DOMENICA II DI PASQUA – B – di Giuseppe Bellia

Acqua, che viva zampilli

dal costato trafitto del Cristo,

sangue, versato con amore

nel calice del nuovo patto,

lavacro per puri pensieri,

profumo della vera vite,

canto della tortora in terra,

sui nostri campi in fiore,

vieni e illumina chi è nel buio

con il fuoco del tuo amore.

O Spirito, Soffio del Dio vivo,

sui discepoli in pianto e soli,

gioia traboccante e ineffabile,

coppa inebriante di vino nuovo,

luce intramontabile del Cristo,

risveglio di quanti dormono,

porpora regale dei credenti,

fonte cristallina e pura,

vieni e illumina chi è nel buio

con il fuoco del tuo amore.

PRIMA LETTURA                                             At 4,32-35

Dagli Atti degli Apostoli

32 La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.

«I credenti, sono coloro che sono agli inizi. È bello che ciò sia agli inizi, ma è facile che all’inizio questi gesti si facciano. Questo problema si pone per quello che riguarda la nostra spoliazione: bisogna riverificarsi.

Molte cose, che si ritenevano superate, ritornano e a uno stadio peggiore: ci sono dei cicli, ma c’è un mistero di Dio che così opera in questa via. Egli vuole raggiungere dei gradi maggiori soprattutto di umiltà. Ciò non toglie il fatto che non sia un rischio. Bisogna stare molto attenti soprattutto all’inizio di queste fasi. Allora cominciamo, quando ci prendiamo in mano, dalle fasi pericolose. Questo è vero anche per l’unità dei cuori con i fratelli. Ci possono essere momenti in cui un’unità profonda con i fratelli può essere messa in discussione per una crescita dello Spirito, per un fatto esterno, per una permissione del Signore. I segni del pericolo stanno qui: nessuno diceva le sue cose proprie. Al fatto che tutto fosse comune, è concessa la grande potenza. Ciò che sminuisce questa potenza dello Spirito è questa mancanza di spoliazione. E noi chiudiamo gli occhi: la potenza dello Spirito è condizionata e non è grande la grazia su di noi (D. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio 27.4.1972).

Questa è l’opera dello Spirito al quale si contrappone l’opera del Satana che divide la Chiesa come è detto di Anania (5,3).

Un cuore solo (lett.: uno) perché nel cuore di ciascuno è stato riversato l’unico Spirito (cfr. Rm 5,5): l’effusione dello Spirito è l’effusione dell’amore del Padre. La presenza dello Spirito rende testimonianza alla verità della preghiera di Gesù al Padre prima della sua gloriosa Passione (cfr. Gv 17,20s). Lo Spirito fa di coloro, che hanno incominciato a credere in Gesù per la parola degli Apostoli, un cuore uno e un’anima una perché si manifesti, nella Chiesa, l’unità stessa che è nel seno di Dio. Già i profeti annunciano questa opera del Signore; è scritto in Ezechiele (11,19): Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne; un cuore uno non spezzato dall’idolatria: è questa che divide il popolo. Essere uno in Gesù è essere un cuore uno con Lui e con i fratelli. «Il cuore uno, è solo quello del Cristo» (Gregorio, com. a Ez) e ciò fa della Chiesa l’assemblea di coloro che sono chiamati a vivere nella «comunione dell’amore» (idem). Questo è quanto si realizza al ritorno del popolo dall’esilio (2Cr 30,12).

Questo loro amore è il principio della loro povertà, dice infatti: nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Ciascuno aveva rinunciato al suo diritto di proprietà a vantaggio dei suoi fratelli di fede [1]. La proprietà esisteva mentre i frutti di essa e il suo utilizzo erano in comune.

Ciascuno aveva eliminato da sé l’avidità del possedere (cfr. 1Gv 2,16: la concupiscenza degli occhi) e anziché fare delle ricchezze un motivo di vanto e di dominio sugli altri, le metteva in comune secondo la necessità di ciascuno.

33 Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.

La forza, che è scesa sugli apostoli per il dono dello Spirito, li ha resi testimoni (1,8). La forza è detta grande perché si esplica nelle guarigioni, nei segni e nei prodigi (30) accompagnati dalla Parola. Questa testimonianza sulla risurrezione di Gesù è la forza che rompe le barriere dell’egoismo e fa mettere tutto in comune. Se il Signore è risorto ed è diventato la nostra eredità, allora non esiste più un’altra eredità terrena. Quando invece viene meno la forza di questa testimonianza allora rispuntano le erbe velenose dell’egoismo, dei litigi ecc. Un altro effetto di questa grande forza è la grande grazia che era su tutti loro (tradotto: un grande favore). Come era su Cristo (cfr. Lc 2,40) così la grazia è su tutta la Chiesa. E come è grande la forza così grande è la grazia.

