Evangelizzare la parola

Cesare Bissoli

In questo tornante della nostra storia, risuona e risuona sempre – prima di ogni impegno ulteriore – la domanda di Gesù: E voi chi dite che io sia? Chi sono io per voi?
A questa domanda non possiamo dare una risposta troppo rapida, ma la risposta va maturata, personalmente, alla luce della nostra esperienza.
In effetti nella Chiesa ogni ripresa di valori e delle persone che li portano ha le sue radici sempre nella figura di Gesù e del suo Vangelo. Giustamente la parola-guida che ci viene proposto nel cammino di quest’anno è Evangelizzare. Ha un doppio obiettivo: far risuonare il Vangelo sine glossa, dentro di noi, come singoli e come comunità; incontrare i giovani proponendo il Vangelo, la bella notizia di Gesù Cristo come elemento base del loro progetto di vita, considerando il binomio suggestivo che disegna bene il nostro lavoro: Evangelizzare educando ed educare evangelizzando.

EVANGELIZZARE OGGI

Certo – conviene dirlo – il rinnovamento correttamente inquadrato nell’orizzonte dell’evangelizzazione, non è miracolistico, vi sono fattori diversi da tenere in conto. Ne ricordo cinque.
– Vi è il pianeta giovani, quello di oggi: esso è quello che è, non dico peggiore o migliore, ma certo diverso dal ragazzo degli anni 50 del secolo scorso, che eravamo tanti di noi qui presenti; giovani – altro fattore – dentro un contesto sociale (famiglia, scuola, società, chiesa)oggi cambiato, indubbiamente fragile, sconnesso, non sempre omogeneo nei valori da proporre, incerto in particolare nell’ambito della comunicazione della fede, sulla componente religiosa e morale. 
– Aggiungiamo come fattore connesso, il ruolo ambiguo della informazione, che potenzia i lati estremi del vivere umano, specie in negativo, e rischia di condizionare parecchio l’impegno pastorale, soprattutto se diamo spazio eccessivo e a scatola chiusa ad indagini sociologiche e alle analisi degli esperti.
– Terzo fattore ci siamo noi educatori, oggettivamente con la nostra età in media piuttosto avanzata e i nostri limiti di numero e di qualità, ma dove questa nostra situazione rischia di essere compresa da qualcuno con enfasi eccessivamente tormentosa, da ultima spiaggia o quasi (siamo pochi, siamo vecchi…), trascurando che è in atto la fase di un movimento vitale guidato allo Spirito Santo, per cui in ogni umana istituzione che sia viva e voluta da Dio si inserisce sempre uno stato nascente e la curva di uno sviluppo è in vista del ricambio.
– Dobbiamo credere in noi stessi e insieme cambiare noi stessi; un cambio – altro fattore che vorrei nominare – che richiede di allargare gli orizzonti oltre il tram tram della vita di ogni giorno, il trantran delle conversazioni, degli stessi giornali quotidiani. Si tratta di promuovere una intelligenza culturale, ossia informata e motivata, delle correnti di pensiero entro cui tutti siamo immersi, i giovani per primi, conoscendo qual sono i veri motivi filosofici, sociali, politiche, che muovono l’attuale società.
Un paradigma di estremo valore per la lucidità e l’autorevolezza è l’analisi e la proposta da Benedetto XVI circa la condizione attuale del nostro mondo: va predicando e ragionando a fondo sul raccordo tra fede e ragione (scienza e rivelazione, autonomia e trascendenza, laicità e scelta religiosa, dovere morale e libertà…), che lui vede come “due ali “ (Giovanni Paolo II) che portano alla la verità totale del mistero di Dio, fomentando per questo un dialogo intenso tra umanesimo cristiano e umanesimo solo umano, usando per questo frasi diventati aforismi: “senza Dio non si può essere veramente uomini”, “l’uomo che incontra Dio si fa più uomo” “il discorso religioso non è anzitutto somma di verità astratte, ma annuncio di eventi di umanità grande con Dio, e Gesù ne è il testimone assoluto;”vivere come se Dio esistesse” e non solo il contrario, “Dio, Gesù, dice sì alla vita”. “Caritas in veritate”. Insomma egli vuol mostrare, alla luce della Parola di Dio rivelata, e non per un accatto di simpatia, l’intima convergenza tra essere uomini ed esserlo da cristiani, dove la differenza innegabile si concilia, non senza la croce di Gesù, in uomini intimamente cercatori di Dio e di Dio appassionato di noi come figli. Per la nostra e sua gioia. Chiaramente icona insuperabile, concreta, Gesù Cristo.
– Però vorrei aggiungere che non basterebbe per noi prestare attenzione a dibattiti culturali, ascoltare Enzo Bianchi, Cacciari, Vattimo, Galli della Loggia… partecipare a convegni ecclesiali (da ricordare è il Convegno di Verona del 2006) o prestare attenzione al prossimo piano pastorale della CEI proprio sull’educazione. Sono momenti di aggiornamento culturale e spirituale indispensabili, e mi permetto di osservare la nostra scarsa partecipazione negli ambiti pedagogici e catechistici. 
Questa messa a fuoco di una educazione cristiana mi permette di richiamare un rischio tacito, forse più subito che cercato, cioè il limitarsi ad una educazione sostanzialmente laica di fatto, di un umanesimo puramente orizzontale, ove la originalità e freschezza del vangelo si stemperano e perdono carica a favore di una certa religiosità civile di ordine etico, filantropico, senza una vera proposta religiosa cristiana, limitandosi a gesti rituali commemorativi, da religione dei grandi anniversari.
In questo atteggiamento vi può essere come ragione la difficoltà di come evangelizzare, ma anche può essere traccia di una perdita di consapevolezza, di preparazione e coraggio da parte dei noi educatori. In fondo evangelizziamo per quanto sappiamo lasciarci evangelizzare. E così arriviamo alla parola-chiave del cammino di fede che la nostra Congregazione sta affrontando: evangelizzare.

