VITA CONSACRATA: ALZATI E CAMMINA

PER UN PRESENTE DI PASSIONE E UN FUTURO DI SPERANZA

 

+ Fr. José Rodríguez Carballo, ofm

Arcivescovo Segretario CIVCSVA

 

Sono in molti a chiedersi: Com’è lo stato attuale di salute della vita consacrata? E molte sono anche le risposte a questa domanda. Tutto dipende da chi fa la domanda e da chi dà la risposta. Molto dipende anche dagli occhi con cui si guarda la vita consacrata e dai giudizi e pregiudizi dai quali si parte.

Da parte mia non pretendo di dare una risposta obiettiva e convincente al cento per cento. E nemmeno pretendo di dare una risposta innovativa. Peccherei di presunzione. La mia unica intenzione, e forse la mia pretesa, è quella di offrire una risposta che, insieme a quella di molti altri, possa avvicinarci a questa forma di vita cristiana che è nel cuore stesso della vita della Chiesa, e che, non senza fatica, cerca di farsi strada in mezzo a una società sempre più secolarizzata, e in una Chiesa che non sempre la comprende per ciò che realmente è, ma piuttosto per la mano d’opera che presta.

1.-  Un tempo segnato dalla crisi[1]

Tre immagini forti e insieme suggestive

Molti di quelli che tentano di fare una diagnosi della vita consacrata nel momento attuale si valgono di alcune immagini. Queste immagini hanno una valenza positiva e una negativa.

Una prima immagine che viene utilizzata per parlare della situazione attuale della vita consacrata è il tramonto. Data la mancanza di vocazioni, molte opere, finora condotte dai consacrati, finiscono per chiudersi, e molte presenze spariscono. Questo induce non pochi a pensare che la vita consacrata va male. Alcuni di loro non esitano ad avanzare previsioni gravi, affermando che, specialmente la vita consacrata femminile attiva, nel modo in cui è sorta e si è sviluppata negli ultimi tre secoli, centrata su ministeri concreti, come possono essere, tra gli altri, l’educazione o la sanità, e presentandosi come il braccio diaconale della Chiesa, ha i giorni contati. Secondo loro, molti di questi Istituti sono nati come risposta puntuale a determinate necessità del momento, oggi assolte dalla società; essi avrebbero compiuto la loro missione, e non avrebbero più ragione di essere. Questi sono coloro che pensano che la vita consacrata è al tramonto, usando questa immagine per indicare qualcosa che giunge alla sua fine.

Questa accezione del termine tramonto è certamente corretta. Così, quando parliamo del “tramonto del giorno” o del “tramonto della vita” pensiamo a un giorno che sta per terminare o a una vita che si avvicina alla sua fine. Senza dubbio anche questa immagine può aprirci alla speranza. Il canto del gallo annuncia il tramonto della notte e il sopraggiungere del giorno. Il tramonto ci parla di qualche cosa che muore, ma anche di qualche cosa di nuovo che si avvicina: il tramonto lascia sempre il passo all’alba. Non si potrebbe vedere questo stesso fenomeno nella vita consacrata attuale? Certamente. In essa sono molte le cose che sono cambiate rispetto ai tempi passati. Ma è anche molta la vita che si va dispiegando, tanto nella cosiddette “nuove forme” di vita consacrata, come nei carismi storici. Basta guardare con gli occhi della fede che “i campi già biondeggiano per la mietitura” (cf. Gv 4, 35).

Altri, sottolineando la gravità della situazione in cui si trova attualmente la vita consacrata, utilizzano altre due immagini: caos e notte oscura.

Caos è un’immagine forte, ma anche suggestiva, per le sue risonanze bibliche. Secondo dette risonanze, questa immagine ha connotazioni negative, ma ci introduce anche in prospettive altamente positive. Così, caos ci parla certamente di confusione, ma anche della meravigliosa opera della creazione. È lo stato in cui si trova l’universo (cf. Gen 1, 1) prima che apparisse in esso tutto ciò che forma la sua ricchezza e bellezza, prima che comparisse l’ordine della creazione, opera del Creatore che, con la sua parola, mise tutto al suo posto, (cf. Sal 148, 5).

L’immagine del caos ci parla anche di paura, di disorientamento, ma anche del trionfo della misericordia del Signore e della nascita del popolo di Dio. Paura e disorientamento per “la terra spaventosa” del deserto (cf. Dt 1, 19), prima di entrare nella terra promessa in cui scorrono latte e miele. Deserto, luogo di prova, ma anche della nascita del popolo di Dio, luogo di infedeltà e di “mormorazione” del popolo (cf. Es 14, 11), e quindi di chiamata alla conversione (cf. Dt 8, 2ss. 15-16), ma anche luogo del trionfo della misericordia divina (cf. Num 20, 13); luogo voluto dal Signore per educare e guidare il suo popolo. Paura e disorientamento è ciò che si annida nel cuore dei discepoli di Gesù dopo la sua morte (cf. Lc 24, 11ss), ma che si vede ampiamente superato dalla gioia dell’incontro con il Risorto (cf. Lc 24, 41). L’immagine del caos indica dunque situazioni critiche, ma ci parla anche di opportunità e preludio a qualcosa di nuovo.

Il tema della notte oscura è molto diffuso nella letteratura spirituale cristiana, specialmente nella tradizione mistica. Antecedenti biblici si possono trovare nel ricordo di Mosè che avanza verso “nube oscura dove era Dio” (Es 20, 21). Per i mistici, particolarmente per san Giovanni della Croce, al quale si deve che l’espressione sia divenuta popolare per indicare il cammino dell’uomo verso Dio[2], la notte oscura richiama momenti di crisi profonda, momenti di prova, di potatura e purificazione dei sensi e dello spirito, nei quali è possibile camminare soltanto nella fede. L’esperienza dei mistici, dunque, ci apre al significato positivo della notte oscura. Per loro la notte è portatrice di luce di amore, in quanto prepara l’anima all’unione con Dio nell’amore, attraverso la contemplazione. In tal modo possiamo ben dire che la crisi che si vive durante la notte oscura è, dunque, una crisi di crescita.

