Le donne nella Chiesa ieri e oggi

Lidia Maggi

Io vi ringrazio per questo invito e comprendiamo anche in queste occasioni che in realtà il Concilio Vaticano II, di cui ci si rammarica sempre che non abbia portato i frutti sperati, ci ha dato dei frutti che a volte non riusciamo a cogliere. E uno dei frutti del Concilio è la mia presenza qui e anche il fatto che sia così normale che una persona che appartiene ad una tradizione confessionale diversa da quella cattolica sia invitata con questo onore, con questa grande cura e mi sia data la fiducia perché non mi è stata avanzata la richiesta di una scaletta per visionare il testo prima dell’incontro. Allora vedete ci sono dei segni del Concilio che rendono normale delle cose che soltanto 30 anni fa erano insperate. Io credo che un nostro momento qui sia uno dei frutto di quel Concilio.
Il Concilio sta portando dei frutti e lo fa in una maniera più carsica di quello che ci aspettiamo, ma questa nuova Pentecoste è davvero un punto di non ritorno e adesso la fatica è, forse, proprio quella di nominare questi frutti e di rendere ragione di tutte le speranze della generazione di donne e di uomini che sono venuti prima di noi, speranze soprattutto dei laici che hanno desiderato per la chiesa, la nostra unica chiesa.

Le donne nel Nuovo Testamento

Per introdurre questo tema sulle donne io mi lascio accompagnare prima di tutto da uno dei testi che mi è più caro del Nuovo Testamento, perché credo che possa, in un’immagine, in un’ icona dirci che cosa ha significato per le donne l’incontro con Gesù.
È una storia che è raccontata da Luca ed è una storia che mi interessa particolarmente perché si svolge all’interno dello spazio del sacro, all’interno della sinagoga. Al capitolo 13 ci viene raccontato che Gesù si trova nella sinagoga e nella sinagoga ci sono uomini e donne. Tra queste donne ce n’è una che è piegata ed è silente; una donna abita lo spazio del sacro e lo abita così, a testa bassa, piegata e muta. Non chiede niente, non pensa che possa vivere lo spazio del sacro in maniera diversa, sono 18 anni che abita questo spazio così e non chiede, non crede che la sua vita possa essere diversa. Sapete sono quelle situazioni dove ci siamo talmente assuefatte a condizioni di degrado da non essere più in grado di pensare che la nostra vita possa essere diversa; la stessa cosa, tutto sommato, è avvenuta al popolo in Egitto e il Deuteronomista riscriverà quell’episodio dicendo “Noi eravamo schiavi in Egitto, abbiamo pianto e Dio ha sentito il nostro pianto e ci ha liberati”. In realtà chi legge l’Esodo si rende conto che quel pianto non è una preghiera rivolta a Dio, è un lamento, un lamento senza verbalizzazione alcuna, ed è Dio che lo ode e lo trasforma in preghiera.
Ecco questa donna non si lamenta, nemmeno quello fa, come se fosse normale per lei abitare così lo spazio del sacro, ma c’è Gesù che la vede; Gesù la vede e, anche se lei non vede lui e non vede che la sua vita può essere diversa, Gesù la vede e la chiama a sé. Guardate che questo chiamare a sé di Gesù non è un atteggiamento normale in Gesù, perché Lui in genere viene implorato da tutte le parti di fare cenni e gesti di guarigioni e di cura, ma non se li va a cercare i segni. Tutti lo tirano da tutte le parti mentre qui questa donna non chiede niente, Gesù la vede, la chiama a sé, le impone le mani, la benedice e le dice: “ Figliola tu sei raddrizzata dalla tua infermità” e dopo queste parole quello che accade è che la donna fu subito raddrizzata. Ma non avviene soltanto questo, la donna raddrizzata iniziò a lodare Dio nello spazio del sacro. Prima che Gesù entrasse c’è una donna piegata e silente, Gesù entra, vede quella donna, la chiama a sé, la raddrizza e non soltanto c’è una donna eretta che loda Dio.
È un passo ancora più interessante perché scoppia un conflitto e Gesù stesso deve spiegare che cosa ha fatto ed è interessante come lo spiega. Ora il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: “Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare, venite dunque in quelli a farvi guarire e non il giorno di sabato”. Ma Gesù gli rispose: ”Ipocriti, ciascuno di voi non scioglie di sabato il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? E questa, che è figlia di Abramo e che Satana aveva tenuta legata per ben 18 anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”
E, mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da Lui compiute. Allora scoppia il conflitto ed è anche un conflitto meschino, perché se la prendono non con il più forte ma con la gente, “Ci sono sei giorni per farsi guarire e quella viene al sabato”. La donna non ha chiesto di essere guarita, non era lì nello spazio del sacro cercando di guadagnare dei privilegi per lei. E’ Gesù che ha preso l’iniziativa, lei non ha chiesto niente, ma vedete quello che accade, che i professionisti del sacro se la prendono con i più deboli, in questo caso con questa donna. Ci sono sei giorni per poterla guarire! Gesù è caro e buono, ma c’è un tipo di peccato che non sopporta, ed è l’atteggiamento di chi si sente giusto, i giusti incalliti non li sopporta. Mentre è molto dolce con i peccatori, anche con quelli incalliti, come Zaccheo, come Matteo, come la donna adultera, ma con i giusti incalliti non riesce sempre a mantenere la calma e qui il tono è molto forte, conflittuale; “ipocriti” li chiama, poi però spiega il gesto che ha fatto, lo spiega dicendo “Chi di voi ha un bue e non lo slega per portarlo a bere? Ora questa donna – ma vi rendete conto? – questa donna era tenuta legata”; questa è l’interpretazione di Gesù. Questa non è una artrosi, questa cosa che piegava la donna era una legatura, questa donna era in catene e Gesù sente che deve liberarla.
È così che egli interpreta quello che ha fatto. Questa donna veniva tenuta legata da diciotto anni e io non devo liberarla? E per fare questo usa i termini liberare, slegare e chi legge questa storia e frequenta le storie bibliche ha l’eco di un’altra storia.
Perché c’è stata un’altra situazione dove Gesù la chiama:” la figlia di Abramo” questa che è figlia di Abramo non doveva essere slegata di sabato? Questa che era tenuta legata da Satana non doveva essere slegata? Chi sente questa storia pensa immediatamente ad altre storie, perché la Bibbia è come una matriosca, si apre una storia e ne esce un’altra e qui emergono tante storie; io ne cito una ed è la ‘legatura di sangue’. È come se ad un certo punto Gesù riflettesse e dicesse: ”Un tempo, il figlio di Abramo, è stata legato e il Signore l’ha sciolto per lasciarlo andare”; ma che cosa ne è stato delle figlie di Abramo? Questo è un miracolo di genere, chiaramente è una storia molto simbolica riferita in particolar modo al mondo femminile.