EVANGELIZZARE, COSA SIGNIFICA?

– Nel rinnovamento catechistico vi è stato un grande cambio quando Paolo VI nel Sinodo sull’evangelizzazione all’indomani del Concilio e sotto il diretto influsso di questo, ha ricondotto ogni servizio dell’annuncio ecclesiale della Parola di Dio (catechesi, formazione religiosa, predicazione, catecumenato) ad una matrice: Evangelizzare, evangelizzazione (v. EN 1965 ripresa dal DGC 1997). Il cristiano (il presbitero, l’educatore cristiano) dice la Parola di Dio, comunica la fede se evangelizza,se gli dà la verità e il sapore del Vangelo, cioè della persona di Gesù il Signore.
Merita qui ascoltarla voce autorevole di Benedetto XVI – Card.Ratiznger, come imposta e intende quella che chiama “la Nuova evangelizzazione”, in L’elogio della coscienza. La verità interroga il cuore, Cantagalli, Siena 2009, 123).
La vita umana non si realizza da sé. La nostra vita è una questione aperta, un progetto incompleto ancora da completare e da realizzare. La domanda fondamentale di ogni uomo è: come si realizza questo diventare uomo? Come si impara l’arte di vivere? Qual è la strada alla felicità?
Evangelizzare vuol dire mostrare questa strada, insegnare l’arte di vivere. Gesù dice nell’inizio della sua vita pubblica: “sono venuto per evangelizzare i poveri” (cfr. Lc 4,18); questo vuol dire: io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada alla felicità; anzi, io sono questa strada. La povertà più profonda è l’incapacità di gioia, il tedio della vita considerata assurda e contraddittoria. Questa povertà è oggi molto diffusa, in forme ben diverse sia nelle società materialmente ricche sia anche nei paesi poveri. L’incapacità di gioia suppone e produce l’incapacità di amare, produce l’invidia, l’avarizia, tutti i vizi che devastano la vita dei singoli e il mondo. Perciò abbiamo bisogno di una nuova evangelizzazione: se l’arte di vivere rimane sconosciuta, tutto il resto non funziona più. Ma questa arte non è oggetto della scienza; questa arte la può comunicare solo chi ha la vita, Colui che è il Vangelo in persona”.

– Oggi si è acutizzato tale necessità, tanto da far ricorso al Primo Annuncio, ossia della verità della fede a partire da ciò che è più importante, merita essere primo, perché è dimenticato. Da ciò consegue la scelta della Chiesa italiana della iniziazione tramite la pedagogia del catecumenato, al posto dell’inflaziona terminologia e prassi abituale di I comunione e di cresima, e ancora prima la pedagogia di battesimo e di matrimonio, esposti a gravissima crisi. Ecco una sfida educativa all’interno delle nostre istituzioni: come vivere l’impegno di evangelizzazione come processo catecumenale, non solo per chi è in parrocchia, ma nelle scuole, centri giovanili, oratori. Questo vuol dire una proposta cristiana che fa leva su una maturazione della libertà, la proposta di un cammino progressivo e distinto per ogni giovane, con delle tappe condivise… Non credo di sognare se vedo un oratorio o una scuola quale cantiere privilegiato di un catecumenato adolescenziale, cioè per giovani che hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione, ma li hanno o li vanno dimenticando, vivendo come in apnea la loro identità di cristiani, non contrari per principio, ma insoddisfatti di fatto,caricando di un patina di disagio e irrilevanza verità come “Dio c’è, Cristo è tuo fratello, noi siamo chiesa, il Signore ha messo in me delle risorse per un progetto di vita costruttivo e benefico…”. Parole ormai senza presa. In tale processo si tratterà di dosare le pratiche di pietà, di insegnamento, di esperienza e di mirare ad una scelta di fede anche visibilmente espressa. Mai dimenticando che noi, ciascuno di noi ha una compito di vera paternità generativa. Siamo celibi non per restare scapoli e magari invidiare inconsciamente chi non lo è, ma per essere padri e madri in altro modo, alla scuola di San Paolo, di Don Bosco.