Come già detto prima, le immagini di tramonto, caos e notte oscura non hanno un unico senso: positivo o negativo. Il loro significato dipende, piuttosto, dal contesto in cui vengono usate. Ciò che indicano sono situazioni segnate dalla crisi propria del passaggio dalla morte alla vita, nei diversi ambiti, situazioni delicate e difficili dalle quali si può estrarre vita solo rimanendo fondati nella fede; situazioni non facili, che possono convertirsi in un kairos solo mediante sacrificio e morte. Un sacrificio che comporta il camminare .- non sappiamo per quanto tempo, ma che certamente non sarà breve -, nella notte dell’incertezza, ricercando senza posa il senso pieno della nostra vita di consacrati. Una morte che porta con sé il morire a molte sicurezze accumulate dalla vita consacrata lungo la sua storia, per aggrapparsi, con una fede adulta e una profonda purificazione delle false immagini di Dio, al Dio della storia che, anche se sembra dormire, cammina con noi in una barca scossa dall’uragano della storia (cf. Mc 4, 35ss).

Tempi duri, delicati e ardui

Aspettare una nuova creazione in un momento in cui sembra che dovunque regni il caos, scrutare l’orizzonte nella notte oscura, e rimanere “sentinelle del mattino” in pieno tramonto, non è facile, né si deve dare per scontato, come dimostrano le diverse risposte che vengono date in tale situazione. È significativo l’invito che Papa Benedetto XVI ci ha rivolto nel suo ultimo intervento sulla vita consacrata, pochi giorni prima della sua rinuncia alla Sede di Pietro, nel chiederci: “Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni.”[3] Non sarà che tra gli stessi consacrati abbondino i profeti di sventura?

Sì, nella situazione che la vita consacrata vive non è facile la traversata attraverso il deserto del caos, la notte oscura e il tramonto. È necessario “essere consapevoli del momento in cui viviamo” (cf. Rm 13, 11); stare di guardia tutto il giorno e tutta la notte, in piedi e con gli occhi del cuore a scrutare l’orizzonte per non farsi sorprendere dal nemico, come fa la sentinella (cf. Is 21, 6ss), “svegli e vigilanti”[4], “con le lampade accese (cf. Lc 12, 35ss), per non cadere, vittime del sonno, in un letargo che inesorabilmente conduce alla morte, con una fede adulta e una speranza incrollabile, nutriti dal pane della Parola e dell’Eucaristia, per non venir meno nel cammino che abbiamo iniziato e che non sappiamo quando si concluderà.

La storia del popolo di Israele ci mostra che il cammino per il deserto è duro. Nelle situazioni in cui viviamo, segnate spesso dal vuoto, dal silenzio di Dio e dall’aridità spirituale, non è facile accorgersi che lui cammina con noi. (cf. Gb 23, 8-9) e che agisce anche nella “crisi” e nei momenti di oscurità. In tali momenti è necessario essere ben equipaggiati: rivestiti di Gesù Cristo e indossando le armi della luce, come esorta Paolo (cf. Rm 13, 11-14). 

Momento di lucidità

Non tutto va bene della vita consacrata, come alcuni si sentono in dovere di dire, né tutto va male, come annunciano i profeti di sventura. In un momento di crisi come il nostro, è necessario accogliere una prima sfida con cui oggi si confronta la vita consacrata e che alcuni considerano come la sfida propedeutica, in quanto ci apre l’accesso a molte altre sfide: quella del sincerarsi[5], quella di fare verità sulla situazione della vita consacrata in questi momento, assumendola con la responsabilità propria di un adulto.

Che cosa significa assumere la sfida di fare verità, con serenità e responsabilità?

Assumere serenamente e responsabilmente la sfida di fare verità comporta che superiamo il discorso estetico sulla vita consacrata e la semplice formulazione dell’ideale della medesima[6], per addentrarci nell’analisi rigorosa della situazione attuale per cui passa la vita consacrata, accettando con sano realismo il fatto che noi consacrati stiamo vivendo una situazione critica, un momento di crisi che, come la stessa etimologia del termine indica, ci chiede di essere lucidi e di prendere decisioni coraggiose, benché non sempre popolari.[7].

Assumere serenamente e responsabilmente la sfida di fare verità comporta andare oltre la ricerca di certe spiegazioni sulle cause che ci hanno portato a questa situazione critica: è necessario reagire, compiere passi concreti per uscire da questa situazione. Le analisi e le diagnosi sono necessarie, ma non sono sufficienti. Giunge il momento in cui bisogna agire, anche senza essere scuri al cento per cento che quello che facciamo è il più adatto al momento che stiamo vivendo. Qui è vero anche quanto dice Antonio Machado: Viandante, non c’è strada, si fa strada camminando.

Assumere serenamente e responsabilmente la sfida di fare verità richiede il superamento della tentazione di scusarsi o di eludere le proprie responsabilità. Una situazione pericolosa, abbastanza frequente, che paralizza il presente e compromette il futuro, è quella di cercare colpevoli, creare capri espiatori, o semplicemente quella dell’autogiustificazione. La situazione attuale della vita consacrata è tanto complessa che in essa confluiscono numerosi fattori e molti agenti. Il processo di fare verità deve tenerne conto e – è necessario ricordarlo – esso non è tale se non porta all’autocritica, a una profonda verifica, a riparare falli commessi nel passato e a prevenire errori nel futuro.

Assumere serenamente e responsabilmente la sfida di fare verità significa non fermarci ad esercizi di sopravvivenza, siano essi istituzionali o individuali, come: occuparsi solo della riparazione della “pianta fisica”, scrivere e riscrivere la grandiosa storia del passato, scrivere bei documenti, occultarci nell’attivismo sfrenato, optare per la fuga mistica o per la pseudo spiritualità… Ciò potrebbe distrarci dal compito urgente di fondarci sull’essenziale, o di confondere i desideri e gli ideali con la realtà.

La sfida del fare verità con serenità e responsabilità richiede tutto questo. Una sfida, quella di fare verità, a cui non è facile rispondere, ma a cui è urgente dare una risposta perché è profondamente evangelica. A cinquant’anni dal Concilio il momento è arrivato. È necessario fare verità sulla situazione in cui ci troviamo e prendere le decisioni che riteniamo più opportune perché il momento di crisi si trasformi in kairós e in momento di grazia.

