La fede vista dai giovani: un panorama in evoluzione

Franco Garelli

Docente di Sociologia dei processi culturali e Sociologia della religione, Università di Torino, <franco.garelli@unito.it>

Il rapporto con la fede e la religione non è abitualmente tra gli argomenti di discussione delle nuove generazioni, che nelle loro fitte interazioni (sia sul web sia di persona) non dedicano troppo spazio alle questioni fondanti dell’esistenza. Tuttavia, la maggior parte dei giovani – se interpellata su questo tema – dimostra di avere idee sufficientemente chiare circa la situazione religiosa dei coetanei che compongono il proprio intorno immediato. Che cosa dicono i giovani del loro rapporto con la religione? In che cosa credono? A quali mutamenti stiamo assistendo?

Per comprendere  i mutamenti di scenario sulle questioni religiose nel nostro Paese è opportuno cominciare dando la parola ai giovani, chiedendo loro di descrivere che cosa stia

succedendo al riguardo nelle loro cerchie di amici, con cui condividono le passioni e le tensioni della vita quotidiana. Molti stimoli in questo senso ci giungono dalla più recente ricerca svolta sulla religiosità dei giovani italiani, i cui principali risultati sono esposti nel volume Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio? (Garelli 2016), che oltre ad analizzare il fenomeno dal punto di vista quantitativo, ha cercato anche di capire come i 18-29enni italiani descrivano gli orientamenti religiosi dei coetanei più vicini, con cui sono spesso connessi.

  1. 1. La voce dei giovani

Di seguito, alcune sintetiche  descrizioni  che rendono ragione delle tendenze prevalenti riscontrate nella ricerca. Ascoltiamole:

La maggior parte dei giovani di mia conoscenza si autodefinisce ateo- agnostica. Una parte di questi, tra cui potrei inserirmi anch’io, aggiunge a questa definizione quella di “culturalmente cristiano”, nel senso che, essendo cresciuti in un ambiente e secondo un’educazione di stampo cristiano-cattolica, si sentono influenzati nella loro morale personale e nella visione del mondo da alcuni dei principi in essa contenuti. Anche alcuni amici originari del Medio Oriente hanno un atteggiamento simile nei confronti dell’islam. Diversi di loro si dichiarano osservanti, mentre in realtà non lo sono fino in fondo. Al contrario, ho anche amici cristiani che si dicono non osservanti, ma di fatto lo sono. Come se fosse una questione legata alla vergogna che lavora all’inverso nelle due religioni. Alcuni invece non hanno problemi a riconoscersi appieno nella religione cattolica, a frequentare la Chiesa e a credere nei suoi dogmi (ragazza, 25 anni, agnostica).

Ho la fortuna di avere amici molto diversi fra loro per posizione religiosa. Un mio amico caro ha la percezione dell’esistenza di Dio, ma crede che l’essere superiore abbia di meglio da fare che stare dietro a ogni singola esistenza terrena. Altri amici sono cattolici solo perché sono stati battezzati da piccoli, come tradizione, ma non credo si siano mai posti davvero delle domande sull’aldilà o il senso della vita. Sempre nell’ambito della religione cattolica conosco vari ragazzi credenti e praticanti, alcuni anche molto fanatici, e non ho mai condiviso il loro fanatismo. Poi ho la fortuna di poter parlare con persone che non credono, ma sono aperte al dialogo. Purtroppo non ho avuto esperienze di altre confessioni religiose (ragazza, 24 anni, credente praticante).

Piccoli atei crescono

Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio? (il Mulino, Bologna 2016) è frutto di due ricerche svolte in contemporanea: una quantitativa, su un campione di circa 1.500  casi, rappresentativo a livello nazionale dei giovani dai 18 ai 29 anni; l’al- tra qualitativa, con 150 interviste a studenti universitari di Roma e Torino. Se il 72% afferma di credere in Dio, solo il 27% ammette una preghiera regolare e il 13% la frequenza settimanale ai riti religiosi. I non credenti sono il 28%, ma se si aggiungono gli “appartenenti senza credenza” il numero cresce sensibilmente. Oltre i due terzi dichiarano di aver frequentato negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza la parrocchia e l’oratorio per attività extra catechismo; il 43% di aver avuto esperienze religiose positive; circa un terzo di aver avuto crisi o esperienze religiose che li hanno allontanati dalla fede. Oltre i due terzi ritengono che oggi non sia anacronistico credere in Dio o avere una fede religiosa.