– Questo comporta un passaggio delicato e decisivo. Noi non siamo chiamati come i missionari itineranti, alla San Francesco, a dire il vangelo, o come le sentinelle del mattino sulle spiagge dell’Adriatico. Per noi vale il connubio ‘evangelizzare educando ed educare evangelizzando’. I due processi sono diversi, necessari, non automaticamente intercambiabili, ma interconnessi, secondo il criterio tipicamente catechistico della ‘correlazione’, che non è né giustapposizione, né sostituzione, né identificazione, né subordinazione, né contrapposizione, ma appunto ‘correlazione’.
* Questo vuol dire che non vale tanto quante comunioni fatte e quanti ritiri compiuti, ma quale mediazione educativa ha portato a ciò, ossia quali motivazioni, quale tipo di proposta, quale uso della libertà sono entrati in gioco per fare l’esperienza religiosa; e dall’esperienza religiosa (un’Eucaristia, un pellegrinaggio, un’azione di volontariato…) cosa ho saputo mettere in rilievo in ordine alle motivazioni, allo stile di vita, all’uso della libertà ho evidenziato da essa:evangelizzare educando.
* E d’altra parte da ciò che è strettamente umano fosse anche una lezione di matematica e di altre discipline, ancora di più dove sono in gioco valori fondamentali per la persona (ambito culturale, affettivo, comunicativo, lavorativo, politico, familiare, sociale…), dalla nostra stessa quotidiana convivenza con i ragazzi come pervenire ad un discernimento evangelico, da provare gioia e proseguire per ciò che esprime segni di vangelo e da purificare e cambiare per ciò che gli è contrario: educare evangelizzando.

Evangelizzare allora non appare più come un’azione tra le altre, come fosse l’ora di religione tra le altre materie o la partecipazione alla messa di turno. Questi sono momenti favorevoli, anzi indispensabili di sintesi, di tanti elementi cristiani disseminati ovunque. L’evangelizzazione non è dunque un azione fra le altre, ma l’anima segreta di ogni azione, uno stato d’animo prima che ancora che parole parlate, che fluisce e traspare nelle relazioni nostre con ciascun giovane, con la gente, laddove maggiormente siamo quotidianamente impegnati, come la scuola, il campo sportivo, il cortile. Ieri questo fluire e trasparire evangelico era più facile da credere e da accettare, per un contesto di socializzazione in cui l’apparato di chiesa convinceva o almeno conteneva le spinte contrarie, anche quando una persona sacra scantonava; oggi quando una persona specie della istituzione ecclesiastica come noi, non è testimone genuino (le attese a questo proposito sono aumentate a dismisura, tanto da farci dire: o siamo santi o quasi siamo irrilevanti), è tutta la comunità esposta alla non credibilità, quello che è peggio alla irrilevanza e la sua riduzione a pura funzione filantropica.
Ma ora è tempo di fissare l’attenzione su un ultimo aspetto: evangelizzare la parola.

EVANGELIZZARE LA PAROLA

Non ci si vuol limitare a proporre a giovani la Parola di Dio, con la P maiuscola, cosa evidentemente da non trascurare, quanto piuttosto ad educarlo, ed educarci, all’uso della parola umana intrecciata con la Parola di Dio. Così come il miracolo del giovane sordomuto viene evocando.
– A questo scopo siamo obbligati ad una triplice scoperta: che la parola, il comunicare reciproco è così elementare di sentirci signori della parola, come espressione della propria soggettività, creativita; che d’altra parte vi è abuso della parola nella direzione della banalità, della menzogna, della violenza, della superficialità, della vacuità o gossip; che nasce si propaga tra i giovani stessi la rinuncia alla parola, specie con quanti sono in autorità e hanno idee. Piuttosto si rifugiano in maniera quasi spasmodica nella parola artefatta dello SMS, di facebook, di twitter. Troppo, troppo poco, selettivamente
– Anche noi siamo fragili malati circa le parole, che rischiano di essere piatte, o puramente orizzontali, o ideologiche, o murate nel silenzio reciproco.
A livello strettamente religioso, vediamo come riesce difficile nel gruppo giovanile, ma anche fra di noi, esprimere la risonanza interiore per la Parola di Dio udita, ad esprimere intenzioni nella preghiera dei fedeli, o nella LD, a intervenire in un dialogo su verità della fede o di valori.