Gesù e le donne

Allora se Gesù è colui che permette alle donne di abitare la vita e lo spazio del sacro con dignità, sciolte e con possibilità di proclamare la parola, voi capite perché molte donne erano intorno a Gesù e lo capite anche nei testi tradotti – su cui faremo qualche emendamento alla traduzione, perché poi la traduzione che noi abbiamo spesso è un tradire o almeno interpretare e sulle donne c’è molta interpretazione.
Allora in questo testo Luca sta descrivendo i discepoli di Gesù e ad un certo punto ci dice: “Qualche tempo dopo Gesù se ne andava per città e villaggi predicando e annunciando il lieto messaggio del regno di Dio e con lui c’erano i 12 discepoli che lo seguivano dalla Galilea, dagli inizi della missione e alcune donne”.
Ma allora c’erano dagli inizi delle donne che egli aveva guarito da malattie e liberato? Notate il termine ‘liberato’ da spiriti maligni; questa donna era segregata da Satana. Gesù era colui che liberava le donne e la guarigione avviene attraverso un atto di liberazione; e viene introdotto il personaggio femminile più importante, Maria Maddalena, viene sempre messa al primo posto nella lista delle discepole e compare sempre in gruppo. In un’unica scena la vediamo comparire da sola ed è la scena in Giovanni nella ricerca del corpo dell’Amato. Ma di Maria Maddalena non abbiamo dati biografici, non sappiamo chi era, non sappiamo se era cicciona, se era anziana, se era giovane; l’unica cosa che sappiamo, come dato biografico, è che era stata liberata da sette demoni. Se la donna nel tempio era tenuta segregata da un demone, Maria di Magdala da sette demoni.
Ora chi è stata in catene e poi viene liberato conserva necessariamente una gratitudine verso il suo liberatore e non è la sindrome di Stendhal ma è la sindrome della vita, così come Israele per sempre conserverà la memoria di quell’incontro che ha cambiato la sua vita, la sua identità, quando Dio ha liberato il popolo schiavo dall’Egitto, ha salvato il suo popolo, ha rotto le catene della schiavitù. Maria di Magdala, liberata da sette demoni, conservava un’enorme gratitudine e nel Nuovo Testamento Maria di Magdala non è la prostituta pentita e non è nemmeno la donna che piange e lava i piedi. Chiaramente poi su questa donna si sono messi strati e strati di altre storie che da una parte avevano anche una funzione positiva perché Maria di Magdala, nel momento in cui diviene la peccatrice penitente, diventa anche un personaggio in cui ognuno di noi si può identificare, perché tutti noi ci sentiamo peccatori e peccatrici, peccatrici e penitenti. Dall’altra parte l’aver relegato Maria di Magdala a peccati legati alla sessualità ha un po’ denigrato il ruolo. Maria era prima di tutto una donna liberata dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni.