A questo studio, guidato da Franco Garelli, hanno collaborato alcuni ricercatori che da tempo operano nel Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino: Simone Martino, Stefania Palmisano, Roberta Ricucci, Roberto Scalon

Alcuni di essi si ritengono delusi dalla religione, intesa come Chiesa e istituzione religiosa, e tendono ad avvicinarsi al concetto di Dio in modo piuttosto cauto, mantenendo ampie riserve e dubbi. Altri invece si ritengono assolutamente atei e lontani da ogni aspetto della religione, tranne che come materia di studio, per comprendere alcune dinamiche sociali. Rimane un piccolo gruppo di persone che crede fermamente in Dio e prende parte attivamente alle celebrazioni (ragazzo, 23 anni, una persona la cui spiritualità non si esprime del tutto).

Se mi guardo attorno vedo molta riluttanza nei miei coetanei nel manifestare un’appartenenza religiosa. È un qualcosa che viene snobbato, percepito come “roba di altri tempi” e perciò difficile da riconoscere nelle persone vicine. Penso che molti amici siano, come mi piace dire, in ricerca; ossia non si identificano  con un credo particolare, ma si pongono quelle domande di senso che in alcuni casi portano ad accostarsi a un credo religioso. Molti si dicono atei, anche se penso più per moda che per sostanza e chi si definisce cristiano spesso lo fa mettendo distanza tra sé e la Chiesa. Alcuni, spinti da domande interiori, si accostano a culture e religioni divese dalla nostra, rimanendo affascinati da spiritualità orientali, che magari accettano perché diverse dalla cultura in cui sono immersi (ragazza, 24 anni, credente in cammino).

Ognuno ha posizioni religiose piuttosto diverse. C’è chi è assolutamente certo della propria fede e tenta di rendere partecipi anche gli altri del- le proprie convinzioni. C’è chi è assolutamente certo della sua propria non credenza, sostenendo addirittura di voler annullare il battesimo ricevuto da piccolo. C’è poi chi è incerto, chi ancora riflette sulla propria fede, chi è sicuro di alcuni aspetti ma non di altri, chi trova rifugio nella fede solo occasionalmente (ragazza, 23 anni, incerta).

Se dovessi comporre un ritratto della situazione religiosa relativa alle mie conoscenze, dividerei in due gruppi ben distinti le persone che frequento: quelli che accettano e condividono l’afflato religioso impartitogli dall’ambiente familiare e sociale da loro frequentato, e quelli che non cercano una figura divina o che sono alla ricerca di un nuovo modo di intendere la spiritualità (ragazzo, 27 anni, ateo non credente).

Hanno una posizione distaccata e quasi indifferente nei confronti della religione nella maggior parte dei casi. Ci sono alcuni che ricercano una vita spirituale in religioni come il buddhismo, altri continuano a perseguire il loro credo cattolico, il più delle volte in quanto imposto dalla loro educazione (ragazza, 26 anni, incerta).

La maggior parte dei giovani di oggi credo sia lontano da un credere religioso (così come l’istituzione Chiesa ci insegna). Ognuno pensa di avvicinarsi a un Dio a modo proprio, senza riporre molta fiducia nell’istituzione Chiesa in sé. Le posizioni religiose sono molte e diverse, dipendono da come ognuno si pone dinanzi a un Dio (ragazza, 25 anni, credente).

