Il perdono per cambiare vita

ed essere felice

Eugenio Borgna

Non vorrei in questo mio testo occuparmi delle fondazioni filosofiche e teologiche del perdono, di questa esperienza di vita così complessa e così dilemmatica, ma delle sue dimensioni etiche e dei meccanismi psicologici, delle motivazioni interiori che entrano in gioco nel momento in cui siamo chiamati a perdonare, e non ci è facile farlo. Certo, se non scendiamo, sulla scia della introspezione, nelle regioni profonde della nostra interiorità, mai saremmo in grado di avvicinarci alla comprensione dei significati che il perdono ha in sé e delle difficoltà che si manifestano in noi quando si sarebbe tenuti a compiere un gesto di questa indicibile significazione umana e cristiana: segno di una straordinaria capacità di trasformare gli impulsi egocentrici, anche legittimi, in orizzonti di alta idealità etica.
Si parla oggi continuamente di perdono, che è giustamente inteso come inviolabile impegno etico, al quale ciascuno di noi è chiamato a rispondere, al di là delle diverse fedi religiose e delle diverse culture, ma non è possibile non considerare questo impegno come doloroso e non facile da realizzare.

Il perdono è un dovere etico

Non potrei avviarmi lungo il cammino alla ricerca della fondazione etica e umana del perdono senza ricordare alcune radicali considerazioni di Romano Guardini su questo tema così problematico e così difficile. Il perdono, egli dice, può essere difficile, e anche molto difficile, ma è un dovere etico, che non si comprende fino in fondo se non alla luce della fede in Dio; e aggiunge che la persona ferita dalla ingiustizia dovrebbe fare in modo che questa non esista più: cosa, certo, umanamente difficilissima da fare propria se non alla luce della fede e della speranza. Il perdono, idealmente, non può se non tendere alla conversione del cuore, alla creazione di una nuova relazione che trasformi il tu e l’io, il tu di chi è stato causa della ferita e l’io di chi è stato ferito, in un noi; dando inizio ad una vita nuova che riscatta le ingiustizie patite e ne lascia il giudizio ultimo a Dio. Romano Guardini è stato filosofo e teologo grandissimo e ha scritto libri di una profondità e di una umanità sconfinate; ma, certo, queste sue considerazioni sul perdono e sulle sue fondazioni cristiane ci lasciano inquieti e si fa fatica, e forse non è possibile, accoglierle nel nostro cuore se non in un orizzonte di senso evangelico.
Ma, se non di giungere a queste vertiginose riflessioni fenomenologiche, a ciascuno di noi è dato di fare lievitare dalla nostra interiorità gli slanci del cuore che ci consentano, questo è l’impegno etico al quale non si dovrebbe venire meno, di perdonare le offese. Sì, lo vorrei dire subito, se queste sono lievi, il perdono non può non essere possibile; se sono gravi, si è davvero soli in una scelta che mette in gioco il senso della nostra vita: immergendola nelle acque immobili del risentimento e talora dell’odio, o redimendola in un orizzonte di impossibile speranza, che è stata invece possibile a Etty Hillesum, a Edith Stein e a Maximilian Kolbe, e che non può non essere, nondimeno, anche se lontana e apparentemente irraggiungibile, nell’orizzonte di vita di ciascuno di noi.
Certo, sono consapevole della fragilità dei miei pensieri e delle mie parole nel confrontarmi con un tema così difficile, e così dilemmatico, come è questo del perdono; ma se mi sono avviato lungo questo insondabile sentiero è perché ho potuto ancorarmi in particolare al diario e alle lettere di Etty Hillesum che, nelle terrificanti condizioni di vita in un campo di concentramento olandese, ha saputo mantenere il cuore aperto alla speranza.