34 Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto

Dt 15,4 dice: poiché non ci sarà in mezzo a te nessun bisognoso, questa promessa (non ci sarà) si è adempiuta (non c’era); in Dt è la benedizione legata alla terra data come eredità che toglie ogni necessità e indigenza, qui è la potenza dello Spirito che opera negli Apostoli ed è la grande grazia che è su tutti. Questo non è altro che la benedizione.

«Non vi era indigente, Dt 15: povero, qui c’è una promessa del Signore legata al popolo e alla terra, dove i bisognosi non ci dovrebbero essere. Allora com’è che siamo di fronte a tanta indigenza? Allora mi sono detto che qui c’è una colpa del popolo del Signore che non sa dare con generosità. È significativo che l’esperienza della Chiesa avvenga a Gerusalemme dove l’esperienza della Chiesa si salda con quella d’Israele. Ora questo apre gli occhi sulla responsabilità nostra nei confronti di coloro che muoiono di fame. Questo problema è un mistero: i poveri li avete sempre con voi e va risolto prima di tutto nella via del mistero» (D. G. Dossetti, omelia, S. Antonio 27.4.1972).

35 e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

«Mettere ai piedi degli Apostoli, detto tante volte di Gesù: peccatrice, indemoniato di Gerasa, ecc. Paolo educato ai piedi di Gamaliele. Dt 33,3; Gn 49,10; questo è un gesto di adorazione e di dedizione totale che, nei confronti di Dio, si traduce in un atteggiamento nei confronti della Chiesa» (M. Luisa Danieli, appunti di omelia, S. Antonio 27.4.1972).

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 117

R/.  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.

Oppure:

R/.  Alleluia, alleluia, alleluia.

Dica Israele:

«Il suo amore è per sempre».

Dica la casa di Aronne:

«Il suo amore è per sempre».

Dicano quelli che temono il Signore:

«Il suo amore è per sempre».               R/.

La destra del Signore si è innalzata,

la destra del Signore ha fatto prodezze.

Non morirò, ma resterò in vita

e annuncerò le opere del Signore.

Il Signore mi ha castigato duramente,

ma non mi ha consegnato alla morte.               R/.

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta la pietra d’angolo.

Questo è stato fatto dal Signore:

una meraviglia ai nostri occhi.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore:

rallegriamoci in esso ed esultiamo!                   R/.

SECONDA LETTURA                                        1Gv 5,1-6

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, 1 chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.

Professare che Gesù è il Cristo significa essere nati da Dio: il Padre rivela Gesù e il credente, che lo accoglie, è rigenerato e dalla rigenerazione riceve l’illuminazione del battesimo. L’illuminazione consiste in un amore intenso verso il Padre, verso il Cristo e verso colui che da Dio è stato generato, cioè verso i fratelli. L’illuminazione battesimale è quindi la conoscenza di Dio che diventa amore accolto e trasmesso.

2 In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti.

Prima ha detto: chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (4,20), adesso dice: da questo conosciamo di amare i figli di Dio, se amiamo Dio. Il discorso è inscindibile: prima l’ha affrontato partendo dall’amore fraterno, quindi dal visibile è andato verso l’invisibile; ora verifica l’amore fraterno partendo dall’amore verso Dio. Questo ha la sua verifica nell’osservanza dei comandamenti. L’amore è quindi unico e ha questa dinamica: l’amore di Dio, del Padre, si è reso visibile tutto, in pienezza, nel Figlio; mediante il Figlio e nel Figlio si è comunicato a noi; da noi ritorna al Figlio, nel Figlio al Padre. In questa circolarità sono inclusi anche i fratelli. L’amore poi, nel suo dinamismo divino, non si ferma solo ai fratelli, ma va verso tutti gli uomini perché supera la soglia anche dei nemici: questo è l’unico amore di Dio, che è lo Spirito Santo. Entriamo così nella vita divina, puro e infinito movimento di amore, interno al mistero delle tre divine Persone: il Padre che, amando, genera il Figlio nell’oggi eterno; il Figlio, eternamente generato, che ama il Padre e questa intensissima e infinita comunione tra il Figlio e il Padre, è lo Spirito. Nell’atto dell’Incarnazione questo amore si fa visibile nell’umanità di Cristo, dall’umanità di Cristo si comunica a tutti i credenti e circolando in tutti crea l’unità e ritorna mediante il Cristo, al Padre da cui ha origine.

3 In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.

Ora Giovanni può affermare che i comandamenti di Dio non sono gravosi: non lo sono in forza dell’amore di Dio. Per chi ama tutto è leggero, per chi non ama anche una pagliuzza sulle spalle è pesante (cfr. Mt 11,28-30).