La religione oggi ha un ruolo diverso rispetto al passato. I giovani, in molti casi, hanno un impegno religioso ridotto. Se in passato l’educazione religiosa accompagnava il percorso di crescita dei ragazzi, oggi ciò è meno evidente. Sono pochi i giovani con un forte attacca- mento alla Chiesa. Spesso accade che molti ragazzi, parlando della propria posizione nei confronti della religione, affermino di credere in Dio, come una forza universale, ma di non essere d’accordo con diversi precetti della Chiesa. Credenti e non praticanti. Forse ciò è dovuto dal fatto che ci sono molte famiglie che fanno in modo che i figli seguano i riti (battesimo, comunione, cresima) ma poi nella vita quotidiana gli insegnamenti di tali riti rimangono in ombra. Questo non è sempre vero, ci sono anche famiglie che tengono molto alle credenze religiose dei figli e non ammettono intemperanze, ma spesso i figli se ne allontanano ugualmente. Forse le famiglie cattoliche sono più distanti dalla religione rispetto alle famiglie islamiche o di altre religioni (ragazza, 28 anni, credente non praticante).

Potremmo continuare a oltranza in questo esercizio narrativo, ma l’aggiunta di ulteriori testimonianze sul tema non farebbe che confermare il quadro sufficientemente delineato dai brani qui evocati, con le sue tendenze di fondo.

  1. 2. Un panorama variegato

La varietà delle posizioni è l’immagine che i giovani ci trasmettono quando sono chiamati a descrivere il rapporto che i coetanei che più frequentano hanno con la fede e la religione. La loro cerchia di amici è una realtà assai variegata dal punto di vista religioso; è difficile individuare una tendenza prevalente, anche in questo campo l’eterogeneità delle posizioni prevale di gran lunga sulla convergenza. Come a dire che il legame di generazione non pro- duce oggi sulle questioni religiose quella che il sociologo tedesco

Una generazione è un’unità temporale storicamente costruita che identifica un gruppo di individui  che hanno circa la stessa età, hanno fatto le stesse esperienze e han- no vissuto le stesse influenze dominanti. Le unità di generazione sono gruppi che elaborano diversamente le stesse esperienze e che risolvono diversamente gli stessi problemi, in funzione, ad esempio, delle loro esperienze formative.

Karl Mannheim ha definito l’«unità di generazione». Quello religioso, dunque, è un “luogo” aperto per i giovani, in cui convivono orientamenti e scelte diverse, che rispecchiano la varietà e l’eterogeneità dei percorsi di socializzazione  e delle opzioni  di vita che si producono nella modernità avanzata.

  1. a) Ateismo agnostico

Tra i giovani (rispetto al passato) è individuabile una tendenza di sensibile crescita delle posizioni ateo-agnostiche o di indifferenza religiosa. La percezione diffusa è che i “senza Dio” e i “senza religione” siano ormai uno dei gruppi più consistenti, magari non ancora maggioritario, ma così rilevante da poter essere considerato il fenomeno emergente dell’attuale panorama religioso nazionale. Tuttavia si tratta di una realtà frammentata al proprio interno. Da un lato vi sono i giovani atei “forti” e ben motivati, i cui riferimenti culturali prescindono da un orizzonte religioso, per i quali la negazione di un essere superiore passa per il dissidio tra fede e ragione, fede e scienza, religione e progresso. Per questi soggetti, dunque, «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico». Inoltre, «non c’è bisogno di scomodare Dio per condurre una vita sensata». Al loro fianco, vi sono gli atei che possiamo definire “deboli”, la cui non credenza è più di facciata che motivata, frutto più dell’adeguamento a una tendenza culturale diffusa (o del rifiuto dei modelli ufficiali di religiosità) che di specifiche convinzioni e opzioni esistenziali. Altri giovani, invece, esprimono un ateismo dal carattere “ostile” verso la religione costituita, la cui matrice dunque è più anti- clericale che antireligiosa; e ciò come reazione nei confronti dell’isti- tuzione prevalente e della formazione ricevuta, come se negando Dio volessero liberarsi dal fardello di una Chiesa ritenuta o vissuta come invasiva nel campo della morale e della sfera pubblico-politica.