Questo porterà indubbiamente a una crisi dell’immagine che abbiamo costruito sulla vita consacrata. Mi sembra molto suggestiva l’immagine della creta nelle mani del vasaio (cf. Ger 18, 1-6). La vita consacrata sempre, ma particolarmente in questi momenti, è chiamata a lasciarsi modellare dalle mani amorose del Dio vasaio. A volte ci si chiede di infrangere il bel vaso che abbiamo ereditato, contemplato, amato e ricreato, per vivere una nuova tappa in questa meravigliosa avventura di cui il Signore ci ha fatto protagonisti: la rifondazione della vita consacrata.

Questo è il doloroso, ma necessario, inizio della conversione: la frantumazione dell’io/noi ideale che abbiamo formato e che a volte è lungi dal corrispondere all’io/noi reale. Senza questa crisi non si farà verità, non ci sarà un rinascere della vita consacrata e neppure la rinascita della vita nuova iniziata con il battesimo (cf. Rm 6, 4). Saranno anche necessarie una profonda onestà nei confronti della realtà e fedeltà alla realtà, poiché solo così la vita consacrata potrà dire il suo “sì” al Dio che chiama nella storia e nella vita di ogni giorno.

Tempo propizio per il discernimento

Quanto detto esige discernimento. Il termine discernimento viene dal latino discernere che corrisponde al greco diácrisis. Entrambe le espressioni possono essere tradotte con: vagliare, separare, distinguere una cosa dall’altra. In ultima analisi, per noi, è distinguere la voce di Dio dalle altre voci, ciò che viene da Dio e ciò che gli è contrario[8]. Con parole di Francesco d’Assisi, il discernimento consiste nel percorrere un camino di fede che porti il credente ad “avere lo spirito del Signore e la sua santa operazione”[9], in modo che possa “fare ciò che sappiamo che tu vuoi [Signore] e vogliamo sempre ciò che ti è gradito”[10]. Per Ignazio di Loyola, discernere è cercare in tutto ciò che più piace al Padre[11]. Nel discernimento di cui stiamo parlando non si tratta dunque di scegliere tra il bene e il male, perché per questo basterebbe la legge morale, ma di scegliere tra il bene e il meglio, tra il bene e il bene, come chiede san Benedetto nella sua Regola

La fonte ultima del discernimento non siamo noi, è lo Spirito che purifica, illumina e accende, e che dà un amore e una conoscenza tali che trasformano il cristiano in una “persona spirituale” (cf. Rom 5, 1-5; 1Cor 1, 12), permettendole di “giudicare (anakrinei) tutte le cose” grazie alla misteriosa sapienza divina nascosta ai sapienti secondo il mondo e rivelata agli umili e ai piccoli cf. Mt 11, 25ss), che si pongono in “ascolto”,  per conoscere tutto quello che Dio ci ha dato (cf. 1Cor 1, 7. 12).

Il discernimento quindi non è principalmente questione di analisi, ma questione di trasformazione interiore, di sviluppo della vita spirituale, che dà al credente “gli occhi dello Spirito”, per “vedere-conoscere-credere” e seguire in tutto la volontà del Signore[12]. A questo mira il discernimento cristiano e il discernimento nella vita consacrata: all’apertura incondizionata alla volontà del Padre e a un atteggiamento basilare di incondizionata disponibilità a seguire in tutto questa volontà.

Se il discernimento è determinante nella vita cristiana, essenziale come la ricerca e il compimento della volontà di Dio, tanto più lo è nella VR, particolarmente in questi tempi, che, senza cessare di essere “delicati e difficili” e a volte proprio per questo, sono propizi per un discernimento alla luce della fede: “camminiamo nella fede e non nella visione” (2Cor 5, 7). I consacrati, a livello personale, non possono eludere la domanda che si poneva Francesco d’Assisi: Signore, che cosa vuoi che faccia?, così come a livello comunitario non possono non chiedersi: Che cosa dobbiamo fare, fratelli? (At 2, 37). Il tutto a partire dalla fede, l’unica che conduce a una esperienza reale del Dio che cammina con noi (cf. Gen 28, 16) e ci circonda da ogni parte (cf. Sal 139ss), esperienza che, d’altra parte, ci introduce in una vita guidata dallo Spirito, vero artefice del discernimento.

A livello personale, il discernimento, per san Francesco d’Assisi, presuppone apertura alla volontà di Dio, sintonia con lo Spirito, indifferenza spirituale, identificazione con Cristo, sguardo di grazia alla realtà e un atteggiamento fondamentale di incondizionata disponibilità. Esige anche lo spogliamento, il “vivere nulla proprio”, l’amore gratuito, l’umiltà e l’obbedienza caritativa[13]. Per santa Teresa comporta l’amore intenso e gratuito, la liberazione piena e il servizio incondizionato[14]. A livello comunitario presuppone comunità/fraternità con una conoscenza adeguata della loro identità umana, cristiana e religiosa e con una visione realistica delle loro possibilità e dei loro limiti. Comunità/fraternità nelle quali emergano i tratti di maturità e integrazione affettiva, con capacità di affrontare i conflitti mediante la riflessione e il dialogo. Comunità/fraternità aperte alla lettura evangelica dei segni dei tempi, senza cadere nell’autocompiacimento. Comunità/fraternità che vivano in tensione escatologica, in progressivo incontro con i valori definitivi, in base ai quali sono disposte a vagliare ogni cosa, astenersi dal male e aderire al bene (cf. 1Tes 5, 21-22).

Il discernimento va fatto alla luce del Vangelo, del proprio carisma e dei segni dei tempi.

Se la vita consacrata è radicata nel Vangelo ed è chiamata ad essere “esegesi vivente” del Vangelo[15], la prima fedeltà alla vita consacrata è al Vangelo, a Gesù, Vangelo del Padre all’umanità. È per questo che la vita consacrata deve lasciarsi “continuamente interpellare dalla Parola rivelata”[16] e “rivedere costantemente se stessa alla luce della Parola di Dio”[17], particolarmente dal Vangelo, “cuore della Parola di Dio”[18]. La vita consacrata non può prescindere dal Vangelo nell’ora di fare verità su se stessa e nell’ora di discernere per passare da ciò che è buono a ciò che è migliore. Dal Vangelo la vita consacrata trarrà “la luce necessaria per quel discernimento individuale e comunitario” che la aiuti “a cercare nei segni dei tempi le vie del Signore”[19]. Il Vangelo è il primo criterio di discernimento: tutto quello che da esso si possa giustificare sarà giustificabile per la vita consacrata. Al contrario, quello che non si possa giustificare secondo il Vangelo non sarà giustificabile per la vita consacrata.