4 Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

5 E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?

Il v.4 è strettamente collegato al versetto precedente: nel testo greco c’è un poiché che il nostro testo ha tralasciato per rendere più incisiva la frase, mentre è importante: poiché chiunque è stato generato da Dio vince il mondo, colui che è nato da Dio vince il mondo perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo (4,4). Nel credente è presente il Cristo e il Cristo presente vince il mondo e la potenza del mondo, che è l’anticristo e il diavolo, su cui il mondo giace, come dice poco dopo. Per chi è sciolto dal mondo i comandamenti non sono gravosi perché l’anima dei comandamenti è l’amore.

E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. C’è una missione che il cristiano deve compiere, liberare l’umanità dal mondo, sciogliere gli uomini dal giogo pesante del diavolo e dalla seduzione dell’anticristo che si esprime nei falsi profeti.

E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? La nostra fede, come adesione al Signore Gesù e obbedienza alla rivelazione del Padre, che, mediante l’acqua del battesimo, ci ha rivelato che Gesù è il Figlio suo, il Cristo, è la vittoria sul mondo, è la vera evangelizzazione, perché è la liberazione degli uomini dal potere del principe di questo mondo e della sua seduzione. Quindi è fondamentale credere. Questa fede richiede anche il prezzo della nostra vita come dice l’Apocalisse: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire (12,10). La nostra fede diventa la testimonianza di Gesù nel mondo, contro il mondo, fino al dono totale della nostra vita: questo è il prezzo che tutti abbiamo coscienza di dover pagare, altrimenti cadiamo in mano all’anticristo e nelle trame dei falsi profeti. Se non siamo disposti a dare la vita per il nome di Gesù, cadiamo nel compromesso perché il mondo ci ha dichiarato guerra e noi abbiamo dichiarato guerra al mondo per strappargli i nostri fratelli. Questo è l’amore per tutti gli uomini, questa è la lotta spirituale fondamentale che dobbiamo compiere per consegnare a Cristo gli uomini mediante la nostra fede che, come già sappiamo, diventa operante nella carità. Se c’è questo dinamismo della fede, la carità non ha più limiti, fa spendere tutte le energie non in modo sbagliato; c’è sempre una sapienza in tutto, che è meravigliosa, e la sapienza nel dono non vuol dire il limite del dono, ma al contrario, vuol dire il dono totale di sé.

6 Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

Gesù Cristo è venuto con acqua e sangue: probabilmente questo vuol dire che la venuta nel mondo di Gesù è caratterizzata nel suo inizio dal segno dell’acqua – cioè il suo battesimo nel Giordano dove il Padre lo ha rivelato come il Figlio suo – e nella sua fine dal segno del sangue, quello del suo sacrificio sulla croce. Difatti nella contemplazione finale del Signore crocifisso nell’evangelo secondo Giovanni troviamo l’acqua e il sangue, che sgorgano dal suo costato: uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,31-37).

Questo testo dell’evangelo, secondo l’interpretazione autorevole dei nostri padri, segna l’inizio della Chiesa: da Adamo addormentato nel mistico sonno viene formata Eva, da Cristo addormentato sulla croce, dal sangue e dall’acqua viene formata la Chiesa. Quindi la Chiesa è formata dall’acqua e dal sangue di Gesù. Mediante la realtà sacramentale, operata dallo Spirito, il Cristo si fa presente oggi fino alla fine del mondo nella sua Chiesa mediante l’acqua e il sangue. Questi due segni compendiano tutta la realtà sacramentale, espressa nel battesimo, nell’effusione dello Spirito e nell’Eucaristia. Il credente, mediante i segni sacramentali viene a contatto con l’acqua rigeneratrice e il sangue redentore, scaturiti dal Cristo e sempre presenti nella Chiesa e in ciascuno di noi.

Colui che opera questo contatto è lo Spirito: è lo Spirito che dà testimonianza perché lo Spirito è la verità. Lo Spirito Santo dà testimonianza al credente che egli è a contatto col Cristo nel sacramento del battesimo, sempre vivo e operante in lui perché l’acqua battesimale non è scomparsa, ma si è interiorizzata (cfr. Gv 4,14: sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna), ed è a contatto col Cristo nella comunione vicendevole, che, purifica dai peccati mediante il sangue del Cristo (cfr. 1,7: Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato). Questo si attua in massimo grado nel segno sacramentale dell’Eucaristia, che è il suo vero corpo e il suo vero sangue. Il Cristo quindi viene a noi mediante l’acqua e il sangue. Nei segni sacramentali il credente accoglie Gesù, il Figlio di Dio; perciò colui che crede in Gesù e lo accoglie nel segno sacramentale in forza della testimonianza, che gli dona lo Spirito Santo, fa esperienza viva e vera di lui e della comunione fraterna.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO                       Gv 20, 29

R/.       Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Gv 20,19-31

Dal vangelo secondo Giovanni

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».

