Umanizzarsi

Pensieri per lo spirito
Crocifissione (XVII-XVIII sec.), New York, Metropolitan Museum of Art

Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
Is 53, 4-6

Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Eb 4, 15-16

Essere uomini è una sfida. Ciò che sembrerebbe la cosa più naturale del mondo, vale a dire esprimere ciò che si è, portare al massimo sviluppo la propria essenza, far fiorire la bellezza dell’umano intesa come creatura «cosciente e responsabile dei propri atti» [1] non è mai un processo scontato e automatico. Coscienza e responsabilità sono due parole chiave per vivere veramente da uomini, perché richiamano il rapporto con se stessi, con Dio e con gli altri. E Gesù – l’uomo dei dolori, l’uomo crocifisso – è l’espressione massima dell’essere “umano”. Cosciente della Verità e della necessità del suo annuncio, consapevole dell’esistenza di un Dio che è Misericordia e Giustizia, Cristo si mette in cammino verso Gerusalemme, dove incontrerà la morte. Pienamente convinto che l’uomo non vive veramente se non ama il prossimo o, usando le parole di san Paolo, non possiede niente se ha tutto, ma non la carità (cfr. 1Cor 13, 1-13), il Figlio di Dio diventa il Verbo incarnato, si fa uomo per vivere tra e con gli uomini, condividendone gioie e dolori, nel massimo rispetto della libertà altrui, ma anche nel massimo ascolto dei bisogni dell’altro. Un a solidarietà e un ascolto che si esprimono come amicizia, intervento di guarigione, preghiera, sofferenza. Gesù agisce in coscienza verso gli altri, perché sa che Dio Padre gli chiede di essere responsabile per e degli uomini. Responsabile della loro liberazione dalla schiavitù del peccato e da una Legge impastata di precetti esteriori che incatenano la creatura in una religiosità rigida e sterile, incasellando la misericordia in un ambito ristretto di applicazione o addirittura espungendola dal quaderno della storia. Responsabile fino a dare l’esempio concreto di come vivere e di come amare (cfr. Gv 13, 15). Responsabile fino a pagare per tutti, diventando il garante di ogni peccatore. Per questo le sue piaghe guariscono i peccati degli uomini, per questo Egli ha distrutto «le passioni della carne» [2], per questo l’uomo può accostarsi a lui «per ricevere misericordia e trovare grazia» (Eb 4, 16). La scena ultima del Golgota riassume tutto questo: Gesù è crocifisso tra due ladroni, tra due peccatori, come fosse anch’Egli un malfattore. E dal trono della Croce, il Figlio di Dio si fa ancora una volta garante, responsabile per l’altro, con le parole rivolte al ladrone pentito: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). È la firma finale di un contratto d’amore, di un’alleanza definitiva siglata con l’uomo nel sangue, nel dolore, nell’amore.

NOTE
[1] Voce Uomo, in Enciclopedia Treccani on line.
[2] Melitone di Sardi, Omelia sulla Pasqua che si legge nell’Ufficio delle Letture del Giovedì Santo.

(Dal blog Chiamati alla speranza)