L’abito del discernimento

Editoriale

Contro un modo di essere che “ripete” e “applica”

Rossano Sala

(NPG 2017-08-02)

Cominciamo ad entrare, e lo faremo con sempre maggior forza e convinzione nella programmazione del 2018, nel clima e negli argomenti specifici del prossimo Sinodo. Ad esso ci stiamo lavorando con passione e lo sentiamo proprio come un ampio e articolato processo che ci interpella come Chiesa, come comunità cristiana, come singoli operatori, come Rivista che da sempre si occupa di pastorale giovanile.
Una delle parole chiave del Sinodo – insieme a “fede”, “vocazione” e “accompagnamento” – è il termine “discernimento”. Senza ombra di dubbio un cavallo di battaglia di questo pontificato, che invita la Chiesa tutta, e quindi anche i giovani, a porsi nell’ottica del discernimento: sia personale, che comunitario, che ecclesiale.
Il Santo Padre parla molto del fatto che il proprio dei Gesuiti, cioè il dono del discernimento, diventi patrimonio di tutta la Chiesa, perché questo è richiesto dal “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo [1]. Ecco uno dei suoi interventi, tra i tanti, sull’argomento:

La cultura dell’abbondanza a cui siamo sottoposti offre un orizzonte di tante possibilità, presentandole tutte come valide e buone. I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro. In un mondo senza possibilità di scelta, o con meno possibilità, forse le cose sembrerebbero più chiare, non so. Ma oggi i nostri fedeli – e noi stessi – siamo esposti a questa realtà, e perciò sono convinto che come comunità ecclesiale dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento. E questa è una sfida, e richiede la grazia del discernimento, per cercare di imparare ad avere l’abito del discernimento. Questa grazia, dai piccoli agli adulti, tutti [2].

Il motivo per cui oggi è diventato cruciale saper discernere è l’estrema ricchezza delle possibilità che ci sono offerte: proprio dove sono presenti molteplici opzioni bisogna crescere nella sensibilità verso ciò che è bello, buono e vero. Ed è proprio del discernimento questa capacità di intuire ciò che viene da Dio e ciò che invece proviene dal Maligno, chiarire le sottili differenze tra il bene e il male, approfondire la radice e la provenienza di ciò che ci si presenta davanti e infine scegliere con coraggio ciò che si è riconosciuto giusto e santo.
Ma che cosa significa far diventare il discernimento un “abito”, cioè una modalità ordinaria di vivere, uno stile di Chiesa normale e scontato, un modo di procedere preciso?
In una importante conferenza tenuta all’interno del Simposio organizzato dalla Conferenza Episcopale Europea, sul tema dell’accompagnamento dei giovani, il Card. Lorenzo Baldisseri, Segretario generale del Sinodo, ci aiuta a cogliere quali sono gli atteggiamenti e le dinamiche che accompagnano una comunità che fa del discernimento un abito costante del suo modo di essere e di agire:

Discernimento significa prima di tutto stare e mantenersi in ascolto, valutare tutto ciò che avviene nella vita del mondo e della Chiesa, sostare nelle feritoie della storia con vigilanza evangelica e attenzione profetica. Significa mantenere aperte le porte al Dio della tenerezza che agisce con insospettabile creatività nella storia, desideroso di prendere voce attraverso la parola dei piccoli e dei poveri. Soprattutto invita la Chiesa stessa ad imparare dai giovani e a chiedere loro «di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia» (Documento Preparatorio). Per entrare nel ritmo del discernimento è necessario farsi attenti alle persone concrete, che non sono automi replicanti a cui si chiede sottomissione. La pastorale, in questa prospettiva, non è una semplice “applicazione” di regolamenti o prassi fredde e burocratiche alla realtà delle persone, ma è frutto di un discernimento continuo fatto di ascolto, dialogo, confronto, progetto, verifica e rilancio [3].

