“Perché tu viva e sia felice”

Rosanna Virgili

Ripercorriamo tre racconti biblici, tre quadri che ci portano a parlare di felicità in termini di sfida, sete, sapienza

PRIMO QUADRO:
felicità come sfida (Ester cap.1)

Siamo in Persia, nel V secolo a. C. Il re è Artaserse, il Grande re. Si legge: “regnava dall’India… sopra centoventisette province”, si tratta di tutto il mondo allora conosciuto.
La felicità è innanzitutto un luogo spazioso.
Si legge ancora: “l’anno terzo del suo regno fece un banchetto per gli amici”. Ci sono i nobili, i persiani e i medi, i prefetti delle province. Sono invitati per 180 giorni, sei mesi! La felicità è smisurata anche di tempo. Sottolineo anche la valenza del banchetto: è importante mangiare insieme, sentire il sapore di questa felicità.
“Egli mostrò loro le ricchezze e la gloria del suo regno”. Ecco, dopo il potere, la ricchezza. Qui entra in gioco la seduzione del lusso, che è seduzione di felicità. Guardiamo i ricchi pensando che sono fortunati perché fanno cose straordinarie. C’è attenzione anche all’arte, alla bellezza, alla raffinatezza, al pregio dei luoghi belli, piacevoli da guardare perché seducono e danno felicità. “Vi erano cortine di lino fine e pregiato”… ganci d’oro e d’argento…colonne di marmo bianco… pavimenti di pietra verde smeraldo e di madreperla”.
“Il vino era abbondante e dolce …ordinando ai camerieri di soddisfare il desiderio suo e quello degli altri”. La felicità è tutto ciò che si può desiderare.
Questo è il quadro del Grande re di Persia.
Per fortuna però ci sono le donne: le donne sono critiche sulla felicità (o almeno una volta lo erano). “Il settimo giorno il re, euforico per il vino (si capisce bene che era completamente brillo)… ordinò… di far venire davanti a lui la regina… per intronizzarla…e mostrare la sua bellezza”. Da quel che sappiamo doveva essere mostrata nuda perché la bellezza doveva essere tutta svelata.
La bellezza è segno di una pienezza di felicità, è naturale, ma anche segno di potere se è sfruttata per il potere. “Ma la regina rifiutò”. Ecco, questo dovremmo ricordarcelo noi donne, le ragazze soprattutto.
Questo è veramente molto interessante; Vasti non vuole apparire, non vuole essere una pedina per una felicità che doveva essere ostentata. Basta un no perché tutta la “sceneggiatura” cada, perché venga giù tutta l’impalcatura. Che felicità era questa se non solo apparenza?
Eppure questa è la felicità che ancora gran parte dell’umanità persegue: una felicità fatta di ciò che si vede, di ricchezza, qualcosa di assolutamente epidermico, superficiale. Ma c’è una debolezza in questa felicità di superficie. Se facciamo mancare una tessera del mosaico, ecco tutta la fragilità di questa felicità apparente.
Pensiamoci bene, è una felicità che si fonda su quella che si chiama acquiescenza, ossia il dire di sì: tu dici di sì perché se non ci stai, non sei invitato al banchetto, non esisti. Sì, questa felicità è un “sistema”: o stai dentro o non esisti, non ci sei. Ciò significa che il tuo valore non è nella tua persona, non importa quello che tu sei veramente, ciò che in te è originale e unico; il tuo valore è unicamente legato al fatto di stare dentro a questa messa in scena. Una tale acquiescenza è il contrario della vera obbedienza. L’obbedienza indica una fedeltà, un’adesione personale. Vasti rivendica la sua dignità. Felicità e dignità sono due cose che vanno coniugate insieme.
In conclusione la felicità come sfida implica la fedeltà a se stessi.

SECONDO QUADRO:
felicità come sete (I Samuele)