Questo comporta una rinnovata attenzione al mistero-risorsa della parola, come fattore umano costitutivo e proprio per questo assunta da Dio per dire se stesso, per rivelarsi. La Parola di Dio è il contenuto della rivelazione. Se non si conoscono il valore, la dinamica, le forme, le regole, i limiti, i rischi della parola umana, la Parola di Dio rimane fatalmente estranea.
Evangelizzare la parola comporta dunque esplorare l’antropologia della parola: cosa è, come nasce la parola, entro quali regole è degna dell’uomo, quando va detta, che relazione tiene con la Parola di Dio. È un capitolo facilmente esplorabile in tutte le discipline con i loro diversificati linguaggi (letterario, scientifico matematico, tecnico, filosofico, estetico, musicale, poetico…) purché siano messe in luce due dimensioni:
– La genuina dimensione umana e dunque la fuga dalla menzogna e la responsabilità nell’uso della parola (“parla, quando la tua parola è migliore del tuo silenzio”; ”parla per la giustizia, la verità, la pace, insomma per fare del bene“);
– Seconda dimensione da curare: la nativa apertura dell’uomo ad una possibilità di una parola più alta detta da Dio e risuonata nella Chiesa, dunque quanto sia umano cercare se Dio ha parlato, riconoscere la sua Parola, ascoltarla, assaporarla. L’evangelizzazione non è altro che il prolungamento per dono della Parola di Dio, ma intrinsecamente corrispondente alle parole dell’uomo, vuol essere dialogo, non costrizione e tanto meno generativa di paura e di noia.

In quest’ottica umanamente aperta e sempre richiamata, la Parola di Dio (PdD), secondo la rivelazione biblica e segnatamente di Gesù deve risuonare come agli inizi del vangelo.
I lineamenti essenziali di una teologia della PdD da riconoscere e cui educare sono i seguenti:
– La PdD è da riconoscere e accogliere nella sua legittima differenza, che è insieme riconoscimento di una grandezza che sconfina nel mistero, ma che è anche riconoscimento della sua intrinseca vocazione amorosa di essere parola per noi: “il Logos, il Verbo, la Parola divina si è fatta carne e piantato la sua tenda fra noi” (cfr Giov 1,14).
– È perciò Parola dialogante che interpella la libertà e attende risposta. Non dimentichiamo che la PdD comprende la mia reazione a quanto egli esprime. È una Parola reagita. Tale è la Bibbia: Maria è PdD, Giuda è PdD, con segni algebrici diversi, del sì e del no.
– La PdD ha una molteplicità di linguaggi: sono parole verbali, sono eventi, sono segni, appartengono alla creazione, alla storia della salvezza, alla predicazione della Chiesa, all’esperienza dei cristiani, specie santi. Il catechismo ne è sintesi genuina.
– Mi preme dire che la PdD ha la sua risonanza nel nostro parlare ai giovani nella forma esplicita del discorso religioso, ma anche nello stile di ragione e amorevolezza ispirata dalla nostra fede con cui parliamo loro. Né va dimenticato che i saperi delle diverse discipline e tutto ciò che è dell’ordine della verità e dei valori umani è traccia della PdD, semi della Parola (semina Verbi).
– Il deposito infallibile della PdD è la Bibbia Scrittura, intesa come mondo di persone che hanno fatto cammino con Dio come siamo chiamati a fare noi. La Bibbia è paradigma di un agire di Dio con l’uomo., dunque deve diventare dunque oggetto di educazione per una esperienza religiosa che fa crescere. La LD, adattata ai giovani, è da Benedetto XVI proposta come ‘bussola che orienta la vita”.
– Ma proprio il richiamo alla Bibbia come mondo di persone in cui si muove la PdD, nasce, cresce e si codifica, non deve far dimenticare che la PdD per eccellenza da riconoscere, apprendere anche nello studio, da ascoltare, cui reagire, si chiama Gesù Cristo dei Vangeli.
– In questo intreccio di parole che creano appartenenza non può,mancare come obiettivo assoluto quello che è il lato debole della nostra evangelizzazione: l’appartenenza alla Chiesa come corpo stesso di Gesù, luogo genuino della sua Parola come non ve n’è altrove, nella quadruplice via dell’annuncio della Parola come verità intensamente ascoltata, dei sacramenti, specie l’Eucaristia, che celebriamo come Parola mangiata, della diakonia della carità come Parola vissuta, della testimonianza missionaria come Parola diffusa.
Chiaramente questa ri-alleanza giovani e Chiesa passa tramite la testimonianza ecclesiale delle nostre comunità, ma con una saldatura più esplicita con la grande Chiesa (v. il senso positivo della GMG, pellegrinaggi, volontariato, momenti di adorazione, esperienze missionarie ). In ogni caso via convincente per aderire all Chiesa è fare esperienze di Chiesa con il gruppo tramite esperienze specifiche. Ma questo vale per il punto successivo. Come educare a questa sintonia tra giovani e Parola di Dio tramite la partecipazione della loro parola?

