I cammini di Pasqua

Domenica delle Palme B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 


Giotto, Crocifissione, 1305, Padova, Cappella degli Scrovegni

COMMEMORAZIONE DELL’INGRESSO DI GESÙ IN GERUSALEMME (Mc 11,1-10)

Mc 11,1-14 Gesù entra nella mia vita [1]

Gerusalemme è ciascuno di noi
Con Gesù entriamo in Gerusalemme. Gerusalemme che già oggi è più di una città, è una realtà di ciascuno di noi. Oggi Gesù entra in Gerusalemme dal mio cuore. Oggi Gesù entra di nuovo nella mia vita. E Gesù entra valorosamente in Gerusalemme, non si lascia ingannare dalla festa e dalla cosa del momento che la gente buona gli fa. Lui sapeva quello che sarebbe accaduto dopo: Egli sapeva che questa festa era passeggera. Dopo lo aspettava la persecuzione, la calunnia, la diffamazione, il carcere, un giudizio mendace, la tortura, la condanna nelle mani di un codardo che se ne lava le mani… l’attendeva il cammino della Croce e la sua morte. E tutto questo per me. Questo è quello che abbiamo da dire oggi. Entriamo con lui a Gerusalemme, entriamo in questa settimana ed egli entra in Gerusalemme nel mio cuore.

Come accompagnare Gesù
Possiamo fare molte cose per accompagnare Gesù e per lasciarci accompagnare da lui: guardare il crocifisso, guardare Maria ai piedi della Croce; guardare i dolori che egli patì; guardare il suo cuore generoso che si sacrifica e dà la vita; guardare la sua solitudine… Nella storia non ci fu una solitudine più densa di quella di Gesù in questa settimana! Più solo di un cane! Così rimase: lo abbandonarono tutti! Lo tradirono in tanti. Ma egli continuò a occupare il mio posto […].

Lasciamoci guardare da Gesù
Non c’è molto da commentare. Basta ricordare il Vangelo. E Gesù di nuovo vi guarda, guarda me. Guarda ognuno di noi come guardò le donne di Gerusalemme, come guardò gli occhi di Pilato, come guardò il buon ladrone, come guardò sua Madre. E a ognuno con quello sguardo diceva qualcosa. Lasciati guardare da Gesù sofferente! Lascia che lo sguardo di lui ti entri dentro! Non avere paura dello sguardo di Gesù, egli non è venuto per condannarti, è venuto per salvarti. Lasciati salvare da Gesù. Non andare comprando felicità a buon mercato perché non dura, apri il tuo cuore affinché entri la felicità della sua salvezza, che egli pagò con la sua vita […] La santità regna dalla Croce, regna la riconciliazione con Dio. Egli ci ha riconciliati con Dio.
Tutti insieme, guardando il crocifisso, diciamo – ripetete con me:
Caro Gesù: Oggi entriamo con te in Gerusalemme. Voglio seguirti in questa settimana, seguirti nella tua solitudine, seguirti nel tuo abbandono, seguirti nelle calunnie, seguirti nelle persecuzioni, seguirti in carcere, seguirti nella tortura, seguirti sulla croce.
Caro Gesù: Grazie per essere entrato in Gerusalemme. L’hai fatto per me. Che io entri nel mio cuore, e che ti lasci entrare per darmi la pace, mi perdoni, e mi riempi di speranza. Amen. 

PASSIONE E MORTE DEL SIGNORE (Mc 14,1-15,47)

14,7 I poveri li avete sempre con voi [2]

Rispetto e gratitudine per gli anziani 
Il rispetto e la gratitudine verso gli anziani devono essere testimoniati in primo luogo dalla loro famiglia. La parola di Dio ci sollecita, in molti modi, a rispettare e a valorizzare le persone più grandi e gli anziani. Ci invita anche a imparare da essi, con gratitudine, e a essere loro vicini nella solitudine e nella fragilità. La frase di Gesù: «I poveri infatti avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete» (Mc 14,7), può essere correttamente applicata ad essi, perché fanno parte della nostra famiglia, popolo e nazione. Tuttavia, troppo spesso vengono dimenticati o trascuri dalla società e perfino dai loro stessi familiari.
Rispetto e gratitudine sono atteggiamenti virtuosi, fondamentali per costruire una società più giusta e fraterna.