Il perdono di ferite quotidiane

Come non pensare che non sia difficile, dopo qualche tempo soprattutto, perdonare ferite quotidiane (vorrei chiamarle euristica-mente così) che non aggrediscono crudelmente la nostra dignità? Ma non sempre è così: le ferite, anche quelle che non dovrebbero ridestare in noi profonde risonanze emozionali, e che talora siamo noi ad immaginare, possono persistere nel tempo. Sono ferite che dovremmo in ogni caso sapere rimuovere dalla memoria, liberandoci dalle ossessioni del male ricevuto, eliminandole. Sono invece ferite che ci logorano e che, ostinate e tenaci come edera che si attacca ai muri, oscurano e avvelenano le relazioni interpersonali, le corrodono e le arrugginiscono, imprigionandoci in una disperata solitudine, divorata dal pensiero del risentimento e della ritorsione. Sono ferite causate dai più diversi motivi, da conflitti talora familiari, da promesse non mantenute, che non ci consentono più di svolgere le nostre abituali relazioni. Certo, perdonare una persona che ci ha fatto del male è cosa più facile quando ci sia stata una qualche nostra corresponsabilità; e ancora, offrire spontaneamente il nostro perdono è cosa diversa, più nobile, che non quella di essere stati invitati, o sollecitati, a farlo: distinzioni apparentemente poco importanti e invece dotate di una diversa significazione etica. Sì, la dimensione interiore della vita non può non essere tenuta sempre presente nell’analisi di una esperienza umana, che ci impegna in ogni nostra fibra, come è questa del perdono, nella quale sono in gioco valori etici di immensa portata umana e cristiana, oggi così di frequente ignorati, o dimenticati.
Come cambierebbe il mondo, il mondo in cui ogni giorno siamo immersi, se sapessimo perdonare offese come queste, che sono ovviamente le più frequenti, e che (tutti) dovremmo sentire il dovere di perdonare. Ma la vita, e la pratica clinica, ci insegnano che anche le offese di ogni giorno si radicano nell’animo e non sempre si calmano, nemmeno quando gli impulsi alla rivendicazione e alla vendetta (quale atroce parola è questa) siano stati arginati da sentenze giudiziarie.
Ma perché la vita possa riprendere i suoi normali svolgimenti è necessario sapersi liberare da questa cascata ghiacciata e ininterrotta di risentimenti che non fanno altro se non accrescere il male, che le offese hanno causato, e che continuano ad oscurare le nostre giornate.

Riconoscere le proprie colpe

Certo, è necessario che si abbia coscienza di dovere chiedere perdono; di questo è splendida testimonianza uno dei film più affascinanti di Ingmar Bergman, II posto delle fragole, che si svolge lungo il filo incandescente dei ricordi che, perduti e ritrovati, consentono a Isak Borg, il protagonista del film, di ricostruire nel breve volgere di una giornata la storia della sua vita. Il film è incentrato sul viaggio che Isak Borg, professore emerito dell’Università di Lund, in Svezia, compie in automobile da Stoccolma a Lund, dove si sarebbe svolta la cerimonia di premiazione in onore dei suoi anni di pratica medica e di insegnamento universitario. Un lungo viaggio, esteriore e interiore, intessuto dei ricordi degli incontri, dei sogni e dei luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza. Stanco del viaggio, e in attesa di riprenderlo, si addormenta e in uno dei sogni si ritrova in un’aula dell’Università di Lund, non ad esaminare uno studente, come sempre aveva fatto, ma ad essere esaminato. Gli viene domandato quale sia il primo dovere del medico, ma egli non sa dare la risposta, che è quella di chiedere perdono: della freddezza, della noncuranza, della disattenzione dimostrate nei riguardi dei malati e nelle sue relazioni sociali. Quando si è medici, quante volte si sarebbe tenuti, e nemmeno ci si pensa, a chiedere perdono: nel passato, certo, ma ancora di più oggi, nella misura in cui il dilagare delle tecnologie porta a dimenticare le fondazioni etiche della medicina. Non sempre i medici ascoltano i pazienti, non sempre li guardano negli occhi, sulla scia della fretta e della tentazione di ricorrere alla sola tecnologia nel fare la diagnosi e ai soli farmaci nel curare non solo le malattie del corpo, ma anche quelle dell’anima; pazienti che hanno anche bisogno di attenzione, di ascolto e di gentilezza, e medici che devono immedesimarsi nelle emozioni dei malati. Cose, queste, alle quali Isak Borg non aveva mai dato importanza se non quando, nei primi anni dopo la laurea, era stato medico di famiglia. Ci sono ancora altre cose che dovrebbero indurre un medico a chiedere perdono: sono quelle che non sono state fatte, e quelle che lo sono state, ma senza una sincera e umana partecipazione, e senza avere avuto il tempo di sentire come sue, almeno per un attimo, la sofferenza e l’angoscia, la tristezza e la solitudine dei malati che sono sempre divorati, soprattutto se gravi, dalla febbrile nostalgia di parole che aprano il cuore alla speranza e di gesti che abbiano a testimoniare vicinanza e comunità di cura. Ogni medico si riconosca colpevole e si senta chiamato a chiedere perdono: questo il messaggio del film.