In altri termini: riconoscendo che il Vangelo vale anche per i giovani, che Gesù Cristo si interessa e vuol parlare con ciascuno di loro, come creare – e questo è il nodo sostanziale – una sintonia tra il loro mondo interiore (coscienza e libertà) e la Parola di Dio, la persona stessa di Gesù, in modo che riacquistino un uso corretto della parola,cioè della loro soggettività cosciente e libera a due livelli di relazione:con Dio, con il quale bisogna pure parlare, e quindi imparare a pregare (=ascoltare la sua Parola, rispondergli) e con le persone (anzitutto i genitori, gli educatori stessi), liberandoli da situazioni in cui la parola normale si spegne per un rumore che tutto schiaccia e copre:il rumore assordante del Rave Party e manifestazioni analoghe, dove si manifesta una espressività deformata scatenata nel bullismo, dove prevale la silenziosa anestesia data dal chiacchiericcio interminabile dei telefonini, l’afasia prodotta dall’assunzione di alcolici e droghe vere e proprie…?
Riferendomi all’esperienza mi limito a richiamare alcuni criteri pedagogici per ‘evangelizzare la parola’, suscitare familiarità tra parola giovanile e PdD per un dialogo che libera, promuove e salva
– Fa da mediazione insostituibile la relazione tra educatore/ii (=comunità) e ragazzo, educare oggi è stabilire buone relazioni, per cui si crea un intreccio tra parola del ragazzo, PdD e parola mediatrice dell’educatore (comunità). Relazione vuol personalizzazione di un rapporto fatto di conoscenza, stima, aiuto, empatia, ’sempre a disposizione per ascoltare, per conversare insieme’. Ciò garantisce la prima e basilare credibilità alle parole che contano, alla PdD. È il ‘miracolo’ pedagogico di Don Bosco. Il sistema preventivo ne è la metodologia collaudata
– Curare sempre che la parola umana e in particolare di Dio (Bibbia, predicazione, buona notte o buon giorno…) sia significativa. Certo si esige che la Parola, la pagina biblica sia capita nel senso giusto (retto sapere). Ma assolutamente non basta! I ragazzi capiscono benissimo la parabola del buon samaritano. Magari un fremito interiore di consenso li scuote, ma poi tutto si smorza e svanisce. Occorre che la Parola sia e interpretata esistenzialmente (quale Dio, Gesù per il giovane, e quale uomo, giovane viene ad essere chi ascolta Dio, Gesù), dove le verità astratte ‘esprimono’ valori concreti, proposte di crescita, di futuro, di vita, incontrano i nodi delle domande di senso e vi apportano la luce non di una dialettica vittoriosa (“ha ragione Dio, cioè io”), ma la gioia condivisa di una scoperta,che fa fare un passo avanti (“abbiamo ragioni tutte e tre: Dio, io e il giovane”).
Non si dimentichi poi che il traguardo della significatività è fare l’esperienza della Parola: se Gesù si dice pane d vita, occorre ‘mangiarlo’. Semmai spunta ancora il problema di cosa significa ‘mangiare Gesù’, come rendere significativa la parola. E qui sovente le parole – guida sono atteggiamenti convinti, incoraggiamento, fare per primo piuttosto che un discussione accademica.
Sovente si ode l’accusa che i giovani non ascoltano e non parlano, almeno a livello di senso elevato. A mio parere non è opposizione, ma incomprensione,ascoltano e capiscono materialmente, ma non comprendono, non abbracciano vitalmente ciò di cui stai parlando, fosse il mistero adorabile della Trinità. Riusciamo insensati, insignificanti, magari ci stimano più per le capacità atletiche, professorali o anche umanistiche, per la cordialità, ma non come annunciatori del Vangelo… Processo questo della significazione – dobbiamo ammetterlo – reso più difficile dalla immaturità del ragazzo, a sua volta aggravata dal trambusto delle tante voci esterne distraenti e immaturità non sempre favorita dalla debole forza di convincimento da parte della comunità (famiglia, parrocchia, scuola stessa…).
– In questa logica della significatività per cui si riconosce a Dio la Parola,ma anche la nostra di educatori, si chiede – come detto sopra – che sia illustrato e coltivato il valore intrinseco della parola umana come mediazione indispensabile di comunicazione e di comunione, garantendosi dalle tante ambiguità nell’uso della parola (la menzogna, l’arbitrarietà, la violenza).
– Ma il nostro tema, ‘evangelizzare la parola’ con la p minuscola ci ricorda che non basta che il giovane diventi ‘auditor Verbi’, ma che sia anche ‘factor Verbi’, che vi sia una presa di parola del giovane sulla parola altrui, di Dio e degli stessi educatori. La Bibbia – come sopra si diceva – è pur sempre Parola di Dio in quanto reagita. Venendo al concreto, vedo connesse quattro pratiche educative in questa direzione: la preghiera, il volontariato, il discernimento, la parola all’orecchio.