14,12-16 Preparare per la cena pasquale [3]

Gesù ha predisposto tutto accuratamente
La domanda dei discepoli, «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?», suscita una particolare risposta del Signore: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”»… E successe esattamente così! Il Signore aveva già pensato e preparato tutto accuratamente. Per celebrare la cena di Pasqua volle scegliere quella «sala grande, arredata e già pronta».

Fare attenzione alla preparazione
Come preparava bene le cose il Signore! E altrettanto bene rese i suoi discepoli partecipi nel preparare quell’avvenimento davvero sacro e speciale che fu l’ultima Cena.
L’Eucaristia è la vita della Chiesa, è la nostra vita. Pensiamo alla comunione che ci unisce a Gesù quando ne riceviamo il Corpo e il Sangue. Pensiamo al suo sacrificio redentore (infatti quel che mangiamo è la sua «Carne donata per noi» e ciò che beviamo è il suo «Sangue sparso per il perdono dei peccati»). Di tutta questa ricchezza di amore dell’Eucaristia oggi guardiamo in particolare la sua preparazione.
Gesù ha dato molta importanza a questo aspetto del preparare. È uno dei compiti che nel cielo riserva a se stesso: «Vado a prepararvi un posto».
«Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (cfr. Gv 14,4ss.). In questa dinamica del “prepararci un posto in cielo”, l’Eucaristia è già un anticipo di quel posto, un pegno della gloria futura: ogni volta che ci riuniamo a mangiare il Corpo di Cristo, il posto dove celebriamo si trasforma per un poco nel nostro posto in cielo, egli ci prende con sé e stiamo con lui. Ogni luogo in cui si celebra l’Eucaristia – si tratti di una basilica, di un’umile cappellina o di una catacomba – è anticipo del nostro posto definitivo, anticipo del cielo che è la comunione piena di tutti i redenti con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.

Gesù prepara ogni giorno l’Eucaristia
Così ci sentiamo qui, stasera, nella festa del Corpus Domini: ci sentiamo nel nostro posto comune, riuniti dove c’è lui. E il suo modo di esserci è quello del Risorto che prepara da mangiare ai discepoli reduci da tutta la notte senza aver pescato nulla. Giovanni ci dice che non appena scesi a terra i discepoli videro delle braci predisposte, con su un pesce, e del pane (cfr. Gv 21,9). Questa è l’immagine vera di chi è Gesù per noi: colui che ogni giorno ci prepara l’Eucaristia. E a questo compito siamo tutti invitati a partecipare con le nostre buone opere. A questo si riferiscono le parabole del Signore che ci sollecitano a “essere preparati” alla sua venuta. Preparati come «il servo fidato e prudente che dà a ciascuno di loro il cibo a tempo debito» (cfr. Mt 24,45).
Così come è bello, dopo la comunione, pensare che la nostra vita sia una messa prolungata in cui portiamo il frutto della presenza del Signore al mondo della famiglia, del quartiere, dello studio o del lavoro, allo stesso modo ci fa bene pensare la nostra vita quotidiana come preparazione per l’Eucaristia, in cui il Signore prende tutto ciò che è nostro e lo offre al Padre.

Domandare oggi dove preparare l’Eucaristia
Insieme ai discepoli, oggi possiamo domandare di nuovo a Gesù: dove vuoi che ti prepariamo l’Eucaristia? E lui ci farà sentire che anche oggi ha preparato tutto. Nella nostra città ci sono molti cenacoli dove il Signore già condivide il suo pane con gli affamati, ci sono molti luoghi ben disposti dov’è accesa la luce della sua Parola, attorno alla quale si riuniscono i suoi discepoli […].
Gesù ci prepara un posto per stare con noi, ma non si tratta di un posto statico e chiuso, bensì dinamico e aperto, come la sponda del lago nella mattina della pesca miracolosa. Il posto in cui Gesù vuole che prepariamo l’Eucaristia è tutto il territorio della nostra patria e della nostra città, simboleggiata da questa piazza. Perciò prepariamo l’Eucaristia camminando, come segno di inclusione, facendo posto affinché entriamo tutti, uscendo verso tutte le sponde esistenziali. In questa società così piena di posti chiusi, di tante riserve di potere, di luoghi esclusivi ed escludenti, vogliamo preparare per il Signore una “sala grande” come questa piazza, grande come la nostra città, grande come la nostra patria e come il mondo intero, dove ci sia posto per tutti. Infatti i banchetti del Signore sono così. La festa in cui la sala, dapprima disprezzata da molli invitati, poi si riempie di invitati umili che vogliono partecipare con gioia all’azione di grazia del Signore.
[…] Gli domandiamo:
Dove vuoi, Signore, che oggi ti prepariamo la tua Eucaristia?
Dove vuoi che camminiamo in atteggiamento di adorazione e di servizio?
Dove vuoi che ti apriamo la porta in modo che tu ci spezzi il Pane?
Quali persone vuoi che seguiamo, portatrici di acqua viva, maestri della verità?
Chi vuoi che usciamo a invitare – poveri e malati, giusti e peccatori ai crocevia delle strade?