Il perdono di ferite laceranti

Le cose si fanno infinitamente più dolorose quando le ferite non sono solo episodiche, o leggere nei loro contenuti, ma gravi nelle sofferenze che arrecano ad anima e corpo; e allora non può non essere ancora più difficile dimenticare e perdonare offese come queste. Un volto sfigurato, e ferito, un corpo martoriato, che non ha più autonomia, una vita innocente stroncata da inumana violenza, l’immagine straziante di un padre che tiene fra le braccia il suo bambino senza vita: sono avvenimenti che accadono ogni giorno e, quando fossero persone amate ad essere così martoriate, saremmo capaci di perdonare, o di chiedere, a chi abbia così sofferto, di perdonare? Come faremmo a non lasciarci trascinare non dall’odio, esperienza inumana di vita, e vorrei che nessuno la provasse, ma dalla incapacità di perdonare, e sapremmo ritrovare in noi parole che aiutino a ridare, a chi soffre, una speranza di conversione del cuore che ci porti a vivere la grazia di un perdono umanamente impossibile? Sono domande che ciascuno di noi, medico o non medico, si dovrebbe porre cercando disperatamente di comprendere come possa essere impossibile perdonare e come non si possano giudicare le persone che non giungano a farlo.
Le parole, le mie parole, non possono non essere fragili, fragilissime, nel momento in cui hanno a che fare con queste esperienze di inimmaginabile dolore che conseguono alle aggressioni altrui. Il parlare di perdono in questi casi di estrema sventura non può essere fatto se non con grande timore e con immensa delicatezza. Sì, mi immedesimo nel destino di una persona che muore, e di una persona che rimane sola, e non posso nemmeno pensare di invitarla a perdonare. Non posso se non leggere, e forse invitare a leggere, le parole di donne e uomini che hanno saputo testimoniare indicibili capacità di perdono. E vorrei ricordare Edith Stein che si è avviata al martirio con indicibile serenità; e (,non potrei certo dimenticarla) Etty Hillesum che nel suo Diario e nelle sue Lettere non ha una sola parola ci ritorsione e di odio nei confronti dei tedeschi, ma anche Maximilian Kolbe, che ha scelto di morire per salvare la vita di un padre di famiglia. Ma nemmeno potrei dimenticare madre Teresa di Calcutta che ha dedicata la sua vita ad una ininterrotta testimonianza di amore e di perdono. In un contesto radicalmente diverso, ma con inenarrabile generosità d’animo, il Mahatma Gandhi e Nelson Mandela hanno fatto confluire le immense sofferenze patite nel fiume luminoso del perdono.

Non sono capace di odiare

Sono parole, queste, che si leggono nel diario scritto da una giovane donna ebrea, Etty Hillesum, in un campo di concentramento olandese, Westerbork, dal quale, non aveva ancora trent’anni, veniva mandata a morire nel 1943 ad Auschwitz insieme ai genitori e a uno dei due fratelli, Mischa, dotato di straordinarie qualità pianistiche, che aveva poco più di vent’anni (l’altro fratello, Jaap, morirà poco tempo dopo). Alcune pagine del diario sono dedicate al tema del male, dell’odio e del perdono e hanno una indicibile significazione etica. Le sue non sono considerazioni teoriche che filosofi e moralisti, teologi e psichiatri sono stati, e sono anche oggi, in grado di fare, e hanno il dovere di fare, ma quelle di una donna chiamata a parlare di perdono in condizioni di una sofferenza estrema e nella consapevolezza, nella certezza anzi, dell’essere stata condannata alla morte insieme alla sua famiglia.
In dialogo con Klaas Smelik, uno scrittore amico, con lei nel campo di concentramento di Westerbork, la giovane olandese scriveva: «Klaas, volevo solo dire questo: abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi. E non ho neppure finito quando dico che anche fra noi esistono carnefici e persone malvagie»; e ancora: «Allora Klaas ha fatto un gesto stanco e scoraggiato e ha detto: ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l’abbiamo forse? Ho risposto: ma a quel che vuoi tu si lavora da duemila anni della nostra era cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un’umanità – e che cosa pensi del risultato, se la domanda è lecita?».
Il dialogo continuava e ancora di più si avvicinava al tema lacerante dell’odio e della risposta che sia giusto consegnare alla violenza. Ascoltiamola e nelle sue parole, in queste che ho citato e in quelle che vorrei ancora citare, si riassume dolorosamente e splendidamente il senso di un modo umano e cristiano di rivivere il perdono e di inaridire in noi le sorgenti tumultuose dell’odio. «E con la solita passione, anche se cominciavo a trovarmi noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: è proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri».
Un’immagine, che risplende di misericordia e di grazia, è ancora questa: «E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale». Le tenebre dei risentimenti, delle ritorsioni, delle vendette, insomma dell’odio, sono improvvisamente lacerate da parole che si fa fatica a pensare che siano state scritte in un luogo di atroce dolore e nella imminenza della morte.