  1. b) Credere, tra convinzione e convenzione

I giovani intervistati avvertono tra i loro amici anche una minoranza di soggetti (sempre più ridotta, ma qualificata) caratterizzati da un elevato livello di coinvolgimento e di impegno religioso. Si esprimono così: «Alcuni frequentano regolarmente la chiesa, partecipano attivamente alla vita comunitaria, sono inseriti nei gruppi religiosi»;

«alcuni sono credenti e molto attivi in campo parrocchiale, a livello di catechismo, di oratorio, di gruppi famiglia, di volontariato, di animazione dei ragazzi, di frequentazione della messa domenicale»; «un piccolo gruppo crede fermamente in Dio e prende parte alle varie celebrazioni»; «una percentuale ristretta di giovani è ancora devota alla propria religione, e anche praticante»; «ho coetanei che frequentano gli ambienti religiosi sin dall’infanzia, la maggior parte perché i geni- tori vivono da tempo la vita parrocchiale mentre altri si sono avvicinati in maggior età più per una scelta personale non tanto influenzata dalla famiglia; ma questa, va fatta notare, è una minoranza».

Si tratta di indicazioni particolarmente interessanti, in quanto attestano che anche a livello giovanile persiste uno zoccolo duro di credenti convinti e impegnati, che ruotano attorno agli ambienti cattolici e si identificano (magari anche criticamente) nella Chiesa, in ciò rispecchiando tendenzialmente quanto avviene nel mondo de- gli adulti. Questi soggetti hanno alle spalle un modello di socializzazione religiosa positivo, frutto dell’influenza esercitata dalla famiglia di origine e da esperienze significative negli ambienti ecclesiali di base. Anche a livello giovanile, quindi, sembra mantenersi nel tempo quella “subcultura” cattolica che rappresenta uno dei tratti più interessanti del nostro Paese. Con riferimento a questi casi, non si può dire quindi che gli ambienti religiosi non abbiano più presa tra i giovani, siano disarmati di fronte alle domande espresse dalle nuove generazioni; anche se ciò avviene per una minoranza di soggetti, particolarmente “affini” (per cultura, famiglia, percorsi di crescita) a uno stile di vita e di proposta religiosa coinvolgente, alcuni giovani hanno incontrato figure umanamente e spiritualmente feconde.

Stando alla percezione dei giovani, anche l’ambito cattolico-religioso è comunque caratterizzato da una doppia velocità. A fianco di una minoranza di coetanei motivati e coinvolti in un orizzonte di fede, molti registrano la folta presenza nel proprio gruppo amicale di soggetti il cui rapporto con la fede appare debole o esile, frutto più di convenzione sociale che di un’opzione personale. Si tratta dei giovani la cui fede abita nel sottofondo di una vita che pulsa altrove, di matrice più etnico-culturale che spirituale. La diffusa presenza tra i giovani d’oggi di un rapporto religioso labile e allentato, in qualche modo riflesso della tradizione e dell’educazione ricevuta, è per vari aspetti sorprendente, perché contrasta l’idea che le nuove generazioni siano il prototipo delle scelte convinte e ripensate. Molti giovani (anche dal punto di vista religioso) sembrano seguire le orme dei padri, sono coinvolti in uno stand-by religioso che sa più di inerzia che di rigenerazione. Come a dire che è meglio credere in Dio (nel Dio della tradizione cristiana) che essere privi di riferimenti fondanti, è meglio ancorarsi alle risposte offerte dalla religione prevalente che rimanere scoperti sulle questioni ultime della vita.

  1. c) Altri comportamenti e modalità

Oltre a quelle descritte, emergono varie altre indicazioni dalle parole dei giovani. Alcuni coetanei sono attratti dalle religioni orientali, dai nuovi movimenti religiosi, un fenomeno che risulta senza dubbio in crescita anche se con minor forza rispetto a quanto viene illustrato dai media. Ben sottolineata poi è la presenza – anche nel panorama giovanile nazionale – di fedi religiose storiche diverse da quella cattolica: all’origine vi sono i recenti f lussi migratori e una nuova vitalità delle minoranze religiose storiche nel nostro Paese, che sembrano reagire meglio al processo di secolarizzazione della società italiana rispetto al “popolo” cattolico. In particolare, non pochi giovani riconoscono  il maggior impegno religioso dei coetanei musulmani con cui sono in contatto, per i quali la fede rappresenta anche un fattore di identità e diversità culturale.