Le discepole e i discepoli

Poi Giovanna di Cuza, amministratore di Erode – ma allora non erano solo i maschi che seguivano Gesù, lasciando le mogli e i figli – Giovanna, addirittura moglie di un personaggio importante, amministratore di Erode, se n’era andata di casa per seguire Gesù. E poi, qui c’è una bella traduzione interessante “Susanna e molte altre; esse con i loro beni aiutavano Gesù e i suoi discepoli”. Cosa capite voi? – Esse con i loro beni aiutavano Gesù e i discepoli- Allora li mantenevano! I discepoli mantengono sempre il maestro, per questo potrebbe essere un segno di discepolato; però a me viene in mente la S. Vincenzo, le donne che si fanno carico delle persone in difficoltà.
Ora in realtà qui si usa un termine per dire aiutare, che viene tradotto in italiano aiutato – aiutare – ma che in greco forse risuona come termine tecnico perché si parla di “diaconia”. Facevano lavoro di diaconia queste donne, e di fatto se voi andate alla Lettera ai Romani, che è un testo molto più antico di quello di Luca, nella famosa Lettera ai Romani è citata Febe; non è diaconessa (noi correggiamo la Bibbia, facciamo le maestrine con i Vangeli, perché Febe è chiamato diacono). Nel mondo della Riforma le diaconesse te le immagini, con quel bel cappuccio, che fanno assistenza nelle case per anziani; quelle sono, per le/i protestanti, le diaconesse. Io non so per voi chi siano le diaconesse. Febe è diacono, così come Giunia è apostolo, ecco perché Giunia l’hanno fatta diventare maschio perché come può essere una donna apostolo? Nel II secolo, quando ormai il patriarcato, che era stato cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra, Giunia non poteva che essere un maschio e le abbiamo cambiato sesso, perché non poteva essere che Paolo parlasse allora di una donna come apostolo.
Allora vi rendo attenti a questo, per dirvi che intorno a Gesù si radunano delle donne e degli uomini, e le donne rimangono fino alla fine, perché sono più fedeli? Può darsi, e può darsi di no. Siccome io penso che uomini e donne sono inadeguati davanti a Dio nella stessa maniera, io penso che la ragione per cui quelle donne hanno faticato di più a lasciare andare il Maestro quando tutto era finito, è perché loro avevano più da perdere. Insomma nell’ultima cena di Giovanni, che poi ricapitola la prima scena, ritroviamo i discepoli a fare i pescatori.
Finita la grande avventura, si ritorna a casa, si ritorna in un meccanismo di rimozione spaventoso a fare la vita di sempre. E’ così, come all’inizio della vocazione dei discepoli c’è la pesca miracolosa, anche alla fine c’è questo Gesù che si presenta sulla spiaggia, cucina, prepara la colazione e poi i discepoli ritornavano alla vita lavorativa.
Che cosa ne era di Giovanna, moglie di Cuza? Finita l’avventura, una volta che il Signore è stato arrestato, sommariamente processato, torturato e ucciso, che ne era di Giovanna in un contesto patriarcale dove le donne sono conosciute come proprietà dell’uomo? Che ne era di queste donne che avevano lasciato tutto e tutti per seguire quel predicatore itinerante che aveva mostrato loro che il mondo è molto più grande del patriarcato? Quel predicatore itinerante che entrava nelle case, che utilizzava le donne come esempio per raccontare il rapporto con Dio.