Ora l’evangelista ci narra quanto accadde la sera di quel giorno, il primo dopo il sabato. Perché mai Gesù fu con i suoi solo alla sera? Forse perché di sera Egli fece la cena, nella quale con la lavanda dei piedi e con i discorsi che ne seguirono Gesù iniziò i discepoli ai divini misteri. Ora Egli porta a compimento sia le parole che loro ha detto tre sere prima sia i segni dell’iniziazione (cfr. 14,20; 16,23.26).

Le porte erano chiuse per il timore dei giudei. Nonostante le assicurazioni di Gesù e l’annuncio dato dal discepolo da Lui amato e da Maria di Magdala, i discepoli se ne stanno a porte chiuse perché hanno timore dei giudei. Il timore, che i giudei incutono, è più nell’ordine spirituale; infatti l’evangelista ha già dato testimonianza della scomunica data a chi riconosce Gesù (cfr. 9,22; 12,42). In questo luogo chiuso dalla paura, espressione del loro sentire, prigione della loro incredulità, viene Gesù senza aprire le porte e stette in mezzo e dice loro: «Pace a voi!». Egli si fa presente in questo spazio segnato dalla paura e dalla chiusura.

Egli viene portando la pace. La pace, come se stesso, in cui è pienezza di ogni benedizione divina, riempie questo spazio, comincia a dissipare la paura e apre i discepoli. Come il sepolcro si presentò agli occhi dei discepoli con la pietra ribaltata, così la presenza di Gesù tra noi ribalta la pietra, che ci tiene sigillati nelle nostre paure, rendendoci capaci di testimoniare che il Signore è risorto.

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Con il primo saluto di pace Gesù mostra il suo corpo glorioso e risorto, corpo non immateriale ma fisico sebbene non soggetto alle leggi dello spazio e del tempo, entra infatti a porte chiuse. Dalla pace e dalla sua presenza scaturisce la gioia.

Dopo aver dato loro la pace, Gesù mostrò le mani e il fianco. Egli fa loro vedere il foro dei chiodi e la ferita del costato. Agostino commenta: «I chiodi avevano trafitto le sue mani, e la lancia aveva aperto il suo costato; ed erano conservati i segni delle ferite per guarire dalla piaga del dubbio i cuori degli increduli. E le porte chiuse non avevano potuto opporsi al suo corpo, dove abitava la divinità. Colui, la cui nascita aveva lasciato inviolata la verginità della madre, poté entrare in quel luogo, senza che le porte venissero aperte» (CXXI,4). Gesù è per sempre il Crocifisso; per sempre la sua croce è impressa nella sua carne e per sempre rimane impressa nella mente e nel cuore dei discepoli.

Quanto i discepoli ora vedono – e anche Tommaso vorrà vedere – costituisce l’essenza dell’annuncio evangelico: Gesù Cristo e questi crocifisso (1Cor 2,2). Essi contemplano il Crocifisso nella gloria della sua risurrezione per cui i discepoli gioirono al vedere il Signore (cfr. 16,22-23: Anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla).

La pace, che il Signore ha loro dato, ha sanato le ferite della colpa di essere fuggiti lasciandolo solo e ora vedono quelle ferite nel loro Signore che, anziché dar loro amarezza, infondono gioia nello loro spirito. I discepoli non avvertono nel loro Maestro nessun rimprovero ma solo il grande amore con cui li ama e questo li fa gioire. Sulle labbra di Colui, che è mite e umile di cuore, non c’è nessuna parola amara ma solo la piena realizzazione delle sue stesse promesse. Questa è la redenzione, che Egli opera in noi, portarci all’oblio delle nostre colpe e ristabilirci nell’innocenza pura del nostro essere in Lui portato negli abissi della divinità.

I discepoli gioiscono perché sono da Lui attratti e strappati con forza dal loro sepolcro di paura e di tristezza. Gesù li attrae a sé e li fa uscire dalla voragine della morte, che tende a riassorbire la nostra esistenza attraverso la forza seduttiva del peccato. Essi, il gregge che il satana aveva disperso quando il pastore era stato colpito, vengono ora attratti da Gesù per costituire quell’uno, che è il contenuto della sua preghiera al Padre. Usciti dal loro sepolcro, in cui si erano rinchiusi, ora i discepoli gioiscono al vedere il Signore perché in forza di Lui, che ha vinto la morte e che porta in sé i segni della vittoria, essi stessi vengono alla vita. E dovunque vi è la vita vi è la gioia.

21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Gesù dona loro per la seconda volta la pace. Agostino commenta: «La ripetizione ha valore di conferma; cioè Egli dà ciò che era stato promesso per bocca del profeta, pace aggiunta a pace (cfr. Is 26,3)» (CXXI,3). Prima Egli aveva dato loro la pace per sanare le loro ferite, ora Gesù la dona loro perché i discepoli a loro volta la donino agli uomini.