4,16.25 I cammini di Pasqua [4] 

Il cammino per preparare la Pasqua
La strada che porta all’Eucaristia è iniziata quel giorno con una domanda: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?» (Mt 26,17). I discepoli interpellano il Signore e lui li manda in città a seguire l’uomo con una brocca d’acqua che incontreranno come per caso. È una strada che pare incerta ma, tuttavia, è sicura. Gesù li manda a seguire uno sconosciuto tra la moltitudine della grande città… ma ha previsto e pianificato tutto. Il Maestro conosce ogni dettaglio della stanza al piano superiore della casa dove sta per donarsi come Pane di vita per il mondo.
Essi partirono, obbedienti nella fede. Forse si scambiarono qualche sguardo complice, all’inizio di quella specie di caccia al tesoro a cui il Signore li mandava. Il Vangelo ci conferma che «trovarono come aveva detto loro» (Mc 14,16; Lc 22,13). Era tipico del Signore far percorrere al suo inviato una strada incerta, ma già prevista da lui, in modo che alla fine l’atto di obbedienza del discepolo potesse fondersi con la sapienza del Maestro. L’ha fatto con Pietro, quando lo mandò a pescare un pesce e a tirare fuori dal suo ventre la moneta per pagare il tributo. L’ha fatto con i discepoli quando ordinò loro di gettare la rete a destra oppure di contare quanti pani e pesci avevano a disposizione: «Diceva così per metterli alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere» ci dice Giovanni (cfr. Gv 6,6).
Come abbiamo ricordato nella notte di Pasqua, dal giorno in cui Abramo intraprese il suo cammino di fede “senza sapere dove andava”, nel percorso dell’umanità è successo qualcosa di nuovo. Egli obbedì e fu giustificato. Anche a noi succede lo stesso quando camminiamo seguendo le sue istruzioni, come hanno fatto i discepoli, quando ci lasciamo “condurre spiritualmente” dal Signore: quelle strade ci portano all’Eucaristia, al pane dell’incontro, della verità e della vita.

Il nostro cammino
Dopo aver dato loro l’Eucaristia, il Signore parla agli apostoli di un nuovo cammino, un cammino che si trova in continuità con il precedente, ma è di ampio respiro, perché punta verso il cielo. È la strada verso il banchetto celeste che avrà luogo nella casa del Padre, il banchetto in cui Gesù stesso ci farà sedere a tavola e ci servirà. E per chiarire che ci siamo incamminati sulla via del Regno, il Signore usa un’immagine: dice che non berrà «mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25). Ha inizio così un’era intermedia, il tempo della Chiesa pellegrina verso il cielo, dove l’ha preceduta il suo buon pastore. È un cammino di speranza, cammino verso ciò che non vediamo, ma di cui abbiamo le primizie nell’Eucaristia. Facendo la comunione ci sentiamo sicuri che il Signore è là e ci sta aspettando.

È sempre il cammino del pane
Due strade, dunque, e in entrambe il pane è protagonista. Il cammino quotidiano, tra le cose di tutti i giorni, in mezzo alla città, che termina nell’Eucaristia fraterna, nella messa. E il cammino lungo di tutta la vita, dell’intera storia: anch’esso finirà nella comunione con il Signore, nel banchetto del cielo, nella casa del Padre. L’Eucaristia è il sostegno e la ricompensa di entrambi.
L’Eucaristia quotidiana è il Pane di vita che ristora le forze e dona la pace al cuore. Il pane dell’unico Sacrificio, il pane dell’incontro. Ma allo stesso tempo è pane della speranza, il pane spezzato che apre gli occhi pieni di stupore al Risorto che ci ha accompagnati in incognito per tutto il giorno, per tutta la vita. È pane che accende il fervore del cuore e fa uscire di corsa verso la missione nella comunità grande; è pane-àncora che ci strattona il cuore verso il cielo, e risveglia nei figli prodighi la fame del Dio più grande, il desiderio della casa paterna […].

