Dire Dio ai giovani di oggi

Cesare Bissoli

Qualche anno fa, organizzato dalla équipe del “progetto culturale della CEI”, si svolse a Roma un convegno di notevole spessore teologico e rilevanza pastorale. L‘argomento era “Dire Dio oggi. Con Lui o senza di Lui tutto cambia”.
Colpì quanto fosse sentito un tema che nell’opinione comune appare scontato se non superato, o quanto meno strettamente privato. In particolare mi sorprese la presenza di tantissimi giovani, attenti, con un quaderno in mano, quasi ad esplorare un continente nascosto di cui vorrebbero sapere a fondo, manifestando un intimo bisogno. Proprio verso di loro, nella gamma che va dalla fanciullezza alla giovinezza, si rivolgono queste annotazioni: i giovani sono capaci di Dio e Dio desidera, vuole incontrare i ragazzi, secondo anche la costante biblica della scelta dei piccoli, dei minori da parte del Signore.

Come parlarne

Si è osato parlare di Dio in pubblico in un auditorium laico, cercando (e non soltanto tollerando) un confronto e dialogo con la vasta gamma dei saperi dell’uomo che vi appaiono coinvolti: filosofia, storia, scienze, letteratura, espressioni artistiche e forme nuove di comunicazione; va anche ricordato che i relatori si mostravano assai sensibili alla questione, credenti e non credenti che fossero; né va dimenticato lo stile argomentativo profondo e non superficialmente apologetico della trattazione.
Scrivo questo perché anche al mondo giovanile il discorso su Dio deve essere ‘grande’, a tre livelli: anzitutto deve valere come proposta non superficiale nè banale, che non sfugge alle tante domande che anche il solo nominare Dio suscita in noi, per cui alla fine deve crearsi la convinzione che “con Lui o senza lui tutto cambia”; ad un secondo livello si vorrà notare che di Dio è impossibile non parlarne e che ne parlano in tanti, gente semplice e uomini da premio Nobel, il trattarne è moderno, contemporaneo, anzi apre al futuro; ad un terzo livello la qualità della grandezza si manifesta se prendono la parola i testimoni che hanno incontrato Dio, per cui la loro vita è segnata da una qualità che massimamente lo rende credibile: l’amore, una vita come amore a Lui e al prossimo.
Ma qui la sfida si fa pedagogica: come tradurre queste esigenze in un cammino formativo?

Un percorso

* Partirei non da Dio, ma dall’uomo, parlando di lui secondo la ricerca di noi uomini per giungere a parlare dell’uomo secondo la visione stessa di Dio e la sua ricerca dell’uomo.
In verità c’è chi insiste sul secondo momento, in linea più kerigmatica, perché si teme che il procedimento antropologico si chiuda in se stesso invece di dare a Dio – secondo la norma di un dialogo sincero – la parola che gli spetta e come gli spetta. Ma è anche vero che il secondo momento può restare separato dall’esistenza della persona, generando la retorica delle asserzioni su un Dio che viene ad esistere davanti all’uomo in quanto viene affermato, e non in quanto diventa incarnato.
Facciamola più semplice: accettiamo il circolo virtuoso con i due bracci detti sopra (uomo-Dio, Dio-uomo) e muoviamoci dall’uno o dall’altro facendo l’intero percorso.
Premettiamo che anche laddove parlassimo a credenti, l’approccio deve avere una mediazione culturale. Cultura vuol dire uso della ragione, una ragione aperta alla possibilità del Trascendente, quella ragione che la fede va cercando per potersi dire genuinamente (fides quaerens intellectum).

* Motivata con gli uditori la validità del tema e accettato il dialogo come stile, entrerei subito in medias res, rendendo visibile l’argomento, segnalandolo magari con un poster: “Uomo e Dio”, aggiungendo il sottotitolo del Convegno citato: “Con Lui e senza di Lui tutto cambia”. È un enunciato corretto e insieme provocante, da lì far partire la ricerca, creando insieme uno status quaestionis di pro e contro Dio, prima raccogliendo il punto di vista dei giovani stessi e poi il punto di vista degli studiosi secondo i vari saperi. Da questi ultimi non si ricaverà nulla che sia dimostrativo dell’esistenza di Dio e nulla contro, ma semmai ci si libera da fondamentalismi di un tipo e di un altro, indicando in particolare l’inconsistenza di una posizione ‘scientifica’ che sia per sua natura contraria a Dio, creando invece una sana pre-comprensione circa il metodo di procedere per cui l’approccio scientifico non è l’unico approccio alla totalità del reale, anche se ogni altro approccio non può contraddire i dati certi della ricerca scientifica.
Tengo anche a dire che l’esplorazione realizzata sentendo i pareri dei giovani raggiunge due obiettivi: superare stereotipi e superficialità, ma soprattutto cogliere come il tema sia da loro percepito, cioè sentito e atteso.