Questi orrori nascono in noi

Come avrei potuto non citare, in queste mie considerazioni sull’odio e sul perdono, le parole di Etty Hillesum, mirabile testimone di una giovinezza straziata dalla violenza, dalla morte vicina e nondimeno mai nemmeno sfiorata dall’odio? Il diario, questo testo sconvolgente di dolore e di angoscia, di sopportazione e di speranza, ha altre parole bellissime su questo tema; e non posso non citarle ancora: «Potremo condividere tante cose quest’inverno: se sapremo aiutarci reciprocamente a sopportare il freddo, il buio, la fame. E se capiremo che ci toccherà di sopportare tutto ciò insieme con l’umanità intera, anche con i nostri cosiddetti nemici; e se ci sentiremo inseriti in un tutto e sapremo di essere uno dei tanti fronti sparsi per tutta la terra». Un’ultima citazione da questo diario di inenarrabile tenerezza umana ferita, ma non sconvolta, dalla violenza: «Un’altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti».
Ritrascrivo con emozione queste parole, bruciate dalla mitezza e dal fuoco della solidarietà e mi chiedo sempre come questa giovane donna abbia potuto sopportare inaudite sofferenze e l’imminenza della morte, mai perdendo la fiducia nei valori inalienabili della dignità e mai lasciandosi trascinare nel gorgo dell’odio. Non finisco mai di leggere questo diario che ci fa guardare negli abissi senza fondo della barbarie e della disumanità, a scrutare poi il cielo alla ricerca delle goethiane stelle cadenti che sono l’immagine della speranza. Ma come aggiungere qualcosa a questi pensieri di Etty Hillesum sull’odio e sul perdono, così impregnati di umanità e di tenerezza, di accoglienza del mistero e di solidarietà nel dolore, e in fondo di una impossibile speranza?

Le ultime parole

Se, come dicevo, nell’odio e nella ritorsione siamo risucchiati nel gorgo di un passato che annui-la ogni trascendenza possibile e ci imprigiona in una pietrificata crudele immanenza, nel perdono il tempo, l’agostiniano tempo interiore, cambia radicalmente il suo modo di essere e immerge il passato nel flusso eracliteo del divenire, trasformandolo e aprendolo al futuro, al possibile superamento delle offese. Le ferite, che si sono sofferte, non si cancellano, non annegano nell’oblio, ma sono rivissute in altro modo: come ferite che sono redente in un orizzonte di insondabile accoglienza e di indicibile sacrificio. Certo, è anche possibile che, nonostante la nostra fede e la nostra speranza, non si riesca a perdonare, a ridare un altro senso alle inemendabili ferite dell’anima; e la cosa non può non essere comprensibile, ma il drago, dal quale dovremmo sempre fuggire, è quello dell’odio, del desiderio di augurare all’altro, all’altro che ci ha fatto tanto male, un male altrettanto grande. Solo alla speranza, alla speranza paolina, alla generosità, alla insondabile capacità di accogliere il mistero è dato di ridare un senso alle sanguinanti ferite che ci siano state imposte.
L’esperienza umanissima del perdono è insomma in un conflitto senza fine con esperienze emozionali antitetiche, come sono quelle del risentimento, della ritorsione, del rancore, della vendetta, dell’odio, e al perdono non si giunge se non attraverso un lungo cammino di maturazione interiore e di liberazione dalla schiavitù. Certo, il perdono consente di meglio mantenere l’equilibrio psichico, la nostra salute psichica, mentre il mancato perdono non ci consente di uscire dalla cascata fatale dell’odio e ci impedisce di sottrarci alla pesantezza del passato e di vivere il tempo come apertura alla speranza. Ma, ovviamente, queste sono le parole della psichiatria che, nel dirle, non si può illudere di aiutare a rivivere il perdono come una zattera sulla quale imbarcarsi nella notte oscura delle ferite imposte dalla violenza altrui. Altre sono le parole che salvano e sono quelle che ho indicato nelle pagine precedenti.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n. 135, dicembre 2017, pp. 58-62)