Secondo alcuni intervistati, poi, vi sono coetanei che non rientrano nelle categorie “religiose” sin qui descritte, perché il loro profilo esistenziale sembra caratterizzato più dall’essere in ricerca” circa il senso della vita e le questioni ultime dell’esistenza che dal fatto di riconoscersi e collocarsi in una qualche posizione religiosa o non religiosa. Un’attitudine prevalente, dunque, alla ricerca umana e spi- rituale, aperta ai più diversi sviluppi, che in alcuni casi può assumere il tratto più di un’intenzione che di una pratica di vita.

Infine, un ultimo accenno spetta ai comportamenti incongruenti o alle posizioni spurie rilevati da una parte dei giovani intervistati. Vari coetanei (si definiscano essi atei o indifferenti alla religione, oppure credenti o praticanti) sembrano alle prese con una contraddizione interiore tipica, ad esempio, di quanti «sono culturalmente cattolici, ma bestemmiano», «si presentano come dei mangiapreti, ma indossano santini», «si dichiarano miscredenti, ma ogni tanto vanno in chiesa e pregano», «si ritengono credenti emancipati ma talvolta fanno i baciapile». L’ambivalenza dei comportamenti sembra dunque coinvolgere anche una quota di giovani d’oggi, limite che attenua un po’ l’idea – sovente sostenuta anche in autorevoli studi – che l’etica dell’autenticità sia uno dei tratti distintivi delle nuove generazioni.

  1. d) Uno sguardo quantitativo

Lo scenario sin qui emerso dall’analisi delle interviste aperte sul- la situazione religiosa dei giovani visti dai coetanei più stretti, trova ampia conferma nell’indagine quantitativa svolta sugli stessi temi su un campione di soggetti dai 18 ai 29 anni rappresentativo  di questa quota di popolazione a livello nazionale, che ci permette di avere un’idea della consistenza numerica delle varie tendenze e di approfondire il quadro interpretativo.

Ventanni fa i giovani che si dichiaravano  ateo-agnostici  in Italia non superavano il 10-15%, mentre oggi sono circa il 30% dei casi. Se a questi si aggiungono quanti – pur palesando una fede religiosa o cattolica – vivono di fatto “come se Dio non ci fosse”, appare evidente il processo di avvicinamento dell’Italia alla situazione media del centro-nord Europa, dove circa la metà dei giovani si definisce “senza Dio” e “senza religione”. In parallelo, la crescita riguarda anche i giovani che continuano a identificarsi nella religione della tradizione (circa un terzo dei casi), ritrovando in essa più un ancoraggio identitario e culturale che un principio di vita. Inoltre, i giovani che rientra- no nella categoria dei “credenti convinti e attivi” non superano il 15% e rappresentano un gruppo che si sta assottigliando nel corso degli anni, anche se si compone di figure consapevoli e reattive.

Il trend dunque appare sufficientemente chiaro: non mancano soggetti che nella società aperta vivono con entusiasmo e impegno un’opzione religiosa e un’appartenenza ecclesiale consapevole, smarcandosi dal sentire diffuso; ma molti mantengono un legame allentato e assai soggettivo con la fede della tradizione in cui sono stati formati e educati; mentre sono in sensibile aumento quanti hanno ormai spezzato il legame con l’identità cristiana e cattolica ritenen- dosi ormai in posizione ateo-agnostica o di indifferenza religiosa.

  1. 3. In una società eterogenea e multireligiosa

Quanto sin qui rilevato indica che le nuove generazioni hanno molte possibilità di interagire con coetanei che hanno idee diverse sulla questione religiosa nello spazio pubblico, negli ambienti scolastici, nei gruppi amicali, nelle realtà associative, nella pratica sportiva, sovente anche nei rapporti di coppia e di famiglia. Questa diffusa compresenza di credenti, non credenti e “diversamente credenti” più che generare tensioni e conflitti sembra favorire – a certe condizioni – situazioni di reciproco riconoscimento.