Il popolo, che uscito dall’Egitto, si era insediato nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, chiede un re che gli dia stabilità e felicità. Israele decide di darsi un re perché ha un senso di inferiorità rispetto a tutti gli altri popoli. Anche il Dio di Israele, l’Emmanuele, deve essere visibile, la sua bellezza deve rendersi visibile nel re, nel messia; per questo viene scelto un uomo innanzitutto bello (1sam 9,2). Saul, primo re, è bello e alto, ha potere sul popolo e ha un figlio bravissimo, Gionata.
Saul era stato unto re dal profeta Samuele, mandato da Dio; ora però si legge che “lo spirito del Signore si era ritirato da Saul”.
Come mai? Era capitato che Saul avesse dei momenti di malinconia, di tristezza.
Potremmo dire era depresso, ansioso. La tristezza smentiva l’autenticità di essere re, perché un re deve essere felice. Se Saul aveva Dio dalla sua parte perché era triste? Possiamo dire così: il suo cuore non era stato raggiunto, la sua felicità restava solo superficiale. Non aveva la felicità interiore; aveva un senso di tristezza dinnanzi alla vita. È il male oscuro, come spesso viene chiamato oggi. Si possono avere tante cose ed essere tristi. C’è una sete, un desiderio più profondo che non vengono soddisfatti dal potere, dalla grandezza, dalla ricchezza, dalla vittoria sui nemici. A Saul va tutto bene, ma è triste. Allora che cosa legge in questo il profeta? Che lo spirito del Signore si era ritirato da lui…
Naturalmente questa è una lettura fatta dal profeta, ma cosa significa? I servi di Saul cercano di spiegare questo profondo turbamento come qualcosa di talmente potente che non può non venire da Dio, e cercano di aiutare il re proponendogli la musica per guarire dall’infelicità.
Viene proposta la musica come medicina dell’anima, pur essendo forse solo un placebo. Anche questo è di grande attualità.
Le orecchie dei giovani sono piene di musica, spesso come frastuono, forse per riempire il vuoto, per non sentirlo, per tenere lontana la tristezza. Il cuore dell’uomo è difficilmente raggiungibile dalla felicità.
Il corpo sì, può essere raggiunto più facilmente dalla felicità; si possono raggiungere grandi beni, anche di grande altezza etica, ma non è detto che il cuore sia felice. Ci vuole un contatto intimo con il cuore, con l’interiorità, con i desideri più profondi, per essere veramente felici. Per capire meglio lo stato d’animo di Saul bisogna rileggere i capitoli 14-18 del Primo libro di Samuele.
Qui si vede che Saul faceva tutto da solo, si era “montato la testa”. Non riconosce il profeta, l’autorità del culto, non riconosce neanche l’importanza di suo figlio, non ha collaboratori perché pensa di fare tutto da solo. Questa è la grande tentazione che lo rende infelice. Chi è allora l’infelice?
L’isolato, fosse anche un re. Nella Bibbia chi non ha relazioni è un infelice. Per la Bibbia la felicità sta nell’intessere legami, nell’essere parte del popolo, della comunità. Il percorso biblico sulla felicità è un po’ il contrario rispetto a quello delle culture vicine: il percorso era dall’uomo povero verso Dio che invece è ricco. A poco a poco si arriva all’opposto: il Dio che è nei cieli, proprio per dare felicità all’uomo, rinuncia alla sua felicità, alla sua pienezza, si abbassa e si fa “vuoto” compie la kenosis (da kenòo, che in greco significa svuotare).
A partire da uno svuotamento, dunque, il Nuovo Testamento tornerà a parlare di felicità, beatitudine di chi sceglie di percorrere la strada tracciata da Gesù di Nazaret.

TERZO QUADRO:
felicità come sapienza (Salmo 1)

Per essere beati, per essere quindi davvero un tutt’uno con Dio bisogna “combaciare” la legge. L’uomo giusto le è fedele. Ma attenzione, non si tratta dell’osservanza di un codice, di tanti precetti, di un’osservanza
superficiale e ipocrita, formale ed esteriore (come per scribi e farisei). Piuttosto ascoltare la voce di Dio che passa attraverso quelle parole, per cui un uomo è beato perché il suo orecchio forma un tutt’uno con la bocca di Dio. Il salmo 1 è come se dicesse: “devi aprire il tuo orecchio, perché io lo riempio”. La sazietà viene dalla Parola. Bisogna farsi riempire dalla Parola, perché, giunta al cuore, può togliere la tristezza.
Ci vuole allora un orecchio aperto, un’intelligenza viva per sapere dove incontrare la Parola. Nella sapienza biblica si parla di due signore, sempre presenti nella vita, ma soprattutto nella giovinezza: la sapienza e la follia (Prov 8,32-36; 9). La sapienza si rivolge ai giovani, agli inesperti e li invita al banchetto della felicità, della vita. La sapienza insegna che la felicità non è l’emozione di un attimo, non si può acquistare con i soldi o con qualsiasi altro mezzo, ma è una scuola di vita, una via di vita, qualcosa cui si deve dedicare tutto. Ed è una scuola condivisa, plurale perché nella casa della sapienza ci sono altri che imparano insieme a te. La felicità non è mai un fatto personale, perché l’uomo è relazione.
Ma accanto alla sapienza c’è anche la follia che “sta seduta sulla soglia di casa”, invita i ragazzi e offre dell’acqua. Le acque della follia sono dolci, perché sono furtive: si ha la sensazione di prendere qualcosa per sé, individualmente. È un rubare un attimo di felicità, ma questa in realtà è follia.
“La sua legge medita”: il verbo greco è symbàllo, che letteralmente significa “metto insieme”. Meditare vuol dire fare propria questa Parola, ma anche discutere, mettere insieme per coglierne la solidità, sentire che può piano piano far crescere dentro di te qualcosa di solido, qualcosa che ogni giorno è un mattone che fa crescere la costruzione. In fondo queste sono le regole dell’amore, del rapporto di coppia, dell’amicizia: non sono qualcosa che si improvvisa perché quel che conta è proprio questo symbàllo, questo entrare in relazione, in modo profondo.
Continua il salmo “è come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo”. Ecco la vitalità dell’uomo che è felice. Il frutto è una sorta di esuberanza di questa felicità. Felice è chi è stabile perché non si fonda solo su se stesso ma su questo rapporto con la Parola, che è ciò che ci mette in relazione. L’essere umano nella Bibbia è soggetto di relazione: tu sei felice, completo, se sei in relazione, se puoi contare veramente su questo passaggio continuo d’acqua. “Poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti”. Beato è l’uomo giusto perché il Signore veglia sul suo cammino: da qui il senso dell’affidamento, l’abbandonarsi di chi non si sente più solo… È beato perché non è solo: il suo è un cammino fatto di buio e di luce, di momenti di estasi e di grandi smarrimenti, però quest’uomo ha la consapevolezza che il Signore veglia sul suo cammino. Questa è la massima felicità per l’uomo biblico.
E la fede nasce da questa beatitudine.

(Da: Perché tu viva e sia felice, Qiqajon 2014)