La preghiera è assolutamente necessaria per acquisire quella fede indispensabile per sintonizzare con la Parola di Dio.
– Occorre arrivare a capire che è significativa non solo per quanto produce in me di positivo (mi dona senso, risponde ai miei problemi…), ma perché viene da Dio che ha significati costruttivi per me anche quando non lo capisco, per il fatto che Dio è amore, è Padre, Gesù è fratello che non esce dalla mia barca e non mi lascia naufragare, che lo Spirito di entrambi è anima della mia vita.
– D’altra parte nell’evangelizzazione non possiamo evitare il’verbum crucis’ quale parola estremamente significativa, ma occorre vederlo profluire da un mistero di amore che va oltre la croce, l’insoddisfazione, lo scacco. I nostri giovani non hanno ancora quel livello di fede che ci si aspetterebbe dopo tanti anni di iniziazione. Ma con ciò non vuol dir presentare un Dio buonista a tutti i costi. Ancora una volta è la mancata percezione del mistero della vita con le sue luci e ancora di più con i suoi sacrifici che rende difficile e addirittura superfluo o negativo il mistero di Dio e delle verità cristiane.
Bisogna dunque evangelizzare quella ‘parola’ che è la preghiera del giovane verso Dio, ponendo a obiettivo supremo cui tendere, il riconoscere e accogliere il Dio di Gesù Cristo e della Chiesa come amore, accoglienza, misericordia, stimolatore di libertà, costruttore di umanità, apertura al futuro, consigliere valido per il proprio progetto di vita.

Se la preghiera serve per aprirsi alla Parola come dono di amore che si riceve, la seconda pratica evangelizzante è il volontariato come dono di amore che si fa agli altri. Il volontariato è l’altra fonte di risonanza della parola giovanile alla PdD. Il volontariato richiama il fare la parola ascoltata, la mia decisione cosciente di corrispondere a chi ha fatto il ‘Volontario’ verso di me e che ha lo spessore umano di Gesù Cristo. Le forme sono tante, micro e macro, vicine e lontane… Giovanni Paolo II ricordando il centenario della morte di Don Bosco (1988) diceva questo pensiero a Torino: ”Se un giovane a 16 anni non fa esperienze di volontariato non sarà mai vero cristiano”. Cosa dire per nostri contesti? Cosa possiamo concretamente proporre?

Una terza pratica da introdurre per far ‘parlare‘ i giovani è quella del discernimento condiviso. Intendo dire fare esercizio guidato della Parola di Dio sugli eventi ed esperienze della vita, proprie e altrui.
– Ma qui noterei anzitutto che sovente parliamo fin troppo noi (o viceversa non parliamo affatto, più o meno sdegnosi), perché possano parlare anche loro. I giovani poi facilmente ripiegano in un più comodo silenzio o a dare risposte ‘amministrative’, burocratiche… So di esperienze religiose, come ritiri ed esercizi spirituali dove prevale il power point, la musica dolce, il film, pratiche di preghiera orale, ma dove manca il silenzio e la possibilità di una riflessione a dialogo. Magari i ragazzi si dichiarano soddisfatti, ma come dei piccoli mici saziati.
– Di qui il senso di una proposta impegnativa, ma che stimo necessaria:confrontarsi con le grandi questioni etiche oggi dominanti, in proporzione alla capacità giovanile, ma tenendo conto che sono capaci di reagire se s mettono nella condizione di vederne l’importanza esistenziale o significatività.
Vi sono le grandi questioni di ordine militare (le guerre), di rilievo umano (la fame, problemi di bioetica), economico (la grave crisi di questi tempi), ecologico (il clima del pianeta), religioso (ha senso credere per un uomo, per un giovane: perché, come? cosa è e fa a Chiesa?), filosofico (laicità e fede, umanesimo cristiano e ateismo, visione scientifica e visione credente, il darwinismo oggi) fino a questioni più strettamente giovanili già elencate, e anche di convivenza nel proprio ambito di vita (famiglia, scuola, tempo libero…). La fonte diretta di argomenti è data da tematiche della scuola stessa nelle varie discipline (culturali, filosofiche, scientifiche) e dal contesto (problemi di costume, eventi critici). Un filone da non perdere è il pensiero di Benedetto XVI (le sue encicliche!), come si è detto più sopra.
– Il processo richiederebbe dare i dati elementari della questione, provocare la ricerca dal punto di vista etico, confrontarsi con la PdD, che sovente ha la sua sponda interpretava nella dottrina sociale della Chiesa: nasce il dialogo, la dialettica di posizioni, la sintesi dell’animatore, rispettando le zone di ombra e la libertà di posizioni. 
* Osservo: questa esperienza è scarsa o nulla in termini intenzionali fra giovani di oggi (quale educazione etica a livello sociale, politico?). È stato giudicata una regressione educativa per incapacità e incuria degli adulti. Un calo culturale preoccupante.
* Si può fare anche tra i ragazzi, adattandone i temi e i modi (basta vedere quali reazioni di ordine etico religioso, magari critiche, riescono ad avere ragazzi di scuola elementare.
* Si può fare all’interno delle proprie discipline (‘quale uomo’, ‘quale mistero’, ‘quale Dio’), ma anche creando spazi autonomi programmati annualmente (es tre volte all’anno) per gruppi.
* L’ora di religione ha uno spazio privilegiato di sintesi, senza farne un impossibile pass – partout.
* I ritiri sono buone occasioni, senza immediatamente ripiegare su preghiere prestabilite, fosse la stessa messa che sa talvolta una occupazione di tempo che non si conosce altrimenti come occupare.
Importa – ridiciamolo – accettare anzi stimolare il dialogo, la presa di parola proprio per evangelizzare la parola.