Le parabole al femminile

E allora, per spiegare come si dona a Dio – vi ricordate la vedova al tempio? – per spiegare come si prega Dio, ecco la parabola della vedova insistente. Per spiegare come si ama Dio con tutto il cuore e tutta l’anima, Maria e Marta. “Marta, Marta!” Maria diventa l’emblema di colei che ama Dio con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, e così il samaritano diventa l’emblema di chi ama il prossimo.
O, per spiegare che ci si può perdere fuori casa, Gesù racconta la bellissima parabola del figliol prodigo, del padre misericordioso, del figlio che va via e poi ritorna, oppure racconta la parabola del buon pastore (le tre parabole della misericordia) che va a trovare la pecorella perduta, lasciando le altre 99 pecore. Ma racconta anche un’altra parabola, meno conosciuta, che non ha avuto tanto successo perché l’immagine è femminile: l’amministratrice, la casalinga che quando perde una moneta non si dà pace, spazza tutta la casa fino a che non l’ha trovata.
In quella parabola Dio è paragonato a una casalinga. Dio è una casalinga che non soltanto si occupa di andare a ricercare chi si perde fuori dalla casa, ma anche una casalinga che si occupa di ritrovare chi si perde dentro casa, perché Dio sa che ci si può perdere anche nei luoghi del sacro. Perché quante persone smettono di credere all’interno della Chiesa senza che ce ne accorgiamo; e allora ecco l’annuncio che Dio è come una casalinga e, se anche tu ti perdi dentro la Chiesa, Dio non si dà pace, spazza tutta la casa fino a che non ti ha trovato e quando ti ha trovato fa festa con le amiche.
Ora vi racconto tutto questo per dirvi: “Guardate che le donne ricevono da Gesù qualcosa che nessun altro ha saputo dare loro, ricevono da Gesù prima di tutto visibilità, perché Gesù entra nelle case, racconta il loro mondo, racconta la vita, attraverso il lavoro, con cose semplici come il seme. Racconta anche attraverso la vita delle donne; però ci accade sempre un meccanismo di rimozione.
Per esempio, mio marito, che è abbastanza impegnato nel sociale, usa spesso questa immagine: che noi cristiani siamo chiamati ad essere il lievito nella pasta della storia. Mi irrita perché la parabola non parla del lievito, parla della donna che impasta il lievito nella farina. Ma noi ricordiamo il lievito e censuriamo la donna. E invece ci vogliono le mani poderose di una donna, perché Gesù parla di questo: il regno di Dio simile ad una donna che mette il lievito nella pasta e lo impasta. Noi ricordiamo il lievito nella pasta della storia; interessanti i nostri meccanismi di rimozione!