Essi possono donarla perché da Lui inviati. Unica è la missione dei discepoli e quella del Cristo. Questa consiste nella presenza del Signore attraverso i suoi discepoli (cfr. Mt 25,40: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»). Stabilendo un’esatta uguaglianza tra il suo invio dal Padre e quello dei discepoli da parte sua, Gesù esprime l’unità inscindibile tra il Padre, se stesso e i suoi discepoli. Sorgente della missione di Gesù è il Padre, sorgente della missione dei discepoli è il Figlio. Il rapporto con il Padre da parte dei discepoli è sempre mediato da Gesù (cfr. 1Tm 2,5). L’unico, che il Padre manda, è il Figlio e in Lui Egli invia sia lo Spirito che i discepoli. Infatti Gesù dona lo Spirito Santo ai discepoli perché in loro sia la forza stessa che è in Lui. L’unica missione, iniziata in Gesù, continua ora nei suoi discepoli. Più i discepoli sono uno con Gesù più appare l’unica missione. La continuità non è successione perché Gesù è presente nei suoi e in loro Egli continua a compiere le opere del Padre suo.

I suoi discepoli faranno opere maggiori di Lui perché è Gesù che attraverso loro porta a compimento la sua opera (cfr. 14,22: In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre).

La pace, che Egli comunica, ha pertanto un duplice effetto: li risana e li rende capaci di annunciare l’evangelo della pace. Questa è l’opera, che Gesù compie nei suoi discepoli anche oggi e sempre: li risana dalle tristi conseguenze del peccato, che generano chiusura e tristezza, e li rende capaci di essere annunciatori dell’evangelo. Vi è quindi questa duplice operazione, che la pace di Gesù opera in noi. Egli vuole che l’annuncio sia effetto della salvezza e che scaturisca come sorgente pura dello Spirito Santo da persone risanate. Ma nessuno può annunciare se non riceve per la seconda volta il dono della pace. Nessuno può infatti andare se Gesù non lo manda.

22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo.

Soffiò, è il verbo usato nella creazione dell’uomo. Nei LXX è scritto: e soffiò verso il suo volto un soffio di vita (Gn 2,7). Qui il testo non precisa che il Signore abbia soffiato verso di loro, ma usa il verbo in modo assoluto. Dopo aver collegato con quanto precede con l’espressione: e dopo aver detto questo, il testo aggiunge soffiò e dice loro. Questo soffio del Signore investe sì i discepoli ma non solo. Come morendo Egli ha dato lo Spirito effondendolo in tutta la creazione (cfr. 19,30), così ora, risorto, Gesù soffia e il suo soffio si effonde su tutta l’umanità e su tutta la creazione. Notiamo come nei LXX questo verbo è sempre usato in rapporto a un termine cui è diretto il soffio, solo in Gv vi è un uso assoluto. Per il fatto che l’evangelo non precisi il soggetto indica l’universalità del dono, che, pur passando per i discepoli, tuttavia non si ferma a loro, come ci dimostrano gli scritti neotestamentari. In loro il soffio dello Spirito Santo, che proviene dalle labbra di Gesù, ha il suo luogo di effusione. Come in Gesù lo Spirito Santo ha la sua sorgente, per cui non si dà presenza dello Spirito Santo se non attraverso Gesù solo, così lo Spirito è effuso in ogni uomo tramite i discepoli. L’unica missione del Cristo consiste nell’essere portatori dello Spirito Santo, che dal capo si diffonde in tutto il corpo e da qui, come olio buono (cfr. Sal 133,2), si diffonde in tutta la casa. Essa si riempie così del profumo del miron (cfr. 12,3). L’unica vite vera (cfr. Gv 15,1) manda profumo (cfr. Ct 2,13: le viti fiorite spandono fragranza). Origene commenta: « Il Padre, agricoltore celeste, pota i tralci di questa vite perché portino molto frutto. Ma prima questa vite allieta l’odorato con la dolcezza del profumo che emana dal fiore, secondo colui che diceva: Poiché siamo buon odore di Cristo in ogni luogo (2Cor 2,15)» (com. al Cant., o.c., p. 254). Questo soffio quindi si effonde benefico su tutta la creazione eliminando il soffio della morte e il principio di essa, che è il peccato. Agostino commenta un testo che dice: alitò sopra di essi. «Soffiando su di essi mostrò, che lo Spirito non era soltanto del Padre, ma era anche suo» (CXXI,4).

23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il dono dello Spirito Santo è l’inizio della nuova creazione. Questa si manifesta con la remissione dei peccati, nei quali si esprime il potere della morte. Le parole del Signore, che sono Spirito e vita (cfr. 6,63), distruggono il potere della morte e del peccato.

Anche in Lc, quando il Signore fa una sintesi del messaggio della Scrittura a suo riguardo, presenta la conversione per la remissione dei peccati (24,47) come il frutto della sua risurrezione.