Infine la quarta pratica l’ho chiamata “salesianamente” la ‘parola all’orecchio’. Intendo dire – sulla base della relazione empatica positiva dell’educatore con l’educando che fa da conduttore necessario – portare la parola umana impegnata di vangelo a livello strettamente personale, come una parola per te, suscitando il dialogo. È il caso di un ammonimento necessario, anzi di un castigo da dare; vi è l’invito ad una esperienza religiosa da compiere; è il momento di un seme vocazionale da gettare come è capitato personalmente a me; è l’anniversario di età, di eventi lieti o tristi… Tesoro proprio di noi educatori è questo contatto ad uno ad uno e non un intervento generalizzato stile caserma, contatto personale che si integra per altro con la coralità delle celebrazioni umane, religiose, ludiche di cui la nostra tradizione è ricca.

ESERCIZI PRIVILEGIATI

‘Evangelizzare la parola’ nel senso pregnante di incontro tra PdD e parola del giovane ha oggi due esercizi, uno tradizionale da rifare in modo nuovo: i sacramenti, e un esercizio raccomandato dal Papa e dalla nostra Congregazione: la lectio divina (LD).

Riscoprire e rilanciare eucaristia e penitenza dove la Parola di Dio, Cristo stesso si fa parola quanto mai per l’uomo, carica di senso e fattore di progettualità, e dunque stimolante la parola del ragazzo: è un cammino di re-invenzione dei sacramenti, di vere e proprie esperienze di incontro con il Signore Gesù nel mezzo della sua Chiesa.
Come superare l’abitudine,ormai disincantata, della messa per scoprire la novità di un incontro tra persone, con Gesù e tra i presenti? Quale illuminazione teologica, quale metodologia pedagogica, nel contesto globale della vita di un giovane che non è nostro figlio e viene da mondi più o meno lontani?

Quanto alla LD, vi è bisogno indubbiamente di un adattamento (vedi la scuola della Parola, i sette passi…). Ma non è la novità dell’esperienza che può attirare l sarà la prima o seconda volta), ma i motivi di farla e come farla.
Punterei l’incipit educativo sul processo dinamico che vede in gioco ascolto, meditazione. dialogo di risonanze, intenzione di preghiera, stimolando quindi il coinvolgimento personale in termini esistenziali.
Chiaramente il cammino va corredato da scelte opportune: testi evangelici più significativi (racconti, parole), tempo non lungo (mezz’ora), spazio attrezzato (una bella icona, con una lampada, un fiore o altro segno che i giovani stessi vogliano porre in relazione al tema), seduti in cerchio, in penombra, lettura del testo (in mano ad ogni partecipante), breve puntualizzazione esegetica dell’animatore, traccia di meditazione magari confrontando il messaggio del testo con pareri di persone note (pro e contro), invito alla risonanza dando la propria parola, spazio per preparare una intenzione di preghiera…
Progredendo si innesta un cammino di crescita, a livello anche teologico-culturale (cosa è la Bibbia e come si ascolta) e soprattutto esistenziale: incontro il Cristo che parla con me, con noi.

ALTRE ESPERIENZE

Non posso tralasciare almeno come accenno la validità di formule di evangelizzazione legate a certune esperienze privilegiate: il buon giorno o la buona notte quotidiana; i ritiri mensili che comprendono sovente anche gli Esercizi spirituali; i campi scuola (estivi); la partecipazione ad iniziative giovanili locali, nazionali, internazionali.
Sembra che questa educazione qualitativa necessariamente selettiva compensa e completa quella che una educazione cristiana nell’ambiente di vita annuale standard.