Gesù ha dato alle donne visibilità, gli uomini hanno già visibilità

Certo, ha dato molto anche agli uomini: credo che questi discepoli che con le parole di Pietro raccontano: “Signore per te abbiamo lasciato tutto” dicono bene che cosa è significato per loro andare dietro a questo Maestro itinerante. Ma le donne per Gesù non hanno lasciato tutto, hanno tutto guadagnato, perché vivevano in un contesto che non le vedeva, erano invisibili. Le donne erano mogli di, madri di, sorelle di, ma non erano persone. Guardate qui abbiamo una lista di nomi.
Siamo nella Lettera ai Romani, oltretutto siamo in una lettera scritta da un uomo che in maniera impropria, povero Paolo, è accusato di misoginia, e guardate qui che cosa dice, addirittura che le donne vengono prima degli uomini: Prisca e Aquila. E non è un problema di galateo, perché Prisca aveva un ruolo di prestigio, forse più forte di quello del marito, nella conduzione di una chiesa. E Febe, e che cosa dire di “Salutate Maria che ha faticato molto per voi, salutate Andronico, Giunia miei parenti e compagni di prigionia, apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me”. Giunia e Andronico erano in Cristo prima di me, fratelli, apostoli insigni.
Voglio dire che per la prima volta in questa realtà religiosa le donne sono riconosciute come persone e vi dico questo perché ci sono alcuni segni che la Chiesa prende per esprimere questo, per dare simbolicamente visibilità a quanto io vi sto affermando; noi spesso sottovalutiamo il “battesimo dei credenti”.
La Chiesa sceglie come simbolo, per dire l’appartenenza di ognuno tra noi, il battesimo. Allora io so che si parla spesso di vocazione battesimale, però in realtà noi viviamo il battesimo un po’ come gesto quasi civile. Il battesimo, invece, era un gesto rivoluzionario perché sostituiva di fatto il segno del patto nella carne che Dio faceva con Israele: la circoncisione. Ecco la Chiesa compie un atto trasgressivo perché cerca un segno che non è così invasivo ed è anche discreto, però è dato a tutte e a tutti. Il battesimo viene dato, personalmente, a ogni membro della comunità e non importa se sei ebreo, gentile, maschio o femmina. Tu all’interno di questa realtà sei un credente, chiamato personalmente da Dio e nessuno ha potere e autorità su di te se non Dio.
Capite cosa significava per le donne questo linguaggio! Capite cosa voleva dire questa rivoluzione, le donne che potevano dire si o no a Dio, le donne che potevano scegliere di ricevere o meno il battesimo, e di aderire o meno a questa fede. Certo che Gesù era come il miele con le mosche, era pieno di donne intorno. A chi più delle donne si accendeva la speranza di fronte ad una predicazione così? E poi, oltre tutto, il battesimo rimanda a una simbologia che le donne conoscevano molto bene, almeno le donne ebree: le abluzioni, i riti legati al ciclo del corpo, i bagni di purificazione. Ecco che arriva un aspetto, una tradizione, all’interno dell’ebraismo che si sviluppa, ed è il cristianesimo, che dice che i riti, che releghiamo fuori dal luogo sacro, riti che riguardano soprattutto le donne, diventano il centro dell’appartenenza, della fede. Siamo abituati a questi cambiamenti: la croce, che è simbolo di morte, diventa per noi simbolo dell’amore di Dio per tutti noi; però provate a mettervi un attimo di fronte a quello che è stata l’esperienza di essere una donna del primo secolo, in questo movimento fatto di uomini e donne, e ve ne accorgete subito. Perché, se prendete per esempio le lettere di Paolo, che sono gli scritti più antichi del Nuovo Testamento (e lo so che sono lettere non sono i Vangeli, e per questo sono più difficili, meno immediati da leggere) però sapete la bellezza! È come sfogliare un album di famiglia; Paolo parla non alla generazione successiva ma alla comunità, alla sua comunità. Paolo fa un discorso come io faccio oggi a voi o come avete sentito fare. Allora Paolo in una delle sue comunità, la comunità di Corinto, pone dei problemi.

Il significato di “le donne devono coprirsi il capo”