Tra lo Spirito Santo e i discepoli si crea un vincolo così forte che la remissione dei peccati passa attraverso di loro.

Questa quindi si manifesta attraverso la comunità dei discepoli e dona a chi la riceve la pace del Cristo.

La realtà del peccato è quindi incessantemente distrutta nella comunione ecclesiale.

Gesù dà pure il potere opposto, quello di ritenere i peccati. Essi quindi restano in colui che li ha compiuti. L’Evangelo non precisa quando questo avvenga. Stando alla prima lettera di Giovanni uno degli ostacoli maggiori è l’odio verso il fratello che rende omicidi come Caino.

Il peccato quindi non è racchiuso solo nella sfera personale, ma implica sempre un rapporto e come tale è solo attraverso un rapporto che può essere rimesso.

Il luogo pertanto dove lo Spirito rimette o trattiene i peccati è la comunità dei discepoli di Gesù.

Tutto questo avviene credendo in Gesù e attraverso la rigenerazione battesimale.

Rimane invece trattenuto nel potere della morte chi rifiuta di credere in Cristo e non vuole essere rigenerato dall’acqua e dallo Spirito

Tuttavia l’atto rigenerativo è continuamente rinnovato dall’annuncio, che accolto, opera un incessante giudizio.

La comunità dei discepoli, infatti, con il suo annuncio di Gesù, resta il luogo dove il Maestro continua il rapporto con il mondo perché è attraverso i discepoli che lo Spirito convince il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio (cfr. 15,26 s.).

Agostino commenta: «A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti. La carità della Chiesa che per mezzo dello Spirito Santo scende nei nostri cuori, rimette i peccati di coloro che partecipano di essa; ritiene invece i peccati di quanti non sono parte di essa. È per questo che parlò del potere di rimettere o di ritenere i peccati, dopo aver annunziato: “Ricevete lo Spirito Santo”» (CXXI,4).

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

L’attenzione si fissa ora su Tommaso, il discepolo assente. Alcuni Padri e Scrittori (Agostino, Beda, Lirano, Tommaso) affermano che Tommaso si era allontanato dagli altri sia di fronte a quanto le donne dicevano e sia a causa della testimonianza dei discepoli. Egli quindi appare disinteressato alle prime voci riguardanti la risurrezione di Gesù.

Come in 11,16 egli è chiamato Didimo, che è la traduzione greca del nome aramaico Tommaso.

Egli è provvidenzialmente assente perché allo sguardo del lettore si apra l’orizzonte della fede di coloro che pur non avendo visto crederanno (v. 29).

A differenza del discepolo, che Gesù ama, Tommaso condiziona la sua fede al fatto di vedere.

25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

I discepoli con insistenza e con voce unanime dicono a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». La gioia suscitata dal Signore nei discepoli è incontenibile ed essi affermano ciò che appare assurdo a Tommaso. Se è vero che l’esperienza spirituale della gioia non è spenta dai ragionamenti, è pur vero che essa non li vince negli altri. Tommaso contrappone alla loro gioia la concretezza delle prove. Chi si vanta di una pura razionalità disprezza il sentire altrui perché lo ritiene frutto di delirio (cfr. Lc 24,11: Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse).

«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». I discepoli hanno visto le mani e il costato, Tommaso vuole non solo vedere ma anche toccare soprattutto quei fori alle mani e quella ferita al costato che danno testimonianza che è veramente il corpo di Gesù crocifisso. Tommaso vuole fondare la sua fede sulla sua esperienza e non sulla testimonianza degli altri discepoli.

Egli vuole addirittura fare un’esperienza più forte della loro. Egli non vuole sottomettersi alla loro testimonianza e quindi cade nell’incredulità.

Quando vedrà il Signore Tommaso sarà guarito. Tuttavia, essendo apostolo, Tommaso ha potuto vedere il Signore perché ne divenisse testimone della risurrezione.

Gesù non esaudisce Tommaso perché questo era necessario per credere (altrimenti Egli dovrebbe apparire a ogni uomo) ma per il suo ruolo nella Chiesa.

La sua ostinazione c’insegna l’umiltà dell’attesa. Ora noi crediamo al Signore pur senza averlo visto e in Lui gioiamo di una gioia indicibile e gloriosa (1Pt 1,8).

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».

Il Signore lascia passare otto giorni in modo che ritorni il primo giorno dopo il sabato, perché sia il memoriale della sua risurrezione.

In questo giorno, l’ottavo e il primo, i discepoli sono di nuovo dentro, in casa. Questo è il giorno in cui si radunano di nuovo insieme e nel quale si rende presente il Signore.

In questo giorno Egli compie gli stessi gesti e dà lo stesso saluto della domenica di risurrezione. Il tempo è ricapitolato nella Pasqua e ha in essa la sua pienezza, perché questo è l’unico giorno, quello fatto dal Signore (Sal 118,24).