D’altra parte, nel discernimento noi consacrati dobbiamo sempre tener presente il carisma che per la professione ci siamo impegnati a vivere, custodire, approfondire e sviluppare costantemente con “fedeltà creativa”[20], in sintonia con il corpo di Cristo in perenne crescita, e che suppone una profonda identificazione con lui.

La vita consacrata è varia, e in questa pluralità risiede la sua ricchezza. Tale pluralità deriva dai diversi carismi, che sorgono come risposta a determinate esigenze della vita cristiana e da “un profondo ardore dell’animo di configurarsi a Cristo per testimoniare qualche aspetto del suo mistero”[21]. Carismi che sono frutti “dello Spirito Santo, che sempre agisce nella Chiesa”[22], doni dello Spirito[23] al Popolo di Dio, e che la Chiesa è chiamata a saper accogliere, far fiorire, esaminare, autenticare, custodire, difendere e aiutare a maturare con gratitudine e riconoscenza”[24]

Infine, nel discernimento vanno tenuti presenti i segni dei tempi: evento della vita che segnano una determinate epoca della storia e attraverso i quali il cristiano si sente interpellato da Dio e chiamato da adre una risposta evangelica. I segni dei tempi sono, così, raggi di luce presenti nella notte oscura della nostra vita e del nostro popolo, fari generatori di speranza, in quanto ci permettono di ascoltare la voce del Signore e di scoprire la sua presenza negli avvenimenti della storia.

Se per il cristiano saperli interpretare è una esigenza (cf. Lc 12, 56), i consacrati non possono fare a meno di prestare grande attenzione ai segni dei tempi. Essi dovrebbero presentarsi nella Chiesa come gli esperti nello scrutare questi segni e nell’interpretarli alla luce del Vangelo[25]. La loro lettura e la risposta ad essi dal Vangelo impediranno che i consacrati si installino e si ripetano, e permetteranno loro, in cambio, di “riprodurre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva e la santità dei fondatori e delle fondatrici”[26]·

Stagione opportuna per coltivare le radici

Alcuni si servono dell’immagine dell’inverno per parlare di una nuova opportunità per la vita consacrata.

L’immagine dell’inverno è ambivalente. Apparentemente l’inverno è un tempo di morte. Molti sono gli alberi che perdono le foglie, non ci sono fiori e mancano i frutti. La natura si presenta come sterile, si addormenta e sembra che sia giunto il momento di morire.

Ma sotto questa morte apparente e questa sterilità che ai nostri occhi può apparire come definitiva, si nasconde una grande rivitalizzazione. L’inverno è il tempo in cui la vegetazione lavora in profondità e le radici sono molto attive, garantendo, con il loro lavoro umile e silenzioso, la continuità della vita.

Così succede nella vita consacrata. Diminuiscono le vocazioni, abbondano gli abbandoni, la piramide dell’età si è capovolta, dato che gli anziani sono più numerosi dei giovani. La fedeltà è messa alla prova e anche la speranza e la pazienza, come a prova furono messe la fede, la speranza e la pazienza del popolo di Israele durante il lungo peregrinare nel deserto.

In queste circostanze, condotta per mano dalla Chiesa, la vita consacrata è chiamata a lavorare sull’essenziale, su quello che realmente le dà significato profondo, di là dal numero e dall’efficienza. L’inverno è il tempo della radicalità nascosta, e, sebbene doloroso, l’inverno è il tempo di passaggio verso una nuova vita, verso un nuovo modo di garantire la significatività evangelica che non può mai mancare nella vita consacrata e, talvolta, di renderla ancora più “visibile”, tenendo presente che essa va di pari passo con la kénosis, l’abbassamento, la morte (cf. Gv 12, 24), e con la minorità, e che tutto questo esige una fede robusta, incrollabile, una speranza certa e contro ogni speranza, una speranza militante, una pazienza costante, a tutta prova (cf. Gc 5, 7-8). Questa è la “visibilità” e la “fecondità” dell’opera redentrice di Cristo (cf. Fil 2, 5-8). “Visibilità” e “fecondità” che non possono mai mancare nella vita consacrata e che le garantiranno un futuro piano di speranza (cf. Fil 2, 5-8).

2.- Radiografia della vita consacrata: tra luci e ombre

Non è facile avvicinarsi alla realtà attuale della vita consacrata senza cadere in un certo soggettivismo. Di fatto, la diagnosi che si fa della vita consacrata nel momento attuale va da una visione esageratamente positiva, che non vede in essa alcun problema, a una visione catastrofica, che tiene conto soltanto degli elementi negativi che pure, indubbiamente, si trovano in essa. La prima visione corre il rischio di non tener conto dei problemi reali che la vita consacrata sta attraversando; la seconda corre il rischio di non vedere l’opera dello Spirito che continua a soffiare abbondantemente sui consacrati e, attraverso di essa, nella vita della Chiesa.

Come in ogni realtà ecclesiale, anche nella vita consacrata vi sono luci e ombre, segni di vita e segni di morte, santità e peccato (cf. VC 13). Considerando l’obiettivo di questo informe, passiamo sommariamente in rassegna le luci e le ombre nella vita consacrata oggi, quello che ci rattrista, quello che ci preoccupa e anche quello che urge per una vita consacrata che, come chiede Papa Francesco, sia capace di svegliare il mondo. Mi accosto a questa realtà sulla base della mia conoscenza della vita consacrata, conoscenza ampliata in questo anno e mezzo in cui lavoro nel Dicastero, grazie all’analisi dei documenti che ci giungono e al dialogo permanente con la realtà della vita consacrata attraverso l’incontro con i consacrati e specialmente con i Superiori/e generali.

Ancor meno facile è decifrare il futuro della Vita Consacrata. Esso non si trova qua o là, ma nelle mani di Dio. Ad ogni modo, pur senza vedere compiutamente ciò che lo Spirito sta suscitando nella vita consacrata, tenendo conto del nuovo che sta germinando tra di noi, al ritmo di altre realtà che muoiono, possiamo già identificare alcuni germogli di novità e di futuro.