Quale è il problema della comunità di Corinto? La comunità di Corinto ha tutta una serie di patologie che sono fortemente legate alla predicazione che Paolo ha fatto in quella chiesa. Non esiste né giudeo né libero, né schiavo, né uomo, né donna, né ricco, né povero, tutti sono uguali davanti a Dio, tutti hanno diritto a vivere lo spazio del sacro, mettendo a disposizione le loro carriere, i loro doni. E’ una comunità carismatica, è una comunità dove uomini e donne celebrano la fede. Paolo deve raddrizzare alcune cose, ma nel raddrizzarle ci dice il tipo comunità che ha formato, ed è la comunità di uomini e donne che, nella libertà e nella condivisione dei carismi, senza divisione di genere, vivono l’Evangelo e poi – certo Paolo si scontra con delle anomalie – deve mettere un po’ di ordine in questa comunità e deve anche dire alle donne di coprirsi il capo. Non sappiamo che vuol dire, non vuol dire portare il velo, ‘coprirsi il capo’. E lo sentiamo anche dire delle frasi che suonano un po’ patriarcali per noi, ma nel sentirle dire però noi ci concentriamo molto su “Paolo ha detto alle donne di coprirsi il capo”, nessuno nota che Paolo ha detto alle donne di coprirsi il capo per predicare, profetizzare e pregare in pubblico; io vi assicuro che metterei pure lo chador se mi fosse dato il diritto di predicare in alcuni luoghi della Chiesa. Voglio dire che le donne nella comunità di Paolo predicavano, profetizzavano e pregavano. Paolo certo usa anche immagini patriarcali ma la differenza è che il patriarcato, riletto da questa comunità, veniva sempre aperto, e per esempio prendo uno dei testi più difficili che è il 1 Corinzi capitolo 7, dove ci sono tutte queste istruzioni uomo / donna nel matrimonio. “La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito – e poi c’è un colpo d’ala – e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo ma la moglie.” Siamo in un contesto patriarcale, “non privatevi l’uno dell’altro se non di comune accordo per un tempo, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate insieme perché Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza. Non privatevi l’uno dell’altro se non di comune accordo”. Chi era cresciuta come mia nonna con la camicia da notte dove era scritto “non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio” trovarsi di fronte a frasi così, sarebbe un problema; inoltre nel periodo si dice che “Se ci si priva l’uno dell’altro lo si fa di comune accordo, “…perché alla donna è dovuto il suo piacere e al marito il suo“.
Io ho sentito parlare del piacere femminile negli anni ‘70, e prima c’è Paolo. Noi a volte leggiamo questi testi con tutte le nostre strutture e chiavi di lettura e non ci rendiamo conto di cosa stiamo leggendo. Perché Paolo lo rappresentiamo come l’uomo che ha problemi con il matrimonio. Era singol è vero, come singol era Gesù e ci si chiede perché. Volete una spiegazione femminile? In un contesto patriarcale Gesù sceglie di non sposarsi per rinunciare a un potere, per non essere un pater familias, perché essere un padre ti dà potere sul tuo clan. Gesù sceglie di farsi povero, così povero che non avrà nemmeno un clan o una eredità e Paolo fa la stessa cosa. Ma per le donne è diverso.
Quando Paolo permette alle donne di non sposarsi, le donne non rinunciano a qualcosa non sposandosi, piuttosto guadagnano qualcosa, perché se per l’uomo, in una società patriarcale, essere sposato è una questione di prestigio, per la donna non essere sposata significa poter disporre della propria vita! Andiamo a una lettera che già alla fine del I secolo e agli inizi del II secolo – una lettera “protopaolina” si chiama – che è la 1 Timoteo; è una lettera che ci racconta la comunità del II secolo. Cosa accade in questa comunità? C’è un problema, le vedove; perché da questo permesso che Paolo ha dato nella Chiesa alle donne di non sposarsi è nato un movimento di donne che decidono di non sposarsi. Mica siamo sceme! Sposarsi significa andare sotto la protezione dei mariti che ci controllano, noi non ci sposiamo e decidiamo come vivere. Nella categoria vedove si mette un po’ di tutto: le donne nubili, le vedove che sono proprio vedove, quelle che scelgono di vivere insieme in una piccola comunità, donne libere che danno problemi allo scrittore che inizia a dire “ Eh no! Qui dobbiamo mettere le cose a posto, non è possibile che ci siano tutte queste donne libere!”