… assaporando il pane della speranza grande, di un banchetto finale
La difficoltà della strada lunga, quella che ci conduce al Regno definitivo, può essere lo sconforto, quando la promessa si offusca nella quotidianità della vita. Quando si raffredda il fervore della speranza, la brace che riscalda di carità i nostri gesti quotidiani. Senza di essa possiamo, sì, continuare a camminare, tuttavia man mano diventiamo freddi, indifferenti, autocentrati, distanti, esclusori.
Lungo la strada ci rafforzerà assaporare il pane della speranza grande, la speranza di un banchetto finale, di un incontro con un Padre che ci aspetta a braccia aperte, ci trasforma il cuore e lo sguardo e riempie la nostra vita di un nuovo significato. Quando Paolo ci dice che dobbiamo pregare in ogni momento, ci sta parlando di questa preghiera: di gustare in ogni momento il pane della speranza. Può assalirci la tentazione contraria, ovvero di masticare l’uva aspra e le amarezze della vita, anziché il Pane di Dio, quel pane che Maria “masticava” nel suo cuore, guardando suo Figlio e guardando la storia di salvezza con il sapore della speranza.

14,22 «Prendete, questo è il mio corpo» [5] 

Parole che indicano la presenza del Signore
Il Vangelo presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, compiuta da Gesù durante l’ultima Cena, nel cenacolo di Gerusalemme. La vigilia della sua morte redentrice sulla croce, egli ha realizzato ciò che aveva predetto: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,51.56). Gesù prende tra le mani il pane e dice «Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22). Con questo gesto e con queste parole, egli assegna al pane una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua Persona in mezzo alla comunità dei credenti.

Punto di arrivo di tutta la vita di Cristo
L’ultima Cena rappresenta il punto di arrivo di tutta la vita di Cristo. Non è soltanto anticipazione del suo sacrificio che si compirà sulla croce, ma anche sintesi di un’esistenza offerta per la salvezza dell’intera umanità. Pertanto, non basta affermare che nell’Eucaristia è presente Gesù, ma occorre vedere in essa la presenza di una vita donata e prendervi parte. Quando prendiamo e mangiamo quel Pane, noi veniamo associati alla vita di Gesù, entriamo in comunione con lui, ci impegniamo a realizzare la comunione tra di noi, a trasformare la nostra vita in dono, soprattutto ai più poveri.

Punto di riferimento di tutta la nostra vita
Ci spinge ad accoglierne l’intimo invito alla conversione e al servizio, all’amore e al perdono. Ci stimola a diventare, con la vita, imitatori di ciò che celebriamo nella liturgia. Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nel bambino che non sa niente di Gesù, della salvezza, che non ha la fede. È in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso.
L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano.

14,23 «Rese grazie»: la lode più grande [6]

La lode più grande che possiamo rivolgere al Padre è l’offerta della passione del suo Figlio. La nostra carne, peccatrice ed esiliata, offre le piaghe della carne del Verbo. Per questo motivo la lode assume la forma di una benedizione: eulogia significa “benedizione”, mentre eucaristia vuol dire “rendere grazie” (Mc 6,41; 14,23). La benedizione esprime la riconoscenza, la gratitudine. Nasce dall’avvertimento di un dono ricevuto da Dio e si conclude con il riconoscimento della fraternità di tutti i credenti. Pronunciare parole di benedizione vuol dire rinunciare a considerarsi proprietari dei beni che ci circondano. Il vero proprietario è Dio: «Ti rendo lode, Padre» (Mt 11,25-26; Lc 10, 21). Gesù era scacciato dai sapienti che si ritenevano proprietari del mondo, ma gli umili gli andavano incontro. Egli stesso attribuisce al Padre il potere, lodandolo (per esempio quando risuscita Lazzaro, Gv 11,41). La preghiera di lode nasce solamente da coloro che sanno vedere, nella propria storia, la presenza di Dio che compie meraviglie.

14,29 La temerarietà di Pietro [7] 

La paura fa vedere fantasmi, fino al punto che a volte è il Signore stesso che ci appare e noi lo confondiamo con un fantasma. La fede, invece, ci rasserena e ci fortifica, evitando le reazioni compulsive proprie della paura: tanto quelle di codardia quanto quelle di temerarietà (perché a volte la paura si maschera di coraggio e ci fa commettere peccato di temerarietà là dove dovrebbe esserci cautela evangelica; cfr. Mc 14,29, quando il Signore corregge la temerarietà di Pietro che afferma che non si scandalizzerà mai di lui).