Vi è certamente una quota di giovani atei o non credenti dalle convinzioni granitiche, assai ostili e tranchant nei confronti delle Chiese o della religiosità tradizionale, che denigrano la fede religiosa di quanti la professano. Ma la maggior parte di essi, pur definendosi “senza Dio” e “senza religione”, ritiene sia plausibile credere e avere una fede religiosa anche nella società contemporanea. Negano quindi l’assunto che la modernità avanzata sia la tomba della religione. Si tratta di una posizione singolare. Sono giovani che sembrano vivere il loro ateismo o distacco dalla religione in modo non ideologico o esclusivo. Per contro, tra i giovani credenti (anche convinti e attivi) non mancano quanti riconoscono la difficoltà di professare una fede religiosa in una società plurale. Insomma, gli steccati tra il credere e il non credere sembrano incrinarsi in una generazione abituata a soppesare i pro e i contro di ogni opzione e a ritenere legittime le scelte che ogni individuo compie in modo consapevole, anche se diverse dalle proprie.

La fede ritenuta plausibile (anche dai non credenti) è dunque quel- la oggetto di scelta (e non di destino), capace di nutrire la domanda di senso che accompagna da sempre l’esperienza umana, in grado di fornire risposte vitali all’esistenza. Non quindi una fede imposta dalla famiglia o da ambienti religiosi asettici, che l’individuo si ritrova come bagaglio della vita quasi a propria insaputa. Molti giovani ammettono che anche nella modernità avanzata è sensato credere in Dio e avere una fede religiosa, ma «a precise condizioni». Va da sé che questo credito alla fede religiosa può essere più ideale che fattuale, più frutto di un ragionamento astratto che di un effettivo impegno di vita.

  1. a) Una formazione religiosa senza radici solide

La maggior parte dei giovani italiani che oggi si dichiarano senza Dio o senza religione, come emerge dalla ricerca, ha avuto una socializzazione religiosa di base negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, fatta di presenza al catechismo, di frequenza dell’oratorio e di ambienti ecclesiali, di campi scuola, di momenti di riflessione umana e religiosa. Per cui, anche se successivamente si sono allontanati da questo mondo, hanno in memoria una formazione di fondo che attesta ancor oggi la vitalità della presenza cattolica nel Paese e nel processo di crescita delle giovani generazioni. Insomma, non sono atei o agnostici o indifferenti alla religione “per nascita”, ma perché a un certo punto (e per vari motivi) hanno preso le distanze da un imprinting religioso ancora diffuso. Vari fattori possono essere alla base di questo distacco dalla trasmissione religiosa. Forse la precarietà della formazione ricevuta e delle esperienze vissute negli ambienti ecclesiali? O la difficoltà della Chiesa di proporre un discorso sull’uomo, sulla natura, sulla vita sociale, che sia significativo per la coscienza moderna? Per questo, la narrazione della fede proposta nell’età infantile e adolescenziale può essere messa in discussione  dalle visioni della realtà che i giovani incontrano nelle scuole superiori e nella più am- pia società. In tutti i casi, i giovani più convinti e attivi dal punto di vista religioso sono quelli che hanno alle spalle famiglie credenti impegnate ed esperienze religiose coinvolgenti. Anche se risulta più facile trasmettere da una generazione all’altra la «non credenza» o una «credenza debole» che un orientamento religioso più impegnato.

  1. b) Spinte antisistemiche

È del tutto evidente, inoltre, che oggi spira un vento antistituzione, antisistema, che riguarda anche la Chiesa cattolica, che nel nostro Paese è ancora assai radicata sul territorio e nelle dinamiche sociali. Molti prendono le distanze da una Chiesa che giudicano vecchia, stanca e malandata.  Tuttavia, quella che rifiutano è la Chiesa istituzione, descritta come «lontana dai bisogni della gente», «fonte soltanto di precetti», «più giudice che madre». Mentre, per contro, si tende a rivalutare la Chiesa di base, i preti di strada e quelli che si spendono sul territorio, le figure religiose non conformiste. In particolare, quella Chiesa locale che si occupa dei giovani, tiene aperti gli oratori, è prossima alle vicende degli ultimi, agisce nei luoghi di frontiera, nei quartieri degradati. Ecco la Chiesa che molti giovani (anche non credenti) intendono “salvare”, in forte contrasto con quella ufficiale, che sentono distante dalla gente comune.

