiamare per una missione che si realizza nel momento in cui ogni lavoratore accetta di lavorare nella vigna. Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un’immagine che possiede un retroterra anticotestamentario e che viene impiegata per descrivere l’incontro salvifico tra Dio e l’uomo. Nel nostro testo la vigna non raffigura il popolo di Israele, ma la nuova realtà dell’evangelizzazione, che viene assunta come impegno prioritario dalla comunità cristiana. Il discepolo riceve la chiamata da Dio a lasciare la sua situazione d’inoperosità per entrare nella dinamica del Regno e vivere la propria missione.

«Pasci le mie pecore» (Gv 21,16)
Un’ultima metafora è quella del pastore e del gregge. Mediante questa metafora nella tradizione anticotestamentaria s’intende descrivere la relazione tra Dio e il suo popolo (cf Sal 22; Is 40,11; Ez 34). Essa è attestata più volte nei Vangeli, oltre che negli altri scritti neotestamentari (cf Eb 13,20; 1Pt 5,4; Ap 7,17). In primo luogo è Gesù stesso a definirsi «buon pastore» (Gv 10,11) e a descrivere la dimensione oblativa dell’essere pastore a favore delle pecore, a differenza del ruolo del mercenario. In tale prospettiva si comprende la parabola della pecora smarrita e del pastore che la ritrova (Lc 15,4-7), l’immagine del popolo stanco e sfinito come «pecore senza pastore» (Mt 9,36) e il detto sul pastore che viene percosso e le pecore si disperdono (cf Mt 26,31; cf Zc 13,7). In modo particolare la metafora è applicata all’attività del discepolo nel dialogo giovanneo tra Gesù e Simon Pietro dopo la risurrezione. Al capo della Chiesa, che aveva rinnegato il suo Signore nel momento della Passione, Gesù risorto rivolge l’invito ad amarlo con tutto se stesso e a seguirlo come discepolo fino al dono di sé (cf Gv 21,15-18). Pascere le pecore, significa vivere fino in fondo l’amore di Gesù che si traduce nel prendersi cura della comunità ecclesiale, donando la propria vita per il Vangelo. In questo racconto di riabilitazione della figura petrina, possiamo cogliere la forza testimoniale che è conferita alla metafora pastorale. La tradizione ci ha consegnato questo testo per aiutarci a cogliere come la chiamata di Cristo costituisca l’elemento di continuità e di appartenenza ecclesiale per ogni discepolo.

Attualizzazione

Emergono soprattutto due aspetti indicativi per l’attualizzazione del messaggio ai giovani. In primo luogo Gesù chiama alla sua appartenenza, utilizzando le immagini popolari tratte dalla vita quotidiana: pescatore, pastore, seminatore/agricoltore, operaio. Questo procedimento implica la capacità di incarnare nella storia concreta dei giovani il messaggio della salvezza e di rivelarlo nella sua comprensibilità. In secondo luogo le metafore vocazionali riassumono la ricchezza della tradizione biblica non soltanto avendo lo sguardo nel passato di Israele (Antico Testamento), ma attualizzando il messaggio vocazionale nel presente e di proiettarlo nel futuro della missione della Chiesa.