La natura di questo giorno si rivela sia nel primo giorno della settimana, la Domenica, come pure nell’Eucaristia dove il Signore compie gli stessi segni salvifici della sua Pasqua fino alla sua venuta.

Sebbene non visibile fisicamente, il Signore sta in mezzo ai suoi e dona loro la pace.

Più i discepoli recepiscono la presenza del Signore nei divini misteri più essi sono penetrati dalla pace di Gesù e la possono dare gli uni gli altri.

27 Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

Il Signore sana l’incredulità del discepolo: invitandolo a toccare le sue ferite gli mostra che è veramente Lui nel suo vero corpo e nel rispondere alle sue parole gli si rivela come Colui che tutto conosce e al quale nulla sfugge dei suoi discepoli.«Volle mostrare ad alcuni che dubitavano le cicatrici delle ferite nella sua carne per sanare la ferita dell’incredulità» (S. Agostino, Sermo 147, De Tempore).

In questo modo Tommaso può vedere e toccare le ferite del corpo risorto del Signore ed esserne suo testimone.

L’incredulità, che noi condividiamo con Tommaso, è guarita dalla stessa fede in Gesù. L’apostolo guarisce al contatto fisico con il Signore, noi attraverso la testimonianza apostolica.

L’esperienza di Lui anche per noi, come per Tommaso si conclude con l’invito del Signore: «Non essere incredulo ma credente!».

L’essere insieme come discepoli il primo giorno della settimana, accogliere il Cristo che sta in mezzo a noi nella celebrazione dei divini misteri ed entrare in comunione con Lui, tutto questo ci porta a distruggere in noi ogni forma d’incredulità per giungere al grido stupito della fede.

28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Il grido, che il credente eleva a Dio (cfr. Sal 35,23) invocando la sua salvezza perché Egli è il suo Signore e il suo Dio, Tommaso ora lo rivolge a Gesù.

Nello stupore di conoscere in Gesù risorto il suo Signore e il suo Dio, il Dio quindi dei suoi padri, che ha accompagnato il cammino del suo popolo, Tommaso conclude l’itinerario della fede dei discepoli.

Esso è cominciato al mattino con la fede del discepolo amato da Gesù dentro al sepolcro vuoto, è passato attraverso il grido della Maddalena (Rabbonì) e giunge alla sua espressione più alta sulle labbra di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

In questo modo è rivelato a noi chi è Gesù e quale rapporto Egli abbia con noi.

Egli sta in rapporto con noi come il nostro unico Signore e il nostro unico Dio.

La fede d’Israele sull’unicità di Dio converge verso Gesù come l’unico Signore e l’unico Dio con il quale rapportarci.

Il rapporto con il Padre, l’unico Dio, non può essere scisso dal rapporto con il Figlio, con Gesù.

Nessuno può dichiarare che Dio è l’unico se non dichiarandolo in Gesù.

Il Dio d’Israele è Gesù e in Lui noi conosciamo il Padre come uno con il Figlio.

Tommaso giunge in questo modo al compimento della sua fede nell’unico Dio tante volte professata.

Toccando le ferite alle mani e al costato di Gesù, l’apostolo esperimenta in Gesù il suo unico Dio e quindi il suo unico Signore.

Israele non ha mai conosciuto direttamente il Padre ma nella rivelazione ha sempre udito la voce del Figlio, come più volte Gesù stesso ha proclamato nell’evangelo (8,58: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono»; 5,46: «Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto»).

Come al discepolo al sepolcro si è rivelata la perfetta concordanza tra gli avvenimenti di Gesù e le divine Scritture, in Lui perfettamente adempiute, così ora si rivela a Tommaso l’identità del suo Signore e del suo Dio con Gesù.

«I due termini usati da Tommaso, “Signore” e “Dio”, si confermano nel loro valore ultimo e si rafforzano a vicenda: è Dio in quanto Signore, e Signore in quanto Dio. Insieme fanno una struttura di solidità irrefragabile, sicurissima, perché la possibile ambivalenza di ciascuno dei termini è risolta proprio nel loro essere coniugati. Nel mondo pagano il termine “dio” è svenduto, ma qui va inteso nel senso vero e proprio di Kyrios; e Kyrios, non nel senso corrente di “signore, padrone”, ma nel senso di Theós, Dio» (U. Neri, L’ora della glorificazione …, p. 200-201).

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Tommaso ha veduto Gesù risorto e ha creduto. Infatti egli non ha solo constatato che è Gesù il crocifisso il risorto che sta in mezzo a loro ma ha conosciuto chi è Gesù.

La carne del Signore è stata veicolo della sua fede. Toccando i segni della croce, Tommaso è stato attratto dagli abissi della divinità e ha quindi conosciuto il suo Signore e il suo Dio.

L’incontro con Gesù risorto è andato oltre le sue attese, lo ha coinvolto e lo ha trascinato dentro quel mistero, che era rimasto celato durante la vita terrena di Gesù.