14,32-42 La preghiera di Gesù nell’orto: preghiera dell’esilio della carne [8] 

La carne in esilio
Adamo, dopo la sua prima preghiera, iniziò il cammino da esule. Uscì dal paradiso e intraprese un lungo cammino per poi potervi fare ritorno, grazie alla misericordia di Dio. La storia dell’esilio è narrata, con accenti tragici, dall’autore della Lettera agli Ebrei. Viene sottolineata particolarmente la nostalgia di questi uomini e di queste donne per la loro patria perduta e il sacrificio che dovettero sostenere per rimanere fedeli a Dio, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così mostra di essere alla ricerca della patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città (Eb 11,13-16). E questi esuli «furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! –, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra» (Eb 11,35-38).

La carne ricerca la preghiera
La nostra carne, durante il cammino, sente la nostalgia della patria e rende esplicita questa richiesta di ritorno nella preghiera, alla presenza del Signore glorioso, il Signore di quella patria che stiamo aspettando. Intanto, tra il sentimento e l’incoscienza, tra la grazia e il peccato, tra la sottomissione e la ribellione, la nostra carne percepisce l’esilio a cui si è sottomessa, il cammino che deve percorrere; e lotta, lotta per difendere questa speranza di fare ritorno. Il giorno in cui la nostalgia del Padre verrà appagata, allora la nostra carne smetterà di pregare: ha scelto questa patria, ha preferito liberarsi dall’esilio a prezzo di uno scambio che le eviti di camminare in terra straniera. Si è stancata di cercare Dio. In quel giorno, la grazia più grande che potremo ricevere è quella che venne concessa a Elia: che ci venga mandato un angelo che ci riscuota dal torpore, dalla depressione in cui siamo caduti: «Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (1Re 19,7).

La solitudine della carne
L’uomo o la donna che coscientemente si fanno carico del loro esilio soffrono una duplice solitudine. Da una parte, sentono la solitudine rispetto a tutti gli altri uomini. Dall’altra, vivono l’amarezza di chi è solo anche di fronte a Dio. Di fondo colui che prega è un emarginato, doppiamente emarginato (da Dio e dagli uomini), e non può prescindere né da Dio (perché lo cerca e si sente cercato a sua volta da lui) né dagli uomini (perché la sua missione lo pone al servizio dei suoi fratelli che cerca di amare come se stesso). Geremia fa questa medesima esperienza quando le sue infauste profezie attirano l’odio e il disprezzo di tutto il popolo (Ger 15,10). Nella solitudine dell’emarginazione si lamenta con Dio di essere stato lasciato solo, arriva addirittura a maledire il giorno in cui è nato, ma non può negare che quella misteriosa nostalgia del volto di Dio arde nella profondità della sua anima. «Mi hai sedotto, Signore […]; ognuno si beffa di me» (Ger 20,7). E la preghiera di un uomo che ha messo in gioco la sua vita e che voleva che almeno Dio stesse dalla sua parte. Ma nella vita a volte sembra che anche Dio si ponga contro di noi (Ger 20,18).

La solitudine della carne, esperienza dell’esilio
Il servitore di Dio avverte una fortissima solitudine: si tratta della profonda esperienza dell’esilio. La realtà stessa sembra prendersi gioco dell’uomo di fede. Dov’è la parola di Dio? Quella che finalmente si compie (Ger 17,15)? Pare che Dio non abbia mantenuto la sua promessa quando lo scelse: «Io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Geremia si sente beffato per aver riposto la sua fiducia in Dio, e questa stessa situazione si ripropone all’apice della sua drammaticità sul monte Calvario: «Tu, che distruggi il Tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce! […]. Ha salvato altri e non può salvare se stesso! E il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene» (Mt 27,39-44). In questo silenzio di Dio scopriamo che il rapporto d’obbedienza con lui all’interno della preghiera non è uno scambio, ma che la promessa e la fedeltà alla sua parola è una cosa molto diversa da quella che noi ci immaginiamo… Anche in questo cammino cambia il nostro cuore.

