Adorare

Pensieri per lo spirito

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».Mt 28, 8-10

Dopo la Risurrezione i piedi di Gesù tornano ancora a occupare una delle prime inquadrature della pagina evangelica. Stavolta non vengono inondati di nardo prezioso, ma dalle braccia delle donne che per prime avevano ricevuto il lieto annuncio. Ecco, esse giungono e vedono finalmente con i loro occhi colui che è passato dalla morte alla vita e come primo gesto, quasi spontaneo e irrefrenabile, fanno qualcosa che oggi ci appare forse strano: cingono i suoi piedi. Eppure strana non è, quest’attenzione così insolita per noi nella sua concretezza, ma anche tanto esuberante, straripante d’amore. E a pensarci bene, noi usiamo tante volte modi di dire che esprimono tutta la nostra devozione, l’amore incondizionato per una persona: sono ai tuoi piedi, mi getto ai tuoi piedi, mi prostro ai tuoi piedi. Qualcosa che rimanda alla schiavitù non come oppressione e schiacciamento della dignità, ma come volontaria e gioiosa sottomissione, una totale donazione nel servizio all’altro, quell’amore per il quale si è pronti anche a dare la vita per colui che si ama. È un amore in cui si riconosce una superiorità dell’altro intesa come il metterlo al primo posto fra le priorità, il fatto che proprio colui che si ama (e nessuno diverso da lui) sia il centro della propria vita. E così le donne corse al sepolcro si gettano ai piedi di Gesù, come facevano, nel gesto ospitale e necessario della lavanda, gli schiavi verso i propri padroni, la moglie verso il marito, i figli verso il padre. Un’azione che – lo aveva dimostrato Cristo stesso nel corso dell’Ultima Cena – è il gesto dell’amore che rende liberi e aperti agli altri, dunque il gesto di chi serve per regnare, di chi si inchina volontariamente per essere risollevato da Dio, di chi sembra privarsi della dignità agli occhi del mondo, per ridonare dignità agli altri. Il gesto del chinarsi ai piedi è anche quello che aveva fatto la sorella di Lazzaro, per non perdere una sola sillaba pronunciata dal Maestro, di cui tutto, anche le virgole, erano importanti e preziose. Perché stare ai piedi di qualcuno è anche pendere dalle sue labbra, essere consapevoli dell’importanza estrema di ciò che l’altro ha da dire e dice. Così, con il gesto del cingere i piedi del Cristo risorto, le donne stanno nuovamente accogliendo il Signore che è tornato nella loro vita, colui che si era allontanato da casa e ora vi fa ritorno. Lo riconoscono ancora una volta Signore e Maestro, e lo adorano,. Adorare: un verbo che già nella sua etimologia latina e ancor prima nel termine greco impiegato (il verbo προσκύνησις) rimanda anche al portare alla bocca, al baciare. Ecco, esse cingono i piedi di Gesù e, probabilmente, li baciano, in segno di adorazione. È come assistere a un rito simbolico, con cui le donne attestano la loro fede, dimostrano di rimanere idealmente e fedelmente, ai piedi del Cristo, al suo servizio, in ascolto devoto della sua parola. Portavano gli olii per l’unzione del suo corpo, ma ora i piedi del Cristo non sono più sporchi, ed è dunque con la loro anima, con il loro affetto, con la loro fede, con il loro amore, fatto anche di mani e di baci, che le donne stanno ungendo il Risorto. Ed è così che Gesù vuole essere “unto” e riconosciuto: Signore e Maestro, Dio che si è fatto Carne da toccare, Parola da ascoltare, esempio da imitare, Vangelo da annunciare. Ci si prostra in adorazione dinanzi al Signore per poi farsi risollevare dal suo amore, e con lui, sostenuti dalla sua forza, rimettersi in cammino e dire a tutti che Gesù è il Vivente, il Risorto, la nostra speranza, la nostra Pasqua, il nostro passaggio dalle tenebre alla luce, dalla disperazione alla speranza, dall’incredulità alla fede nel Dio che salva dalla morte.

(Dal blog Chiamati alla speranza)