Con timore e tremore, ci avviciniamo, quindi, all’oggi e al domani – che in molti casi è già oggi – della vita consacrata.

Ci rattrista

Una vita consacrata autoreferenziale, ripiegata su se stessa, più preoccupata della propria sopravvivenza che della missione di annunciare la Buona Notizia “ai vicini e ai lontani”.

Una vita consacrata più preoccupata del numero che della significatività evangelica, più preoccupata per le opere da mantenere che per la profezia che non dovrebbe mancare in essa.

Una vita consacrata più interessata alla sicurezza che deriva dalla frequentazione di ciò che è di sempre – “si è sempre fatto così” – che ad andare verso le frontiere esistenziali di oggi.

 Una vita consacrata attanagliata da una “anemia spirituale” che preoccupa, perché la porta ad installarsi nella mediocrità, le impedisce di vivere il presente con passione e di guardare al futuro con speranza.

Una vita consacrata dominata dall’accidia: “una cronica scontentezza, che inaridisce l’anima” (Evangeli Gaudium (=EG) 277), che “paralizza” qualsiasi tentativo di “fedeltà creativa” (cf. EG 81), che produce  una fatica tesa, pesante, insoddisfatta (cf. EG 82) che domina il ritmo della vita con l’ansia di risultati immediati, che non tollera contraddizione, fallimento, critica, croce (cf. EG 82).

Una vita consacrata senza mistica, demotivata e annoiata, abitudinaria; una vita consacrata che produce “vite a metà”, asfissiate dall’inerzia di un ordine immutabile e di tradizioni che non si mettono in discussione; vite che vita non sono, per il loro essere assoggettate al funzionamento delle istituzioni.

Una vita consacrata più professionalizzata che testimonianza del Dio della vita, che genera passione, speranza e allegria, che suscita forte attrazione, grazia e simpatia, che interpella, attrae e seduce.

Ci preoccupa

Senza cercare colpevoli, senza però chiudere gli occhi alla realtà, nella vita consacrata dobbiamo riconoscere sintomi che preoccupano, in quanto occultano la bellezza del seguire Cristo in essa. Se segnaliamo questi sintomi non è per cadere in complessi di colpa, ma, semplicemente, per cercare di superarli.

Ci preoccupa:

La fragilità che si nota in alcuni Istituti. Questa fragilità ha diverse manifestazioni: il numero ridotto dei suoi membri[27]; le assenze dalla casa religiosa[28], le esclaustrazioni[29], le dimissioni[30], i continui ricorsi al Dicastero o al tribunale della Segnatura Apostolica e la mancanza di cambio negli incarichi di governo, come si vede specialmente tra le monache di clausura, dove la postulazione dell’abbadessa sta diventando una prassi troppo frequente[31]. La fragilità si nota anche nella fusione, unione e soppressione di Istituti religiosi[32]. Quanto alla vita monastica, sono anche frequenti le soppressioni di monasteri[33].

Lo sfasamento tra la legislazione e le possibilità reali di un Istituto. Questo sfasamento si vede nelle numerose dispense dal diritto proprio[34]. Penso che sarebbe bene semplificare le Costituzioni. Molte cose contenute in esse potrebbero passare agli Statuti o Regolamenti, che non richiedono l’intervento della Santa Sede. Non è infrequente la “sanatio”, soprattutto in rapporto al noviziato, il che dimostra la non conoscenza del Diritto, sia proprio che universale.

L’elevato numero di abbandoni ogni anno nella Vita Consacrata[35] e la mancanza di ricambio generazionale, per cui non pochi Istituti sono destinati a scomparire in breve tempo e altri sono chiamati a fondersi con Istituti che hanno un carisma simile.

L’elevato numero di Istituti commissariati[36] e le numerose Visite Apostoliche che si stanno effettuando[37], a motivo, principalmente, di quattro situazioni dolorose e a volte scandalose: problemi affettivi, in qualche caso negli stessi fondatori/fondatrici[38]; formazione, talvolta anti-conciliare; gestione economica poco trasparente, nella quale il denaro “governa invece di servire” (cf. EG 57-58)[39]; autoritarismo nell’esercizio dell’autorità.

L’inadeguata gestione economica di alcuni Istituti. In questo momento la gestione dei beni è un problema che preoccupa vari Istituti. In qualche caso è per aver accumulato troppo denaro, in altri perché la gestione inadeguata dei beni ha portato l’Istituto a una situazione deficitaria difficile da condurre. Di solito quest’ultima situazione è dovuta a una gestione dei beni troppo personalista, soprattutto da parte degli economi.

L’inadeguato esercizio del servizio di autorità in alcuni Istituti, che porta ad aggrapparsi al potere e a una “politica” che in non pochi casi ha poco a che vedere con il Vangelo e molto con la “logica del mondo”. Stanno aumentando i superiori/e che desiderano permanere nei posti decisionali, e non sono pochi i casi di autoritarismo.

La “mondanità” che appare in non pochi consacrati e che si vede in uno “stile di vita” che ha poco a che fare con lo spirito del Fondatore/Fondatrice. Non possiamo tacere un certo imborghesimento e l’accomodamento di alcuni consacrati, che offuscano il volto della vita consacrata.

Un attivismo alienante che è lontano dal favorire la creatività, e che anzi relativizza la vita fraterna in comunità, la vita di preghiera e la stessa idea di consacrazione. Detto attivismo porta con frequenza a un indebolimento motivazionale, alimentato da frustrazione, astio, delusione, indifferenza.

La ricerca dell’autorealizzazione, che non tiene conto delle esigenze della vita fraterna in comunità e delle esigenze del Regno di Dio, espressione di un individualismo invadente che vede tutto dal punto di vista dell’autoreferenzialità.

Ci rallegra

Questo periodo che ci separa dal Concilio, delicato e faticoso senza dubbio, “non privo di tensioni e di travagli”, è stato anche un periodo ricco di speranze, con un’abbondanza di progetti profondamente segnati dal Vangelo, nel corso del quale molti consacrati, probabilmente la grande maggioranza, si sono impegnati “con nuovo slancio” in un profondo rinnovamento spirituale e apostolico il cui frutto è una vita consacrata “rinnovata e rinvigorita” (cf. Vita consacrata (=VC) 13).