CONCLUSIONE

Evangelizzare la parola nel senso che è stato dato porta ultimamente ad educare il giovane ad una spiritualità giovanile, che è più di una somma di frammenti, bensì mira a formare nel ragazzo una struttura interiore dove agiscono, non solo le impressioni od emozioni, ma le motivazioni umane e religiose profonde in una sintesi che si fa progressivo progetto di vita unitario, umano e cristiano, fusi insieme. Tre tratti ne sono distintivi.
– Obiettivo finale di una “evangelizzazione della parola” è un giovane, come dice Pietro, “capace di rendere ragione della speranza che è in lui” (1Pt 3,15), a stesso e agli altri
– Ciò comporta un cammino che sfocia nell’evangelico “Vogliamo vedere Gesù”, scelto a moto della strenna. Non è una decisione immediata, presupposta, ma non così remota nei giovani stessi, ma almeno tacita e attraente come una curiosità di cui vale la spesa. Anzi in diversi giovani cristianamente educati è soggiacente, ma forse resa muta per timore. Educare evangelizzando vuol dire risvegliare e maturare tale decisione. Vi è dunque una domanda da suscitare intorno al Signore Gesù, facendo noi una proposta tale da suscitare la domanda e conclusivamente maturare in loro la risposta: Vogliamo vedere Gesù. E l’avventura cristiana può avere il via.
– Ma su tutto quanto andiamo dicendo a riguardo dei giovani, ma più ampiamente a riguardo della evangelizzazione oggi richiesta nella Chiesa, merita ascoltare le parole di Benedetto XVI con cui abbiamo aperto la riflessione.
Parola di grande spessore evangelico e umano.
“Osserviamo un processo progressivo di scristianizzazione e di perdita dei valori umani essenziali che é preoccupante. Gran parte dell’umanità di oggi non trova nell’evangelizzazione permanente della Chiesa il Vangelo, cioè la risposta convincente alla domanda: come vivere?
Perciò cerchiamo, oltre l’evangelizzazione permanente), mai interrotta, mai da interrompere, una nuova evangelizzazione, capace di farsi sentire da quel mondo, che non trova accesso all’evangelizzazione “classica”. Tutti hanno bisogno del Vangelo; il Vangelo è destinato a tutti e non solo a un cerchio determinato e perciò siamo obbligati a cercare nuove vie per portare il Vangelo a tutti.
Però qui si nasconde anche una tentazione, la tentazione dell’impazienza, di cercare subito il grande successo, i grandi numeri. E questo non é il metodo di Dio. Per il regno di Dio e cosí per l’evangelizzazione, strumento e veicolo del regno di Dio, vale sempre la parabola del grano di senape (cfr. Mc 4,31-32). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. Nuova evangelizzazione non può voler dire attirare subito con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. No, non é questa la promessa della nuova evangelizzazione. Nuova evangelizzazione vuol dire non accontentarsi del fatto che dal grano di senape é cresciuto il grande albero della Chiesa universale, non pensare che basti il fatto che nei suoi rami diversissimi uccelli possono trovare posto, ma osare di nuovo con l’umiltà del piccolo granello lasciando a Dio quando e come crescerà (cfr. Mc 4,26-29). Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo e i movimenti di massa sono sempre effimeri. Nella sua visione del processo dell’evoluzione Teilhard de Chardin parla del «bianco delle origini» (le blanc des origines): l’inizio delle nuove specie è invisibile e introvabile per la ricerca scientifica. Le fonti sono nascoste, troppo piccole. Con altre parole: le realtà grandi cominciano in umiltà. Lasciamo da parte se e fino a che punto Teilhard ha ragione con le sue teorie evoluzioniste; la legge delle origini invisibili dice una verità, una verità presente proprio nell’agire di Dio nella storia: “Non perché sei grande ti ho eletto, al contrario, sei il piú piccolo dei popoli; ti ho eletto, perché ti amo…”, dice Dio al popolo di Israele nell’Antico Testamento ed esprime così il paradosso fondamentale della storia della salvezza: Dio non conta con i grandi numeri; il potere esteriore non é il segno della sua presenza. Gran parte delle parabole di Gesù indicano questa struttura dell’agire divino e rispondono così alle preoccupazioni dei discepoli, i quali si aspettavano ben altri successi e segni dal Messia, – successi del tipo offerto da Satana al Signore: “Tutto questo, tutti i regni del mondo, ti do” (cfr. Mt 4,9). Certo, Paolo alla fine della sua vita ha avuto l’impressione di aver portato il Vangelo ai confini della terra, ma i cristiani erano piccole comunità disperse nel mondo, insignificanti secondo i criteri secolari. In realtà furono il germe che penetra dall’interno la pasta e portarono in sé il futuro del mondo (cfr. Mt 13,33). Un vecchia proverbio dice: “Successo non è un nome di Dio”. La nuova evangelizzazione deve sottomettersi al mistero del grano di senape e non pretendere di produrre subito il grande albero. Noi, o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell’impazienza di avere un albero più grande, più vitale; dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano. Nella storia della salvezza è sempre contemporaneamente Venerdì Santo e Domenica di Pasqua. Da questa struttura della nuova evangelizzazione deriva anche il metodo giusto. Certo, dobbiamo usare in modo ragionevole i metodi moderni di farci ascolta re, o meglio, di rendere accessibile e comprensibile la voce del Signore. Non cerchiamo ascolto per noi, non vogliamo aumentare il potere e l’estensione delle nostre istituzioni, ma vogliamo servire al bene delle persone e dell’umanità dando spazio a Colui che è la Vita (o.c.,124-126).