  1. c) La domanda di spiritualità

Una larga quota di giovani ha un’idea molto nebulosa della spiritualità, come di una dimensione difficile da decifrare o che non pro- duce particolare risonanza emotiva. Altri invece sembrano coinvolti in una tensione spirituale di impronta profana, che si manifesta in forme diverse, dalla ricerca dell’essere autentico che è in ciascuno di noi allo sviluppo delle proprie qualità umane, dalle pratiche salutistiche al perseguimento del benessere e dell’armonia sia personale, sia nel rapporto con gli altri e con la natura. La maggior parte dei giovani tende a vive- re i valori dello spirito all’interno della religione in cui più si riconosce (cattolicesimo), pur ritenendo che la ricerca spirituale è senza confini e ha nel singolo il suo protagonista. In sintesi, la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte non sembra priva di antenne per questa dimensione dell’esistenza, altri la valorizzano per migliorar- si dal punto di vista umano, altri ancora la interpretano come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso.

In questo quadro si osserva che la domanda di spiritualità alternativa, che si rivolge a nuovi movimenti religiosi, pratiche meditative di cultura orientale, culti di matrice diversa, è in rapida diffusione nel mondo giovanile, pur rimanendo minoritaria. Non pochi giovani, poi, fruitori di queste pratiche meditative, combina- no queste nuove fonti di senso con quelle più collaudate messe a loro disposizione dalla religione in cui sono stati formati, mentre altri non attribuiscono ad esse un significato religioso.

  1. 4. Quale rotta si intravede?

Non è facile credere in Dio, avere una fede religiosa nella società pluralistica. È un aspetto che molti osservatori e anche uomini del sacro non tengono in conto, ritenendo ad esempio che il nostro sia il tempo della scristianizzazione, della secolarizzazione spinta, della perdita totale del senso religioso. Per cui l’oggi della fede sembra ben poca cosa rispetto a un passato (più o meno remoto) descritto sempre come l’età dell’oro della religiosità, dimenticando  il peso esercita- to dal conformismo sociale o dalla mancanza di alternative, in una situazione in cui era (quasi) impossibile non credere in Dio e non aderire alla fede della tradizione. Mentre oggi si vive in un’epoca in cui la fede – anche per il credente più convinto – rappresenta solo un’opzione tra le tante, come ci ha ricordato Charles Taylor (2009).

La difficoltà del credere riguarda tutte le fedi religiose, non solo quella cristiano-cattolica.  Riguarderà anche i musulmani, se essi a poco a poco usciranno dal loro guscio culturale e identitario e si apriranno al confronto con la società plurale. Coinvolge anche quanti si avvicinano  alle proposte dei nuovi movimenti  religiosi, delle religioni orientali, della new age, o cercano di coltivare una spiritualità alternativa. Alcuni vi si dedicano in modo totalizzante, ma i più sono consapevoli di operare delle scelte parziali, interpretando queste esperienze più come ricerca di armonia personale che in chiave specificamente religiosa.

L’immagine della Chiesa ufficiale in Italia, come già detto, non è delle migliori in questo momento storico. Tuttavia, non pochi giovani hanno in memoria delle figure religiose, incontrate nelle comunità locali, che hanno saputo in alcune circostanze cogliere e sollecitare il loro bisogno di senso, la domanda di autenticità, la loro tensione etica. La Chiesa oggi ha difficoltà a proporsi e a essere riconosciuta come “maestra di umanità”, ma possiede un patrimonio di valori e di esperienze con il quale può aiutare le persone a comporre le tensioni cui sono sottoposte nella società dell’incertezza e ad ampliare i loro orizzonti. Cè una grande domanda di significato che occorre saper intercettare e interpretare. Il consenso di cui gode papa Francesco lo dimostra. È uno degli aspetti che emergono con maggior evidenza da questo studio. I giovani non sono indifferenti verso chi si pone al loro fianco, chi non li giudica ma li stimola, è attento alla loro condizione ma è capace anche di richiamarli a grandi mete. Alme- no la metà dei giovani intervistati riconosce di essere stata spinta dalla presenza del Papa argentino a riavvicinarsi alla fede o ad aumentare il proprio impegno religioso. Magari non è del tutto vero, forse è solo un omaggio a un Pontefice che piace per alcuni suoi atteggiamenti antisistema, proprio lui che è a capo di una millenaria istituzione religiosa. Tuttavia, è un indizio che la prossimità umana e spirituale può far breccia anche nei sofisticati figli della modernità avanzata.