L’esperienza del silenzio di Dio e del silenzio degli uomini
L’esperienza del silenzio di Dio e del silenzio degli uomini coincide con l’esperienza stessa dell’esilio. Siamo spogliati di ciò che abbiamo, ci troviamo anche noi «lungo i fiumi di Babilonia», con le cetre appese, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion (Sal 137,1). L’esilio si presenta all’apice della sua drammaticità durante la passione del Signore, in particolare nella preghiera nel Getsemani che è una delle più umane e drammatiche suppliche di Gesù (Mc 14,32-34; Mt 26,36-46; Lc 22,40-46). E presente la dimensione dell’implorazione, della tristezza e dell’angustia che patisce un esiliato, lontano dal Signore. Raggiunge il culmine anche nella tristezza di Giona, che non comprende i piani di Dio (Gen 4,9). «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46) Colui che prega, nel momento dell’esilio, si addentra nei sentieri di una particolare purificazione. Il cuore non è in pace, ma si sforza di comprendere qualcosa. L’atteggiamento, le parole, i pensieri si alternano in maniera contraddittoria: si passa dalla stanchezza alla rassegnazione (Gb 29,4), o si scivola nell’amara ironia (Gb 7,20), o si cercano delle spiegazioni logiche (Gb 10,8), o si assumono atteggiamenti di sfiducia (Gb 10,2). Ma al di là di tutto ciò, l’uomo che sa di essere in esilio si ricorda della sua patria, lascia che il cuore sospiri, non patteggia, non torna indietro, ma fa un passo in avanti e si mette alla ricerca di Dio, oltre i rifugi convenzionali. Parte dalla sua solitudine, dal suo esilio, da quel silenzio che non comprende, dal suo mondo ferito dal dolore.

La conversione della carne
Nel momento in cui Dio interviene, non rispondendo, ma interrogando l’uomo, lo porta su nuovi cammini per liberarlo dalle false convinzioni. Non è Dio che deve cambiare, ma è l’uomo a doverlo fare, ed è questo lo scopo più profondo della preghiera. Inoltre, la preghiera è il luogo privilegiato dell’esilio, dove avviene la rivelazione, ossia il passaggio da ciò che uno pensa di Dio a ciò che egli è veramente. Nella purificazione dell’esilio, la notte oscura, Dio ci tiene per mano. Attraverso la crisi si giunge alla conversione. Nell’esilio della carne, nella percezione di essere lontani dalla patria, senza padre né madre, né cane che abbai, l’esilio degli uomini sfocia nella conversione più profonda della carne che, se prima era lacerata dalle piaghe, ora viene curata, toccata da Dio.

14,36 «Abbà! Padre!»: preghiera di Cristo e del cristiano [9]

La preghiera del cristiano è personale
Quando diciamo “Dio”, intendiamo il Padre o lo stesso Gesù, ma esistono anche persone che pregano Dio come se si rivolgessero a un’astrazione divina. Questa non è preghiera. La preghiera del cristiano è profondamente personale, un rapporto a tu per tu: ci si rivolge al Padre, al Figlio o allo Spirito Santo. Ricordiamoci, inoltre, che ciascuna delle tre persone della Trinità ha con noi un rapporto diverso nella preghiera.
In primo luogo vale la pena ribadire che è Dio stesso a ispirare la nostra preghiera; lo Spirito Santo ci suggerisce ciò che il Padre vuole ascoltare. Egli «viene in aiuto alla nostra debolezza», consigliando cosa conviene chiedere conformemente ai disegni divini (Rm 8,26- 27).

Pregare significa identificarsi con Cristo e dire «Abbà Padre»
È necessario rimanere uniti a Cristo e, come Cristo, essere consapevoli di essere amati dal Padre come il Padre ama il Figlio (Gv 16, 27). E se la forza della preghiera risiede proprio nell’abbandonarsi allo Spirito, pregare significa identificarsi con Cristo. Cristo è la nostra porta per il Padre, a cui ci rivolgiamo con le parole che Gesù ci ha insegnato: «Abbà! Padre!» (Mc 14, 36). La preghiera cristiana non può pertanto prescindere da questo rapporto filiale. Nella preghiera, la nostra carne, identificata con la carne del Verbo e guidata dallo Spirito avverte la nostalgia del Padre. Questi è il mistero che si rivela nella preghiera e che ci promette la comunione con il Padre, nello Spirito, attraverso il Figlio (cioè la partecipazione a questo scambio d’amore: egli prende la nostra carne e noi riceviamo il suo Spirito).

14,36 Obbedienza e preghiera [10] 

«Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu»
Avvicinarsi al Verbo di Dio implica saper obbedire: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8). Questa stessa obbedienza – riferita all’incarnazione – si esprime in forma di preghiera nella Lettera agli Ebrei in cui viene citato il Salmo 40: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7). Si tratta dell’“eccomi” di Abramo (Gen 22,1), che giunge a compimento nelle parole pronunciate nel Getsemani: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In entrambi i casi la carne deve patire la sofferenza e l’umiliazione; viene spogliata, disprezzata, come era stato stabilito nel primo dialogo tra Dio e l’uomo dopo il peccato originale: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». In questo caso, il pane che viene guadagnato passa attraverso il sudore dell’umiliazione e del disprezzo. «Adamo, dove sei?» – «Sono qui, Abramo» – «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».