Per tutto ciò, mentre facciamo memoria grata di questo periodo (cf. Novo Millennio Ineunte, 1), ci rallegriamo per:

La coerenza della gran parte dei consacrati che stanno facendo un serio sforzo per incarnare la vita consacrata nel presente, con una chiara opzione per andare verso le differenti periferie esistenziali.

La nascita di nuovi istituti, il che mostra che questa forma di seguire Cristo si rinnova sempre[40]. Sono stati eretti anche vari monasteri, specialmente in America e in Asia[41].

Una vita consacrata fecondata da una viva spiritualità di comunione che porta ad aprirsi all’ “altro”, al diverso, tanto nel seno della vita consacrata stessa, come nella Chiesa e fuori di essa; da una spiritualità incarnata che si trasforma in profezia; da una spiritualità olistica che, senza cessare di tenere occhi e cuore fissi nel Signore, non disprezza nulla che sia proprio dell’uomo e della donna creati a immagine e somiglianza di Lui.

Una vita consacrata animata da un intenso desiderio di maggior radicalità carismatica e da una appassionata fedeltà creativa.

Una vita consacrata preoccupata di offrire una formazione adeguata al momento attuale e che prepari alla lettura dei segni dei tempi: una formazione integrale, permanente, accompagnata…

Una vita consacrata che dà priorità alla persona e che tende a semplificare le strutture, mettendole al servizio delle persone e del carisma e della missione propria di ogni Istituto, senza rimanere ancorata alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale (cf. EG 108) né canali appropriati per trasmettere il carisma proprio di un Istituto.

Una vita consacrata che guarda al mondo non come a un pericolo o una minaccia, ma come al proprio “chiostro” e al suo campo propizio di missione; una vita consacrata che proietta sul mondo uno sguardo aperto al dialogo e all’inculturazione.

Una vita consacrata che ha una chiara coscienza di ecclesialità, senza rinunciare al suo carattere profetico e a un sano spirito critico all’interno della Chiesa.

Ci preme

Né alla vita consacrata né alla Chiesa è permesso atrofizzarsi, paralizzarsi, ignorare il mondo nel quale deve servire. Davanti a un cambio storico di paradigma, come quello che ci tocca vivere, in cui gli uomini e le donne cambiano il modo di capire se stessi e di intendere i loro rapporti con il gruppo e con il trascendente, la vita consacrata ha davanti a sé una grande sfida: cercare una “figura storica” più significativa per l’uomo di oggi, fuggendo da due tentazioni che, per quanto contradditorie appaiano, sarebbero egualmente pericolose: afferrarsi al passato, rimpiangendo nostalgicamente qualcosa che non ritornerà; o cogliere la prima novità che appaia all’orizzonte, senza discernere se ci spinge nella direzione dello Spirito che “soffia dove vuole” (cf. Gv 3, 8). I consacrati non possono essere né nostalgici né avventurieri, ma uomini e donne che si lasciano rigenerare costantemente dal soffio dello Spirito.

È lo Spirito che ci spinge a:

Una vita consacrata che si senta in cammino, centrata nel Signore, e sia segno del trascendente; concentrata sugli elementi essenziali della sua identità: consacrazione, vita fraterna in comunità, missione; e de-centrata, capace di andare alle periferie.

Una vita consacrata assetata di Dio, animata dalla ricerca costante di un Dio che si lascia incontrare e che ci coinvolge nella sua presenza nel mondo; una vita consacrata forte di una spiritualità unificata, in tensione dinamica e di partecipazione; una vita consacrata disposta a lasciarsi rifare, ri-creare da Dio, “come l’argilla nelle mani del vasaio” (cf. Jr 18, 1-6); una vita consacrata mistica, contemplativa, che sa vedere la grandezza sacra del prossimo e scoprire la presenza di Dio in ogni essere umano; una vita consacrata che sa aprirsi all’amore di Dio; una vita consacrata retta dalla fede condivisa e arricchita.

Una vita consacrata assetata di vita fraterna in comunità e desideri di ricrearla, rendendola sempre più leggibile per l’uomo e la donna di oggi; una vita fraterna in comunità animata da dialogo e discernimento fraterni, che agevoli processi di corresponsabilità e di compartecipazione tra tutti i suoi membri; una vita fraterna in comunità che sia scuola di umanità e di vita cristiana autentica; una vita fraterna in comunità con forti segnali di una sana autonomia personale vissuta in comunione fraterna; una vita fraterna in comunità nella quale si accetta la diversità come dono dello Spirito (cf EG 131), per fastidiosa che possa essere; una vita fraterna in comunità che costruisca vincoli duraturi e non tanto funzionali e produttivi; una vita fraterna in comunità che sia retta dalla legge della comunione.

Una vita consacrata che accetti il mandato di prendere l’iniziativa (cf. EG 24): aprire sentieri, percorrere nuove strade, riconoscere possibilità e non solo problemi; una vita consacrata che parla, con segni e parole, della signoria di Dio nella storia di ogni uomo e di ogni donna.

Una vita consacrata “in uscita”, che sa dove va (cf. EG 46); una vita consacrata “samaritana”, che si ferma a  rispondere alle emergenze missionarie del momento attuale, e sa ricalcolare e riprogrammare da esse le sue attività; una vita consacrata capace di lasciare le 99 pecore e di andare in cerca di quella smarrita (cf. Lc 15, 3-7), di spazzare tutta la casa per trovare la dracma perduta (cf. Lc 15, 8-10); una vita consacrata che abbia sempre le “porte aperte” per accogliere senza condizioni (cf. EG 46. 47).

Una vita consacrata che chiama, richiama e annuncia, che è attenta alla sua dimensione profetica, dà risalto ai valori del Vangelo e custodisce l’originalità evangelica della vita fraterna in comunità come segno profetico contro-culturale che evoca il Regno.

Una vita consacrata che non si lascia rubare la speranza (cf. EG 86), che non si lascia rubare la gratuità, che non si lascia rubare la comunità e l’ideale dell’amore fraterno (cf. EG 92. 101), che non si lascia rubare la giovinezza, che non si lascia rubare l’entusiasmo, la forza missionaria e la gioia di evangelizzare (cf. EG 80. 83. 109), che non si lascia rubare lo Spirito, che non si lascia rubare il Vangelo (cf. EG 97).