Le ferite aperte nella carne di Gesù sono la finestra sulla sua divinità.

Tommaso ha visto, ha toccato e ha contemplato e quindi non ha potuto trattenere il grido della sua fede e del suo rapporto con Gesù.

A questa condizione di privilegiato, Gesù contrappone la beatitudine di quelli che crederanno senza aver visto in virtù della parola apostolica.

Essi crederanno in virtù della Parola e dei segni sacramentali: l’acqua, il pane e il vino la cui virtù sanante e salvatrice è stata espressa nei segni che Gesù ha operato e che sono stati raccontati lungo il santo evangelo.

I discepoli, che crederanno senza aver visto Gesù, troveranno la loro gioia nella Parola e nei segni perché esperimenteranno in essi la presenza del Signore e credendo in Lui gioiranno di una gioia indicibile e gloriosa (1Pt 1,8).

La presenza di Gesù nella Parola e nei segni non è sostitutiva della sua presenza fisica ma è il modo come ora Egli è presente tra noi.

La presenza è la stessa, il modo è diverso, diverso è quindi il modo di credere.

Allora i discepoli hanno creduto vedendo l’uomo Cristo Gesù, ora noi crediamo ascoltando la proclamazione evangelica e aderendo con fede ai segni sacramentali, resi presenti dalla Chiesa.

Posta alla fine del quarto vangelo l’affermazione di Gesù è come il sigillo del libro stesso. Infatti saranno beati quanti, percorrendo l’itinerario che l’evangelo secondo Giovanni fa compiere, giungeranno alla stessa fede di Tommaso che ha visto e toccato Gesù risorto.

È quanto dice nella conclusione che segue.

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

Quando Gesù era tra noi Egli fece molti altri segni in presenza dei suoi discepoli. Con questi Egli rivelò di essere il Verbo fatto carne pieno di grazia e di verità (1,14) per cui dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (1,16).

Da questa economia sovrabbondante l’evangelista ha scelto quei segni che caratterizzano l’iniziazione alla conoscenza di Gesù e quindi tradotti nei segni sacramentali essi sono in grado di comunicare la sua grazia ai credenti.

Come appunto Gesù ha dato da mangiare a cinquemila uomini con i cinque pani e i due pesci così ora Egli sfama la moltitudine innumerevole dei discepoli con il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Inoltre, come la sua voce richiamò Lazzaro dal sepolcro, ora la voce evangelica risuona per risuscitare dalla morte coloro che sono avvolti dalle tenebre del peccato.

In tal modo Gesù continua a dispensare in modo sovrabbondante la sua grazia risanando l’uomo dalla radice del suo male, che è il peccato che inabita nelle sue membra, per strapparlo dal potere della morte e dargli in modo pieno e sovrabbondante quella vita, che Egli possiede in eterno con il Padre.

31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

L’evangelista quindi ha scelto quelli narrati e li ha disposti secondo l’ordine storico e d’iniziazione perché ogni discepolo, attraverso l’evangelo, giunga alla piena professione di fede in Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio.

Questo infatti è l’oggetto proprio della fede.

«La fede è il ritenere nel cuore e confessare con le labbra che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e che Dio l’ha risuscitato dai morti (Rm 10,9)» (U. Neri, L’ora della glorificazione …, p. 207).

La comunicazione evangelica ha quindi in sé la forza di suscitare la fede per avere nel suo Nome la vita eterna.

Noi conosciamo quindi il Nome di Gesù e ne esperimentiamo l’efficacia con il possedere in noi la vita eterna.

L’Evangelo, letto e vissuto nella Chiesa, la comunità dei discepoli, è reale esperienza di Gesù come il Figlio di Dio, creduto e amato senza essere visto.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Rivolgiamo la nostra preghiera a Dio Padre elevando al cielo mani purificate dalla grazia della Pasqua e chiediamo per tutti gli uomini la pace.

Ascolta i tuoi figli, o Padre.

  • Perché questa nostra assemblea, radunata in un solo luogo, sia un cuore solo e manifesti a tutti la presenza del Signore risorto, preghiamo.
  • Perché tutti i discepoli di Gesù ricevano nello Spirito Santo la remissione dei peccati e donino a tutti gli uomini il lieto annuncio della vita eterna, preghiamo.
  • Perché i neo-battezzati siano assidui all’ascolto della Parola di Dio, perseveranti nella preghiera, testimoni di Cristo nella carità fraterna, preghiamo.
  • Perché quanti portano in sé le ferite del Cristo crocifisso trovino conforto alla loro sofferenza nell’amore dei discepoli di Gesù per giungere alla certezza della nostra trasfigurazione in Lui, preghiamo.
  1. O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.  Amen.

[1] Cfr. Haenchen, cit in Schneider, op. cit,. p. 507