Legame preghiera, obbedienza, missione
Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione (Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15). Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1,11; Rm 10,1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4,24-30).

Sicuri di non rimanere delusi
Bisogna ricordare inoltre che «la speranza poi non delude» (Rm 5,5). Qualora un uomo o una donna smarrissero questo punto di riferimento, perderebbero la loro stabilità: la loro preghiera si tramuterebbe giorno dopo giorno in “illusione” e la loro obbedienza diverrebbe capriccio. «A chi posso paragonare questa generazione? E simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. E venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: E indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie» (Mt 11,16-19). Gesù definisce questa generazione adultera (Mt 12,39; 16,4) perché ha perso quell’orientamento che proviene dalla fede. Non ha una solida base su cui fondare la speranza, a cui poter ricorrere nei momenti di smarrimento, di sofferenza o di persecuzione… E una generazione autoreferenziale, che vive secondo il proprio capriccio, secondo il banale “mi piace” o “non mi piace”. Non c’è spazio per la preghiera, non c’è obbedienza, non c’è sacrificio della carne. Per questo motivo tale generazione non sa riconoscere il Verbo che si è fatto carne. Si crea una propria vocazione perché il suo cuore non riesce a riconoscere quella che le è stata affidata dal Signore, e non è capace di rendergli obbedienza e di adorarlo. Sono quelli che si definiscono “realizzati” in loro stessi. Soli, senza dubbio “realizzati”, ma non aperti a una missione per cui siano disposti al distacco da sé, a cominciare da quello che proviene dalla preghiera.

Il legame obbedienza-preghiera incide sulla vita stessa, tocca la nostra carne nella sua profondità
La dimensione dell’obbedienza legata alla preghiera incide sulla vita stessa, ferisce la carne stessa. Cerco di spiegarmi meglio. La concezione più comune della preghiera è quella del “chiedere cose a Dio” o della supplica al fine di cambiare situazioni che ci appaiono avverse. Questa concezione non è sbagliata di per sé, anzi spesso la preghiera così intesa porta i suoi frutti ed è il Signore stesso a invitarci a rivolgerci a lui in questo modo. Ma c’è anche qualcos’altro che costituisce un nodo fondamentale della preghiera, a cui prima stavo facendo riferimento. La preghiera tocca la nostra carne nella sua profondità, arriva dritta al cuore. Non è Dio che cambia, ma siamo noi a farlo come conseguenza dell’obbedienza e dell’abbandono che riponiamo nella preghiera.
Elia esce per cercare Dio, ha paura, vuole morire… Incontra Dio e il suo cuore viene trasformato (1Re 19). La stessa cosa succede a Mosè quando intercede per il suo popolo. Non è Dio a mutare opinione, è Mosè […]. La preghiera e l’obbedienza ci aiutano a percepire la tensione di una cosa che finisce e di un’altra che sta per iniziare. Perché per un uomo o una donna di preghiera, quando si chiude una porta, se ne apre sempre un’altra e nulla rimane così com’è.

14,37-38 Il Signore ci rimprovera la nostra incapacità di vegliare con lui [11] 

La notte dell’inizio della Passione il Signore disse a Pietro: «Simone, dormi?» (Mc 14,37-38). Il Signore desidera che vegliamo con lui […].

Il Signore veglia nella notte dell’esodo
Una delle immagini più forti di questo atteggiamento è quella dell’esodo, dove ci viene detto che il Signore vegliò sul suo popolo nella notte di Pasqua, chiamata per questo “notte di veglia”: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione» (Es 12,42).
[…] Vegliare vuol dire sopportare con pazienza le modalità con cui il Signore continua a preparare la salvezza del suo popolo.
Il Signore. Per vegliare bisogna avere anche la mansuetudine, la pazienza e la costanza della carità provata […]. Per vegliare è necessario saper vedere l’essenziale.
[…] Vegliare ci parla di speranza. La speranza del Padre misericordioso che veglia sul progresso dei cuori dei suoi figli, lasciando loro compiere il proprio cammino – di dissipazione o di compimento – pronto a preparare una Festa, affinché, ritornando alla sua casa, trovino l’abbraccio e il dialogo amoroso di cui hanno bisogno.