* Qui subentra il secondo passaggio. Dopo ave visto ciò che l’uomo dice di Dio dobbiamo onestamente lasciare parlare Dio, nell’ipotesi che lo avesse fatto e lo facesse ancora. Questo è un passaggio ineludibile per comprendere ragionevolmente che ultimamente solo Dio può parlare di Dio, di se stesso, dove dunque si richiede all’uomo la lealtà dell’ascolto. La Parola di Dio ci perviene tramite testimoni credibili che Dio hanno ascoltato. La Bibbia ne è l’attestazione sicura e indispensabile. Ma – per quanto è possibile – va anche ascoltato il discorso degli uomini di Dio’ delle grandi religioni.

* Nella religione cristiana, connessa con l’ebraismo compare, la figura di Gesù Cristo. Si innesta allora il procedimento culturale di ricerca su Gesù nella rivelazione biblica, circa il suo dire Dio all’uomo, i segni che ha fatto, l’affidabilità storica ed esistenziale ecc. Ma non basterebbe questo sostare su Gesù in se stesso, bello ma solitario. È necessario compiere un passo decisivo non sempre compreso: è necessario riflettere che Gesù, a nome di Dio, rivela l’uomo a se stesso, evidenziando con chiarezza la relazione sostanziale (alleanza nel linguaggio biblico) che Dio il vivente vuole liberamene avere con l’uomo, con ogni uomo (e in lui con tutto il creato) perché viva e sia felice e, reciprocamente, perché l’uomo avverta l’ intrinseca vocazione di avere Dio come signore e amico, potente e buono, e dunque trovare in Lui il riposo della sua esistenza così spesso ferita e talora tragica. Gesù è questa alleanza fatta persona, il Dio dal volto umano e l’uomo al volto divino, che ha la capacità di entrare a contatto con i saperi più raffinati e porsi come una originale chiave interpretativa degna di Dio e dell’uomo, secondo quanto dice San Paolo nella lettera agli Efesini 3,8-12.
Perciò è Gesù, come lui stesso diceva di sé, “la via, la verità e la vita” di questa relazione fra Dio, che egli chiama Padre, e gli uomini che chiama figli del Padre e dunque fratelli fra loro. Qui si inserisce bene e doverosamente la comprensione della Chiesa come esperienza di persone che nella verità e nell’amore incontrano Dio e si incontrano tra di loro, al seguito di Gesù.

* Giova rammentare che per trattare del tema diventa indispensabile un processo educativo, determinato da alcuni fattori influenti:
– avere il coraggio della purificazione delle proprie resistenze verso Dio e la revisione dei propri schemi. Con linguaggio cristiano si dice assumere un atteggiamento di “conversione”;
– accettare che il cammino sia dialettico, non risolvibile in una formula matematica, si riconosca che, razionalmente parlando, a Dio si addice il mistero come luce eccedente le nostre risorse; in tale cono di luce dobbiamo ammettere lealmente il contrasto tra la visione cristiana e la (non) testimonianza dei credenti, ma anche non dimenticare la commovente testimonianza di tanti altri;
– soprattutto si accetti una precompressione tanto virtuosa quanto logica che raduno in quattro atteggiamenti: amare che possa esser vero ciò che si cerca, tanto “l’oggetto Dio” è grande e bello (nella visione di Gesù); ricordare che la visione di Dio secondo Gesù diventa un appello alla libertà per una decisione, in quanto non si può, dopo che si è ‘conosciuto’ Dio, vivere come se non ci fosse, maturando quindi un atto di libertà radicale, una opzione che sia veramente fondamentale; allora se si accetta liberamente che Dio ci sia e sia Dio, egli da Oggetto diventa Soggetto a cui, a causa della sua assoluta trascendenza, si perviene non con l’imposizione, ma con l’invocazione: quella di avere il dono della fede; da cui scaturisce il quarto atteggiamento: il desiderio di incontrare Dio e non solo di parlarne.
Ancora una volta il Gesù dei vangeli diventa la via fondamentale. La Bibbia fa da modello normativo per tre aspetti: che cosa dice di Dio, come lo dice e il cammino per giungere a parlarne in autenticità.

* Fondamentale, fin dall’inizio, è la buona relazione dell’animatore o catechista con i giovani. È semplicemente essenziale, come lo è stato per Gesù: ha reso credibile Dio nel suo stile di parlare e operare con le persone a partire dagli ultimi, i poveri, i piccoli, i peccatori, quella sua incredibile e indimenticabile ospitalità.