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La prima generazione incredula.

Il difficile rapporto

tra i giovani e la fede – Nuova edizione speciale Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2017, pp. 126, € 10

 

Quando fu pubblicato, nel 2009, La prima generazione incredula riscosse un ampio interesse e fu accolto da espressioni

di apprezzamento, ma anche da posizioni più critiche. D’altronde, il tema del rapporto fra giovani e fede non era certo marginale.

A qualche anno di distanza

Armando Matteo ritorna sul suo lavoro

per pubblicarne una nuova edizione, offrendo così

un contributo al Sinodo dei Vescovi dedicato

a «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» del prossimo mese di ottobre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© FCSF – Aggiornamenti Sociali

 

Armando Matteo

La prima generazione incredula

 

«P

erché in Chiesa di giovani se ne vedono sempre meno e spariscono anno dopo anno i gruppi parrocchiali gio-

vanili?» (p. 7). Questa domanda, che apre il libro di Armando Matteo, è ricorrente tra quanti sono impegnati nella pastorale giovanile o, più semplicemente, frequentano le parrocchie. L’A., a qualche anno di distanza dalla prima edizione, torna a occuparsene senza limitarsi a riproporre quanto già scritto, ma – come osserva Enzo Bianchi nella prefazione – offrendo un testo che si è confrontato con il tempo «per verificare la fondatezza delle tesi» sostenute (p. VII) e che tiene conto delle osservazioni, delle domande, delle intuizioni che erano state suscitate dalla sua prima apparizione.

Al centro del volume sono, ovviamente, loro, i giovani, e il loro rapporto con la fede. Dei giovani in genere si parla tanto nel dibattito pubblico e nei mezzi di comunicazione, ma poi tro- vano poco spazio per far sentire la loro voce ed essere davvero ascoltati. Sono da sempre associati al futuro della società, ma la retorica che accompagna questi discorsi li esclude dal presente, che resta saldamente in mano agli adulti di oggi, smarriti nel mito di un’eterna giovinezza e vittime di «un certo risentimento che […] spesso inconsapevolmente  nutrono nei confronti delle giovani generazioni» (p. 56).

Proprio nel rapporto tra adulti e giovani l’A. individua una delle ragioni all’origine di questa nuova generazione incredula e anaffettiva nei confronti di Dio e della Chiesa: la catena di trasmissione della fede si è inceppata perché i genitori, cre- sciuti nel clima culturale della postmodernità, «hanno piano piano disimparato a credere e a pregare e così non vi hanno potuto avviare la loro prole» (p. 32). Un altro fattore è dato dalle realtà ecclesiali, che non sempre sono «“luoghi” ove si impara a credere e ove si impara a pregare» (p. 43). Come rispondere? Per l’A. si tratta di tornare a «comunicare una fede giovane, riscoprire la gioia dell’annuncio», fare opera di avvicinamento dei giovani «ai tesori della Bibbia, della liturgia, dell’immaginario sacramentario, della teologia, della letteratu- ra e dell’arte cristiana» (pp. 69-70). La posta in gioco è certo la trasmissione della fede, ma non solo, dato che le realtà ecclesiali possono contribuire a «trovare una risposta corale ed effettiva alla sfida educativa posta innanzi a noi da un uni- verso giovanile aggredito dal micidiale nichilismo» (p. 85). La convocazione del Sinodo dedicato ai giovani è allora un segno importante in questa battaglia profetica e l’intero processo diviene un’occasione preziosa per dare voce ai giovani.

Giuseppe Riggio SJ