Una vita consacrata consapevole delle numerose sfide che deve affrontare e che affronta con realismo, ma anche con allegria, audacia e donazione fiduciosa; una vita consacrata che non accetta di essere un museo che si ammira ma in cui nessuno vuole vivere, consapevole della sua chiamata a dare risposta ai  “segni dei tempi”, nei quali parla lo Spirito, che incessantemente la interpella.

Ha un futuro la Vita Consacrata?

È questa la domanda che molti si pongono oggi. Cito, perché le condivido pienamente, le parole di Papa Benedetto XVI ai Vescovi del Brasile: « […] la vita consacrata come tale ha avuto origine con il Signore stesso che scelse per sé questa forma di vita verginale, povera e obbediente. Per questo la vita consacrata non potrà mai mancare né morire nella Chiesa» (5 novembre 2010).

Sì, c’è un futuro per la vita consacrata, ma certe forme di vita consacrata anacronistiche, obsolete, antiquate, che dicono poco o nulla all’uomo e alla donna di oggi, non rimarranno, anche se apparentemente hanno un certo successo per ciò che comportano di sicurezza e di potere. La vita consacrata ha un futuro nella misura in cui si renda messaggera di testimonianza e significato, dia risposta ai “segni dei tempi” e “con fedeltà creativa” sappia scoprire le radici dei diversi carismi e rileggerli nell’humus della cultura attuale. Il futuro della vita consacrata, che è nelle mani di Dio, dipende anche in gran parte dalla capacità di rinnovarla, ricrearla, riscoprirne il fondamento.

Questo comporta:

Che la vita consacrata sia una profezia viva con  l’esperienza di quei valori del Regno che, senza essere esclusivi della vita consacrata, essa dovrebbe accentuare come provocazione, quali: la ricerca appassionata di Dio, l’amore gratuito e senza frontiere, il condividere in solidarietà e comunione con una vita semplice, modesta e gioiosa, la calda fraternità che accoglie, sostiene, stimola, perdona… Che la vita consacrata condivida la missione di Gesù Cristo, il quale chiama a lavorare nella sua vigna al servizio del Popolo di Dio che cammina, lotta, soffre e spera, in una incondizionata obbedienza allo Spirito che crea, ricrea a fa nuove tutte le cose.

Che la vita consacrata sappia vivere uno stile alternativo e contro-culturale, che non alteri la sua funzione profetica, non offuschi il suo carattere simbolico, non perda la sua grinta escatologica.

Che la vita consacrata assuma con audacia questo periodo “delicato e faticoso” come kairós di purificazione ed occasione propizia per ritornare all’essenziale, in modo che la crisi per la quale sta passando sia una crisi che la ritempri e da essa esca rafforzata nella sua dimensione mistica e profetica. Vita consacrata che favorisca una esperienza attraente e fondante del Dio incarnato, l’incontro faccia a faccia con Dio (cf. Es 34, 29) (dimensione mistica) e lavori instancabilmente per la promozione integrale della persona umana, annunciando il sogno di Dio e denunciando i sogni inumani di tanti uomini sull’uomo (dimensione profetica); una vita consacrata che senta e trasmetta la passione per Dio e la passione per l’uomo.

Una vita consacrata vissuta radicalmente e senza protagonismi, in comunione e complementarietà, con apertura e disponibilità, senza timori e rigidità, aperta allo Spirito che “soffia dove vuole” (Gv 3, 8), cambia il cuore, ci libera dalle nostre paure, frustrazioni, delusioni, ci spinge verso gli altri e ci conduce a una stretta unità tra l’essere e l’agire, tra ciò che è personale e ciò che è comunitario.

Una vita consacrata che sia testimone di Gesù Cristo mediante una vita di povertà che non abbia bisogno di molte spiegazioni, vissuta in chiave di solidarietà, comunione e giustizia, in una vita semplice e modesta, con un celibato per il Regno che ci faccia affettuosi e vicini ma senza attaccamenti, integrati, armoniosi, disponibili e gioiosi; con una obbedienza che sia una nuova alternativa di vivere la libertà e pertanto ci renda sempre più liberi, responsabili e adulti, con una vita fraterna in comunità umana e umanizzante, con una missione coraggiosa e audace a favore di ogni uomo, specialmente di quelli che fanno parte della cultura degli scarti umani, con una vita, insomma, immersa nello Spirito di Dio.

Una vita consacrata, infine, che abbia cura della qualità evangelica della vita dei consacrati, senza mai cedere alla tentazione del numero e dell’efficienza (CdC 18).

A modo di conclusione

La vita consacrata ha davanti a se molte sfide per vivere il presente con passione e abbracciare il futuro con speranza. Il Santo Padre, il Papa Francesco, ci ricorda che le sfide sono per affrontarsi. Lui stesso ci ha messo davanti alcune: Una vita consacrata nella quale mai manchi la gioia, una vita consacrata che sveglie il mondo, una vita consacrata esperta in comunione, una vita consacrata in “salita”, una vita consacrata in discernimento costante, che si interroghi sempre su quello che Dio e l’umanità gli chiedono in questi momenti[42].

Di fronte alle paure, allo scoraggiamento, alla tentazione di fuggire, il Papa Francesco ci ricorda che non siamo soli e che anche a noi il Signore ci assicura: “Non aver paura… perché io sono con te per proteggerti” (Jer 1, 6)[43]. Con questa certezza ascoltiamo il Signore che ci dice: Vita consacrata, alzati e cammina.

[1] Il termino crisi, come si vedrà è ambivalente, in quanto può essere di vita o di morte.

[2] Giovanni della Croce scrisse la poesia Noche oscura e due commenti ad essa: Subida al Monte Carmelo y Noche oscura. I due commenti rimasero incompleti. In entrambi ha indicato i Segni che indicano il passaggio dalla meditazione alla contemplazione: Subida 2, 13; Noche 1, 9.

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Giornata mondiale della vita consacrata, 2 febbraio 2013.

[4] Idem.

[5] Felicísimo Martínez, Situación actual y desafíos de vida religiosa, Vitoria 2004; Frontera 44, pp. 13ss.