. Adesso facciamo un bel registro dove segniamo chi sono le vedove: le vedove sono coloro che sono non al di sotto dei 60 anni, primo requisito. “Perché la donna, e qui il 1 Timoteo, testo scandalosissimo, si salva sposandosi e facendo figli”. E’ l’unico testo della Bibbia così patriarcale, unico testo del Nuovo Testamento. Siamo già nel II secolo, però. Cosa è successo in poco meno di 60 anni dalla comunità di Paolo a questa comunità? Il patriarcato è rientrato nella Chiesa. Nel II secolo la Chiesa sempre più assomiglia di nuovo alla famiglia patriarcale; il vescovo che deve essere sposato ad una sola moglie, il vescovo che è il buon padre e viene valutato in base alle sue capacità di saper controllare la famiglia. Ormai lo schema patriarcale è entrato nel II secolo nella chiesa. Il ritorno del patriarcato nella Chiesa Siamo già in un’altra stagione della chiesa dove questa esperienza di liberazione, che è passata attraverso un segno dato ad ognuno, una chiamata personale data ad ognuno, la possibilità per le donne di decidere se sposarsi o rimanere nubili, la possibilità per gli uomini di scegliere di non avere niente e di non sposarsi, questa comunità, improvvisamente, nel II secolo effettivamente subisce una metamorfosi. E noi, che leggiamo la 1 Timoteo, non riconosciamo più le comunità paoline, non riconosciamo più nemmeno il rapporto che Gesù aveva nei Vangeli con le donne. Qualcosa è accaduto nel II secolo. E allora mi veniva in mente quel racconto di Gesù quando diceva: “Si fa un esorcismo per liberare qualcuno posseduto, ma attenzione che lo spazio lasciato libero poi porta a tanti demoni, a una legione di demoni che entrano”. E’ come se fosse accaduto questo nella chiesa: che la predicazione di Gesù ha fatto un esorcismo del patriarcato che è stato davvero condannato. Perché di fatto il patriarcato nella Bibbia non viene mai raccontato come qualcosa di buono. Se voi andate al mito della Genesi quando nasce il patriarcato? E’ con quello sguardo deformato sulla realtà che spinge l’uomo e la donna a sospettare che Dio voglia il loro male, mangiare il frutto proibito, che non è tanto l’aver mangiato il frutto proibito quanto piuttosto aver pensato che il Signore ti voglia imbrogliare. Ti dà tutti gli alberi del giardino, ma tu vuoi proprio quello, perché l’animale più astuto, che tu dovevi controllare, ti fa credere che Dio sia geloso di te.
Ora, quando c’è la punizione, vi ricordate che cosa dice Dio alla donna? “Che cosa hai fatto? Il tuo desiderio si volge verso di lui e lui ti domina”. Queste creature nate, maschio e femmina Dio li creò, per essere paritetiche nella relazione le ritroviamo, dopo questo sguardo deformato, dopo la caduta, con questa constatazione amarissima di Dio che noi abbiamo letto come una maledizione. Non è una maledizione, è una constatazione. Quello che è accaduto ha mutato le vostre relazioni. Il tuo desiderio si volge verso di lui e lui ti domina. Proprio la descrizione del patriarcato, che è la stessa descrizione che troviamo al capitolo dopo, quando per la prima volta viene nominata la parola peccato. Nel capitolo quarto di Genesi, dove si usa la parola peccato e la si usa per Caino, è quando Dio avvisa Caino “attento Caino che il peccato spia alla tua porta, il tuo desiderio si volge verso di lui ma tu dominalo”, per avvisare Caino di quello che accade. Tutto questo per dire quale è stato questo scarto dalla predicazione che noi troviamo nel Nuovo Testamento, che noi, dal modo come Gesù si è posto nelle relazioni umane con uomini e donne, a quello che poi nei primissimi secoli della chiesa noi abbiamo sperimentato, dove le donne improvvisamente vengono nuovamente relegate a ruoli subalterni. Io non lo so quali sono, non riesco ad identificare tutti i passaggi; quello che posso dire è questo: che noi pensiamo alla secolarizzazione come tutta quella serie di valori di libertà, di emancipazione che entrano nella chiesa. Si dice spesso delle chiese protestanti “La modernità è entrata nelle chiese protestanti, perché ci sono le donne pastore, perché usano i contraccettivi…” Io non credo che questa sia la modernità, la secolarizzazione, la vera secolarizzazione è il patriarcato, che non appartiene biologicamente e geneticamente alla fede cristiana, ma che dall’esterno, dalla società patriarcale è entrato nelle chiese e noi lo abbiamo assimilato. Cioè la vera contaminazione che la chiesa ha subito, la vera secolarizzazione è stato questo demone che è entrato nella nostre chiese e ci ha invaso nuovamente e ha smesso questo movimento di rivoluzione che voleva gli uomini e le donne riconosciuti non tanto per il loro ruolo sessuale, ma per la loro fede allo stesso piano. Altri demoni certo, la schiavitù, ad esempio, noi abbiamo avuto un demone, e cito le chiese protestanti; insomma non ci sono soltanto scheletri nell’armadio della chiesa cattolica. Pensate, per esempio, all’apartheid! O alla segregazione razziale, giustificata dalla teologia delle chiese Battiste del Nord America degli inizi del ‘900.
Altri demoni delle società secolari che entravano nelle Chiese. Allora forse su questo demone del patriarcato che impedisce agli uomini di essere riconosciuti nella loro pariteticità e libertà, noi dobbiamo davvero vigilare e tessere una nuova narrazione dove iniziamo a rinarrare queste storie bibliche mostrando come Gesù, con molta libertà, non faceva distinzione e chiamava uomini e donne. E le donne non erano migliori degli uomini e gli uomini non erano migliori delle donne, ma insieme formavano quella comunità di uguali che era il progetto originario di Gesù, che Paolo ha compreso, ma qualche decennio dopo qualcosa è cambiato e questa istanza si è perduta. Io mi fermerei qui, perché così possiamo interloquire.

Testi di Lidia Maggi:
Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, ed. Claudiana.
L’Evangelo delle donne. Figure femminili nel Nuovo Testamento, ed Claudiana