Dalle parole del Santo Padre e da quelle del Segretario Generale del Sinodo ci giungono due inviti da non lasciar assolutamente cadere per rinnovare il nostro modo di essere Chiesa e di fare pastorale giovanile.
Il primo è quello di non essere dei “ripetitori” ossessivo-compulsivi: porsi nell’ottica del discernimento significa contestare con forza la pastorale del “si è sempre fatto così”, del “business as usual”, del pensare alle persone come a degli automi e dei replicanti, dell’agire come se noi avessimo tra le mani l’algoritmo pastorale definitivo e immutabile. La pastorale ha invece a che fare sempre con delle comunità reali e con dei giovani vivi, diversi gli uni dagli altri, con le loro sensibilità, le loro debolezze e i loro punti di forza. Ci è chiesto non solo di essere fedeli, ma anche e soprattutto creativi nella nostra lealtà al Vangelo. Lo Spirito del Signore è fin dall’inizio uno “Spiritus creator”, una presenza che rinnova continuamente, che fa sempre nuove tutte le cose.
Il secondo è quello di non essere persone che “applicano” norme in forma giuridicamente ineccepibile, ma che disumanizzano ambienti, persone, comunità. La norma è necessaria, certamente, ma ogni situazione è sempre differente e implica una sapienza nell’agire che nessuna norma oggettiva potrà mai sostituire. Sia dal punto di vista personale che comunitario, è necessario ascoltare con attenzione, dialogare con rispetto, confrontarci con apertura di spirito, progettare con lungimiranza, verificare con umiltà e rilanciare con entusiasmo.
È molto comodo applicare freddamente norme, ma la pastorale, quella vera, sta al di là di ogni burocrazia: sta lì dove ricomincia lo stile di Gesù, che è un modo di procedere artigianale e non standardizzato, rispettoso delle diversità di tutti e mai omologante, deciso nel chiedere conversione e per nulla accomodante.
Come si può ben comprendere, arrivare a tutto ciò non è facile, perché entrare nel ritmo del discernimento significa inserirsi in una vera e propria dinamica di laboriosità permanente: laboriosità culturale, che ci aiuta a leggere ciò che capita intorno a noi; laboriosità intellettuale, che fa entrare nella ragione delle cose che sono; laboriosità spirituale, per penetrare le profondità della nostra anima; laboriosità pastorale, che ci pone il compito di agire secondo lo Spirito del Signore; laboriosità ecclesiale, che ci fa scoprire i segni dei tempi.
Non per ultima, per ogni giovane c’è la necessità di sostare in una laboriosità vocazionale. È il tema del Dossier di questo numero, che invita ogni operatore di pastorale giovanile ad essere un esperto nel discernimento vocazionale. E per questo, ne siamo convinti,

non basta studiare la teoria del discernimento; occorre fare sulla propria pelle l’esperienza di interpretare i movimenti del cuore per riconoscervi l’azione dello Spirito, la cui voce sa parlare alla singolarità di ciascuno. L’accompagnamento personale richiede di affinare continuamente la propria sensibilità alla voce dello Spirito e conduce a scoprire nelle peculiarità personali una risorsa e una ricchezza [4].

NOTE

[1] Cfr. Francesco, Oggi la chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento. Un incontro privato con alcuni gesuiti polacchi, in «La Civiltà Cattolica» III (2017) 345-448.
[2] Cfr. Visita pastorale del santo padre del Santo Padre Francesco a Milano, Incontro con i sacerdoti e con i consacrati, Duomo di Milano, 25 marzo 2017.
[3] Barcellona, 31 marzo 2017. Per avere il testo completo, cfr. il sito http://symposium2017.ccee.eu/it.
[4] Cfr. Sinodo dei Vescovi – XV Assemblea Generale Ordinaria (presentazione di R. Sala – Riflessioni di E. Castellucci e N. Dal Molin), I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio e questionario, LDC, Torino 2017, 51.