[6] Il Santo Padre nella Lettera Apostolica rivolta a noi consacrati, ci dice: “Mi attendo non che teniate vive delle utopie, ma che sappiate creare altri luoghi, dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco.”, Papa Francesco, Lettera Apostolica ai consacrati, Roma, 21 novembre 2014, II, 2.

[7] La crisi che la vita consacrata sta vivendo non è di tipo morale, ma piuttosto esistenziale, di significato, di senso e di missione. In ogni caso è necessario ricordare che la crisi non è positiva o negativa in se stessa. Tutto dipende dalle decisioni che si prendano o che si tralasci di prendere.

[8] Giovanni Paolo II, Vita consecrata, 73.

[9] San Francesco d’Assisi, Regola Bollata 2, 9.

[10] San Francesco d’Assisi, Lettera a tutto l’Ordine 50.

[11] Cfr. Carlos Palmés, Discernir es buscar en todo lo que más agrada al Padre. Ignacio de Loyola, Vitoria 2009, Frontera 65,

[12] Cf. San Francesco d’Assisi, Ammonizione 1; Julio Herranz, El discernimiento en Francisco de Asís, Vitoria 2009, Frontera 66, 60ss.

[13] Julio Herranz, El discernimiento en Francisco de Asís, Vitoria 2009, Frontera 66, 85-92.

[14] Cf. Maximiliano Herraiz, Discernimiento espiritual en Teresa y Juan de la Cruz, Vitoria 2008, Frontera 71ss.

[15] Benedetto XVI, Verbum Domini, 83.

[16] Giovanni Paolo II, Vita consecrata 81; cf 73.

[17] Idem 85.

[18] Catechismo della Chiesa Cattolica, 125.

[19] Giovanni Paolo II, Vita consecrata 94.

[20] Giovanni Paolo II, Vita consecrata 37.

[21] CIVCSVA – CO, Mutuae relationes 1978, 51.

[22] Paolo VI, Evangelica testificatio 11.

[23] Vaticano II, Lumen gentium 4; 12; 43-45; Perfectae caritatis 1-5; 15; Giovanni Paolo II, Vita Consecrata 36.

[24] Antonio Romano, Carisma, en Diccionario teológico de la vida consagrada, Edc. Claretienas, Madrid 1990, 150.

[25] Vaticano II, Gaudium et spes, 4.

[26] Giovanni Paolo II, Vita consacrata 37.

[27] Secondo i dati di cui disponiamo al 31 dicembre 2012, in questo momento c’erano: 28 Istituti (1 di rito orientale) e 2 Società di vita Apostolica, tutti questi maschili, che contavano tra 55 e 99 membri; e 36 Istituti maschili (5 di rito orientale) e 2 Società di Vita apostolica, anch’esse maschili, con meno di 50 membri. Quanto agli Istituti femminili i dati, nel medesimo anno, c’erano 212 Istituti (5 dei quali di rito orientale) e 3 Società di Vita apostolica tra 50 e 99 membri, e 161 Istituti (dei quali 1 di rito orientale) e 1 Società di Vita apostolica con meno di 50 membri. Tutti questi dati si riferiscono a Istituti di Diritto Pontificio.

[28] Dal 2008 al 2013 il Dicastero ha autorizzato 761 casi di assenza dalla casa religiosa.

[29] Sempre dal 2008 al 2013 sono state date 1.402 esclaustrazioni, delle quali 72 sono state imposte.

[30] Dal 2008 al 2013 il nostro Dicastero ha confermato 1.075 decreti di dimissione.

[31] Nel periodo di tempo dal 2008 al 2013 sono state approvate 488 postulazioni. Il Dicastero approva fino alla quarta postulazione senza difficoltà. A partire dalla sesta nomina la abbadessa. In altre circostanze impone una abbadessa di un altro monastero. Sempre nel periodo di tempo dal 2008 al 2013 il Dicastero ha nominato 99 abbadesse.

[32] Dal 2008 al 2013 il Dicastero ha accompagnato 1 unione, 22 fusioni e 3 soppressioni di Istituti religiosi.

[33] Dal 2008 al 2013 sono stati soppressi 121 monasteri e 2 Federazioni.

[34] Sempre nell’arco di tempo che va dal 2008 al 2013 si sono contate 1.073 dispense, in maggior parte relative alla normativa del noviziato o della professione temporanea o perpetua. A queste si devono aggiungere 28 dispense dall’impedimento del vincolo matrimoniale.

[35] Il numero totale di abbandoni della vita consacrata è di circa2.000 all’anno, contando i casi che passano dalla nostra Congregazione. A questi dati si deve aggiungere i casi che passano dalla Congregazione per il Clero e dalla Congregazione per la Dottrina della fede.

[36] Secondo le statistiche di cui disponiamo, dal 2008 al 2013 ci sono stati 39 Commissariamenti.

[37] Dal 2008 al 2013 sono state decretate 132 Visite Apostoliche negli Istituti di vita apostolica.

[38] In questo momento si indaga sul comportamento di una quindicina di fondatori.

[39]La lettera circolare Linee orientative per la gestione dei beni ecclesiastici da parte dei consacrati, così come il Simposio che il Dicastero ha celebrato sul tema nello scorso mese di marzo, con una entusiasta accoglienza e partecipazione, vogliono essere un aiuto per una gestione adeguata dei beni appartenenti agli Istituti. Stiamo raccogliendo suggerimenti per elaborare una Istruzione sul tema.

 

[40] Dal 2008 al 2013 sono stati eretti 20 Istituti religiosi (3 maschili e 17 femminili, di cui 3 in Africa, 7 in America, 3 in Asia e 7 in Europa), 4 Società di vita apostolica (2 maschili e 2 femminili, di cui 3 in America e 1 in Europa) e 3 Istituti secolari femminili, tutti di Diritto pontificio. Si aggiunga che il nostro Dicastero ha espresso 29 pareri favorevoli ai Vescovi interessati – o attraverso la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli – in vista dell’erezione diocesana di Associazioni pubbliche.

[41] Nel periodo di tempo che stiamo analizzando si sono aperti 111 monasteri.

[42] Cf. Papa Francesco, Lettera Apostolica, II.

[43]Cf.  Papa Francesco, Lettera Apostolica II, 2.