Il vegliare di san Giuseppe
[…] Accanto alle due grandi immagini che aprono e chiudono nel loro abbraccio la storia della salvezza – quella di Jahwé che veglia sul grande esodo del popolo dell’alleanza e quella del Padre misericordioso che veglia sul ritorno a casa dei figli – abbiamo un’altra immagine, più vicina e familiare, ma ugualmente forte: quella di san Giuseppe […]. Egli è colui che veglia anche sui sonni del Bambino e sulla Madre, con la delicatezza del servitore fedele e discreto, che fa le veci del Padre. Da quel vegliare profondo di Giuseppe sorge quel silenzioso sguardo di insieme, capace di curare il proprio piccolo gregge con mezzi poveri – egli trasforma un presepe di animali nel Presepe del Verbo incarnato Da questo vegliare profondo nasce anche quello sguardo vigilante e perspicace che riuscì ad evitare tutti i pericoli che minacciavano il Bambino.

14,38 La preghiera, forza nella debolezza [12] 

La preghiera è la forza per superare la tentazione
Solo la preghiera ci fornisce la forza per superare la prova: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14,38). E il sentimento del limite della nostra carne, della nostra povertà. Lo avvertiva profondamente anche san Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,7-10). Qui Paolo chiede di essere liberato dal limite che lo ostacola, dalla povertà, e si scontra con la logica della croce: Dio si fa presente proprio nella debolezza.

… e permette di scoprire la nostra debolezza e la forza di Dio
La nostra carne ferita permette a Dio di manifestarsi. Bisogna solo riconoscere la nostra debolezza e lasciare spazio nelle nostre vite alla preghiera, alla manifestazione della forza divina. Il limite, la povertà, può essere convertito in croce attraverso la nostra preghiera. Questo è il nucleo della logica paolina. Il male si compie quando un uomo o una donna non vedono che i loro impedimenti e non pregano, ma si lamentano. In questo modo l’uomo smette di essere il servitore del Vangelo, ma si trasforma in vittima. Si canonizza da sé e in questo modo impara a coprire il suo limite con l’incenso della propria canonizzazione. Così incomincia il processo che porta alla blasfemia… e la blasfemia è l’esatto contrario della preghiera. «Quando un uomo non prega Dio, prega il diavolo», diceva Léon Bloy. Non c’è altro modo per imparare a riconoscere e accettare i propri limiti e la propria indigenza: o si prega o si diventa blasfemi. E una carne avvezza alla blasfemia, che non sa chiedere aiuto per curare la propria piaga e il proprio peccato, è una carne incapace di portare aiuto al prossimo. Si allontanerà dall’altro. Sarà prossima solo a se stessa. Anche se dovesse consacrare la propria vita a Dio, lo farebbe in maniera egoistica, cercando di difendersi da ogni piaga, da ogni povertà, da ogni limite. E la purificazione del fariseo: né virus né vitamina.

 

NOTE

[1] Lasciati guardare da Gesù, Buenos Aires, 4 aprile 2009, in J.M. BERGOGLIO, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015, 21-27.
[2] Omelia, nella festa della Presentazione del Signore, Buenos Aires, 2 febbraio 2008, in Il bene degli anziani, J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del vaticano 2013.
[3] Omelia, Corpus Domini, Buenos Aires, 9 giugno 2012, in Facciamo posto affinché entriamo tutti, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013, introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 921-923; Dove vuoi, Signore, che prepariamo oggi la tua eucaristia, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, Città del Vaticano 2014, 71-75; Gesù Pane di Vita, in J.M. BERGOGLIO, Vita (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015, 78-88; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, Città del Vaticano 2013, 539-543.
[4] Omelia, Corpus Domini, Buenos Aires 2006, in Il Signore cammina al nostro fianco, J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013, introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 461-464; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 326-330.
[5] Angelus, 7 giugno 2015.
[6] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, in M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 25-231.
[7] Il Signore che ci riprende e perdona, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – LEV, Milano – Città del Vaticano 2013; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, introduzione di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2014, 238-244.
[8] L’esilio della carne: la preghiera della carne in esilio, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014, 199-203; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 2014,15-19.
[9] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, in M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 2014, 25-231.
[10] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014.
[11] Il Signore che ci riprende e perdona, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – LEV, Milano – Città del Vaticano 2013; J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, introduzione di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2014, 238-244.
[12] Male, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108.